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16/04/2010

C'è un problema, ma non è Emergency

Mentre assistiamo alla crisi più grave del Pdl dalla sua fondazione, l'inviato del ministero degli Esteri e l'ambasciatore italiano hanno incontrato a Kabul gli operatori fermati sabato scorso dalla polizia afgana e gli ultimi pazienti hanno lasciato la struttura dell'Ong a Lashkar-gah.

L'audizione del ministro Frattini sull’arresto dei tre operatori sanitari italiani di Emergency in Afghanistan, mercoledì scorso, ci ha lasciato profondamente insoddisfatti e per più di una ragione. La prima è che il ministro ha ribadito, senza mostrare meraviglia, come l'Italia (che partecipa alle missioni ISAF, International Security Assistance Force, ed Eupol Afghanistan con un contingente complessivo di 3.000 uomini) sia stata informata dell’arresto dei tre operatori di Emergency a cose fatte. La seconda è che il Governo ha ceduto alla tentazione di politicizzare la vicenda. Il ministro della Difesa, La Russa si è lanciato impavido in spericolate analogie storico politiche (ha parlato del pericolo di infiltrazioni, di Nar, Br e Talebani). Il ministro degli Esteri si è preoccupato di rimarcare l’assenza di legami tra l’Ong sotto accusa e la cooperazione italiana. Come se il problema fosse Emergency che (fino a prova contraria, si sarebbe detto, se i riflessi garantisti non fossero improvvisamente scomparsi) rimane un'organizzazione (uso le parole di Margherita Boniver) «eccellente e benemerita», così come lo sono i medici, gli infermieri, i volontari che vi aderiscono. Poi ha pregato che le presunte confessioni rese note da fonte dubbia non fossero vere, assicurando un senso di vergogna nel caso che lo fossero; infine ha tranquillizzato il Paese e i familiari che i tre italiani non saranno abbandonati. La terza è che a cinque giorni dall'arresto il ministro ha confessato di non sapere ancora dove si trovino i tre italiani e di non aver ricevuto risposta dalle autorità afgane in merito alle accuse, agli elementi di prova, alle garanzie del diritto alla difesa, svelando che (addirittura) manca ancora l'incriminazione formale.

Per ora, l ’unica cosa certa è che l'arresto dei nostri connazionali ha condotto alla chiusura dell'ospedale di Lashkar-gah. Ed è lecito il sospetto, a questo punto, che le autorità afgane lo considerassero un problema. Ma la vicenda Emergency mette in risalto le difficoltà italiane e le ruggini europee. Se lo è chiesto ieri Il Riformista: «Ma davvero il nostro ministro degli Esteri si basa su notizie stampa per determinare le azioni della nostra diplomazia?» E, per giunta, in un Paese in cui l’Italia impiega (insieme ai nostri alleati, per garantire la capacità di tenuta delle fragilissime strutture democratiche del governo di quel paese) una vasta rete ed un ampio contingente di servitori dello Stato? Se le cose stanno davvero così, c’è di che preoccuparsi.

Azioni sul documento

Liberi. Ma pare ci sia una contropartita...

Inviato da Alessandro Maran il 08:49, 19/04/2010
I tre operatori di Emergency - Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo Dell’Aira - sono stati rilasciati dalle autorità afghane. E’ un sollievo per tutti noi. Ma stando al Corriere della Sera di oggi c’è una contropartita per la soluzione del caso. L’articolo di Fiorenza Sarzanini in prima pagina è intitolato:«Le condizioni per il rilascio: non riapre l’ospedale». «Alla fine – scrive Sarzanini - il conto è stato saldato assicurando che l’eventuale riapertura dell’ospedale avverrà soltanto con il consenso unanime delle autorità di Kabul. E forse anche con il via libera dei britannici». Ciò confermerebbe come la perquisizione ordinata una settimana fa nella struttura fosse soltanto un pretesto.