Corruzione: l'antidoto migliore resta la concorrenza...
Berlusconi ha vinto in Cassazione una battaglia fondamentale (dalla sentenza sul caso Mills ha ottenuto quel che voleva: schivare una condanna per corruzione). Dunque, può terminare la sua battaglia quotidiana per ottenere nuovi salvacondotti, che in questi anni lo ha visto sequestrare Parlamento e opinione pubblica in difesa dei suoi guai giudiziari. E’ venuto il momento di governare, di mettere mano a quelle riforme molte volte annunciate.
Nei giorni scorsi, ad esempio, a proposito di lotta alla corruzione, il governo ha annunciato provvedimenti. Vedremo di che si tratta. Nessuno è oggi in grado di dire se siamo di fronte ad uno tsunami giudiziario destinato a travolgere la politica come nel 1992. Resta il fatto però che il fenomeno della corruzione pubblica in Italia non mostra segni di «recessione» e la percezione dei cittadini è che il fenomeno sia grave, stia peggiorando e si irradi dalla politica alla pubblica amministrazione. Prendere provvedimenti è perciò indispensabile. Del resto, non da oggi l’indice di corruzione percepita (Cpi), pubblicato annualmente da Transparency International (www.transparency.org ) vede l’Italia sempre nelle parti basse della classifica mondiale. Senza contare che l’indice Bpi (Bribe payers index) – che misura la probabilità che le imprese dei maggiori paesi industrializzati facciano uso della corruzione quando operano all’estero – mostra che le imprese italiane hanno un’elevata «propensione a corrompere», collocandosi, nel 2002 come nel 2008, al diciassettesimo posto su 22. L'indice Bpi mostra inoltre come la probabilità che le imprese paghino (all’estero) tangenti a pubblici ufficiali o che si realizzi «cattura dei decisori pubblici» assume sempre i valori più alti nei settori dei lavori pubblici e delle costruzioni.
In questi giorni in molti si sono rifugiati nella lunga durata dei fenomeni storici, evidenziando che la corruzione affonda le radici nella storia italiana. Ma c’è anche chi ritiene che, se vogliamo che qualcosa cambi, non possiamo limitarci a guardare con costernazione l’abisso morale in cui è precipitata la vita del nostro paese. «Non possiamo – ha scritto Luca Ricolfi - continuare a contare soltanto su un sussulto delle coscienze, su un motto di indignazione, su una rigenerazione dello spirito civico troppe volte invocata e sempre mancata. Forse dobbiamo cominciare anche, più prosaicamente a ragionare in termini di vincoli e di incentivi, come fanno (giustamente) gli economisti. Pensare che il problema si riduca a scegliere bene i candidati, a selezionare le persone giuste, a cacciare i disonesti, a mio parere è un po’ ingenuo (chi garantisce che l’allenatore scelga i giocatori giusti? E chi è l’allenatore?). Ben più importante sarebbe chiedersi quali sono i meccanismi che con tanta e crescente frequenza generano i comportamenti di cui l’opinione pubblica è ciclicamente chiamata a scandalizzarsi. Perché se identifichiamo i meccanismi possiamo provare a cambiarli. E un politico che ha la convenienza a comportarsi bene dà più garanzie di un politico che ostenta o promette moralità». E il meccanismo più importante, sottolinea Ricolfi, è «la crescita costante inesorabile, dell’interposizione pubblica, ossia dell’attività di intermediazione dello Stato e degli Enti territoriali (Regioni, Province, Comuni) che giusto nell’anno appena trascorso ha toccato il massimo storico (…) questo meccanismo è il più importante non solo perché sono ormai molti milioni – e crescono ogni anno di numero – gli italiani le cui opportunità di guadagno e carriera dipendono pesantemente da decisioni discrezionali di funzionari, dirigenti e amministratori pubblici, ma perché è questo il vero costo che la politica , spesso con la piena ed entusiastica complicità dei cittadini, impone al sistema Italia. (…) E’ questo mare che dovremmo innanzitutto cercare di prosciugare».
Cosa fare, allora? Un forte antidoto alla corruzione è la competizione. E il motivo appare abbastanza evidente. «In un contesto di affidamenti competitivi - rilevano Andrea Boitani e Marco Ponti (www.lavoce.info) - la sorveglianza sulla correttezza delle gare è effettuata da due attori: la magistratura dedicata e i concorrenti stessi, che sono spesso e per ragioni intuibili molto attenti a non perdere gare, sempre costose, a causa di illeciti. Questa accresciuta attenzione, come è ovvio, è un deterrente in sé. La competizione rende poi tecnicamente molto costosa la corruzione: occorre comunque fare prezzi relativamente bassi per vincere, e anche disporre di risorse extra per corrompere. La trasparenza associata ai meccanismi di competizione è un bene da tutelare con cura se è vero, come ha scritto il presidente della Corte dei Conti, che “là dove manca la trasparenza si genera il cono d’ombra entro cui possono trovare spazio quei fatti di corruzione o di concussione che rendono poi indispensabile l’intervento del giudice penale”».
Ma allora perché non fare come negli Usa (paese con grandi tradizioni sia di corruzione che di efficace lotta al fenomeno)? All’indirizzo internet www.usaspending.gov si trova una vera e propria anagrafe telematica degli appalti pubblici federali, istituita per legge con il «Transparency Act». Il sito ha l’obiettivo di fornire al pubblico informazioni su come sono spesi i dollari delle sue tasse e quali sono (anno per anno, settore per settore e per ciascun collegio elettorale di riferimento) le principali società fornitrici del settore pubblico. Basterebbe replicare anche in Italia una anagrafe pubblica degli appalti. Anche perché nel nostro paese c’è un deficit di trasparenza dovuto al fatto che sono troppe le stazioni appaltanti e da anni cresce il numero di delibere della presidenza del consiglio dei ministri riguardanti la protezione civile che consentono a quest’ultima, una volta dichiarato lo stato di calamità o la necessità di operare per grandi opere, di agire in deroga al codice dei contratti pubblici, anche di quegli articoli che consentirebbero la vigilanza sulle gare svolte. Un’ altra forma interessante di lotta alla corruzione è la “legge del terzo” degli Stati Uniti: il soggetto in grado di provare in tribunale un danno fraudolento all’erario, ha il diritto di trattenere per sé un terzo dell’ammontare del danno comprovato. Si può immaginare facilmente la convenienza per un dipendente o per un dirigente di un’impresa che corrompe a essere «infedele» al suo datore di lavoro, raccogliendo una solida documentazione sull’illecito.
Che cosa non bisogna fare? Ad esempio, uno dei presupposti della propensione a corrompere è la disponibilità di fondi neri da parte delle imprese. In questi anni, con la depenalizzazione del falso in bilancio e lo scudo fiscale, si è andati nella direzione sbagliata. E, in relazione alla recente polemica sui reati da escludere dalle intercettazioni telefoniche consentite per legge, appare particolarmente preoccupante che lo stesso presidente del Consiglio abbia insistito, anche con dichiarazioni pubbliche, affinché la corruzione venisse esclusa dai reati per accertare i quali sono ammesse le intercettazioni. Non si tratta di un segnale incoraggiante sulla consapevolezza dei costi della corruzione e, ancor più, sulla volontà di contrastarla sistematicamente.















concordanza
Concordo sul buon esempio dell'anagrafe telematica americana, anche se noi, in quanto a sviluppo tecnologico, siamo ancora molto indietro (e non si capisce il perché...forse proprio per non facilitare la trasparenza??). Sono d'accordo anche sulle preoccupazioni risultanti dalle ultime decisioni prese dal governo (depenalizzazione del falso in bilancio e scudo fiscale), decisioni che non possono far ben sperare. Infine concordo anche col pensiero di Ricolfi. L'interposizione pubblica è ciò che continua a far sì che ci sia da una parte una casta, quella dei politici e di chi lavora nel settore pubblico a grandi livelli, e dall'altra i comuni cittadini. I primi possono corrompere, gli altri no, possono evadere, gli altri no, possono non rispettare le leggi e gli altri no, ecc. Quanto sia dannosa l'interposizione pubblica lo si capisce bene anche leggendo l'ultima analisi dello stesso Ricolfi (il sacco del nord). Auguriamoci che si ritorni ad una sana competizione fra organismi ed enti che vogliano operare (anche perché incentivati) nel rispetto della legge.