Britannia rules the waves...
I dibattiti televisivi tra Gordon Brown, David Cameron e Nick Clegg (mandati in onda da SkyTG24) andrebbero trasmessi a reti unificate.
Anzitutto per le ragioni illustrate, dopo il primo dibattito, da Aldo Grasso (che ha invitato i presidenti dei due rami del Parlamento a consegnare a ogni parlamentare un dvd con il dibattito televisivo) sul Corriere della Sera: per capire «certe differenze» con la puntata di Annozero che andava in onda in contemporanea; perché il format della trasmissione «ha regole ferree ma non ottuse come quelle stabilite dalla par condicio italiana»; per insegnare ai nostri parlamentari (e, aggiungo, considerato il comportamento del conduttore Alastair Stewart e del pubblico in studio, non soltanto a loro) alcune regole di «civiltà televisiva»; perché lo scontro è stato serrato ma mai volgare, nel rispetto degli avversari e i tre «hanno dimostrato come si possa civilmente stare nei tempi senza abbandonarsi a sproloqui». Ce n’è abbastanza per non lasciarsi sfuggire il prossimo confronto. Ma c’è dell’altro.
Nei sondaggi, lo spostamento dell’opinione degli elettori inglesi non è mai stato così ampio. I Liberaldemocratici (il terzo partito) sembrano avviarsi verso il loro miglior risultato dal 1923. E le elezioni del 6 maggio potrebbero riscrivere le regole della politica inglese. Nick Clegg ha indubbiamente approfittato dell’opportunità offertagli dal confronto televisivo per mettersi in vetrina. Ma la dimensione insospettata del gradimento per la performance di Clegg suggerisce che gli elettori stanno facendo qualcosa di più che scegliere il vincitore di un concorso di bellezza. La questione che si pensava avrebbe dominato la campagna elettorale, vale a dire come rimediare all’enorme buco nei conti pubblici, è stata dimenticata (anche se in che modo tagliare la spesa pubblica sarà la vera sfida per il prossimo governo) e, come ha osservato Philip Stephens sul Financial Times, la campagna ora si basa su quel che pensano gli elettori della politica e dei politici. E non ne pensano molto bene, alle prese con una dolorosa recessione e con lo scandalo dei rimborsi spese gonfiati dai deputati, che hanno fatto scoprire all’opinione pubblica inglese l’esistenza di una «casta» che abusa dei propri privilegi.
La fortuna o il genio di Nick Clegg è stato quello di un uomo di partito che ha assunto la guida del partito dell’anti-politica. Eppure, Clegg è uno dei figli più coccolati dell’establishment, l’erede di un ricco banchiere e l’allievo di una delle scuole più costose d’Inghilterra che, prima diventare un Lib Dem, a lungo si è trastullato con l’idea di aderire ai Conservatori; e quanto alle politiche, ha alcune idee sensate sulle libertà civili e la politica estera e alcune idee («strampalate», scrive il FT) sulle tasse. Ma non importa. Quel che davvero conta è il riferimento continuo agli «old parties», Labour e Conservatives, i partiti vecchi ed esausti. Il suo successo ha mostrato quanto sia infondata la pretesa di Cameron di aver rifondato il suo partito, rimodellando i Conservatori come un partito centrista in sintonia con le preoccupazioni degli elettori. In questi ultimi due anni pareva indubitabile che gli elettori considerassero esaurita la stagione del Labour e sembrava scontato che i vincitori dovessero essere i Conservatori. Ora, il fatto che nessuno è più sicuro di come andrà a finire è un segno di quanto le cose sono cambiate.
Ecco, seguire il confronto tra i tre leader inglesi ci aiuterebbe a tenere presente che i tempi sono parecchio cambiati. Da quant’è che dalle nostre parti si discute della crisi della politica come se l’erosione della fiducia fosse dovuta a fattori (il bipolarismo «forzoso e incivile», la deriva populistico-plebiscitaria del premier, ecc.) propri solo del nostro paese? Certo, gli italiani non ne possono più delle distorsioni della politica, ma in realtà in tutte le società industriali avanzate la gente è diventata più autonoma e sfida le élite. L’accrescersi della sicurezza esistenziale, le condizioni di prosperità economica raggiunte dalle società industriali avanzate, hanno generato, come ha documentato Ronald Inglehart, una nuova visione del mondo che si accompagna alla de-enfatizzazione di tutte le forme di autorità (da quella burocratica a quella religiosa, come stiamo vedendo) e a un’erosione di molte delle istituzioni chiave della società industriale, prima fra tutte quella politica. Queste tendenze, che portano alla democratizzazione (nelle società autoritarie) e a una democrazia più partecipativa ed orientata ai problemi (nelle società già democratiche), stanno rendendo la posizione dell’élite di governo più difficile ovunque. In un libro pubblicato non molto tempo fa da Polity Press con un titolo emblematico, «Why We Hate Politics», Colin Hay ha esaminato le ragioni della disaffezione per la politica e del disimpegno nelle società occidentali. Hay osserva che, tanto negli USA che nel Regno Unito, i dati sembrano suggerire tre cause principali dell’insoddisfazione degli elettori e della sfiducia nei politici. In primo luogo, la (percepita) tendenza delle élite politiche di rovesciare l’interesse pubblico collettivo, di cui ci si proclamano cinicamente guardiane, nella gretta ricerca dell’interesse di partito o personale. In secondo luogo, la (percepita) tendenza delle élite politiche, nell’inseguimento di tale ristretto interesse di partito o personale, di finire preda dei grandi interessi (spesso interessi corporativi). Infine, la (percepita) tendenza del governo all’uso inefficiente delle risorse pubbliche.
Tutte cose che dovrebbero suonare familiari anche alle nostre orecchie. Bisognerà farsene una ragione: oggi nessuno partecipa più alla politica come in passato. Per questo la ricostruzione del rapporto fra partiti e democrazia in una forma sostanzialmente uguale a quello del passato non è praticabile e non è auspicabile. E per questo bisogna passare definitivamente da una concezione e da una pratica politica fondata su una dichiarazione e una scelta di appartenenza, a una concezione e una pratica politica fondate sulla responsabilità della scelta per il governo del Paese. Specie se si considera che il nostro Paese deve fare i conti non solo con il malessere che, dovunque in Occidente, circonda l’attività politica, ma anche con una dirompente sfiducia nello Stato. Una costante nella storia nazionale che la mancata modernizzazione del Paese ha aggravato al punto che oggi è in discussione la stessa unità nazionale.
Naturalmente per i «costituenti» impegnati nell’ormai trentennale dibattito sulle riforme, la frequenza alle «lezioni di inglese» impartite dai leader britannici è obbligatoria. Se non altro, per mandare a memoria l’ammonimento di Giovanni Sartori: «Occorre ricordare che la costruzione di un sistema di premiership sfugge largamente alla presa dell’ingegneria costituzionale. Le varianti britannica o tedesca di parlamentarismo limitato (di semi-parlamentarismo) funzionano come funzionano soltanto per la presenza di condizioni favorevoli». Se ancora ce ne fosse bisogno, la meschina campagna delle regionali, lo scontro dell’altro giorno tra il premier e il presidente della Camera, l’attesa rinascita di un grande centro e la stessa ipotesi di un Cln, mostrano che l’idea di trapiantare il modello Westminster alle nostre latitudini è fatta, direbbe un’altro grande inglese, della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni.















Waiting for Godot
Mi attendevo questo post. Intendo un post su questo tema, ovviamente. Il confronto televisivo dei 3 condenti la poltrona più ambita del Regno, per temi, modi ed esiti non poteva passare inosservato a chi è uso a riconoscere altrove anticipazioni o conferme di tendenze nazionali. Del resto, in quest’epoca di stallo (crisi e declino sono parole proibite), viziati come siamo da comodità che non riusciamo più a garantire per i nostri figli ma che non siamo nemmeno pronti a limitarci in nome di un progetto di futuro, cullati da una libertà intellettuale che non sappiamo ancora quanto resisterà, abbiamo sovente l’impressione che tutto sia già stato scritto e che ci sia spazio solo per l’impari lotta del controcorrente teso ad impedire che le cose seguano il loro corso, intervenendo a correggere una rotta che sembra il “liberi tutti” dopo la disfatta. Al di là di come andranno le cose oltremanica, guardare oggi a Brown, Cameron e Clegg ora significa molto di più che apprendere qualcosa su come pensano di risolvere loro i problemi relativi alla sicurezza nazionale, i rapporti con la UE, la crisi economica, la pressione fiscale e via dicendo. Ci dimostrano come anche nella consolidata ed antica democrazia britannica la crisi della politica, almeno di quella finora conosciuta, sia un tema che rimescola completamente le carte in gioco. Ci dicono che l’aumento dell’astensionismo ha a che fare più con una nuova consapevolezza degli elettori che è alla base, non il risultato di una generale sfiducia nei confronti dei contendenti e nella loro capacità di incidere sul piano della realtà. Pochi si sbilanciano sui risultati delle elezioni inglesi: ancora in Italia l’interesse è al minimo, e questo forse lascia il PD immune dal fascino di Clegg che qualcuno già identifica con un outsider all’Obama. Dimenticando che i LibDem sono altra cosa rispetto ai Democrats americani e che il Labour inglese non è più da tempo la socialdemocrazia. Però ci potrebbe giovare ragionare sul fatto che se destra e sinistra, ed un eventuale terzo incomodo, riescono a confrontarsi all’interno di un dibattito vivace ma rispettoso dei reciproci ruoli, ciò non deve commuoverci od entusiasmarci a tal punto da invocare patti repubblicani. L’unica riflessione da farsi è su come la percezione della politica percepita dai cittadini sia eventualmente modificabile occupandoci di proposte e di programmi prima che di tattiche e di alleanze. Abbiamo un elettorato deluso, scettico, disorientato: rischiamo che la storia di uno schieramento trasversale in nome di una salvezza nazionale in attesa di liberarci dal padre di tutti i mali, venga percepito, per dirla sempre come quel grande Inglese, come il racconto di un idiota, pieno di strepito e furia e senza significato alcuno.