Afghanistan: entro il 2014 il passaggio di consegne
Entro il 2014 le forze della Coalizione internazionale affideranno all'esercito e alla polizia afgana la gestione della sicurezza del Paese. A vigilare sul futuro dell’Afghanistan resterà la Nato che fornirà il supporto logistico e militare senza però interferire direttamente sull'ordine pubblico e il processo di pacificazione. Proprio mentre si svolgeva a Kabul la Conferenza internazionale sul futuro dell’Afghanistan (con i rappresentanti di oltre 60 Paesi, assieme a 30 ministri degli Esteri e all'intero vertice delle Nazioni unite) la Camera dei deputati ha votato il decreto per il rifinanziamento delle missioni internazionali. Riporto la dichiarazione di voto di Piero Fassino:
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fassino. Ne ha facoltà.
PIERO FASSINO. Signor Presidente, il nostro gruppo voterà a favore del decreto-legge di proroga delle missioni, perché naturalmente siamo consapevoli che la sicurezza e la stabilità sono un bene prezioso comune, tanto più in una fase di accresciuta interdipendenza e globalizzazione, nella quale i destini del pianeta sono sempre più destini comuni e ogni conflitto che si manifesti anche in luoghi lontani da noi, ci investe e ci interessa.
È una responsabilità comune garantire la sicurezza di questo nostro pianeta, sapendo che se per un lungo periodo questa sicurezza era stata assicurata, nella fase dell'equilibrio bipolare, dalle grandi potenze nucleari, oggi, nel mutato scenario internazionale intervenuto dal 1989 in poi, non si può più delegare la sicurezza del mondo ad altri. La sicurezza e la stabilità del pianeta sono una responsabilità comune, che in solido va onorata e oggi tutti devono farsi carico di essere produttori di quella sicurezza di cui abbiamo bisogno. Il tempo in cui molti consumavano la sicurezza prodotta da altri sta alle nostre spalle. Oggi invece è responsabilità di tutti e anche del nostro Paese concorrere a una politica di stabilità e di sicurezza. Per questo voteremo a favore, come abbiamo fatto in precedenti occasioni, con molta convinzione.
Tuttavia noi non possiamo tacere le nostre riserve su come il Governo si è presentato a quest’appuntamento. Intanto registro che né il Ministro della difesa né il Ministro degli affari esteri hanno ritenuto di essere presenti. Non ho ragione, naturalmente, per sottovalutare la presenza del sottosegretario (ho anche fatto nella mia vita politica il sottosegretario), tuttavia vi sono dei passaggi nei quali la presenza di un Ministro segna il valore e l'importanza delle decisioni che si assumono.
Non solo: le nostre perplessità crescono guardando al contenuto del decreto-legge, che ci viene presentato come un semplice rinnovo, quando invece nel provvedimento in esame si rimodulano in modo significativo le risorse e l'utilizzo delle forze che il nostro Paese impiega in diverse teatri. Si riduce la nostra presenza nei Balcani e questo meriterebbe una discussione, perché se è vero che nei Balcani è cresciuto il processo di stabilizzazione di quella regione, sappiamo tuttavia che Kosovo e Bosnia continuano ad essere punti delicati e sarebbe utile sapere qual è l'impegno dell'Italia in direzione di questi due punti di maggiore delicatezza dell'area balcanica, proprio nel momento in cui riduciamo la presenza militare.
Si eliminala missione in Darfur, in un modo burocratico, accettando un veto delle attuali autorità del Sudan, che francamente non appare accettabile. Nei mesi scorsi si sono cambiate le regole d'ingaggio, soprattutto nel teatro afgano, senza che questo desse luogo ad una discussione approfondita. In Libano confermiamo la nostra presenza, ma in un quadro che si va deteriorando sempre di più e che meriterebbe forse una riflessione. Insomma, fin qui non vi è stata l'occasione - e questa lo era - di una discussione seria, non solo sul perché noi mandiamo i soldati in questi teatri (questo è sufficientemente chiaro), ma su quali sono gli esiti della nostra presenza in questi teatri e soprattutto dentro quale strategia noi collochiamo la nostra presenza. Questo vale soprattutto per l'Afghanistan. Sappiamo tutti che, ieri, a Kabul, si è svolta una conferenza internazionale. La comunità internazionale si interroga, a dieci anni dall'inizio di quel conflitto, come dare esito all'impegno internazionale in quel teatro, come mettere in campo un'exit strategy. Qui, nel Parlamento italiano, di questo non si discute. Ritengo che tutto ciò non sia all'altezza dell'impegno che viene richiesto al nostro Paese nei teatri di conflitto, né del ruolo che il nostro Paese vuole esercitare.
Non solo. Vorrei sottolineare all'Assemblea e ai rappresentanti del Governo che anche nel provvedimento in oggetto, come in quelli precedenti e in altri assunti da questo Governo, si riducono ulteriormente le dotazioni a favore della cooperazione e delle missioni civili. Non si capisce, francamente, che senso abbia una scelta di questo genere. Infatti, se vi è una cosa chiara a tutti è che lo strumento militare essenziale nei teatri di conflitto non è da solo, però, in grado di dare soluzione ai processi di stabilità che in quelle aree si richiedono. Non lo dico io: sono i generali americani - da McChrystal a Petraeus - a sostenere che la funzione militare ha un senso nel momento in cui vi sia una strategia che abbia l'obiettivo di stabilizzare sul piano civile, politico, istituzionale ed economico le situazioni nelle quali si interviene.
Questo significa che, accanto all'impegno militare, è necessario rafforzare l'impegno per la ricostruzione non solo economica, ma anche di istituzioni autosufficienti ed autonome nei Paesi che sono teatri di conflitto. In altri termini, è necessario garantire che si realizzi gradualmente quella transizione verso una condizione di stabilità, che consenta, ad un certo punto, anche il disimpegno militare.
Tutto questo non è previsto. Non solo non è previsto ma, nel momento in cui il nostro Governo riduce gli stanziamenti per la cooperazione e per gli interventi di carattere civile, e concentra tutte le risorse soltanto sullo strumento militare, chiunque può vedere l'evidente contraddizione. Infatti, la funzione stessa della nostra presenza militare nei citati teatri di conflitto si riduce, se non siamo in grado di accompagnarla con le misure di democratic institution building che sono necessarie, affinché la transizione effettivamente acquisisca un esito di stabilità da cui possa conseguire un disimpegno militare.
Tutto questo è particolarmente vero per il teatro dell'Afghanistan. Dalla conferenza che si è svolta ieri, è emerso un obiettivo chiaro, che, credo, tutti condividiamo, ma che - dobbiamo saperlo - non è semplice, né breve: occorre accelerare la transizione di quel Paese e garantire che si realizzi una strategia che acceleri la stabilità politica ed istituzionale, in modo da poter avviare, nei prossimi anni, a partire dal 2011, un disimpegno della presenza militare internazionale.
Ebbene, per fare questo è necessario, però, mettere in campo tutte le risorse necessarie ed anche una riflessione di carattere strategico sulla vicenda afgana, che richiede, non soltanto, un'accelerazione: quell'accelerazione, a sua volta, richiede scelte politiche chiare e determinate che, fin qui, non sempre sono state realizzate; un ruolo molto maggiore dell'ONU nel guidare il processo politico nell'accompagnamento delle autorità afgane per il consolidamento della transizione; una strategia che tenga conto che l'Afghanistan è inserito in uno scenario regionale: senza una strategia che affronti anche il problema della relazione tra l'Afghanistan e i suoi vicini, il processo di stabilizzazione sarà più difficile.
Allo stesso modo, sosteniamo un processo di riconciliazione interno tra le attuali autorità afgane e quei settori insorgenti che sono disponibili ad inserirsi in un percorso negoziale per acquisire una soluzione che consenta una stabilizzazione politica; inoltre, mettiamo in campo tutte le misure di rafforzamento delle istituzioni afgane, a partire dall'Esercito, dalle forze di sicurezza e dall'armatura statuale afgana, in modo da essere autosufficiente.
Di tutto questo sarebbe utile discutere e, invece, non se n’è discusso. Ieri, a Kabul, si è detto che serve aprire una fase nuova nella strategia afgana. Benissimo. Qual è il punto di vista dell'Italia per contribuire all'apertura di una fase nuova dello scenario afgano?
Di questo aspetto non abbiamo avuto che qualche affermazione generale e generica.
Insomma, quello che chiediamo al nostro Governo, nel momento in cui condividiamo la responsabilità di una presenza dell'Italia con i suoi soldati e le sue missioni civili in teatri di conflitto pericolosi - talmente pericolosi che i nostri soldati sono esposti costantemente a rischi come è avvenuto ancora recentemente in Afghanistan, e naturalmente anch'io unisco la voce del nostro gruppo a quella degli altri nell'esprimere solidarietà e sostegno a tutte le nostre Forze armate che sono impegnate in fronti così delicati - è che il Parlamento e il Governo siano consapevoli che le scelte di politica estera e di politica internazionale e le scelte così impegnative, come il contribuire a missioni internazionali di peacekeeping e di peace enforcement in situazioni di conflitto, richiedono una consapevolezza che, mi pare, in questo dibattito il nostro Governo non è stato in grado di onorare.
Chiedo al sottosegretario Scotti, che qui rappresenta il Governo, di rappresentare al Ministro degli esteri e al Ministro della difesa una chiara ed esplicita richiesta del nostro gruppo: avere l'occasione di fare su questi temi una discussione di natura strategica. Non chiudiamo questa discussione pensando semplicemente che ci ritroveremo fra sei mesi per rinnovare burocraticamente ancora una volta il provvedimento. Chiediamo che sulle ragioni, sulle modalità e gli obiettivi della nostra presenza internazionale nei teatri di conflitto, il Parlamento abbia la possibilità di discutere approfonditamente e di dare quindi quegli indirizzi che sono necessari alla migliore efficacia di questi interventi e alla migliore autorevolezza del nostro Paese sulla scena internazionale.














