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07/04/2010

Come se Berlusconi non ci fosse...

Visto come sono andate le cose, «cominciano a fioccare copiosi i contributi al rinnovamento del Partito democratico», osserva con la consueta perfidia Andrea Marcenaro sul Foglio. Che poi aggiunge spietato «C’è un gruppo di senatori che teme di potersi imborghesire (..) Anche Camilleri e Carofiglio hanno voluto regalare parole di saggezza (…) Preoccupa, soltanto, la persistente assenza di indicazioni politiche da parte di Adriano Celentano».

Sta per ripartire l’ultima versione del copione andato in scena negli ultimi quindici anni, comprese le rimostranze dei giovani verso il quartier generale. Ma, visto che il dibattito sui destini del centrosinistra è ufficialmente aperto, ritengo che una dichiarazione di Bossi esprima molto bene quel che è accaduto: «Gli italiani – ha detto lapidario Bossi commentando alla radio l’esito delle elezioni - vogliono il cambiamento. E la Lega è il cambiamento». E, aggiungo io, il centrosinistra è l’immagine della conservazione.

Se così stanno le cose, stavolta, nel dibattito in corso, dovremmo anzitutto sfidare quella che è stata descritta da William Galston e Elaine Karmack come la «politics of evasion», cioè la politica dell’evasione, della scappatoia, dello sfuggire ai problemi. I due esponenti del progressive liberalism americano, usarono questa frase per riassumere quello che ai loro occhi era stato il ripetuto rifiuto dei democratici negli Stati Uniti di guardare in faccia la drammatica perdita di fiducia nel partito tra gli elettori, seguita da una serie di sconfitte consecutive nelle elezioni presidenziali. Troppi americani erano arrivati a vedere i democratici come disattenti ai loro interessi economici, indifferenti se non ostili ai loro sentimenti morali e inefficaci nella difesa della loro sicurezza nazionale. Invece di affrontare la realtà, parecchi democratici scelsero di abbracciare la «politica dell’evasione», ignorando i problemi fondamentali del loro partito. Diedero la colpa della sconfitta a ogni genere di cose: alle scarse sottoscrizioni e alla tecnologia inadeguata, alla debole presenza nei media, alle personalità, alle leadership «sbagliate», al fallimento nel mobilitare la «base tradizionale» e nel creare una «coalizione arcobaleno» di vari gruppi di interesse motivati da rivendicazioni concorrenti. In altre parole, costruirono scuse allo scopo di evitare di confrontarsi i problemi e le domande di fondo per un progetto di cambiamento. Problemi che senza dubbio sono difficili, ma che è ora di affrontare. Per questo stavolta dovremmo cercare di mettere da parte le scuse.

Tanto per capirci, sul Corriere della Sera, Giovanni Sartori sostiene che «l’interesse prioritario di tutte le opposizioni» sia quello «di battersi per un sistema elettorale meno iniquo» e che il Pd dovrebbe puntare  «sul sistema tedesco tenacemente chiesto da Casini». Ora, ammesso e non concesso che il ritorno ai governi fatti e disfatti in Parlamento sia augurabile, rimarrebbe naturalmente da chiedersi perché mai Berlusconi dovrebbe concedere quel proporzionale senza premi che non è nel suo interesse? Ma il punto è un altro: l’interesse prioritario del Pd devono essere gli italiani. Anzi, per salvare se stesso, il Pd deve occuparsi dei problemi del Paese.

Detto altrimenti, il Pd deve porsi una domanda (che ha posto Michele Salvati sul Corriere della Sera e) che viene prima dei marchingegni elettorali e delle alleanze: come mai, anche in condizioni così difficili per chi governa, anche in una situazione di malcontento diffuso, gli elettori non riescono a vedere nel Pd e nel centrosinistra una alternativa credibile?

Senza dubbio le tradizioni, le culture politiche, da cui è derivato il Pd hanno perso da tempo solidità e consistenza e, ormai prive di presa sulla realtà, sono inadeguate a interpretare le domande del paese. Ma senza idee nuove non si andrà da nessuna parte. È dalla crisi degli anni novanta che la questione aperta è quella di un profondo cambiamento della cultura e del modo di stare insieme degli italiani. E la persistente sottovalutazione della dimensione politica di Berlusconi (fino alla attribuzione consolatoria di un carattere antiberlusconiano al successo della Lega) è la prova del nostro smarrimento. Eppure, a modo loro, sia la Lega che Berlusconi sono l’espressione di un grande rivolgimento iniziato nel secolo scorso: la sollevazione dei ceti produttivi (dipendenti, imprenditori, agricoltori, professionisti, commercianti, artigiani e altri lavoratori del settore privato) contro la truffa e lo sfruttamento di una classe politico-burocratica che, spacciandosi per paladina dell’interesse generale, si appropria da quasi cent’anni di una parte sempre più cospicua del loro reddito, riuscendo a vivere ed arricchirsi nell’ozio, nella sicurezza e nel privilegio, alle spalle di chi lavora nella fatica e nell’insicurezza tipiche di ogni attività di mercato. Questa sollevazione antiburocratica e antistatalista, una vera e propria rivolta dei produttori, è il filo rosso che collega la svolta reganiana in America, quella thatcheriana in Gran Bretagna, quella antisocialista in Germania, Belgio, Scandinavia e Francia e perfino (fatte salve le ovvie specificità) quella anticomunista all’Est.  Con questa «cosa», nella versione di casa nostra, dobbiamo fare i conti. La maggioranza moderata non è un castello di carte destinato a cadere all’improvviso. E proprio l’illusione che una volta sparito il Caimano, ritornerà l’età dell’oro, impedisce di vedere e di comprendere la domanda di cambiamento del paese.

Continuo a ritenere che anziché inseguire alleanze improbabili, il Pd debba scommettere sul fatto che possa avvenire, in futuro, un mutamento nelle propensioni degli elettori. Ma per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E oggi quel che occorre non è  il ritorno alle antiche certezze ma il dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni. Per stare dalla parte degli italiani bisogna dimostrare autonomia di elaborazione e solidità riformista. Insomma, vogliamo puntare davvero sulla modernizzazione del paese o vogliamo navigare ancora a vista dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte? Il problema fondamentale del Paese è quello della «modernizzazione mancata» di cui ha parlato Luca Ricolfi su La Stampa. Ed è proprio lo Stato il nostro peggior problema. Cioè la gravissima crisi di efficienza e affidabilità del sistema politico-istituzionale. E visto che la nostra Repubblica è già cambiata (in modo magari imprevisto) e oggi risulta incompiuta, a metà; visto che da un pezzo la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco, perché allora non è il centrosinistra ad avanzare e precisare il tema del presidenzialismo come compimento necessario dell’Italia federale? Una volta tanto, come se Berlusconi non ci fosse. Come se ci importasse solo dell’Italia e degli italiani.

 

Azioni sul documento

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Inviato da Utente anonimo il 08:55, 08/04/2010

Condivido ogni parola dell'articolata premessa: mi sembra alquanto assurdo che dopo anni di berlusconismo stiamo ancora a discutere sull'anomalia italiana in varie forme e ad arrovellarci la mente, logorandoci lo spirito ed il fisico, sulla democrazia interna al nostro partito, per poi scoprire, puntuale ad ogni scadenza elettorale, che gli Italiani in tutto questo tempo avevano altro a cui pensare e che, almeno al Nord, c'è chi ne ha saputo cogliere le istanze. In un modo secondo noi sbagliato, ma in ogni caso, fornendo una risposta, per lo più semplicistica, largamente raffazzonata, sicuramente ruffiana ma pur sempre una risposta! Che i progressisti abbiano perso di vista i princìpi su cui fondare la propria azione nel presente e la propria visione di futuro è diventato così evidente che neanche coloro che mai avrebbero pensato a spinte separatiste e ad espedienti similrazzisti si sono trovati ad ascoltare più spesso il giovane deputato leghista - e, fatti salvi alcuni inderogabili presupposti, a dargli sostanzialmente ragione - di quanto abbiano potuto fare con esponenti del centro sinistra, ultimamente così impegnati nella loro transumanza, nel loro prendere le distanze e puntualizzare la propria personale linea rispetto al partito, da dimenticare e far dimenticare cosa li aveva un tempo portati ad aderire al progetto comune. Quindi, sì, tornare ad occuparsi delle cose di cui il mondo là fuori si occupa è l'unica via d'uscita ed anche l'unica richiesta che un popolo di "esuli in patria" ci richiede. E se per farlo dobbiamo occuparci di riforme istituzionali, è ovvio che non possiamo farlo con il chiodo fisso di dover unicamente arginare il caimano. Ma, per dirla francamente, siamo davvero sicuri che affrontando ora il tema del presidenzialismo - dopo aver parlato poco o niente di proposte per il sostegno del reddito di cittadini lasciati soli ad arrangiarsi, l'efficientamento di un servizio pubblico volutamente messo in ginocchio, l'emancipazione di un ceto medio che si ritrova sempre più povero, il sistema di selezione delle classi dirigenti che investe tutti i settori della vita, la formazione di una cittadinanza consapevole ed attiva in grado poi di sostenerci - siamo dunque sicuri che questo del presidenzialismo non rischi di suonare come l'ennesimo volo pindarico sopra le sorti dell'umana gente?

we care

Inviato da Bridget il 08:57, 08/04/2010

Condivido ogni parola dell'articolata premessa: mi sembra alquanto assurdo che dopo anni di berlusconismo stiamo ancora a discutere sull'anomalia italiana in varie forme e ad arrovellarci la mente, logorandoci lo spirito ed il fisico, sulla democrazia interna al nostro partito, per poi scoprire, puntuale ad ogni scadenza elettorale, che gli Italiani in tutto questo tempo avevano altro a cui pensare e che, almeno al Nord, c'è chi ne ha saputo cogliere le istanze. In un modo secondo noi sbagliato, ma in ogni caso, fornendo una risposta, per lo più semplicistica, largamente raffazzonata, sicuramente ruffiana ma pur sempre una risposta! Che i progressisti abbiano perso di vista i princìpi su cui fondare la propria azione nel presente e la propria visione di futuro è diventato così evidente che neanche coloro che mai avrebbero pensato a spinte separatiste e ad espedienti similrazzisti si sono trovati ad ascoltare più spesso il giovane deputato leghista - e, fatti salvi alcuni inderogabili presupposti, a dargli sostanzialmente ragione - di quanto abbiano potuto fare con esponenti del centro sinistra, ultimamente così impegnati nella loro transumanza, nel loro prendere le distanze e puntualizzare la propria personale linea rispetto al partito, da dimenticare e far dimenticare cosa li aveva un tempo portati ad aderire al progetto comune. Quindi, sì, tornare ad occuparsi delle cose di cui il mondo là fuori si occupa è l'unica via d'uscita ed anche l'unica richiesta che un popolo di "esuli in patria" ci richiede. E se per farlo dobbiamo occuparci di riforme istituzionali, è ovvio che non possiamo farlo con il chiodo fisso di dover unicamente arginare il caimano. Ma, per dirla francamente, siamo davvero sicuri che affrontando ora il tema del presidenzialismo - dopo aver parlato poco o niente di proposte per il sostegno del reddito di cittadini lasciati soli ad arrangiarsi, l'efficientamento di un servizio pubblico volutamente messo in ginocchio, l'emancipazione di un ceto medio che si ritrova sempre più povero, il sistema di selezione delle classi dirigenti che investe tutti i settori della vita, la formazione di una cittadinanza consapevole ed attiva in grado poi di sostenerci - siamo dunque sicuri che questo del presidenzialismo non rischi di suonare come l'ennesimo volo pindarico sopra le sorti dell'umana gente?

Se il problema è quello di una modernizzazione mancata...

Inviato da Alessandro Maran il 04:32, 08/04/2010
Non c’è dubbio che non sono il presidenzialismo e la giustizia i temi che premono di più agli italiani (alcuni osservatori hanno messo in evidenza come l’opinione pubblica si aspetti invece, com’è naturale, attenzione su tasse e lavoro). E non c’è dubbio che anziché spendere tante energie in una dura contrapposizione sui temi costituzionali, che dura ormai da trent’anni, converrebbe, più modestamente, concentrarsi sullo sforzo di far funzionare un po’ meglio questo nostro «zoppicante» federalismo, attraverso la legislazione ordinaria, le riforme amministrative, la realizzazione di un nuovo sistema fiscale e finanziario, promesso dalla Costituzione ma ancora inattuato. Ma se il problema fondamentale del Paese è quello di una modernizzazione mancata (da cui deriva una crescita inferiore alla media europea che dura ormai da più di 20 anni); se è lo Stato (e cioè la gravissima crisi di efficienza e di affidabilità del sistema politico istituzionale) il nostro maggior problema (una crisi che le immagini televisive squadernano ogni giorno sotto i nostri occhi: le inchieste giudiziarie e gli scandali, la guerra tra le procure, i rifiuti campani, lo stato della tv pubblica e così via; al punto che la dirompente sfiducia nello stato ne investe ormai ogni livello territoriale e non viene più surrogata dalla fede in un superiore destino europeo), allora dobbiamo perdere il toro per le corna. Anche perché in questi anni mentre, ad esempio, i comuni si avvicinavano agli elettori (con l’elezione diretta il sindaco ha un forte mandato personale e deve rispondere del modo in cui amministra) i poteri centrali si sono allontanati dai cittadini e ne hanno perso la fiducia. Ciò significa molto probabilmente combattere una battaglia «culturale» all’interno del nostro mondo di riferimento. Ma un partito di centrosinistra ha un interesse che lo Stato funzioni bene più forte di quello che possono avere i partiti di centrodestra. Non fosse altro perché lo Stato è chiamato a correggere e integrare il mercato quando questo non funziona o produce risultati.