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L'emergenza, la «svolta» di Hollande (e dell'SPD) e il futuro di SC
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Dunque, dopo un lungo tira e molla, siamo tornati alla grande coalizione necessaria dal novembre del 2011. Perché «necessaria»? Perché l’Italia non può ritrovare la propria strada in un clima di scontro permanete e perché a vent'anni di distanza da Tangentopoli, dalla crisi che distrusse la Prima Repubblica, «la situazione economica e sociale è ancora più grave di quella dei primi anni Novanta, poiché le riforme sono state differirete per troppo tempo, il paese è più povero e i condizionamenti internazionali più forti» (L'emergenza dimenticata di Michele Salvati, Corriere della Sera). Cosa che, sostiene Salvati, ha capito Scelta Civica mentre i due grandi azionisti del governo si rifiutano di capire. Il deficit di competitività. Occorre, dunque, definire scadenze per le principali riforme in agenda, sia quelle economiche sia quelle istituzionali: prendere decisioni e imporre che siano trasformate rapidamente in atti di governo. Perché dobbiamo curare l’economia non con i cerotti ma con riforme in grado di riassorbire il deficit di competitività (l’Italia non cresce perché la produttività totale dei fattori è stagnante) e di rimettere il Paese in condizione di creare ricchezza. (Rimando alla conversazione tra Ferrara, Fassina e Bisin sul Foglio: Il ministro e il professore ). La «svolta» francese. Lo hanno capito anche in Francia. Nella conferenza stampa semestrale all'Eliseo, davanti a 400 giornalisti, François Hollande stilando il bilancio del primo anno di presidenza, ha annunciato una nuova iniziativa europea che prevede «unione politica entro due anni» e un «governo economico europeo». (Hollande : une offre française pour l'Europe, enfin !). È una svolta; un cambiamento radicale nella politica della Francia, che finora, confermando una tradizione nazionale osservata da De Gaulle in poi, si è sempre dimostrata restia a seguire la Germania nelle sue proposte di rafforzamento europeo a livello politico. Stavolta invece la Francia sembra voler vedere le carte della Germania: davvero siete pronti all'Unione politica? Anche noi. Vedremo nei prossimi giorni quali conseguenze avrà il suo annuncio, se Hollande farà sul serio e se davvero erano le reticenze francesi a frenare il processo di integrazione. Tocca ora all’Italia battere un colpo. L’Internazionale socialista di fatto è finita. Socialdemocratici tedeschi e socialisti francesi hanno deciso di ridurvi la loro presenza al minimo, per puntare su una nuova organizzazione che dovrebbe essere annunciata il 23 maggio, quando a Lipsia la Spd festeggerà il 150esimo compleanno. Il nuovo contenitore di riferimento sarebbe proprio quell’Alleanza dei progressisti che il Pd ha ospitato a Roma lo scorso 15 dicembre. Si veda Appunti per il Pd (quel che resta) - [ Il Foglio.it › La giornata ] e l’Internazionale socialista è finita, una buona notizia . Il futuro di Scelta Civica. Giovedì pomeriggio i deputati e i senatori di Scelta civica si sono incontrati per discutere il futuro del movimento nato qualche mese fa poco prima delle elezioni e guidato dall'ex presidente del consiglio Mario Monti. L'Assemblea degli eletti di Scelta Civica, riunita nella nuova sede nazionale di via Poli 29 a Roma, ha eletto Mario Monti all'unanimità Presidente e gli ha dato mandato di elaborare una proposta di struttura organizzativa di Scelta Civica che sarà presentata alla prossima riunione degli eletti che si terrà a Roma il 23 maggio (si veda, in primo piano sul sito, l’intervista di Monti su La Stampa di giovedì scorso), Rinvio al il testo dell’intervento di giovedì all’Assemblea costituente di Scelta Civica, svolto da Pietro Ichino, largamente condiviso negli interventi successivi. Rimando anche alla proposta di delibera sottoscritta da 35 parlamentari di S.C., recepita da Mario Monti nella sua relazione introduttiva.
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In barca con l'elefante...
A due settimane dall'insediamento, il nuovo esecutivo e la maggioranza che lo sostiene si presentano ancora come una miscuglio fortuito, privo di un disegno e di una impostazione generale prevalente. Non c'è dubbio che il governo Letta sia un governo eccezionale, nato in condizioni eccezionali. Ma se l'urgenza era quella di fare (insieme) le cose - visto lo stato di necessità (determinato dal risultato elettorale) e l'esigenza di costruire una prospettiva diversa dal recente passato -, l'intesa sembra concentrarsi invece sulla consueta spartizione, oscillando fatalmente tra estremismo verbale e doroteismo reale, e il tono generale sembra ispirarsi, come d’abitudine, all'ammonimento del Conte zio:«sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire». La distribuzione delle presidenze delle Commissioni permanenti (si veda il Riepilogo del Cencelli del Pd di Claudio Cerasa) è rivelatrice. Ma, come giustamente si chiede Pietro Ichino, «dove sta scritto che – nel momento in cui si cerca di ricostruire un minimo di coesione nazionale – alla presidenza delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato debbano essere messi rispettivamente i ministri dei Governi di centrosinistra e di centrodestra delle ultime legislature, nonostante che essi abbiano espresso le due visioni più diametralmente opposte che fosse possibile, smontando sistematicamente l’uno quello che aveva fatto l’altro? E che alla presidenza delle Commissioni Giustizia debbano essere messi necessariamente due magistrati, di cui uno ferreamente antiberlusconiano, come Donatella Ferranti, e l’altro ferreamente berlusconiano, come Nitto Palma?» (rinvio all’editoriale telegrafico per la Nwsl n. 248).

Certo, siamo in barca con l'elefante e, se non stiamo attenti, la barca si può rovesciare. Ma qual è la missione che accomuna la maggioranza che ha votato la fiducia? Stando a Franco Debenedetti, «il disagio della sinistra a partecipare al governo non è per le misure che dovrà accettare, ma per la prossimità antropologica che dovrà sopportare, al rischio di contagio morale che è obbligata a correre». Dunque, il governo Letta, secondo il senatore del Pd, non lo si giudicherà «dalla qualità delle misure che proporrà e farà approvare, che è come normalmente si giudica un governo di coalizione, ma dal superamento dell'ostilità all'idea stessa di un governo di coalizione». Insomma, poi intendance (delle riforme) suivrà, senza scostarsi molto dal mainstream europeo (Comunque vada sarà un successo, se la sinistra batte i moralisti anti Berlusconi ).
C’è da augurarselo; ma non sarebbe male tenere a mente che Letta ha legato la sorte del suo esecutivo alla realizzazione, in tempi definiti, di un credibile percorso di riforme costituzionali. Il Paese, infatti, ha bisogno di qualcosa che solo i due partiti maggiori possono fare: quelle riforme istituzionali che tutti ritengono indispensabili ma che finora è stato impossibile realizzare. È questo - la riforma di una democrazia parlamentare che non funziona più - il programma di cui c'è più bisogno. È questo il patto esplicito (che può reggere se apertamente rivendicato e argomentato) che può restituire una prospettiva al Paese. Senza contare che solo una riforma che tenga insieme in modo coerente nuova forma di governo e nuovo sistema elettorale può fornire un nuovo impulso per il rinnovamento dei partiti e consentire quella riorganizzazione efficace del sistema politico che è negli auspici di Scelta Civica.
Ora, come ha scritto il Financial Times, è «improbabile che il libro dei sogni del governo Letta diventi realtà» (Letta's dream book - FT.com - Financial Times); e c'è da dubitare che ci sia la capacità di riformare il sistema. Ma la scommessa a cui i partiti di maggioranza hanno accettato di sottoporsi è proprio quella di cercare sintesi innovative: l'esatto contrario della ripetizione di slogan elettorali branditi come un bastone. E sia chiaro: un insuccesso del governo sarebbe un insuccesso di tutti, Pd compreso. L'inconcludenza della politica italiana degli ultimi anni e la mancanza di coraggio riformista hanno contribuito in modo determinante ad alimentare le forze della «rivoluzione» populista. Una democrazia impotente lascia un vuoto di potere che viene sempre colmato. Con le buone o con le cattive. Certo, può darsi che il governo Letta rappresenti solamente una breve tregua in questa guerra che va avanti da vent'anni. Ma se finirà cosi, non sarà tutta colpa di Berlusconi - che nel frattempo ha preso una botta a Milano con la conferma della condanna per frode fiscale (si veda Der Spiegel: Tax Fraud: Court Upholds Guilty Verdict against Berlusconi). Moltissimo sarà determinato dal «disimpegno» del Pd. Il «dopo-Letta» nel Pd è cominciato un minuto dopo il giuramento del governo. Alla vigilia della assemblea nazionale, non si fa che ripetere che il prossimo leader del partito dovrà avere un profilo più «di sinistra» rispetto al capo del governo. Ed è lecito il sospetto che, per riequilibrare la Grosse Koalition, il nuovo segretario finirà per indossare i panni del piantagrane e che a lui tocchi il compito non tanto di sorreggere ed aiutare l’esecutivo in carica, quanto di diventare una alternativa al governo Letta. Giuliano Amato, nella sua intervista al Corriere della Sera ha constatato: «Al Pd, come all'Italia, servirebbe moltissimo un presidente Deng. Lo dico per scherzo; ma se il Pd non riesce finalmente a identificare se stesso con la costruzione di un futuro credibile per l'Italia, è evidente che la sua ragione sociale ha cessato di essere perseguibile, e diventa preda di lotte intestine che lo distruggono. Le lotte intestine possono distruggere anche un partito che ha ancora una ragione sociale; figuriamoci un partito che la perde» (Amato: la mia storia calpestata I politici? Ora si formano su Twitter).
Ho parlato del Pd, dell'azionista di maggioranza, ma va da sé che lo stesso vale anche per Scelta Civica, «nella quale - come ha rimproverato oggi Giuliano Cazzola - alcune personalità, sedicenti espressioni della cosiddetta società civile, si sono precipitate a spartirsi - in modo puntigliosamente lottizzato tra le due confraternite azioniste di riferimento – le poltrone e gli strapuntini ottenuti dagli alleati di governo più potenti». Fin qui, Scelta Civica ha agito da «facilitatore». Ora bisogna identificarsi con un progetto di futuro. Congelamento dell’Imu e rifinanziamento in deroga della cig, non risolvono (neanche un po’) i problemi di crescita della nostra economia. E un progetto di futuro è qualcosa di molto diverso dal grido «basta austerità!» di chi punta alla crescita attraverso il (solito) deficit spending. Anche se la Germania uscisse dall'euro, i paesi del sud rimarrebbero con i loro problemi di competitività. Che si risolvono cambiando ruoli e aspettative, sia degli individui che delle organizzazioni.
Non è il Monti bis ma gli somiglia...
Dunque, tanto rumore per nulla? Dopo l’accesa divagazione elettorale, dopo due mesi di trattative inconcludenti per formare un governo a guida Bersani e la scelta «eccezionale» del presidente della Repubblica, oggi il nuovo governo presieduto da Enrico Letta somiglia moltissimo a quello precedente. Tanto che potremmo definirlo una sorta di Monti bis. Europeismo, conti in ordine, stessa maggioranza, una componente tecnocratica che resta molto significativa (un dirigente della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni, all’Economia; un ex prefetto, Annamaria Cancellieri, alla Giustizia; l’ex presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, al Lavoro; un ex grand commis dell’Unione europea, Enzo Moavero, agli Affari europei, ecc.).
A dire il vero, stavolta ci sono i ministri politici: effetto delle elezioni politiche appena svolte e «di una supersculacciata del rieletto capo dello stato a tutta una cultura del conflitto cieco». Ma siamo davanti alla stessa grande coalizione che sosteneva Monti. E abbiamo anche lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, proprio per la sua capacità di essere garante della Costituzione ed il promotore di una tregua tra le parti politiche. Per non parlare dell’agenda economica, obbligata per ragioni di necessità: resta il bisogno di rifinanziare il nostro debito pubblico e va di pari passo con l’obbligo di offrire garanzie agli investitori italiani e stranieri sulla sostenibilità delle nostre finanze pubbliche. Inoltre, le strade per dare respiro all’economia sono da ricercare sempre lì, in Europa, attraverso la Banca europea degli investimenti e i fondi strutturali comunitari.
Insomma, forse il partito di Monti è uscito dalle elezioni ridimensionato rispetto alle aspettative, ma di sicuro non l’esigenza di porre l’agenda Monti - cioè le riforme necessarie per la piena integrazione dell’Italia nella nuova Europa - al centro della legislatura. Del resto, lo abbiamo ripetuto fino alla noia: oggi lo spartiacque fondamentale della politica italiana non è quello tra la sinistra di Bersani-Vendola e la destra di Berlusconi-Maroni. Il vero discrimine è tra chi vuole cogliere l’occasione offerta dalla crisi per innescare un processo di rapido allineamento dell’Italia ai migliori standard europei e chi pensa che questo progetto sia irrealizzabile, perché «in Italia queste cose non si possono fare».
Ora, a sentire Letta durante il suo primo discorso alla Camera dei deputati, siamo al necessario predominio delle «politiche» sulla «politica»:«Vent’anni di attacchi e delegittimazioni reciproche hanno eroso ogni capitale di fiducia nei rapporti tra i partiti e l’opinione pubblica, che è esausta, sempre più esausta, delle risse inconcludenti. Ho imparato da Nino Andreatta la fondamentale distinzione tra politica, intesa come dialettica tra diverse fazioni, e politiche, intese come soluzioni concrete ai problemi comuni. Se in questo momento ci concentriamo sulla politica, le nostre differenze ci immobilizzeranno. Se invece ci concentriamo sulle politiche, allora potremo svolgere un servizio al paese migliorando la vita dei cittadini». Insomma, dopo 20 anni di mancata crescita, alle prese con una crisi strutturale, ora le “policies” dovranno prevalere sulla “politics”. Letta ha anche parlato del carattere «sovversivo» della verità, vale a dire del riconoscimento della realtà: «Di fronte all’emergenza il presidente della Repubblica ci ha invitato a parlare il linguaggio della verità. Ci ha chiesto di offrire in extremis, al paese e al mondo, una testimonianza di volontà di servizio e senso di responsabilità. Ci ha concesso un’ultima opportunità. L’opportunità di dimostrarci degni del ruolo che la Costituzione ci riconosce come rappresentanti della nazione. Degni di servire il paese – attraverso l’esempio, il rigore, le competenze – in una delle stagioni più complesse e dolorose della storia unitaria. Accogliendo il suo appello intendo rivolgermi a voi proprio con il linguaggio “sovversivo” della verità».
Era ora. Resta il fatto che, dopo un lungo e frustrante tira e molla, siamo tornati alla Grande Coalizione necessaria dal novembre del 2011. Merito di un vecchio comunista come Giorgio Napolitano, che nel suo discorso ha richiamato, con le buone e con le cattive, il Parlamento al principio di realtà. Lo ha ricordato molto efficacemente Giuliano Ferrara:«Gli argomenti no, ma il senso del messaggio è di una franchezza e di una solennità da evento propriamente storico. Unitevi – è il messaggio – fate quel che è necessario fare, piantatela di seguire mode estremiste e faziose, pregiudiziali etiche farlocche prive di vero valore politico e di realismo, tenete conto di una generazione che è fuori dal lavoro, di una società avvelenata da cattive passioni e da una prostrazione sociale che deve essere curata nel segno del senso dello stato e del senso comune. Fate le riforme necessarie a difesa di istituzioni che corruzione e vanità hanno fatto afflosciare e gemere, non siate autoindulgenti, non tradite il vostro stesso senso di colpa che vi ha portato, ormai ridotti come eravate all’impotenza, a richiamare in servizio un vecchio come me disposto ad andare avanti con fatica finché avrà le forze: se riprenderete i vecchi vizi (cosa più che probabile, ma da scongiurare) sappiate che mi assumerò la responsabilità di una chiara denuncia di fronte a tutto il paese». E ho detto tutto!, direbbe Peppino.
Buon Primo Maggio!
Al via la Grosse Koalition
Il Governo Letta oggi ha prestato giuramento al Palazzo del Quirinale. Alla fine è andata come doveva andare: si è fatto quel governo di grande coalizione che Scelta civica ha invocato dal giorno dopo le elezioni e che, a ben guardare, ha auspicato dal momento in cui Monti ne ha battezzato la nascita.
Giorgio Napolitano è riuscito, con Enrico Letta, a mettere insieme in un governo «politico» i nemici di ieri, i due partiti maggiori fino a ieri avversari irriducibili, in un momento in cui non esiste nessuna possibile scelta alternativa per la salvezza del Paese. Non per caso, ha chiesto di non cercare strani aggettivi, né formule speciali per un governo semplicemente «politico», formato «nella cornice istituzionale e secondo la prassi della democrazia parlamentare». Insomma, di nuovo, com’era accaduto nell’autunno del 2011, Napolitano ha acciuffato per i capelli il Paese che rischiava di scivolare sul ciglio del burrone. E va detto che Enrico Letta è riuscito a mettere da parte i protagonisti e i volti-simbolo dello scontro puntando sui politici con dieci o vent’anni di meno, dando finalmente la percezione di una politica capace finalmente di rinnovarsi.
Questo esecutivo di larga coalizione rappresenta forse il primo serio tentativo di un sistema malato e ingessato di passare alla riscossa attraverso un programma riformista. L’idea di un Governo come questo, solo un mese fa, sarebbe apparsa assurda, impraticabile. Oggi è diventata realtà e potrebbe segnare una svolta straordinaria rispetto agli scontri ideologici e alla faziosità disastrosa che hanno caratterizzato il ventennio perduto che abbiamo alle spalle. «Il Pd, il Pdl e Scelta Civica – scrive oggi Sergio Romano sul Corriere della Sera –hanno un uguale interesse ad avviare una fase costituente. Dovrebbero sapere ormai che il ritorno alle urne con questa legge elettorale rischia di precipitare il Paese in una situazione ancora più caotica di quella emersa dalle ultime elezioni. Hanno programmi economici e sociali che, una volta ripuliti degli strati di retorica con cui vengono enunciati, sono meno diversi di quanto non appaia. Li dividono ancora, purtroppo, il timore che uno di essi raccolga più degli altri i frutti della collaborazione e la voglia di rompere il matrimonio prima che questo accada. Si guardino attorno e scopriranno che le migliori grandi coalizioni europee sono quelle in cui questi timori, nell’interesse del Paese, sono stati messi a tacere». Come direbbero i Blues Brothers, We're putting the band back together...
Ieri l'incarico a Enrico Letta, oggi l'avvio delle consultazioni. Intanto Serracchiani è il nuovo presidente della Regione.
È Enrico Letta il premier incaricato di sondare i consensi per la formazione del nuovo governo. Letta, come di rito, ha accettato l'incarico con riserva e ha precisato che il «governo non nascerà a tutti i costi». Ma sulla prossima nascita del governo presieduto da Enrico Letta non ci sono dubbi: «il treno è partito e il capo dello Stato è attento a evitare che deragli» (Il Punto di Folli sul Corriere della Sera).
L'esecutivo delle larghe intese è una medicina amara per il Pd. I nodi irrisolti che avevano indotto molti di noi a lasciare il Pd stanno venendo al pettine: ne parla Pietro Ichino nella sua intervista di sabato a ilSussidiario.net. Secondo Massimo Bordin la frase chiave della direzione del Pd di martedì scorso (che ha dato il via libera al documento sul sostegno pieno al presidente della Repubblica nel suo tentativo di formare un Governo e sulla disponibilità a partecipare all'Esecutivo) sta nelle parole di Bersani quando ha ridotto a mera eventualità «la possibilità per il partito di fare una scelta efficace». «E così – chiosa Bordin -, nel dubbio, hanno deciso di delegare la decisione a Napolitano che in teoria dovrebbe ascoltarli e non dirgli cosa fare. Quanto dura un partito così?». Resta il fatto che Napolitano, come ha ricordato Renzi, ha inscritto il Partito democratico dentro un nuovo perimetro; e, «per la prima volta il Pd dovrà capire se riuscirà a vivere senza avere più il collante dell’antiberlusconismo. La sfida è complicata. Ma se Letta la vincerà, anche per il Pd potrebbe davvero cominciare una nuova stagione. Chissà» (Claudio Cerasa, Letta, Napolitano, l’anti rupture e la vera storia di come è nato l’incarico) .
Nel frattempo, Debora Serracchiani è il nuovo presidente della Regione. Ha battuto il Governatore uscente Renzo Tondo con uno scarto di duemila voti circa (0,35 per cento). Il M5S non ha confermato l’exploit delle politiche di febbraio quando era diventato il primo partito in Regione, restando sotto il 20 per cento dei consensi (intanto, Beppe Grillo ha reso noti i voti delle Quirinarie che hanno portato Stefano Rodotà a essere il candidato per il Colle votato dal M5S; i numeri dei risultati sono imbarazzanti: 28.518 votanti su 48.292 aventi diritto, Rodotà scelto da 4.677 persone, meno del tetto massimo di amici che si possono avere su Facebook).
Complimenti, dunque, a Debora e molti auguri di buon lavoro. Serracchiani dovrà, tuttavia, fare i conti con il suo profilo politico che pare un po’«liquido». Più di un osservatore mette in risalto la sua «notevole fluidità d’intenti». Scrive Cristina Giudici su Il Foglio: «Nata franceschiniana (fu proprio Dario Franceschini a candidarla alle europee nel 2009, dopo aver ascoltato il suo famoso discorso-monito alla classe dirigente), nel 2011 si è alleata con Pippo Civati in un’assemblea convocata a Bologna, dove fu firmato un sodalizio dei “Civacchiani” (copyright David Allegranti) per chiedere le primarie, ma in chiave anti Renzi. Recentemente si è infilata nel caotico dibattito interno al Pd , diventando però supporter di Renzi. Scelta da Pier Luigi Bersani per le regionali, nei giorni scorsi è stata molto tranchant nella sua opposizione alla candidatura di Marini, optando per Rodotà e Bonino. E ieri, su Repubblica, bastonava la classe dirigente del partito (“i territori devono essere più rispettati dai dirigenti di Roma”) e soprattutto bastonando D’Alema (“quando si compiono scelte sbagliate, penso alla Bicamerale, bisogna poi avere la responsabilità di farsi da parte”), mostrava di non curarsi troppo dei moniti unitivi di Napolitano. Miracolata, come ha ammesso lei stessa, anche per via dell’astensionismo che ha punito il presidente uscente Renzo Tondo, schiaccia l’occhiolino a Grillo. Al punto che i grillini le hanno rinfacciato di aver fatto qualche copi-incolla nella stesura del suo programma. Con la vittoria, è tornata ad essere protagonista della politica nazionale (ieri ha partecipato alla direzione nazionale, accolta con una standing ovation) e fa parte di quella moltitudine della nuova generazione piddina, contraria al governo di larghe intese. Lunedì sera, nella prima comparsata televisiva dopo la vittoria delle elezioni, a Matteo Orfini che proponeva di candidare Matteo Renzi premier aveva risposto picche, forse fiutando la trappola. Ieri però ha cambiato idea:”Renzi premier? Giustissimo”, ha dichiarato. Dimostrando notevole fluidità di intenti».
Buon 25 aprile!
Il bis di Napolitano e «la più bella del mondo»
Napolitano è stato riconfermato al Quirinale con 738 voti: ha vinto l’accordo tra Pdl e Pd. Sc ha puntato fin dall’inizio su una candidatura trasversale e alla fine l’ha spuntata. Ora si lavora ad un governo sostenuto da Pd, Pdl e Scelta Civica.
Un paio di cose vanno chiarite. In primo luogo, finché la nostra resta una Repubblica parlamentare, il Capo dello stato viene eletto dal Parlamento in seduta comune (all’elezione partecipano i delegati regionali) e non dal «popolo». Gridare al golpe se la maggioranza esprime una convinzione sgradita, minacciare una grottesca «marcia su Roma» intestandosi la volontà di un popolo offeso non ha niente a che vedere con i metodi e i principi della democrazia rappresentativa. Certo, la riforma delle istituzioni è diventata improrogabile. Ne parlo da anni (rinvio al mio recente opuscoletto: «ATENE O PARIGI? Un appello per il semi-presidenzialismo ed il doppio turno»). «Ma il popolo sovrano – come scrive oggi Pierluigi Battista sul Corriere - si è espresso e si esprime lì e nessuna piazza e nessuna marcia può prenderne abusivamente il posto».
In secondo luogo, va detto che gli elettori hanno combinato un guaio: non c'è una chiara maggioranza. E non dipende (solo) dalla legge elettorale. Anche con il proporzionale puro il parlamento sarebbe diviso in tre parti più o meno uguali che - questo è il punto - non sembrano disposte a «comunicare» tra loro. Ma il Parlamento è l’assemblea legislativa in cui sono proporzionalmente rappresentati, attraverso i partiti, gli interessi e le idee presenti nella società; e l'essenza del sistema parlamentare sta proprio nel compromesso (mutevole e transitorio) tra le parti. Infatti, l’intera procedura parlamentare, con la sua tecnica di contraddittorio dialettico, basata su discorsi e repliche, argomenti e contro-argomenti, è orientata al conseguimento di un «compromesso». Se non c'è la disponibilità ad accordarsi il sistema va in tilt. Gli ostacoli? Ne abbiamo scritto mille volte: la guerra civile simulata, i guai giudiziari di Berlusconi, la rivoluzione (immaginaria) populista di Grillo, ecc. Ma l'Italia - altro punto centrale - non ritroverà la propria strada in un clima di scontro permanente.
Poi c'è Bersani ed il Pd. Su Bersani rinvio all’articolo de El País:«El triste final de un líder triste». Quanto al Pd, è nato per unire i riformisti e con Bersani ha puntato invece a ricostruire la vecchia unità della sinistra in nome dell'antiberlusconismo; e dopo aver perso le elezioni, prima ha cercato l'accordo con Grillo e poi, da un giorno all’altro, l’intesa con (l’«impresentabile») Berlusconi. Nel Pd convivono due prospettive che non possono stare insieme (la via "rivoluzionaria" che ora vuole l'accordo con Grillo e quella riformista che vuole le larghe intese) ed il conflitto è esploso nel corso dell'elezione del Capo dello stato. Questo è il «succo» politico dello scontro in corso nel Pd, che va avanti da anni e che ha finito per travolgere le istituzioni. Il problema viene da lontano. Ne ho scritto innumerevoli volte (rimando all’articolo di D’Alimonte sul Sole 24 Ore di oggi: Il Pd paga il prezzo della sconfitta al voto). E, naturalmente, com’era prevedibile, alla prima difficoltà Nichi Vendola ha violato i patti, e Sel è già passato con Grillo dopo essersi presentato alle urne con il Pd e saranno in parecchi nelle prossime settimane, come ha fatto Barca, a dissociarsi in nome di una saldatura tra Pd, Sel e grillini.
C'è, infine, la questione istituzionale. La nostra Costituzione non è «la più bella del mondo», come si racconta. La vecchia democrazia parlamentare non funziona più (e come si è visto non piace più) e bisogna riformarla. E questo possono farlo solo le due forze maggiori, con un'intesa. Anche perché solo per riformare il sistema bicamerale bisogna mettere mano a tutto il procedimento legislativo. E di questo passo l'Italia batterà la testa contro il muro. Lo psicodramma dei giorni scorsi ha, infatti, origine nel collasso del Pd e di un sistema politico istituzionale che ha mancato tutte le occasioni di riforma.
Ora i partiti sono andati in ginocchio da Napolitano. E Napolitano è stato chiamato proprio per essere l’architetto della ricostruzione. Il prossimo sarà davvero un governo del presidente. «La speranza dell’Italia ha 87 anni» ha scritto Die Zeit (Italiens Hoffnung ist 87 Jahre alt). «Mi muove in questo momento – ha dichiarato il Capo dello Stato - il sentimento di non potermi sottrarre a un'assunzione di responsabilità verso la nazione, confidando che vi corrisponda - il riferimento è ai partiti - una analoga collettiva assunzione di responsabilità». Come ha osservato oggi Francesco Clementi (La rielezione non è una forzatura, solo un cambio nella prassi): «la rielezione del Presidente costituisce certamente un precedente derivante più dalla crisi dei partiti che da una volontà politico-partitica di una sua istituzionalizzazione (o da una volontà di Napolitano). Ciò nonostante, la rielezione potrebbe favorire, lungo la maggioranza che ha posto in essere il "metodo Napolitano", riforme costituzionali appunto in senso semipresidenziale, dando veste normativa formale in Costituzione ad una dinamica politica di fatto già presente tra le stesse forze politiche e nel Paese. Si tratterebbe, quindi, di uno schema alla francese con l'elezione diretta del Capo dello Stato; un modello che, anche di fronte all'opinione pubblica, oggi potrebbe apparire una frontiera meno distante di quanto si pensi, capace di includere e rappresentare quella spinta verso una democrazia immediata - così presente nel nostro Paese, come le elezioni politiche scorse hanno testimoniato - e così stridente invece con quella mediata che si è vista nelle procedure, antiche e barocche, nell'elezione presidenziale fatta da un Parlamento in quella strana composizione che è la seduta comune allargata agli eletti dai - e non dei - Consigli regionali. Il bis nell'elezione, quindi, potrebbe portare a un doppio scenario: essere l'eccezione che, terminata la crisi politico-partitica, ripristina la regola di un solo settennato presidenziale. Oppure potrebbe essere lo strumento che, nella sua eccezionalità, potrebbe consentire al Presidente - come fece tra IV e V Repubblica, mutatis mutandis ovviamente, Charles De Gaulle - per favorire una modifica costituzionale capace di rafforzare, nei meccanismi di una democrazia rappresentativa, pure i caratteri e gli istituti propri di una democrazia immediata. Riavvicinando governanti e governati. Dentro questa sfida, c'è tutto il travaglio di una scelta, sofferta tanto per la politica quanto per il Presidente. Tuttavia, dopo il rapido insediamento con il giuramento e il discorso a camere unite, misureremo la falcata di queste due prospettive fin dalla formazione del Governo: che non potrà non far immaginare, oltre che le speranze e le attese degli italiani, anche il senso del futuro di riforme che questo (secondo) settennato porta in dono».
Il futuro di Scelta Civica
Quello di Mario Monti non è un abbandono alla politica, «assolutamente no». Ma vuole dedicarsi in modo diverso alla politica italiana. «Non ho voglia né bisogno di essere segretario o presidente di una forza politica», ha detto il premier a Che tempo che fa, parlando del suo futuro; e chiarendo il senso di una lettera inviata ai vertici di Scelta Civica in cui li invita a scegliere un presidente diverso da lui, Il professore ha ribadito di non voler abbandonare il partito da lui fondato, ma di non volerne essere «né presidente, né segretario». «Non sono mai stato il presidente di Scelta Civica - ha confermato - e ho incoraggiato i deputati e i senatori del partito a pensare quindi a ricoprire la posizione di presidente». «Continuo a mio modo ad interessarmi alla vita pubblica italiana - ha aggiunto - a sostegno di iniziative che siano per le riforme, per l'Europa e contro il bipolarismo conflittuale». Ma il «passo indietro» del professore nulla toglie all’urgenza e all’attualità dell’Agenda liberaldemocratica per la riforma europea dell’Italia che qualche mese fa aveva preso il suo nome. E anche per questo nel partito si pensa al dopo. A dar corpo ai pensieri di molti ci ha pensato Pietro Ichino: Monti ce lo aveva detto «già più di un mese fa» e «ora la notizia è ufficiale», scrive il giuslavorista sul suo sito, confermando che la notizia era nell'aria da tempo. Così facendo, aggiunge, «torna al ruolo di 'riserva della Repubblica' (e dell'Unione Europea)». Resta il nodo del futuro di Scelta Civica. Ed è sempre Ichino a indicare una possibile strada: federare tutte quelle associazioni e gruppi che promuovono l'agenda liberal-democratica. Riporto il suo ultimo editoriale telegrafico:
Al Comitato
Direttivo di Scelta Civica lo aveva detto già più di un mese fa. Ora la notizia
è ufficiale. Mario Monti torna al ruolo di “riserva della Repubblica” (e
dell’Unione Europea). Questo nulla toglie all’attualità e urgenza dell’agenda
per la “riforma europea” dell’Italia che nel 2012 ha preso il suo
nome. Il nostro Paese non tornerà a crescere se non saprà adottare al più
presto almeno le
misure più urgenti: riformare profondamente la propria spesa
pubblica e le proprie amministrazioni all’insegna della trasparenza totale,
della valutazione indipendente e del benchmarking; se non saprà darsi un
mercato del lavoro con servizi più efficienti e regole più semplici e meno
rigide; se non saprà rilanciare l’università e la scuola media dando autonomia
agli istituti e responsabilizzando direttamente professori e studenti; se
non saprà valorizzare il proprio patrimonio culturale unico al mondo; se non
saprà aprirsi agli investimenti stranieri eliminando uno per uno gli ostacoli che
oggi tengono lontani gli operatori esteri dal nostro Paese.
L’Italia pullula di associazioni, gruppi, iniziative mirate sostanzialmente,
anche se in forme e modi diversi, a promuovere questa agenda
liberal-democratica. Oggi appaiono deboli, perché disunite e mal
collegate con chi in Parlamento persegue gli stessi obiettivi;
ma hanno dalla loro un dato di fatto: con Monti o senza,
quel programma costituisce la strada obbligata per l’Italia, se
essa vuole restare parte integrante dell’Unione Europea e protagonista nel
suo processo evolutivo. È ora che queste realtà si federino e
incomincino a pesare molto di più. Questo è anche il nostro impegno.
L'Agenda di Scelta Civica per la Regione FVG
Nel corso della conferenza stampa di lunedì 8 aprile a Udine abbiamo presentato l'Agenda per la Regione FVG di Scelta Civica, nella quale sono contenute le posizioni del nostro movimento sui principali temi strategici e sensibili per il futuro della regione.
Abbiamo deciso di raggruppare i temi e le proposte specifiche all’interno di diciassette settori di interesse che vanno dalla specialità regionale e dalla riforma e riorganizzazione delle istituzioni e della struttura amministrativa sino ai temi del lavoro e della sicurezza, passando per l’accesso al credito da parte delle imprese, per il problema dell’approvvigionamento energetico e delle infrastrutture connesse alla sostenibilità ambientale, per l’istruzione e la sanità e, ancora, per la partita delle grandi infrastrutture ed i trasporti, per l’urbanistica.
Scelta Civica per l’Italia
UN’AGENDA PER LA REGIONE FVG
PREMESSA
Scelta Civica per l’Italia, pur essendo pervenuta soffertamente alla decisione di non partecipare alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale del FVG, desidera con questo documento offrire un contributo alla discussione in atto sul futuro della Regione FVG, nella convinzione che esso possa tornare utile anche quale strumento per aiutare gli elettori di Scelta Civica a meglio orientarsi nella decisione del voto.
AUTONOMIA REGIONALE
· Salvaguardia dell’autonomia regionale
· Rifiuto di ogni ipotesi di macroregione
· Rinegoziazione del patto fiscale siglato tra il Ministro Tremonti e il Presidente Tondo
RIFORMA AUTONOMIE LOCALI
Si propone una riforma univoca su tutto il territorio regionale e non solo nelle aree di montagna prevedendo in dettaglio:
· Eliminazione delle Province:
Legge regionale per l’eliminazione, in analogia a quanto deliberato dalla Sicilia, con passaggio delle competenze attuali a Comuni e Regione.
· Aggregazione dei Comuni mediante fusione o unioni di Comuni
Messa in atto d’iniziative forti (anche attraverso metodi d’incentivazione legati ai finanziamenti regionali) per spingere alla aggregazione mediante fusione o unioni di Comuni, puntando a un limite minimo di 20.000 abitanti per realizzare sensibili economie di scala e migliori servizi ai cittadini (prevedendo poche deroghe su situazioni particolari, come isole o montagna).
· Abolizione delle comunità montane e di tutti gli altri Enti intermedi
Superamento di tutti gli ambiti attualmente in essere, facendoli coincidere con i Comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti o con le unioni di Comuni.
COSTI DELLA POLITICA E MORALIZZAZIONE
· Ulteriore riduzione a 30 del numero totale dei consiglieri
corrispondente a 1 consigliere ogni 40.000 abitanti: oggi la Lombardia viene rappresentata da 1 consigliere ogni 120.000 abitanti.
· Adeguamento dei rimborsi ai gruppi al decreto del Governo Monti e blocco dei rimborsi fino all’adozione di un regolamento sull’uso dei soldi
· Rimborsi chilometrici per i consiglieri regionali limitatii ai soli giorni di effettiva presenza
· Drastica riduzione del personale addetto ai gruppi consiliari a non più di un quarto degli addetti attuali.
· Nessun vitalizio per i consiglieri uscenti.
· Drastica riduzione della presenza regionale nelle società partecipate, vero ufficio di collocamento per il sottobosco della politica
IMMIGRAZIONE
· Ripristino di una linea di spesa per l’integrazione degli immigrati
· Superamento di ogni discriminazione precedentemente imposta
Prevedendo per esempio una riduzione dei tempi residenza per la casa e nessuna discriminazione per asili nido
UNA REGIONE A MISURA DI FAMIGLIA
· “Valutazione di impatto familiare" su ogni scelta politica del nuovo governo regionale, in modo da fare i conti con i suoi effetti sulla vita delle famiglie, e non solo degli individui
· Mettere in atto e monitorare il piano nidi già finanziato dal Governo
· Favorire la nascita di nuovi nidi pubblici, accedendo anche a fondi europei, proseguendo l’azione avviata dal Governo Monti
· Favorire convenzioni con nidi privati (o anche Sezioni Primavera in Scuole per l’Infanzia, per bambini non lattanti), condizionate a criteri di qualità e disponibilità a praticare tariffe di favore per i bambini poveri e disabili
· Favorire – dal punto di vista fiscale e normativo – le famiglie associate che auto-organizzano servizi alla prima infanzia e cooperative/associazioni che offrono servizi di cura a piccoli gruppi di bambini
· Mantenimento e rafforzamento dei voucher già attivati dal Governo Monti per le attività di cura dei bambini, degli anziani e dei non autosufficienti.
· Realizzazione di misure a sostegno dell’occupazione femminile, come la detassazione selettiva
· Intervento sulle addizionali regionali e comunali affinché tengano conto dei carichi familiari
· Rivedere le tariffe delle utenze domestiche, ma anche della Tares, per tener conto del numero dei componenti della famiglia, incentivando le aziende regionali e comunali a proporre tariffe più convenienti alle famiglie che più consumano.
· Sviluppo, come in altri paesi europei, di un Piano di sostegno alla natalità, attraverso contributi economici progressivi correlati al numero dei figli nella fascia di età della prima infanzia.
· Possibilità di “spalmare” nei primi 18 anni di vita del figlio la possibilità del congedo genitoriale, ora limitato a 8 anni
o accentuando le misure di favore quando del congedo usufruiscono i padri
o permettendo anche la fruizione oraria del congedo parentale
o senza alterare il periodo complessivo del congedo concesso
o prevedendo che del congedo possano usufruire anche i nonni lavoratori, qualora i genitori non ne possano usufruire a causa della precarietà del lavoro
Le famiglie sono il cuore pulsante dell’Italia, perché garantiscono benessere economico e coesione sociale. Tuttavia, in questi anni di crisi le famiglie hanno sofferto pesantemente, penalizzate sia dall’assottigliarsi del welfare sia dalla necessità di sostenere le crescenti necessità dei componenti più deboli. Scelta Civica vuole che questo ruolo centrale della famiglia italiana sia mantenuto e rafforzato.
Solo la ripresa di potere d’acquisto per le famiglie potrà innescare un circolo virtuoso nei consumi, tale da dare slancio alla ripresa.
Tutta la politica fiscale e di welfare deve essere orientata sul principio delle pari opportunità, per evitare situazioni di svantaggio legate al fatto di essere uomo o donna, di avere un certo numero di fratelli, di nascere in una famiglia povera, di essere disabile.
Le politiche di welfare debbono orientate dal principio della sussidiarietà, che non vuol dire meno ruolo del Pubblico, ma consapevolezza che solo una feconda interazione fra le Istituzioni, le famiglie stesse, le organizzazioni del terzo settore, le associazioni del volontariato e il mercato è in grado di generare un welfare più efficace e meno oneroso.
Le politiche familiari proposte agiscono su quattro versanti: conciliazione fra lavoro e famiglia per supportare in modo particolare le giovani coppie lavoratrici; misure fiscali a favore dei bambini con più fratelli; misure a favore delle persone con disabilità; permettere alle famiglie di fare i figli che desiderano.
Se alcune di queste misure dipendono anche dall’intervento diretto dello Stato, tuttavia per la realizzazione queste proposte, è indispensabile l’interazione con gli enti locali, anche perché l’erogazione dei fondi è condizionata alla presentazione di progetti effettivamente praticabili in tempi rapidi e certi.
PERSONALE DELLA REGIONE
· Rivisitazione del comparto unico
(oggi la mobilità tra regioni e comuni è possibile solo su base volontaria o se richiesta dal dipendente)
· Taglio drastico dei dirigenti regionali
(oggi oltre 200 su 3600 dipendenti circa, pari a 1 dirigente ogni18 dipendenti !)
· Riduzione graduale dei dipendenti regionale del 15 % in 5 anni.
ENERGIA E AMBIENTE
· Decisioni da prendere non ideologicamente, ma sulla base di costi/benefici , sicurezza e di rischio ambientale
· Fatte salve tali verifiche, si ipotizza:
- Sì al rigassificatore di Trieste
- Sì all’elettrodotto Wuermlach-Somplago
- Stop alla ferriera di Servola
Un primo tema sul quale è necessario spendere una parola chiara è quello dei rigassificatori. Per quanto riguarda in particolare il rigassificatore nel golfo di Trieste, è noto che le posizioni sono diffusamente avverse, per la solita sindrome Nimby.
Crediamo invece che si debba avere il coraggio di andare decisamente controcorrente, sostenendone la realizzazione, in un'ottica di diversificazione delle fonti energetiche e in presenza naturalmente di tutte le garanzie di sicurezza del traffico portuale e degli aspetti ambientali.
Lo stesso discorso riguarda l’urgenza della realizzazione dell’elettrodotto per sostenere lo sviluppo industriale della regione, riducendo il costo energetico per le imprese, attualmente molto sfavorite rispetto alla concorrenza estera.
La posizione riguardo a esso non può essere di tipo ideologico, ma di valutazione costi/benefici, con particolare riguardo alla effettiva disponibilità energetica che esso è in grado di apportare, all’effettivo abbattimento dei costi dell’energia e all’impatto ambientale sia nella versione interrata che in quella su tralicci.
Malgrado le negative ricadute occupazionali, della cui gestione la Regione dovrà farsi carico, riteniamo invece difficilmente difendibile la ferriera di Servola, anche per l'impatto che provoca sulla salute e alla luce di quanto sta succedendo a Taranto.
FINANZIAMENTI ALLE IMPRESE, HOLDING E SOCIETÀ PARTECIPATE
· Drastica riduzione della presenza regionale nelle società pubbliche partecipate, vero ufficio di collocamento per il sottobosco della politica
· Ingresso in Friulia di fondi a vocazione internazionale e con competenze ad alto contenuto tecnologico e innovativo, per ridare potenzialità a uno strumento e per far crescere le imprese là dove i mercati sono in crescita.
· Stop a un impiego di titoli di stato che, nonostante lo smobilizzo importante negli ultimi anni, continua a servire alla copertura di perdite e non a dare impulso all'economia.
· Potenziamento nell’utilizzo dei fondi a vantaggio dello sviluppo della PMI, favorendo fenomeni di accorpamento per settore.
· Accesso della PMI al credito attraverso il coordinamento reale dei Congafi-Confidi e Mediocredito per il rilancio dell’economia locale.
· Società di scopo per la promozione turistica a totale vocazione internazionale, attraverso i nuovi canali media.
· No agli aiuti a pioggia alle imprese per microprogetti di ricerca e sviluppo R&D, /(L.30). Si al sostegno a progetti di rilevante interesse (valutando p. es. brevettabilità, profilo internazionale, ricaduta occupazionale, rientro finanziario alla Regione).
· Scioglimento delle holding tra società a totale o prevalentemente capitale pubblico nei trasporti.
· Trieste Porto Digitale: concentrazione di elevata professionalità multisettoriale e multietnica per fare di Trieste un porto di riferimento internazionale per le nuove tecnologie, con fondi specifici e sgravi fiscali ad hoc.
I meccanismi per l’assegnazione dei finanziamenti regionali alle imprese per la ricerca e lo sviluppo in regione richiedono un’urgente, profonda revisione:
- nel meccanismo di assegnazione con superamento dell'indegno click-day (quanto di più lontano dalla meritocrazia e già motivo di scontro con Confindustria regionale);
- nel metodo di assegnazione dei contributi a pioggia, prevedendo invece di premiare solo i progetti concretamente innovativi, indirizzando le poche risorse in poche aziende veramente meritevoli e innovative che possano poi fare da traino realmente competitivo a livello internazionale, a tutto vantaggio del territorio;
- nel meccanismo del brevetto e della proprietà intellettuale dei risultati della ricerca, dove i benefici che debbono portare benefici per l'impresa, l'occupazione qualificata, il finanziatore (prevedendo cioè per la Regione un ritorno sull'investimento);
- nel recupero di fondi strutturali a vantaggio del territorio (sul modello del Trentino-Alto Adige) da parte della Regione stessa che in questi anni ha dimostrato di non saper utilizzare. Quei fondi sono linfa vitale per far ripartire l'economia regionale e quella nazionale e se non si hanno le competenze per accedere a essi, occorre necessariamente appoggiarsi a strutture altamente qualificate, capaci di aiutare nella redazione dei progetti e dotate di un sistema di lobby a Bruxelles già ampiamente rodato e strutturato.
- nell’utilizzazione del Crowd Founding non solo progettuale ma anche in Equity: siamo per una volta la prima nazione Europea a regolamentare il settore, che consentirebbe, in un paese come l’Italia con grandi patrimoni privati, di rilanciare l’impresa Italiana!
- nello sfruttamento dell’alta concentrazione di elevata professionalità multisettoriale e multietnica presente a Trieste nei vari ambiti scientifici per farla diventare un porto di riferimento internazionale per lo sviluppo di nuove tecnologie, con sgravi fiscali costituiti ad hoc, ed interventi di fondi specifici. Trieste Porto Digitale.
Friulia negli anni non è riuscita a dare un concreto impulso all'economia regionale, perché non ha mai operato concretamente come private Equity, seppur con onorevoli intenti nell'utilizzo di fondi misto pubblico-privato. Oggi la situazione permette di rilevare:
- un sistema di scatole cinesi: Friulia, Finest, Mediocredito e 10 partecipate che non consentono di isolare gli effettivi investimenti e comprendere finalità e ROI (Return Of Investments) delle stesse;
- un impiego di titoli di stato che, nonostante lo smobilizzo importante negli ultimi anni, continua a servire alla copertura di perdite e non a dare impulso all'economia;
- la mancanza di fondi internazionali all'interno della stessa, che non consente di inserire management adeguato per far crescere le imprese là dove i mercati sono in crescita e non in recessione come in quello italiano e come, purtroppo, in buona parte di quelli europei;
- la mancanza di visione e competenze per incidere concretamente negli interventi in essere nelle imprese partecipate; il ROI è quasi sempre insignificante e i benefici per i cittadini del FVG sono al limite di un temporaneo mantenimento del posto di lavoro già esistente: una politica assolutamente fallimentare per l’investimento del danaro pubblico.
- Friulia è uno strumento dalle straordinarie potenzialità ma è sempre in perdita, va potenziato attraverso l’ingresso di altri fondi con vocazione più internazionale e con competenze diversificate e ad alto contenuto tecnologico e innovativo;
- va incrementato l’utilizzo dei fondi a vantaggio della PMI in particolare per il suo sviluppo favorendo fenomeni di accorpamento per settore; (spunti in parte già studiati dalla Compagno e Bertossi ma mai concretamente applicati);
- va compresa la reale redditività delle singole società pubbliche partecipate, per non trovarsi a fondo corsa come successo per Promotour, altresì la regione necessita di una regia con una società di scopo per la promozione turistica ma con totale vocazione internazionale atraverso i nuovi canali media.
- -accesso al credito della PMI attraverso il coordinamento reale dei Congafi-Confidi e mediocredito con effetto immediato per il mantenimento ed il rilancio dell’economia locale dando respiro alle imprese.
ISTRUZIONE
· Scuola Professionale (settore direttamente dipendente dalla Regione)
- "passerelle" per passaggio tra scuole e istituti professionali;
- "educazione alla cittadinanza";
- potenziamento di corsi di lingua e cultura italiana, per gli immigrati;
- possibilità di recupero degli anni persi della scuola media in parallelo ai primi anni di scuola professionale, al fine del conseguimento del diploma;
- offerta scolastica e formativa anche agli adulti.
- offerta di formazione ricorrente e continua
- istituzione di centri di formazione/scuole di eccellenza quali, ad esempio l’”Università del legno” (o “del mare”, per Trieste) sul tipo di quelle esistenti a Coira, Valposchiavo, Grigioni
Si tratta di operare per la valorizzazione della “intelligenza delle mani” e delle peculiarità artigianali ed imprenditoriali presenti sul territorio, puntando ad offrire concrete possibilità di inserimento a breve nel mondo del lavoro oltre che formazione lavorativa anche per le fasce più problematiche (p. es. ragazzi borderline, immigrati non ancora inseriti, etc.)
· Scuola paritaria (da intendersi come servizio pubblico offerto da privati)
- Potenziamento degli interventi a favore della libertà educativa attraverso l’adozione di un buono scuola per tutte le famiglie che intendono usufruirne
· Università e ricerca, una priorità
- Cooperazione tra gli Atenei aventi sede in FVG, con la Regione quale facilitatore del processo
- Unificazione degli ERDISU
- Servizi riguardanti la mobilità studentesca, per favorire l’attrazione di studenti
- Riduzione (d’intesa con lo Stato) delle barriere all'accesso nel territorio regionale per studenti e ricercatori extracomunitari
- Finanziamenti regionali solo a progetti a carattere internazionale
UniTS e UniUD come sedi medio-piccole stanno soffrendo per l'evidente spinta ministeriale a far emergere le sedi grandi come 'research universities', retrocedendo le piccole a 'teaching universities'. Il calo di personale docente legato ai meccanismi di finanziamento sta mettendo in pericolo la possibilità delle due sedi regionali di assolvere alla loro funzione fondamentale di produzione (e non solo diffusione) della conoscenza.
Occorre pertanto che la Regione FVG supporti fortemente il percorso che gli Atenei hanno proprio in questi giorni avviato con la prima riunione del Tavolo tecnico permanente di coordinamento, e con le successive periodiche riunioni collegiali dei Consigli di Amministrazione e dei Senati Accademici.
Obiettivo primario non devono essere le lauree triennali, ma un insieme di corsi di laurea di secondo livello e di corsi di dottorato che rispecchi le competenze presenti e le opportunità di sviluppo del nostro territorio. L'offerta di formazione qualificata e lo stimolo alla nascita di nuove imprese saranno le ruote motrici di una ritrovata leadership regionale, da contrapporre al fascino oggi esercitato dalle facilitazioni presenti in Slovenia e Austria.
Sul tema Università, la Regione FVG deve puntare soprattutto al ruolo di capacitatore piuttosto che a quello di organizzatore. Ogni sede, infatti, conosce le proprie specialità e deve essere libera di valorizzarle.
Vanno tenute distinte le azioni sul piano amministrativo da quelle su didattica e ricerca:
Amministrazione:
- Promuovere il coordinamento amministrativo per sfruttare in modo ottimale le risorse.
- Unificazione degli ERDISU.
- Rendere efficienti e reattivi i servizi che riguardano la mobilità studentesca, per favorire l’attrazione di studenti.
- Negoziare con lo Stato una riduzione (fino al possibile azzeramento) delle barriere all'accesso nel territorio regionale per studenti, scienziati, docenti, ricercatori extracomunitari, iscritti alle università o chiamati a collaborare da istituzioni scientifiche regionali.
Didattica
- Semplificazione della dispersione territoriale delle sedi, al fine della razionalizzazione della spesa.
- La cooperazione sulle scelte didattiche deve essere pensata e desiderata dalla 'base' del corpo docente, senza imposizioni o forzature da parte regionale.
- Potenziamento dell'offerta di borse di studio per il dottorato a lungo termine: la nuova normativa nazionale pone vincoli su tre cicli consecutivi francamente assurdi. Sfruttare meccanismi quali quello del progetto SHARM.
Ricerca e innovazione:
- Sostegno alle attività FVG di promozione di ricerca e innovazione, adottando una politica di finanziamenti regionali solo a progetti di didattica e ricerca a carattere internazionale, sia per le ricadute in chiave di R&S che per formare competenze capaci di accompagnare nel mercato globale i prodotti e le iniziative del nostro tessuto produttivo e delle realtà scientifiche e tecnologiche del FVG.
- Maggiori investimenti sulla divulgazione scientifica e favorire il trasferimento tecnologico tramite il Centro Coordinamento Enti di Ricerca (CER) FVG.
- Stop a spese inutili in centri di lobbying a Bruxelles.
Più in generale il quadro normativo esistente riconosce ricerca scientifica e tecnologica tra le materie di legislazione “concorrente”. Il coinvolgimento delle istituzioni regionali nella promozione e nel finanziamento di scelte in tali materie arricchirà fortemente lo spettro delle soluzioni mirate allo sviluppo sociale ed economico del territorio.
Si tratta di elaborare strategie che guardino al mondo, al futuro, all’eccellenza.
SANITÀ
· Rafforzamento dell’assistenza domiciliare e dell’attenzione alle malattie croniche
(in considerazione del mutato scenario demografico ed epidemiologico)
· Superamento degli attuali assetti penalizzanti per le aree disagiate
(p.es. montagna)
· Percorso verso Azienda unica regionale per la medicina del territorio e gli ospedali di rete
· Tre sole Aziende Ospedaliere (PN) e Ospedaliero-Universitarie (TS e UD)
Privando le Aziende Ospedaliero Universitarie della funzione di Ospedali di rete per le relative città, attualmente gravante su di esse.
Per il peso che riveste nel bilancio regionale, la sanità merita una particolare attenzione.
1. Lo scenario della sanità
L’ipotesi di riforma dell’organizzazione sanitaria regionale deve tener conto di uno scenario con precise caratteristiche demografiche, epidemiologiche e territoriali.
Dal punto di vista demografico si sovrappongono gli effetti negativi dell’invecchiamento e della denatalità che contribuiscono a modificare l’epidemiologia e, allo stesso tempo, riducono la sostenibilità finanziaria del sistema sanitario.
Dal punto di vista epidemiologico l’invecchiamento e la denatalità hanno aumentato il peso delle patologie croniche e delle malattie degenerative, con la creazione di nuove fragilità, mentre il disagio giovanile sta causando una preoccupante ripresa di stili di vita inappropriati con ricadute sanitarie nel campo della traumatologia della strada, delle malattie sessualmente trasmissibile e delle dipendenze da alcol e da droghe d’abuso, mentre l’isolamento e la disgregazione dei nuclei familiari stanno facendo lievitare i tassi del disagio mentale e delle stesse tendenze suicidarie.
Il territorio, infine, si caratterizza per la dispersione abitativa e per la complessità orografica, con disomogeneità evidenti nell’accessibilità dei servizi, che appare ridotta soprattutto per la vasta fascia di territorio montano.
Infine, la sostenibilità finanziaria, già condizionata da invecchiamento e denatalità, è resa ancor più precaria dal quadro economico generale del Paese, che comporta tagli per il welfare agli enti locali e conseguenti riduzioni dei servizi per le fasce più fragili della popolazione, mentre la disoccupazione crescente rischia di creare a sua volta altre fragilità
La risposta a tale situazione non può peraltro essere nel senso della discriminazione (anche etnica), ma deve essere trovata nella solidarietà.
2. Principi informatori
Qualsiasi cambiamento ha bisogno di fondarsi su principi informatori, sia di tipo valoriale che gestionale. I nostri principi informatori, da utilizzare quale criterio valutativo per un’eventuale progetto di riforma della sanità regionale, potrebbero essere così riassunti:
valoriali: difesa della vita, centralità della persona, ruolo della famiglia e degli altri corpi intermedi, solidarietà. Questi valori si fondano su una visione dell’uomo (antropologia) e della società; da essi dipende il valore delle cose e, conseguentemente, l’allocazione delle risorse disponibili.
gestionali: la riforma deve:
- tendere ad aumentare i livelli di efficacia e di efficienza del sistema sanitario;
- migliorare le condizioni di equità nell’accesso della popolazione ai servizi (problema della montagna);
- favorire il controllo democratico sulle scelte, evitando il consolidarsi di livelli decisionali autoreferenziali;
- operare una semplificazione dei percorsi e delle procedure (riducendo duplicazioni inutili e burocrazie fine a sé stesse).
3. Le criticità dell’attuale sistema
- sbilanciamento del rapporto ospedale-territorio a favore di una visione ospedalocentrica;
- scarsa integrazione tra sanità e welfare;
- insufficiente valorizzazione degli ospedali di rete;
- insufficiente fasatura del sistema ospedaliero nei mandati operativi;
- sovrapposizione dei compiti dell’ospedale di rete e di quelli dell’Azienda Ospedaliera per gli Ospedali di PN, UD e TS (con compiti anche di alta specialità e di ospedale universitario per UD e TS);
- insufficiente considerazione dei compiti didattici e scientifici della componente clinica delle Facoltà di Medicina nello svolgimento delle sue attività di assistenza sanitaria e dell’apporto specifico della formazione universitaria alla crescita del sistema sanitario regionale;
- problemi di sostenibilità di due Facoltà di Medicina nel contesto di una regione di piccole dimensioni come il FVG;
- potere autocratico dei “manager”, senza reale responsabilità per le ricadute delle scelte operate con il pubblico denaro.
4. Linee di indirizzo per una possibile riorganizzazione del SSR
- salute e territorio: valorizzazione del ruolo delle Comunità locali, non solo per le funzioni di indirizzo e di controllo, ma anche perché la promozione della salute non è solo il risultato di una buona sanità (stili di vita, igiene, etc.);
- fornitore e acquirente: consentire la convergenza di interessi tra chi commissiona e chi eroga prestazioni sanitarie, mantenendo gli Ospedali di rete all’interno della ASS territoriali;
- continuità di cure: presa in carico della persona malata dalla fase acuta all’assistenza a domicilio, con previsione di situazioni di permanente cronicità;
- ruolo del distretto: da potenziare quale snodo del cambiamento;
- diversificazione dell’offerta ospedaliera: con distinzione tra ruolo degli Ospedali di rete (nelle ASS) e degli Ospedali regionali (AO e AOU)
- valorizzazione delle professioni: per favorire la crescita del territorio (p.es. “ospedale” di comunità per portare le attività e non necessariamente le struttre più vicino al cittadino) e detendere il carico del medico di base (p.es. valorizzando l’infermiere di comunità).
5. Una governance conseguente
L’attuale sistema prevede 6 ASS (3 in provincia di UD e 1 ciascuna per le provincie di TS, GO e PN) che gestiscono sia la medicina del territorio che gli Ospedali di rete che ricadono nell’area di competenza (p.es. gli Ospedali di San Daniele e Gervasutta per l’ASS4 Medio Friuli), una AO (Ospedale di PN) e 2 AOU (ospedali di UD e TS), oltre agli IRCCS (CRO, Burlo-Garofalo e La Nostra Famiglia).
Il progetto di riorganizzazione proposto dal Presidente Tondo, dopo una mediazione con alcune forze politiche e sociali prevede la riduzione delle aziende territoriali da 6 a 3, con il mantenimento delle Aziende ospedaliere e ospedaliero universitarie nei loro assetti attuali, salvo il trasferimento del Gervasutta all’AOU di Udine.
La nostra proposta è quella d’impostare da subito un percorso verso un’azienda sanitaria unica che controlli sia la medicina del territorio sia gli ospedali di rete, lasciando autonomia a tre sole Aziende Ospedaliere (UD, TS e PN), privando tuttavia le Aziende Ospedaliero Universitarie di TS e di UD della funzione di Ospedali di rete attualmente gravante su di esse.
Obiettivi perseguiti e teorici vantaggi
1. Organizzazione con un unico Direttore Generale e un unico Direttore Amministrativo. Per la Direzione Sanitaria invece sarebbe necessario definire i direttori sanitari per ognuno dei presidi ospedalieri inclusi nell'azienda regionale.
2. Organizzazione unitaria delle diverse funzioni, che tenga conto delle dimensioni ottimali, con l’obiettivo di un maggior decentramento sul territorio per l'erogazione dei servizi sanitari e di un maggior livello di centralizzazione per i servizi amministrativi.
3. Centralizzazione dell'acquisto di beni e servizi, evitando che ogni azienda faccia gare autonome, con l’obiettivo economie di scala e, quindi, di una riduzione della spesa.
4. Maggiore integrazione dei sistemi informativi.
5. Maggiore omogenizzazione del personale sanitario e amministrativo.
6. Conclusioni
Una riforma vera e durevole non può fondarsi sul sogno di “sistemi talmente perfetti da rendere inutile all’uomo di essere buono”. In altri termini, non si può partire dalle regole, ma piuttosto si dovrebbe partire dal cambiamento di comportamenti.
Anche per questo la riforma dovrebbe adottare obiettivi innovativi, quali, ad esempio, la valorizzazione delle funzioni educative delle famiglie, delle associazioni di volontariato, degli enti locali (prevenzione delle devianze, correzione degli stili di vita, educazione all’affettività, miglioramento della qualità alimentazione, etc.).
La riforma potrebbe anche orientarsi verso una valorizzazione del welfare comunitario nell’ambito dei servizi alla persona (associazioni di famiglie fondate su reciprocità e dono, servizi resi dalla comunità, volontariato). Si tratta di invertire la rotta, per esempio operando per ridurre il proliferare di residenze per anziani e per inserire invece nel sistema maggiori tassi di gratuità e di sussidiarietà.
Le riforme importanti richiedono discussione e coinvolgimento e non possono essere calate dall’alto e essere frutto di una singola volontà “illuminata”.
Per gli stessi motivi il controllo democratico va potenziato e i grandi gestori della cosa pubblica non possono essere allontanati ulteriormente dagli enti locali e dagli stakeholders.
Se è necessario rivisitare i servizi, è altrettanto necessario rivisitare i dogmi organizzativi che hanno accompagnato i modelli, valorizzando piuttosto le esperienze positive e aggiustando il tiro su ciò che non funziona (p.es. il modello hub & spoke).
Se la riforma è necessaria per un problema di finanze, vi sono altri modi per ridurre i costi. Solo per dare qualche esempio: occorrerebbe mettere realmente mano alle duplicazioni inutili di strutture molto costose, mentre anche di recente in questo campo non sono stati dati esempi virtuosi; occorrerebbe anche chiedersi se sia davvero meno oneroso vedere la moltiplicazione di case di cura per anziani o se non sia più conveniente sostenere il mantenimento dell’anziano in famiglia; occorrerebbe inoltre verificare se sia più conveniente retribuire i numerosi centri di RM in convenzione presenti in regione, piuttosto che assumere qualche radiologo per far funzionare di più le RM degli ospedali; infine occorrerebbe incominciare a lavorare con coraggio alla federazione delle due Facoltà di Medicina, che la legge permette, ma che localismi fuori tempo ostacolano.
GRANDI INFRASTRUTTURE
Affinché la Regione possa pienamente svolgere il suo ruolo di cerniera nella nuova Europa occorre dare priorità assoluta alla realizzazione delle grandi infrastrutture:
· Terza corsia
· Corridoio 5 (Est-Ovest)
· Corridoio Baltico-Adriatico (Nord-Sud)
· Porto di Trieste
Corridoio 5: L’allargamento dell’Unione europea comporta uno spostamento verso Est del suo baricentro: da qui la possibilità, per la nostra regione (un’area finora periferica), di recuperare “centralità”. Ma ciò potrà accadere solo se riusciremo a collocare il Friuli-Venezia Giulia nel “crocevia” degli spazi di comunicazione tra le diverse Europe: Est-Ovest, Nord-Sud. La capacità di essere “centro”, come ha infatti osservato Carlo Jean, «non riguarda la geografia fisica, ma è di natura geopolitica e geoeconomica» ed è influenzata innanzi tutto dall’efficienza dei collegamenti in termini di costo, tempo e servizi logistici. Non è un mistero per nessuno che, a esempio, l’Italia, la nostra regione e, in particolare, il sistema portuale dell’Alto-Adriatico (che non è fatto solo dal porto di Trieste) potrebbero essere avvantaggiati rispetto ai nostri partner europei e ai porti del mare del Nord, vista la prevedibile intensificazione dei traffici con l’Asia sud-orientale e meridionale. Ma il guaio è che queste potenzialità oggi non sono utilizzate.
Come dimostra un recente studio dell’Istituto di studi e documentazione sull’Europa comunitaria e l’Europ aorientale (Tito Favaretto e Sergio Gobet,“L’Italia, l’Europa centro-orientale e i Balcani”, edizioni Laterza: lo studio fornisce anche i dati quantitativi sugli impatti economici dei collegamenti tra l’Italia e i paesi dell’Europa centro-orientale e quindi sull’importanza che rivestono per l’intero
paese), i ritardi nel miglioramento dei collegamenti con l’Europa centro-orientale penalizzano già gravemente il nostro paese su quei mercati e, con l’avanzare dell’integrazione, tale svantaggio è destinato ad aumentare e a pesare sulla competitività italiana nell’intera Europa.
Questi ritardi sono derivati proprio dall’incapacità italiana di pensare in termini
Globali nel lungo periodo al futuro del “sistema-paese”. Ma questi ritardi rischiano di compromettere la nostra capacità di promuovere gli interessi nazionali dell’Italia. L’insufficienza dei collegamenti può spiazzare un’intera economia. Senza contare che diventando sempre più tributari dei fasci di comunicazione a nord delle Alpi
contribuiremo di fatto ad aumentare i vantaggi competitivi dei nostri concorrenti. Non sarebbe male, quindi, se questa consapevolezza si facesse strada nelle riflessioni riguardanti il futuro del paese e della nostra regione nel mutato contesto europeo.
Il consolidamento del processo di unificazione europea e l’allargamento di questa all’Europa centrale e orientale pongono in primo piano due esigenze: da un lato quella del rafforzamento e dello sviluppo qualitativo della comunicazione all’interno dell’Unione e dall’altro quella di programmare il miglioramento e la realizzazione di nuovi collegamenti, stradali e ferroviari, tra Ue e aree di futura integrazione. E questo, per intenderci, vuol dire pensare anche a quei tratti di comunicazione
Di esclusivo interesse nazionale, posti al di là delle frontiere dello Stato (in Slovenia e in Ungheria, a esempio), ma non dell’economia italiana. Perché non basta migliorare i collegamenti interni se poi, oltre frontiera, non riusciamo a raggiungere quei mercati in rapida crescita.
Proprio a causa dei forti ritardi nella realizzazione del Corridoio multimodale 5 (Venezia - Trieste - Lubiana - Budapest -Kiev) oggi l’Italia e la nostra regione risultano sfavorite nei confronti dei partner europei posti a nord delle Alpi dalla mancanza di moderne vie di comunicazione e di accesso diretto all’Europa centro-
orientale. Questa situazione si traduce in un deficit di competitività rispetto ai concorrenti che rischia di essere ulteriormente aggravato dagli effetti dell’accelerazione del processo di integrazione economica e politica tra l’Ue e queste aree. Senza contare che anche nei confronti dell’area balcanica i collegamenti non ancora efficienti riducono sensibilmente i vantaggi che possono derivare dalla vicinanza geografica. Il Corridoio 5 rappresenta una priorità geopolitica economica del “sistema-Italia” e, più ancora, del Friuli Venezia Giulia e un investimento con rilevanti benefici per la competitività economica del nostro paese e della nostra regione, nonché per la loro presenza a Est e per il loro peso politico in Europa.
Portualità
Per quanto riguarda il porto di Trieste, riteniamo che la scelta giusta sia quella di sostenerne lo sviluppo commerciale e industriale in modo privilegiato rispetto a quello turistico, collegandolo alla crescita della rete viaria (terza corsia) e ferroviaria che sono al momento un grosso ostacolo ed
VIABILITÀ REGIONALE
· Realizzare un’unica azienda regionale per la viabilità
Si tratta di superare l’attuale situazione che vede ben 5 Enti occuparsi delle strade in regione: ANAS, Autovie Venete, FVG Strade (costituita nel 2008 in attuazione della L. Bassanini sul decentramento), Province, Comuni.
Per quanto riguarda Autovie Venete risulta inaccettabile che la spesa di bilancio per la parte corrente sia esattamente il doppio delle altre concessionarie autostradali (27% contro una media nazionale del 14%).
Per FVG Strade sottolineiamo soltanto che questa Società avrebbe dovuto sostituire la società ANAS sull’intero territorio regionale. Purtroppo così non è stato. Oggi constatiamo che lungi dal essere risolta la questione assistiamo ad una sovrapposizione di interventi senza alcuna regia, in sostanza 2 enti che non si parlano e che della divisione del patrimonio gli unici beneficiari sono stati quei 40 – 50 nuovi assunti per colmare le attività specifiche che nell’unico ente (ANAS) alcuni dipendenti svolgevano prima di optare per la nuova società FVG Strade. Nessuno ne parla, ma si tratta solo di scandaloso assistenzialismo a spese del contribuente.
Per quanto riguarda ANAS, vedasi sopra.
Per quanto riguarda la viabilità provinciale, con la soppressione delle Provincie, gli uffici titolari delle attività legate alla viabilità dovrebbero transitare in quell’unico ente sopra ricordato.
Anche le strade comunali, per la maggior parte dissestate e urgentemente bisognose di interventi, dovrebbero essere tolte tutte dalla competenza dell’ente locale ed essere affidate come sopra ad un unico ente regionale, con il passaggio del personale addetto alla progettazione e manutenzione delle strade.
TRASPORTO PUBBLICO LOCALE
· Pervenire a un’unica gara per il trasporto pubblico regionale, in luogo delle attuali gare separate per provincia
Oggi 4 società su scala provinciale gestiscono il trasporto pubblico locale. La torta che la regione mette a disposizione di questa attività ammonta a 125 milioni di euro annui. Si tratta della
seconda voce del bilancio regionale in uscita dopo la sanità. La scadenza del primo bando di gara, con affidamento agli attuali gestori e con durata decennale, risale alla fine del 2011.
La Regione di comune accordo con le società (una vergogna) ha prorogato di anno in anno questo vero e proprio spreco di soldi. Si può calcolare che mettendo in gara tutto il tpl regionale la regione potrebbe economizzare fino ad un quarto dell’attuale stanziamento, per non meno di 30 milioni di euro annui.
RACCOLTA RIFIUTI E SERVIZIO IDRICO
· Realizzare un’ambito unico regionale per la raccolta rifiuti e un servizio idrico integrato
Oggi coesistono 4 ambiti provinciali con conseguente caos per quanto riguarda impianti di compostaggio, discariche e inceneritori.
Il bacino minimo di un milione di abitanti è persino troppo ridotto. Ciò provocherà la
necessità di fondere e accorpare le attuali società (almeno 4 per i rifiuti e almeno 7 per il servizio idrico integrato) onde evitare le scorribande delle società che si sono già accorpate (Hera con Acegas, prossimamente con Ydrogea di Pordenone per i rifiuti).
OCCUPAZIONE
· Modello di “flexicurity”
· Piena concentrazione delle strategie e dei poteri d’indirizzo presso l’ente regionale
· Passaggio delle competenze operative ed esecutive a Centri per l’Impiego il più possibile vicini al territorio e operanti in forte sinergia con i Comuni e gli Ambiti socio-assistenziali,
· Prospettiva di potenziamento dell’azione dei servizi privati.
La crisi ha dimostrato la debolezza dei tradizionali ammortizzatori sociali nel fare fronte alle difficoltà che sono emerse soprattutto nelle piccole imprese, che peraltro costituiscono la spina dorsale del sistema produttivo regionale, tanto che si è dovuto fare ricorso a una deroga rispetto alla normativa vigente utilizzando le risorse del Fondo Sociale Europeo (attivando la cassa integrazione e la mobilità in deroga). La crisi pone dunque non pochi interrogativi sull’efficacia del sistema degli ammortizzatori sociali così com’è ora concepito, dato che le caratteristiche del mercato del lavoro rendono sempre più necessaria una riforma che faccia diventare il sostegno ai lavoratori più universale possibile (e non rivolto solo essenzialmente ai dipendenti delle medio - grandi imprese industriali), e maggiormente orientato a tutelare i lavoratori nel mercato piuttosto che i singoli posti di lavoro.
Per una parte considerevole dei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro regionale che, come è prevedibile, difficilmente riusciranno ad essere riassorbiti nel breve periodo, devono essere concepiti dei percorsi mirati di reinserimento e di riqualificazione, dato che spesso si presenteranno delle opportunità di reimpiego solo in settori diversi da quelli di provenienza. Tale questione, come abbiamo visto, è particolarmente importante per i lavoratori più «anziani», per i quali la riconversione appare meno agevole.
Ma se la profonda crisi che stiamo attraversando rende più frequenti e drammatiche le dinamiche di esclusione dal mercato del lavoro, il resto lo ha fatto l’amministrazione Tondo che ha pensato bene di abolire lo strumento del reddito minimo, senza sapere o volere interpretare il fenomeno della difficile occupabilità ed elaborare strategie e strumenti per fronteggiarlo.
Nel nostro Paese e nella nostra Regione ottenere qualche sussidio in caso di povertà è una vera e propria lotteria: dipende dal comune di residenza, dalla discrezionalità degli uffici, dalla condizione occupazionale, dall’età e spesso dalle semplici «conoscenze».
Riccardo Illy aveva visto giusto. Ora si tratta di recuperare quella filosofia d’intervento. Adeguando gli interventi della Regione in favore dell’occupabilità ai principi di politica attiva del lavoro già riconosciuti in sede europea. Ma è necessario accompagnare l’attivazione del reddito minimo di inserimento (universalista, individuale e condizionato) a un profondo e coraggioso processo di riforma degli assetti istituzionali in essere.
L’affidamento delle competenze sul lavoro alle Province ha complicato il funzionamento degli assetti istituzionali, moltiplicando inutilmente i centri di programmazione e i potenziali conflitti con l’ente regionale: da un lato la realizzazione pratica delle politiche attive del lavoro è ancora affidata ai Centri per l’impiego provinciali, mentre dall’altro il ruolo di indirizzo e coordinamento è rimasto in carico alla Regione.
Il personale dei Centri Provinciali per l’Impiego è in larga parte inadeguato sotto il profilo delle competenze e spesso scarsamente motivato.
Ma il modello di flexicurity proposto in Italia da Pietro Ichino e adottato nell’ambito della strategia di «Europa 2020» si basa su una pubblica amministrazione efficiente, in grado di abbinare le politiche attive e passive in modo da gestire efficacemente le transizioni da un lavoro all’altro, effettuare con continuità le azioni di incrocio tra domanda e offerta di lavoro, avviare i disoccupati a percorsi di formazione e riqualificazione e assistere le imprese nella ricerca del personale. Perciò, piena concentrazione delle strategie e dei poteri d’indirizzo presso l’ente regionale; passaggio delle competenze operative ed esecutive a Centri per l’Impiego il più possibile vicini al territorio e operanti in forte sinergia con i Comuni e gli Ambiti socio-assistenziali, anche nella prospettiva di potenziare l’azione dei servizi privati.
URBANISTICA ED IMPATTO AMBIENTALE
· Rivisitazione su basi realistiche dei piani Regolatori.
· Riqualificazione (anche energetica) dei vecchi immobili
· Censimento dei capannoni vuoti e delle aree artigianali e commerciali
Oggi tutti i PRG comunali hanno previsioni di insediamento antropico sproporzionate e non corrispondenti ai trend demografici in corso da anni.
Occorre incentivare la riqualificazione (anche energetica) dei vecchi immobili, particolarmente dei centri storici, piuttosto che sottrarre altre aree all’agricoltura e al verde
Occorre anche avviare un censimento dei capannoni vuoti e delle aree artigianali e commerciali, interrogandosi se ne sia realmente necessaria una per ogni comune.
SICUREZZA
· Creazione di un’unica regia regionale per la sicurezza.
La presenza massiccia delle forze dell’ordine sul territorio regionale, dopo l’apertura ormai decennale dei confini con gli stati confinanti, pone una serie di questioni di carattere economico non sottovalutabili circa i costi che la comunità regionale sopporta per le polizie locali.
Attualmente, la normativa regionale, in analogia con quanto previsto dalle altre regioni pone come parametro ottimale la presenza di 1 agente di polizia locale ogni 1000 abitanti. Se dai dati ufficiali dell’ultimo censimento la popolazione residente ammonta a1.225.000 abitanti sull’intero territorio regionale si dovrebbe pervenire a una presenza di 1225 vigili urbani. È invece stimabile attualmente un numero di vigili urbani molto superiore a quello ottimale.
Il problema delle polizie locali (comunali e provinciali) pone interrogativi di carattere organizzativo ed economico.
Organizzativo, perché i compiti di vigilanza sul territorio sono particolarmente complessi e il più delle volte disattesi nelle ore che più richiedono sorveglianza. Inoltre la dotazione di armi vincola l’agente al territorio comunale di competenza, impedendo collaborazioni e sinergie.
Economico, perché il costo di tale attività ricade su tutti noi, e va sommato alla ricordata presenza massiccia delle altre forze dell’ordine.
Perché ad esempio non pensare di attuare delle convenzioni con i vari corpi sotto un’unica regia, al fine di coprire con la loro presenza l’intero arco della giornata assicurando i cittadini sotto il profilo sicurezza?
Udine, 8 Aprile 2013
Conti pubblici e prospettive di crescita
Riporto il testo della mia dichiarazione di voto:
Senato della Repubblica. Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 007 del 02/04/2013.
Discussione del documento: (Doc. LVII-bis, n. 1) Relazione al Parlamento predisposta ai sensi dell'articolo 10-bis, comma 6, della legge 31 dicembre 2009, n. 196 - Approvazione della proposta di risoluzione n. 2, nel testo emendato. Ritiro della proposta di risoluzione n. 1
MARAN (SCpI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARAN (SCpI). Signor Presidente, colleghi, il Gruppo Scelta Civica per l'Italia voterà a favore della proposta di risoluzione n. 2, che abbiamo sottoscritto insieme alla maggioranza dei Gruppi presenti in Senato. Il Governo e, quel che più conta, il nostro Paese possono cominciare a raccogliere i frutti del lavoro svolto nell'anno che abbiamo alle spalle; inoltre, alla luce del mutato quadro europeo che, come ha sottolineato con legittimo orgoglio qualche giorno fa il presidente Monti, abbiamo fatto gradualmente mutare, il Governo ora può passare a una strategia di liquidazione diretta dei debiti della pubblica amministrazione.
L'accelerazione dei pagamenti richiede una maggiore spesa pubblica e di conseguenza una modifica degli obiettivi di finanza pubblica che può avvenire solo con un'approvazione preliminare da parte delle Camere. Come è stato sottolineato, fornire liquidità alle imprese in un momento in cui sono private di accesso al credito, nel mezzo di una crisi finanziaria, è la cosa più utile che si possa fare per rilanciare l'economia. L'impatto macroeconomico del pagamento dei debiti commerciali delle amministrazioni pubbliche è certamente positivo; l'entità degli effetti dipende da vari fattori, quali i tempi in cui si realizzerà l'intervento, le modalità con con cui i rimborsi si ripartiranno tra le imprese creditrici, le specifiche condizioni di ciascuna di esse, gli effetti sulle aspettative delle imprese e dei mercati finanziari. Per le imprese è fondamentale che, nell'attuare con il decreto-legge le indicazioni contenute nella Relazione, vengano definiti meccanismi semplici, chiari, con tempistica rapida, certa e predefinita. Per il futuro sarà inoltre cruciale garantire la riduzione dei tempi di pagamento a 30 e 60 giorni, limiti fissati dalla direttiva europea che ha trovato applicazione il 1° gennaio scorso.
Qual è, però, il fatto politico più importante? È l'evoluzione della posizione dell'Unione riguardo al rapporto tra disciplina di bilancio e crescita. I risultati dell'ultimo Consiglio europeo segnano un progresso reale nella direzione auspicata da tempo dall'Italia, cioè di un maggiore bilanciamento tra disciplina delle finanze pubbliche e attenzione alla crescita e all'occupazione. Da mesi chiedevamo all'Unione europea che desse il via libera alle misure più urgenti per la crescita: i pagamenti dei debiti alle imprese, gli investimenti pubblici anche in deroga al Patto di stabilità, gli incentivi all'occupazione giovanile. Non c'è negli esiti del Consiglio quanto speravamo: non c'è ancora una deroga generale che consenta di contabilizzare gli investimenti produttivi al di fuori del Patto di stabilità e di crescita (la cosiddetta golden rule). Tuttavia, non possiamo negare che le conclusioni raggiunte giorni fa dal Consiglio siano segnate da un evidente cambiamento, poiché nessuno potrebbe dire, scorrendole, che l'Europa è ferma e impuntata nella sua austerità a senso unico, ignara delle ragioni della crescita e delle politiche specifiche che la stessa richiede. In esse si prende infatti atto in partenza della stagnazione prevista per il 2013 e dei livelli di disoccupazione inammissibilmente elevati. Ai perduranti programmi di stabilità, perciò, si affiancano le azioni per la crescita e la promozione di posti di lavoro, soprattutto per i giovani. Si parla di ciò che possono fare sia gli Stati membri sia l'Unione per aumentare gli investimenti.
La risposta europea, sia pure ancora interlocutoria, apre dunque spazi che noi abbiamo la possibilità e la responsabilità di sfruttare. Sappiamo bene che in un consesso composito come il Consiglio europeo i cambiamenti maturano sempre più lentamente di quanto noi tutti vorremmo, e quando cominciano a manifestarsi tocca a chi più vi ha interesse assumere le proprie responsabilità per rendere concrete le prospettive che in questo modo si aprono. Non c'è, infatti, quanto tutti noi speravamo, ma al punto 3 delle conclusioni del Consiglio si richiama - cito testualmente - «la necessità di un risanamento di bilancio differenziato e favorevole alla crescita, ricordando nel contempo le possibilità offerte dalle norme di bilancio vigenti del Patto di stabilità»; mentre, al punto 4, il Consiglio europeo ricorda che «nel pieno rispetto del Patto di stabilità e crescita, le possibilità offerte dal quadro di bilancio esistente dell'UE per equilibrare la necessità di investimenti pubblici produttivi con gli obiettivi della disciplina di bilancio potranno essere sfruttate nel braccio preventivo del patto stesso».
In queste affermazioni c'è più di un generico favore e sostegno per gli investimenti pubblici e per le altre misure che mirano a breve termine a promuovere la crescita e a sostenere la creazione di posti di lavoro: c'è anche l'indicazione della strada per realizzarle, con il consenso europeo. Mi permetto di ricordare che il braccio preventivo del Patto di stabilità è la procedura stabilita secondo la quale, per prevenire disavanzi eccessivi, gli Stati membri devono presentare entro ogni aprile i loro programmi di stabilità e convergenza e, quindi, avere su di essi l'assenso della Commissione prima di dar loro corso sul piano interno. È in quei programmi, perciò, che ciascuno indica ciò che ritiene necessario per conseguire sia gli obiettivi di finanza pubblica sia il rafforzamento dell'economia e quant'altro concorre alla stabilità futura. Se è così, nel passaggio delle conclusioni del Consiglio che ho citato non si può non leggere un invito trasparente ad indicare nei programmi di aprile le misure a breve termine e gli investimenti pubblici ritenuti essenziali, a discuterli con la Commissione e, con l'assenso di questa, ad ottenere la luce verde.
Questo risolve anche una vecchia questione, quella della diffidenza europea per gli investimenti in deroga, motivata dal rischio che gli Stati mascherino da investimenti spese che non sono tali. Quegli investimenti entrano in una procedura in cui a decidere quelli ammissibili è la Commissione, ed essa può ammetterli non in deroga, ma sfruttando finalmente i margini di flessibilità offerti dal Patto di stabilità che la stessa Merkel ha riconosciuto, specie a favore di quei Paesi, come l'Italia, con indebitamento annuo sotto il 3 per cento. L'Italia può cioè oggi finalmente mettere nero su bianco e in parte anticipare sia gli investimenti sia i pagamenti alle imprese e lo può fare nonostante la difficile fase politica che sta attraversando.
La settimana scorsa il presidente Monti in quest'Aula ha ricordato due cose, che voglio ripetere. In primo luogo, la disciplina di bilancio paga, e non soltanto perché si evitano sanzioni dai mercati e dalle istituzioni europee, ma anche perché ora si possono fare nuovi interventi che richiedono risorse pubbliche senza mettere a repentaglio la sostenibilità finanziaria. In secondo luogo, le politiche europee possono cambiare e l'Europa può evolvere. Ciò richiede la paziente tessitura di alleanze e dipende dalla credibilità che un Paese si guadagna con la propria azione, ma per fare questo lo scontro permanente che ha condotto la politica in un vicolo cieco dovrebbe lasciar posto alla collaborazione.
Da tempo il presidente Napolitano non fa che ripetere che l'Italia non può ritrovare la sua strada in un clima di guerra politica permanente e non perde occasione per ribadire che occorre una straordinaria coesione sociale e nazionale di fronte alle difficoltà molto gravi e alle prove molte dure che essa deve affrontare nel quadro della sconvolgente crisi finanziaria che ha investito l'Europa e che incombe sulle nostre economie e sulle nostre società. Proprio il Capo dello Stato ha affermato che è indispensabile un ravvicinamento tra i campi politici contrapposti, il che non significa confondersi, non significa rinunciare alle rispettive identità, ma significa condividere gli sforzi indispensabili per riaprire all'Italia una nuova prospettiva di sviluppo e ridarle il ruolo e il prestigio che le spettano nella comunità europea e nella comunità internazionale.
Fin dal suo insediamento ricordo che i sostenitori della presunta illegittimità democratica del Governo Monti hanno confuso la sospensione della democrazia con la sospensione della competizione. La competizione tra partiti e tra schieramenti è una modalità del funzionamento della democrazia, ma non è la democrazia. Questo Governo è nato perché in un clima di scontro permanente non è possibile prendere le decisioni necessarie per fare uscire il Paese dalla crisi. Anche in questo momento alla competizione tra opzioni partigiane andrebbe sostituita la collaborazione su un programma comune, specie se si considera che bisogna cambiare molte cose nelle politiche, nel modo di fare politica, nel modo di produrre e di lavorare, nel modo di vivere e di comportarsi di tutti noi. Non si passerà dalla guerra civile alle responsabilità condivise in un attimo, ma il Governo Monti, e cioè l'attuale collaborazione tra diversi, si è fondato sulla consapevolezza condivisa della gravità della crisi: una gravità che non è venuta meno. Per questo, signor Presidente, colleghi, per il ritorno della competizione, come ha dimostrato la sottoscrizione comune della proposta di risoluzione, c'è tempo ed è il momento di collaborare. (Applausi dal Gruppo SCpI).
Per assicurare il pieno sviluppo della vita democratica e la governabilità del Paese
Ho presentato questa settimana, insieme ad altri senatori, un disegno di legge costituzionale che riprende integralmente i contenuti della proposta di legge costituzionale presentata alla Camera dei Deputati nella scorsa legislatura il 3 luglio 2012 n. 5337.
Nutro una convinta preferenza per il semi-presidenzialismo francese perché le sue regole e le sue istituzioni contribuiscono in maniera molto significativa alla ristrutturazione dei partiti e delle loro modalità di competizione, alla eventuale formazione delle coalizioni di governo, a dare potere ai cittadini elettori. In Francia la ristrutturazione dei partiti, basti pensare all’UMP, ha avuto come principale volano la competizione per la presidenza della Repubblica. E i partiti sono sopravvissuti. Tuttavia, comunque la si pensi, si tratta di decisioni che non possono essere più rinviate. Anche perché la stabilità e la funzionalità della nostra democrazia dipendono da quello che i partiti sapranno fare in tema di riforma delle istituzioni e della politica. Un Parlamento eletto ora c’è, e occorre farlo funzionare. Il successo del Movimento 5 Stelle è l’effetto dell’inconcludenza della politica italiana degli ultimi anni; e tornare al voto senza aver fatto nulla non sarebbe che la conferma di quella inconcludenza.
Modifiche alla parte seconda della Costituzione per assicurare il pieno sviluppo della vita democratica e la governabilità del Paese
Disegno di legge
Presentato alla Presidenza del Senato il 21 marzo 2013 dai senatori Maran, Di Biagio, Ichino, Merloni, Pizzetti
ONOREVOLI SENATORI ! – Ci troviamo in un passaggio di fase di rilevanza storica. Poche altre volte nella breve storia repubblicana abbiano vissuto un tempo di sfilacciamento e di cedimento del tessuto politico istituzionale così profondo e radicale.
La cinghia di trasmissione del consenso tra cittadini, partiti e istituzioni si è logorata in un modo che, per alcuni aspetti, può apparire quasi irrecuperabile. La velocità, poi, con cui tale deterioramento si manifesta, inimmaginabile fino a poco tempo fa, rende necessaria e quanto mai urgente una straordinaria assunzione di responsabilità da parte della politica e in primis delle istituzioni rappresentative che altrimenti rischiano di venire travolte. C’è bisogno di uno scatto di reni. Di un colpo d’ala. Di un atto di consapevolezza e di coraggio da parte della classe politica. E scriviamo classe politica con tutte la considerazione e la gravità che questa definizione, nata nelle università italiane, ha assunto nella storia e nel pensiero politici. Un concetto nobile e non dispregiativo, com’è invece quello di « casta » entrato, per via giornalistica e malauguratamente, nel lessico comune. Il compito di una classe politica è allora quello di ambire a essere una classe dirigente, di non nascondersi dietro opportunismi o tatticismi, ma di dire la verità al Paese e proprio per questo di riuscire a esprimere una compiuta e trasparente capacità di direzione. La consapevolezza che qui richiamiamo e a cui ci richiamiamo è quella di riconoscere che sono risultati fallimentari tutti i tentativi compiuti per riformare la nostra democrazia attraverso la restaurazione della Repubblica dei partiti novecenteschi, colpita a morte dalla crisi morale politica, finanziaria e giudiziaria del 1992-1993. Tali tentativi non hanno retto alla prova dei fatti e della storia. La smentita più recente è documentata dai risultati delle elezioni amministrative della primavera del 2012. Dobbiamo quindi riconoscere che sono ormai venti anni che il sistema politico italiano cerca un diverso equilibrio, una nuova stabilità, e pertanto non riacquista credibilità e fiducia nelle coscienze dei cittadini. Se la fine della guerra fredda, alla fine degli anni ottanta del XX secolo, e le iniziative referendarie, agli inizi degli anni novanta, hanno concorso a scongelare un sistema bloccato, scomponendo e ricomponendo aggregazioni, trasformando i nomi dei soggetti delle forze politiche, rinnovando i rappresentanti, ciò nondimeno, guardando le cose retrospettivamente, noi dobbiamo ora riconoscere come una vera e propria mancanza quella di non aver introdotto, nella Costituzione formale, i necessari adeguamenti che il nuovo assetto politico, ispirato al bipolarismo e alla democrazia dell’alternanza, necessariamente richiedeva. Questo è avvenuto solo per i livelli di governo locale, comuni, province e regioni, attraverso l’introduzione dell’elezione diretta del capo del governo locale e della relativa maggioranza consiliare. Ora proprio il gap che in questi venti anni si è formato tra forza e autorevolezza dei governi locali e persistente debolezza dei Governi centrali è una delle ragioni che rende ineludibile un adeguamento anche della forma di governo nazionale. Possiamo quindi riconoscere, usando le categorie del costituzionalista e costituente Costantino Mortati, la trasformazione della Costituzione materiale della nostra Repubblica democratica e parimenti riscontrare che, a detta trasformazione, non ha corrisposto alcun intervento di modifica della Costituzione formale. Risulta pertanto di tutta evidenza il disallineamento tra una forma di Governo parlamentare – intrinsecamente consociativa – fondata su un sistema proporzionale della rappresentanza e sulla centralità dei partiti e una pratica della lotta politica competitiva, fondata su una legittimazione diretta dell’alleanza di Governo e del suo leader, incardinata su processi, peraltro presenti in tutto il mondo democratico, di personalizzazione della politica; ci si riferisce alla lotta politica come si è venuta svolgendo in Italia dal 1994 ad oggi. Ora, è venuto il momento di mettere definitivamente a tema l’impossibilità di uscire dalla crisi percorrendo in Italia la via della restaurazione di quella forma di democrazia fondata sulla centralità dei partiti e sul loro fattuale primato nelle istituzioni così come l’abbiamo conosciuta dal 1945 al 1992. Ed è venuto il momento di riconoscere che, anche in Europa, la cosiddetta «democrazia dei partiti» non vive proprio la sua stagione migliore. C’è bisogno di un atto di consapevolezza e di coraggio che ci faccia sciogliere quei nodi rimasti irrisolti nella transizione infinita e che operi il riallineamento tra forma di governo e pratica della politica. Era il 1993 quando scoprivamo con il referendum maggioritario la possibilità di trasformare la democrazia italiana in democrazia dei cittadini. Con un Governo scelto direttamente nelle urne dalla volontà popolare che fungeva da formidabile strumento per responsabilizzare i partiti una volta arrivati in Parlamento. Sappiamo quanto questo principio, pur avendo conquistato la maggioranza dei cittadini, non sia mai riuscito a diventare prassi politico-istituzionale.
I ripetuti tentativi di portare in Italia un’autentica democrazia competitiva e dei cittadini si sono scontrati con una forma di governo, quella parlamentare, a vocazione «assembleare», che ha confuso, che ha reso opache e che ha nascosto alla trasparenza scelte politiche fondamentali per un giudizio libero e consapevole dei cittadini. Se così non fosse stato non avremmo visto succedersi in ogni passaggio critico Governi tecnici ad hoc: dapprima quello di Ciampi che chiude la cosiddetta «Prima Repubblica», quella dei partiti storici; e ora quello di Monti, che chiude la «Seconda Repubblica», quella dei partiti personali; passando per l’anfibio Governo Dini che nel ribaltamento della maggioranza parlamentare accompagna il passaggio di legislatura dal centrodestra al centrosinistra. Governi tecnici quindi, per un verso pura espressione della democrazia parlamentare creativa, per un altro verso espressione di un dilatato potere di supplenza e di indirizzo politico del Capo dello Stato, caratteristico dei momenti di crisi e di stato di eccezione. Casi che segnano stagioni legate alla massima perdita di considerazione dell’istituto parlamentare. L’inadeguatezza della forma di governo parlamentare allora, in corrispondenza di una crescita di consapevolezza e di impegno da parte di cittadini privi di appartenenza partitica, ci portano a compiere un altro passaggio, a salire un altro gradino, e quindi a riconoscere la necessità di affiancare finalmente ai consueti e indiscutibili istituti di democrazia rappresentativa nuovi e innovativi, per quanto concerne il sistema italiano, istituti di democrazia diretta. È doveroso pertanto completare il percorso intrapreso negli anni novanta con l’introduzione del sistema maggioritario e dell’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di province e di regioni, e proseguito nei primi anni del XXI secolo con l’innovazione, sperimentata per la prima volta in Italia a livello continentale, delle elezioni primarie. Non c’è dubbio che tutte queste innovazioni abbiano concorso a ricostruire, attraverso la partecipazione e la responsabilizzazione, la cinghia di trasmissione tra cittadini, partiti e istituzioni.
Ora noi constatiamo come sia il sistema uninominale e maggioritario sia le elezioni primarie presuppongano una forma di governo diversa da quella attualmente in opera nella nostra Repubblica. Soprattutto le elezioni primarie, tipico istituto da democrazia diretta, male si conciliano con la forma di governo parlamentare. O si opta per un Capo del Governo indicato direttamente dai cittadini, come suggeriscono le elezioni primarie, oppure si resta nel solco dei Governi fatti e disfatti in Parlamento, di cui abbiamo già conosciuto la scarsa efficacia, l’instabilità e l’irresponsabilità. Se infatti andiamo a definire le ragioni della frattura tra cittadini e partiti e la contestuale domanda di istituzioni credibili e autorevoli, si dovrebbe cogliere il punctum dolens di questo disequilibrio istituzionale nella debolezza del nesso potere responsabilità. La nostra democrazia parlamentare infatti, così com’è strutturata, non permette una nitida individuazione del nesso potere-responsabilità. C’è sempre la possibilità per un Capo del Governo uscente di scaricare su qualcun altro il fallimento del proprio operato, facendo la vittima; così come c’è sempre la possibilità per una formazione politica minoritaria di chiamarsi fuori da un’esperienza di governo senza dover necessariamente fare i conti con le elezioni a breve che misurerebbero in modo implacabile, la responsabilità presso l’elettorato di quella scelta politica fondamentale. Vale pertanto rilevare a questo punto come in nessun Paese occidentale a democrazia matura succede, com’è successo in Italia, che un Capo del Governo uscente e sconfitto, si ripresenti alle elezioni successive com’è avvenuto in Italia più volte con Silvio Berlusconi. In tutte le democrazie occidentali la personalizzazione della politica agisce da principio di responsabilizzazione dei politici e del sistema, dappertutto tranne che in Italia e in Grecia. In Francia ad esempio il Presidente della Repubblica uscente e sconfitto alle elezioni presidenziali, Nicolas Sarkozy, ha potuto e dovuto dire: «è tutta colpa mia». Assumendosi quindi in toto la responsabilità della sconfitta. Similmente la sconfitta dei democratici americani alle elezioni di mid-term nel 2010 è stata riconosciuta da Barack Obama che se ne è assunto la responsabilità. Pertanto sarebbe opportuno arrivare anche in Italia al fatto che un Capo del Governo uscente una volta sconfitto possa dire: è tutta colpa mia, assumendosi per intero la responsabilità. Del resto, è proprio nella confusione delle responsabilità che è maturato il discredito del sistema dei partiti trasformatosi, nella coscienza dei cittadini, da sistema democratico a sistema oligarchico. Non per caso abbiamo fatto gli esempi della Francia e degli Stati Uniti d’America, ovvero di due Presidenti provenienti da ideologie e da forze politiche non omogenee. La ricostruzione del nesso potere-responsabilità infatti non è determinata da una appartenenza ideologica ma dalla organizzazione e strutturazione del sistema politico. Un sistema politico opaco che nasconde le responsabilità genera discredito. Un sistema politico competitivo, conflittuale, presidenziale concorre alla chiarezza delle opzioni e alla partecipazione trasparente e consapevole dei cittadini.
Per tutte queste ragioni è oggi opportuno che la nostra Repubblica democratica e il nostro Parlamento valutino con serietà l’ipotesi di trasformazione del sistema politico istituzionale, dalla forma di governo parlamentare alla forma di governo presidenziale o semi-presidenziale sul modello della Francia. Il presidenzialismo sembra essere sempre di più quel sistema che lungi dal liquidare la democrazia rappresentativa e la forma partito è piuttosto in grado di aggiornarla e di adeguarla alle nuove dinamiche della vita democratica che richiedono un livello più alto, diretto e consapevole di partecipazione da parte dei cittadini. Il presidenzialismo sembra essere dunque quel passaggio che manca e che è necessario per riallineare nella democrazia italiana forma del governo e sostanza del governo, quel passaggio che sembra essere in grado di portare finalmente e definitivamente l’Italia in quella democrazia competitiva, governante e dei cittadini a cui milioni di persone hanno lavorato negli ultimi venti anni e più. A far propendere poi per questa opzione dovrebbero essere anche gli ultimi segnali che vedono crescere sul piano della rappresentanza forze di protesta e in gran parte sostanzialmente antisistema ma che ambiscono a conquistare una forte posizione parlamentare. La storia d’Italia ha già conosciuto soggetti che, una volta entrati in Parlamento per via democratica e con sistema proporzionale, lo hanno poi completamente svuotato di senso, credibilità e fiducia tanto da farlo diventare un simulacro della democrazia e un trampolino per la dittatura. Noi oggi abbiamo l’opportunità di non ripetere l’errore compiuto novanta anni fa: quello di non modificare la forma di governo per tempo, impedendo che altri la svuotassero di senso e significato democratico e pluralistico. Dare all’Italia un coerente impianto presidenzialista, costruito con adeguati pesi e contrappesi, vuol dire fare uscire la democrazia italiana dal pantano attuale e ridare dignità, consenso e credibilità alle istituzioni democratiche.
Di seguito quindi sono riportate le modifiche contenute nella presente proposta di legge costituzionale che riprende integralmente i contenuti della proposta di legge costituzionale presentata alla Camera dei Deputati nella scorsa legislatura il 3 luglio 2012 n. 5337. Con l’articolo 1 si modifica l’articolo 64 della Costituzione stabilendo che il candidato alla Presidenza della Repubblica risultato non eletto e che ha ottenuto il maggior numero di voti o che ha partecipato al ballottaggio è membro di diritto della Camera dei deputati per tutta la durata della legislatura in corso al momento dell’elezione. I Regolamenti delle Camere definiscono lo statuto dell’opposizione con particolare riferimento all’esercizio delle funzioni di controllo e di garanzia. Con l’articolo 2 si sostituisce l’articolo 83 della Costituzione. Il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale e diretto a maggioranza assoluta dei votanti. Qualora nessun candidato abbia conseguito la maggioranza, il quattordicesimo giorno successivo si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno conseguito il maggior numero di voti. Con l’articolo 3 si modifica l’articolo 84 della Costituzione relativamente all’età di eleggibilità del Presidente che da cinquanta anni è abbassata a trentacinque anni. L’articolo 4 sostituisce l’articolo 85 della Costituzione stabilendo la durata in carica del Presidente della Repubblica per cinque anni e la rieleggibilità per una sola volta. Novanta giorni prima che scada il mandato del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indìce l’elezione, che deve aver luogo tra il quarantesimo e il ventesimo giorno precedente la scadenza. Qualora gli ultimi tre mesi del mandato presidenziale coincidano, in tutto o in parte, con gli ultimi tre mesi della legislatura, i poteri del Parlamento sono prorogati e il Presidente della Camera dei deputati indìce, nei cinque giorni successivi a quello del giuramento, nuove elezioni, che devono aver luogo tra il sessantesimo e il settantesimo giorno successivo. Le candidature sono presentate da un decimo dei parlamentari, da trecentomila elettori, da un decimo dei consiglieri regionali di almeno un sesto delle regioni ovvero da un numero di sindaci o di presidenti di regioni o delle province autonome di Trento e di Bolzano che corrisponde almeno a un quindicesimo della popolazione secondo le modalità stabilite dalla legge. La legge disciplina la procedura per la sostituzione e per l’eventuale rinvio della data dell’elezione in caso di morte o di impedimento permanente di uno dei candidati. Il Presidente della Repubblica eletto assume le funzioni l’ultimo giorno del mandato del Presidente uscente o il giorno successivo alla proclamazione in caso di morte, dimissioni o impedimento permanente del Presidente in carica. Il procedimento elettorale, la disciplina concernente i finanziamenti e le spese per la campagna elettorale nonché la partecipazione alle trasmissioni radiotelevisive al fine di assicurare la parità di condizioni tra i candidati e le altre modalità di applicazione dell’articolo sono regolati dalla legge. La legge prevede, altresì, disposizioni idonee a evitare conflitti tra gli interessi privati del Presidente della Repubblica e gli interessi pubblici. Con l’articolo 5 si interviene sul secondo comma dell’articolo 86 della Costituzione stabilendo che, in caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indìce l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro tre giorni. L’elezione deve aver luogo tra il sessantesimo e l’ottantesimo giorno successivo al verificarsi dell’evento o della dichiarazione di impedimento deliberata dalla Corte costituzionale. Con l’articolo 6 si introduce nel primo comma dell’articolo 87 della Costituzione una disposizione che stabilisce che il Presidente della Repubblica vigila sul funzionamento regolare dei pubblici poteri e assicura che l’indirizzo politico della Repubblica si svolge in conformità con la sovranità popolare, nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione e che a tale scopo rivolge, nel mese di gennaio di ogni anno, un discorso al Parlamento riunito in seduta comune sullo stato della Repubblica; si abroga inoltre, la disposizione dello stesso articolo 87 che prevede che il Capo dello Stato presiede il Consiglio superiore della magistratura (CSM). L’articolo 7 sostituisce l’articolo 88 della Costituzione attribuendo al Presidente della Repubblica, sentito il Primo Ministro, il potere di sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Tale facoltà non può essere esercitata durante i dodici mesi successivi alle elezioni delle Camere. Con l’articolo 8 si sostituisce l’articolo 89 della Costituzione specificando che gli atti del Presidente della Repubblica adottati su proposta del Primo Ministro o dei Ministri sono controfirmati dal proponente, che ne assume la responsabilità. Non sono sottoposti a controfirma la nomina e la revoca del Primo Ministro, l’indizione delle elezioni delle Camere e lo scioglimento delle stesse, l’indizione dei referendum nei casi previsti dalla Costituzione, il rinvio e la promulgazione delle leggi, l’invio dei messaggi alle Camere, le nomine che sono attribuite al Presidente della Repubblica dalla Costituzione e quelle per le quali la legge non prevede la proposta del Governo. Con l’articolo 9 si sostituisce l’articolo 92 della Costituzione stabilendo che il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio dei ministri e che il Governo è composto dal Primo Ministro e dai Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Viene poi stabilito che il Presidente della Repubblica nomina e revoca il Primo Ministro e, su proposta di questo, nomina e revoca i Ministri. Nel caso però che, entro cinque giorni dalla revoca del Primo Ministro, il Parlamento confermi la fiducia allo stesso, il Presidente della Repubblica decade e il Parlamento è sciolto. In tale caso si applica il terzo comma dell’articolo 85. Il comma 2 dell’articolo 9 stabilisce che agli articoli 93, 95 e 96 della Costituzione, le parole:«Presidente del Consiglio dei ministri» sono sostituite da: «Primo Ministro». Con l’articolo 10 è modificato l’articolo 104 della Costituzione relativo agli organi del CSM. Viene stabilito che il CSM elegge il presidente tra i componenti designati dal Parlamento, ed è, di conseguenza, abrogato il quinto comma. Infine è introdotta una norma transitoria, con cui viene disposto che la prima elezione del Presidente della Repubblica a suffragio universale e diretto si svolge entro settanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale. Entro dieci giorni da tale data il Presidente della Camera dei deputati procede alla convocazione dei comizi elettorali. Il Parlamento in carica alla data di entrata in vigore della legge costituzionale è comunque sciolto di diritto il giorno dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Qualora sia già sciolto, la procedura elettorale è interrotta. Le successive elezioni per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica sono indette dal Presidente della Repubblica entro cinque giorni dal suo giuramento e devono aver luogo entro settanta giorni.
PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE
ART. 1.
1. All’articolo 64 della Costituzione
sono aggiunti, in fine, i seguenti, commi:
« Il candidato alla Presidenza della Repubblica
risultato non eletto che ha ottenuto
il maggior numero di voti o che ha
partecipato al ballottaggio è membro di
diritto della Camera dei deputati per tutta
la durata della legislatura in corso al
momento dell’elezione.
I regolamenti delle Camere definiscono
lo statuto dell’opposizione con particolare
riferimento all’esercizio delle funzioni di
controllo e di garanzia ».
ART. 2.
1. L’articolo 83 della Costituzione è
sostituito dal seguente:
« ART. 83. – Il Presidente della Repubblica
è eletto a suffragio universale e
diretto a maggioranza assoluta dei votanti.
Qualora nessun candidato abbia conseguito
la maggioranza, il quattordicesimo
giorno successivo si procede al ballottaggio
tra i due candidati che hanno conseguito
il maggior numero di voti ».
ART. 3.
1. Al primo comma dell’articolo 84
della Costituzione, le parole: « cinquanta
anni » sono sostituite dalle seguenti: « trentacinque
anni ».
ART. 4.
1. L’articolo 85 della Costituzione è
sostituito dal seguente:
« ART. 85. – Il Presidente della Repubblica
è eletto per cinque anni. Può essere
rieletto una sola volta.
Novanta giorni prima che scada il mandato
del Presidente della Repubblica, il
Presidente della Camera dei deputati indìce
l’elezione, che deve aver luogo tra il
quarantesimo e il ventesimo giorno precedente
la scadenza.
Qualora gli ultimi tre mesi del mandato
presidenziale coincidano, in tutto o in
parte, con gli ultimi tre mesi della legislatura,
i poteri del Parlamento sono prorogati
e il Presidente della Camera dei
deputati indìce, nei cinque giorni successivi
a quello del giuramento, le nuove
elezioni, che devono aver luogo tra il
sessantesimo e il settantesimo giorno successivo.
Le candidature sono presentate da un
decimo dei parlamentari, da trecentomila
elettori, da un decimo dei consiglieri regionali
di almeno un sesto delle regioni
ovvero da un numero di sindaci o di
presidenti di Regioni o delle Province
autonome di Trento e di Bolzano che
corrisponde almeno a un quindicesimo
della popolazione secondo le modalità stabilite
dalla legge.
La legge disciplina la procedura per la
sostituzione e per l’eventuale rinvio della
data dell’elezione in caso di morte o di
impedimento permanente di uno dei candidati.
Il Presidente della Repubblica eletto
assume le funzioni l’ultimo giorno del
mandato del Presidente uscente o il giorno
successivo alla proclamazione in caso di
morte, dimissioni o impedimento permanente
del Presidente in carica.
Il procedimento elettorale, la disciplina
concernente i finanziamenti e le spese per
la campagna elettorale nonché la partecipazione
alle trasmissioni radiotelevisive al
fine di assicurare la parità di condizioni
tra i candidati e le altre modalità di
applicazione del presente articolo sono
regolati dalla legge.
La legge prevede, altresì, disposizioni
idonee a evitare conflitti tra gli interessi
privati del Presidente della Repubblica e
gli interessi pubblici ».
ART. 5.
1. Il secondo comma dell’articolo 86
della Costituzione è sostituito dal seguente:
« In caso di impedimento permanente o
di morte o di dimissioni del Presidente
della Repubblica, il Presidente della Camera
dei deputati indìce l’elezione del
nuovo Presidente della Repubblica entro
tre giorni. L’elezione deve aver luogo tra il
sessantesimo e l’ottantesimo giorno successivo
al verificarsi dell’evento o della
dichiarazione di impedimento deliberata
dalla Corte costituzionale ».
ART. 6.
1. All’articolo 87 della Costituzione
sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo comma sono aggiunti, in
fine, i seguenti periodi: « Vigila sul funzionamento
regolare dei pubblici poteri e
assicura che l’indirizzo politico della Repubblica
si svolga in conformità con la
sovranità popolare, nelle forme e nei limiti
previsti dalla Costituzione. A tale scopo
rivolge, nel mese di gennaio di ogni anno,
un discorso al Parlamento riunito in seduta
comune sullo stato della Repubblica
»;
b) il decimo comma è abrogato.
ART. 7.
1. L’articolo 88 della Costituzione è
sostituito dal seguente:
« ART. 88. – Il Presidente della Repubblica
può, sentito il Primo Ministro, sciogliere
le Camere o anche una sola di esse.
La facoltà di cui al primo comma non
può essere esercitata durante i dodici mesi
successivi alle elezioni delle Camere ».
ART. 8.
1. L’articolo 89 della Costituzione è
sostituito dal seguente:
« ART. 89. – Gli atti del Presidente della
Repubblica adottati su proposta del Primo
Ministro o dei Ministri sono controfirmati
dal proponente, che ne assume la responsabilità.
Non sono sottoposti a controfirma
la nomina e la revoca del Primo Ministro,
l’indizione delle elezioni delle Camere e lo
scioglimento delle stesse, l’indizione dei
referendum nei casi previsti dalla Costituzione,
il rinvio e la promulgazione delle
leggi, l’invio dei messaggi alle Camere, le
nomine che sono attribuite al Presidente
della Repubblica dalla Costituzione e
quelle per le quali la legge non prevede la
proposta del Governo ».
ART. 9.
1. L’articolo 92 della Costituzione è
sostituito dal seguente:
« ART. 92. – Il Governo della Repubblica
è composto dal Primo Ministro e dai
Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio
dei ministri.
Il Presidente della Repubblica nomina
e revoca il Primo Ministro e, su proposta
di questo, nomina e revoca i Ministri.
Qualora entro cinque giorni dalla revoca
del Primo Ministro il Parlamento
confermi la fiducia allo stesso, il Presidente
della Repubblica decade e il Parlamento
è sciolto. In tal caso si applica il
terzo comma dell’articolo 85.
Il Presidente della Repubblica presiede
il Consiglio dei ministri ».
2. Agli articoli 93, 95, primo comma, e
96 della Costituzione, le parole: « Presidente
del Consiglio dei ministri » sono
sostituite dalle seguenti: « Primo Ministro ».
ART. 10.
1. All’articolo 104 della Costituzione
sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il secondo comma è sostituito dal
seguente:
« Il Consiglio superiore della magistratura
elegge il presidente tra i componenti
designati dal Paramento »;
b) il quinto comma è abrogato.
ART. 11.
1. La prima elezione del Presidente
della Repubblica a suffragio universale e
diretto ha luogo entro settanta giorni dalla
data di entrata in vigore della presente
legge costituzionale. Entro dieci giorni da
tale data il Presidente della Camera dei
deputati procede alla convocazione dei
comizi elettorali.
2. Il Parlamento in carica alla data di
entrata in vigore della presente legge costituzionale
è comunque sciolto di diritto
il giorno dell’elezione del nuovo Presidente
della Repubblica. Qualora sia già sciolto,
la procedura elettorale è interrotta.
3. Le successive elezioni per la Camera
dei deputati e per il Senato della Repubblica
sono indette dal Presidente della
Repubblica entro cinque giorni dal suo
giuramento e devono aver luogo entro
settanta giorni.
La trasformazione del sistema politico istituzionale: quel che solo i due partiti maggiori possono fare...
Giorgio Brandolin, neopresidente del Coni, nel corso della campagna elettorale avrebbe detto:«un impegno che prendo fin d'ora e che tengo a specificare è questo: se entrerò in Parlamento lo farò con la tessera del Pd, e con quella ne uscirò». «Chiaro il riferimento a Maran», scrive Il Piccolo.
A dire il vero, in Parlamento ci sono entrato con la tessera dei Ds. E, prima di far parte del gruppo parlamentare del Pd, ho fatto parte di quello dell’Ulivo. Anzi, di tessere ne ho cambiate quattro: Pci, Pds, Ds e Pd. Perché? Perché volevo (ed allora eravamo in parecchi a volerlo) costruire una sinistra moderna. Volevo (volevamo) dare vita ad un soggetto politico capace di svolgere in Italia quella stessa funzione politica che nei principali paesi europei è svolta dai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti. Quel partito riformista che l’Italia non ha mai avuto.
Ora, per quel che riguarda Brandolin, le cose stanno in modo semplice: c’è chi si affanna a spingere il carro, il più delle volte in mezzo al pantano, e chi sul carro ci sale sopra e si fa portare, attento a non sporcarsi gli stivali. Per quel che riguarda il Pd, le cose sono più complicate.
Il Pd ha trovato consenso su una deriva identitaria ed ha scelto di «silenziare» l’ala destra del partito e di restringere i propri confini marcando una frontiera netta con Monti. Il Pd ha scelto di respingere con disgusto gli elettori del centrodestra delusi da Berlusconi. A Renzi che li aveva esortati a partecipare alle primarie fu risposto che si trattava di infiltrati e che avrebbero 'corrotto' i valori della sinistra. Il Pd ha scelto di combattere dall’opposizione la campagna elettorale, dopo aver sostenuto per un anno il governo Monti; ha scelto di restare nel perimetro del blocco sociale della Cgil e di compensare questa sua inferiorità sul piano sociale con una (supposta) superiorità sul fronte «morale». Risultato? E’ finita che Berlusconi ha impedito al Pd di prendere voti a destra e Grillo glieli ha tolti a sinistra.
E adesso? In queste condizioni, se fossimo in Germania un governo di responsabilità nazionale sarebbe già nato. Del resto, da quant’è che il Capo dello Stato va ripetendo che «è indispensabile un riavvicinamento tra i campi politici contrapposti, il che non significa confondersi, non significa rinunciare alle rispettive identità, ma significa condividere gli sforzi che sono indispensabili per riaprire all'Italia una prospettiva di sviluppo e anche per ridare all'Italia il ruolo e il prestigio che le spetta nella comunità europea e nella comunità internazionale»?
Ma in Italia gli ostacoli sono parecchi: la guerra civile strisciante che dura da vent’anni, i guai giudiziari di Berlusconi. E, come scrive Giuliano Ferrara, una «divisione antropologica», «quella tra un’Italia che considera Berlusconi un’escrescenza da eliminare, e Berlusconi che in questo paese, spesso con mezzi cinici ma efficaci, ha costruito una maggioranza capace di superare l’orizzonte di tutti gli errori e di tutte le follie (comprese le sue)». Aggiungo che, il più delle volte, le riforme che sarebbero necessarie sono impopolari e rischiare l’impopolarità nei punti di forza tradizionali (ad esempio, il pubblico impiego) puntando sulla riconoscenza da parte di generazioni future o da parte di ceti sociali in cui prevalgono gli avversari, esige un coraggio che gli attuali leader del Pd non hanno. Dire ora, come fa Enrico Letta, che «Renzi sicuramente sarà la carta del futuro» è penoso. Ma Renzi – che a differenza di Grillo, aveva associato alla parola «rottamazione» non un generico «vaffanculo», ma una piattaforma politica - solo un paio di mesi fa non era una specie di pericoloso fascistoide? Rosy Bindi non aveva detto che «Renzi è un frutto di questa epoca di berlusconismo, è figlio del ventennio berlusconiano»? Il sindaco di Bologna non aveva detto che «i renziani sono stalinisti moderni e giovani yuppies arrampicatori»?
Eppure, il Paese ha bisogno di qualcosa che solo i due partiti maggiori possono fare: la riforma di una democrazia parlamentare che non funziona più. E’ questo il programma di moralizzazione della vita politica di cui c’è più bisogno: dall’abolizione del finanziamento pubblico all’abolizione delle province. E tocca ai due partiti maggiori. Grillo è un’altra cosa. Come scrive Antonio Polito, Grillo «vuole cambiare il mondo, è portatore di una vera e propria ideologia: si batte per la decrescita felice, un’Italia in cui tutti siano più poveri ma più solidali ed ecocompatibili, “meno lavoro, meno energia, meno materiali”. Non la svenderà per sedersi al tavolo di una trattativa politica».
Il risultato di queste nostre elezioni, come quello delle ultime elezioni politiche in Grecia, non è molto diverso da quello del primo turno delle elezioni francesi della primavera scorsa: indeboliti i due partiti maggiori, rafforzate le ali “anti-sistema”. La differenza sta nel fatto che in Francia hanno il secondo turno, con cui si supera la frammentazione e si sceglie chi governa. Insomma, i fenomeni politici sono gli stessi, ma il meccanismo istituzionale è molto più evoluto. Non sappiamo chi vincerebbe oggi in Italia, in un ballottaggio tra le due formazioni maggiori; ma certamente il Paese ne guadagnerebbe in stabilità e qualità del rapporto tra eletti ed elettori, tra governanti e governati.
Durante tutto lo scorso anno il Presidente della Repubblica non ha perso occasione per sollecitare le forze politiche a riformare la legge elettorale, anche a seguito di un richiamo da parte della Corte costituzionale. Non si è voluto farlo. A determinare questa inerzia ha sicuramente pesato l’idea che il centrosinistra avesse già la vittoria in tasca e che questa sarebbe stata resa più solida in Parlamento dalla legge Calderoli (che fu pensata su misura per impedire a Prodi e all’Ulivo di avere una maggioranza stabile nel 2006). Così si è tirato in lungo finché lo scioglimento anticipato delle Camere ha chiuso definitivamente il discorso con un nulla di fatto. Eppure, la possibilità di arrivare a un accordo accettabile con il Pdl, tra la primavera e l’estate del 2012 ci sarebbe stata. Il Pdl aveva offerto al Pd un patto istituzionale vantaggioso: una legge elettorale alla francese in cambio del semipresidenzialismo alla francese.
Il 3 luglio 2012, assieme a Mario Barbi e ad altri deputati del Pd, ho presentato una proposta di legge costituzionale per introdurre il sistema semi-presidenziale sul modello della Francia (Modifiche alla parte seconda della Costituzione per assicurare il pieno sviluppo della vita democratica e la governabilità del Paese (5337)- presentata il 3 luglio 2012, annunziata il 4 luglio 2012). Scrivevamo nella relazione illustrativa, «per tutte queste ragioni è oggi opportuno che la nostra Repubblica democratica e il nostro Parlamento valutino con serietà l’ipotesi di trasformazione del sistema politico istituzionale, dalla forma di governo parlamentare alla forma di governo presidenziale o semi-presidenziale sul modello della Francia. Il presidenzialismo sembra essere sempre di più quel sistema che lungi dal liquidare la democrazia rappresentativa e la forma partito è piuttosto in grado di aggiornarla e di adeguarla alle nuove dinamiche della vita democratica che richiedono un livello più alto, diretto e consapevole di partecipazione da parte dei cittadini. Il presidenzialismo sembra essere dunque quel passaggio che manca e che è necessario per riallineare nella democrazia italiana forma del governo e sostanza del governo, quel passaggio che sembra essere in grado di portare finalmente e definitivamente l’Italia in quella democrazia competitiva, governante e dei cittadini a cui milioni di persone hanno lavorato negli ultimi venti anni e più. A far propendere poi per questa opzione dovrebbero essere anche gli ultimi segnali che vedono crescere sul piano della rappresentanza forze di protesta e in gran parte sostanzialmente antisistema ma che ambiscono a conquistare una forte posizione parlamentare. La storia d’Italia ha già conosciuto soggetti che, una volta entrati in Parlamento per via democratica e con sistema proporzionale, lo hanno poi completamente svuotato di senso, credibilità e fiducia tanto da farlo diventare un simulacro della democrazia e un trampolino per la dittatura. Noi oggi abbiamo l’opportunità di non ripetere l’errore compiuto novanta anni fa: quello di non modificare la forma di governo per tempo, impedendo che altri la svuotassero di senso e significato democratico e pluralistico. Dare all’Italia un coerente impianto presidenzialista, costruito con adeguati pesi e contrappesi, vuol dire fare uscire la democrazia italiana dal pantano attuale e ridare dignità, consenso e credibilità alle istituzioni democratiche».
Il 18 settembre 2012 ho scritto (con il gruppo dei promotori dell’Agenda Monti) sul Corriere della Sera una lettera aperta al Segretario del Pd Pierluigi Bersani («Bersani apra a doppio turno e semipresidenzialismo»). Obiettivo: chiedere una riforma del governo in senso semipresidenziale, con doppio turno per l’elezione del Parlamento e un nuovo Senato con funzione di Camera delle Autonomie. Scrivevamo:«La legislatura formalmente ha davanti ancora tempo sufficiente per svolgere questo compito. Servirebbe ciò che finora è mancato: uno sforzo convinto delle forze politiche, a partire da quelle che sostengono il governo Monti. Riprendiamo il dibattito alla Camera sul testo di riforma istituzionale e portiamo da subito al Senato la riforma elettorale a doppio turno. Noi chiediamo al nostro partito, al PD, di farsi protagonista di un’iniziativa in questo senso».
Lo stesso giorno (18 settembre 2012) sono intervenuto in Commissione Affari costituzionali (pag. 7) per illustrare la proposta. Gianclaudio Bressa, il capogruppo del Pd in Commissione, ha tagliato corto, sottolineando che «i quindici parlamentari, tra deputati e senatori, sottoscrittori della lettera aperta al segretario del Partito democratico rappresentano una minoranza, seppur autorevole, del partito stesso e del suo gruppo parlamentare, la cui posizione è diversa». Il disastro che abbiamo di fronte è anche colpa del Pd.
Ora occorre, letteralmente, raccogliere i cocci. Meglio rimboccarsi le maniche e incominciare subito. Un Parlamento eletto ora c’è, e occorre farlo funzionare.
Alcune riflessioni sul voto
Rinvio alle riflessioni (sul Pd, su Scelta civica, sul Movimento 5 Stelle, sul che fare subito e che fare subito dopo) che propone oggi sul suo sito Pietro Ichino: leggi il primo editoriale telegrafico sul risultato del voto per Senato e Camera.
Ichino invita, inoltre, a riflettere sulla differenza tra la Francia e noi: stessi fenomeni politici, un meccanismo istituzionale molto più evoluto. «Il risultato di queste nostre elezioni, come quello delle ultime elezioni politiche in Grecia, non è molto differente - scrive Pietro Ichino - da quello del primo turno delle elezioni francesi della primavera scorsa: fortemente indeboliti i due partiti maggiori, rafforzate le ali più o meno dichiaratamente “anti-sistema”. La differenza sta nel fatto che in Francia hanno il secondo turno, con cui si supera la frammentazione e si sceglie chi governa. Non sappiamo chi vincerebbe oggi in Italia, in un ballottaggio tra le due formazioni maggiori; ma certamente il Paese ne guadagnerebbe in stabilità e qualità del rapporto tra eletti ed elettori, tra governanti e governati». Al Senato, invece, la nostra legge elettorale è studiata apposta per generare ingovernabilità: leggi il quarto editoriale telegrafico di oggi.
Sul punto rimando alle mie recenti prese di posizione:
«Bersani apra a doppio turno e semipresidenzialismo»
Corriere della Sera, 18 settembre 2012
Per un'Italia presidenziale e federale
qdR magazine settimanale di propaganda riformista, numero 65 del 12 giugno 2012
Istituzioni forti e stato leggero
L’Opinione, 10 maggio 2012
(Semi)Presidenzialismo, non solo legge elettorale
qdR magazine settimanale di propaganda riformista, numero 57 del 17 aprile 2012
Anche l'Europa incrocia le dita...
Non mancano le ironie, in questi giorni, nei commenti internazionali sulle elezioni italiane (nell’edizione online del settimana tedesco Der Spiegel riporta una galleria fotografica sulle gaffe di Berlusconi: From Brash to Bawdy: Berlusconi's Most Revealing Gaffes),ma per tutti i più grandi media internazionali si tratta di elezioni da prendere molto sul serio, a differenza che in passato, perché in gioco c’è il futuro del paese, dell’euro e di conseguenza dell’economia mondiale.
Il Financial Times ha parlato addirittura di «presentimenti di tragedia» (Italy’s poll promises to spring surprise Comedian’s untested party fills critics with forebodings of tragedy) e della possibilità che il caos (Italy fears political stalemate) nel quale il paese sembra entrato finisca in dramma. Dramma per l’Italia e anche per l’Europa (Europa teme que un resultado incierto haga ingobernable Italia), che si era illusa che il cambio di marcia dell’ultimo anno avesse salvato il continente dalla crisi del debito. Non c’è dubbio che come osserva Roberto D’Alimonte (La sinistra identitaria contro i moderati divisi ) «gli italiani sono chiamati a fare una scelta per molti versi storica. Nel 1994 le conseguenze riguardavano solo noi. Oggi no. Riguardano anche l'Europa e il suo futuro».
Possiamo farcela, ma tocca a noi scegliere
Secondo l’ex direttore dell’Economist, Bill Emmot, «l’Italia appare destinata a finire come la Serenissima»( 'La Serenissima' to bunga bunga: How Italy fell into a coma - CNN.com).
«Venezia era nel Medioevo la città più florida e più potente del Mediterraneo ma nel XIV secolo la sua elite decise di chiudere le porte agli stranieri e di nazionalizzare il commercio dando inizio ad un declino» che per Emmott si rispecchia nell’Italia di oggi «cuore del boom europeo degli Anni Cinquanta e Sessanta ma oggi vittima delle proprie leggi restrittive sul lavoro e dell’esplosione del debito pubblico, dovuto a Sanità e pensioni».
Ma un così cupo scenario non è ineluttabile: oggi «possiamo scegliere la strada della rinascita». Come ha detto ieri Mario Monti nel suo discorso a Firenze, «queste elezioni sono una svolta storica perché per la prima volta, nel novembre del 2011, la fortezza della politica è stata costretta ad aprire una finestra». «Per la prima volta in vent'anni, con la nostra iniziativa, l'offerta politica è cambiata e gli elettori italiani possono scegliere qualcosa di diverso dalla solita minestra, qualcosa che non sia né la vecchia offerta di partiti che hanno condotto il Paese nelle condizioni in cui si trova oggi o ancor peggio si trovava quattordici mesi fa, né il populismo distruttivo che vorrebbe approfittare della rabbia legittima di tanti italiani per sfasciare tutto e per chiudere la nostra grande nazione all'Europa e al mondo. Questa è la grande sfida, concretissima, di queste elezioni: populisti contro riformatori».
Le previsioni economiche della Commissione Europea
Le previsioni economiche della Commissione europea pubblicate oggi contengono ottime notizie per l’Italia:
• I conti pubblici sono in ordine: l’Italia fra breve uscirà dalla procedura di deficit eccessivo avendo i presupposti per raggiungere l’equilibrio di bilancio in termini strutturali.
• Questo è stato possibile grazie all’azione del governo Monti come ha sottolineato la Commissione Europea: “Grazie alla piena attuazione delle misure di risanamento, il disavanzo dovrebbe ridursi al 2,1% del PIL nel 2013...la spesa pubblica è destinata a rimanere sostanzialmente stabile ... anche grazie agli effetti della riduzione della spesa corrente decisa nell'estate nel 2012 ". "In termini strutturali, nel 2013 si prevede un bilancio sostanzialmente in pareggio”.
• Questo andamento è positivo per le imprese, la crescita e l’occupazione:
1. Il risanamento dei conti pubblici riduce i costi di finanziamento dello Stato, liberando risorse per ridurre la pressione fiscale (IRPEF e IRAP) in modo da sostenere la domanda interna;
2. Il risanamento dei conti pubblici riduce inoltre i costi di finanziamento per le imprese, fondamentale per gli investimenti e la creazione di posti di lavoro;
• L’Italia sta uscendo dalla recessione: la riduzione del PIL dell’1% previsto dalla Commissione è dovuta soprattutto all’“effetto trascinamento”. In altre parole, l’economia ha iniziato il 2013 con il freno tirato, la recessione toccherà il fondo nel primo semestre dell’anno e dal terzo trimestre l’economia ritornerà a crescere.
• Un ultimo punto da ricordare, come ha fatto la Commissione Europea, è che il governo Monti ha distribuito il peso del risanamento in modo equo: le pensioni tre volte superiori alla soglia minima non sono state rivalutate.
Questo significa che:
- L’Italia è uno dei pochi paesi che usciranno dalla sorveglianza rafforzata dell’UE quest’anno. Venti sono ancora sotto procedura comprese Francia, Spagna e Regno Unito;
- L’Italia non è più sotto la minaccia di sanzioni finanziarie da parte dell’UE;
- Come conseguenza concreta e importante, i costi di finanziamento continueranno a scendere creando un circolo virtuoso di crescita della domanda, degli investimenti, dell’occupazione.
UNIVERSITA' E RICERCA, UNA PRIORITA'
Quanto denunciato dai Rettori delle Università di Udine e Trieste Cristiana Compagno e Francesco Peroni e dal Direttore della Sissa Guido Martinelli (nell’appello rivolto ai candidati alle prossime elezioni che riporto qui sotto) è innegabile. In un sistema in cui l’educazione, anche universitaria, è e dovrebbe restare un servizio pubblico, qualsiasi riforma avrebbe avuto, e tuttora ha bisogno di un attento accompagnamento e coordinamento politico-amministrativo, a livello nazionale e regionale.
Il quadro normativo esistente riconosce ricerca scientifica e tecnologica tra le materie di legislazione “concorrente”. L’esigenza di un coinvolgimento delle istituzioni regionali nella promozione e nel finanziamento di scelte in tali materie potrebbe fortemente arricchire lo spettro delle soluzioni mirate allo sviluppo sociale ed economico di un territorio. Sviluppo del territorio significa però anche eliminare gli sprechi, come i doppioni di corsi fra Atenei così prossimi, ad esempio erogando denaro alle due Università in misura inversamente proporzionale alla permanenza di duplicazioni formative. L'accordo di programma per una collaborazione in chiave federativa tra i due atenei di Udine e Trieste è quindi un passo nella giusta direzione.
Sviluppo del territorio, tanto più dal punto di vista del sistema universitario, significa poi, e soprattutto, elaborare strategie che guardino al mondo, al futuro, all’eccellenza. Ecco alcuni esempi. Un punto qualificante della nostra Amministrazione Regionale dovrebbe essere quella di negoziare con lo Stato una riduzione (fino al possibile azzeramento) delle barriere all'accesso nel territorio regionale per studenti, scienziati, docenti, ricercatori extracomunitari, iscritti alle università o chiamati a collaborare da istituzioni scientifiche regionali. Occorrerebbe poi adottare una politica di finanziamenti regionali solo a progetti di didattica e ricerca a carattere internazionale. Ciò assume particolare importanza non solo nella prospettiva delle ricadute in chiave di R&S ma anche in vista della formazione di fornitori di servizi, di professionisti (commercialisti, avvocati, notai, giudici, consulenti aziendali e finanziari, etc.) in grado di esprimere competenze capaci di accompagnare nel mercato (globale) i prodotti e le iniziative del nostro tessuto produttivo, e delle numerose realtà scientifiche e tecnologiche di cui la nostra regione è ricca. Competenze e servizi di livello internazionale rappresentano le più salde risorse 'infrastrutturali' di lungo periodo, e di sicuro valore aggiunto, attraverso cui convogliare imprese ed operatori economici, italiani e stranieri nella nostra Regione.
APPELLO DEI RETTORI AI CANDIDATI ALLE PROSSIME ELEZIONI
La stampa nazionale ha dato larga diffusione a un documento della Conferenza
dei Rettori delle Università Italiane, nel quale si denunciano gli effetti di
drammatico impoverimento subiti dal sistema universitario nazionale e, in
generale, dalla ricerca scientifica a causa dei tagli finanziari dell'ultimo
quinquennio.
Vogliamo richiamare l'attenzione sul fatto che tale scenario non è meno
allarmante in Friuli Venezia Giulia. La circostanza che le nostre Università
abbiano sinora "resistito", grazie anche, se non soprattutto, alla
propria capacità di rinnovarsi, mantenendo così elevati standard di
produttività scientifica e di formazione di capitale intellettuale altamente
qualificato, non deve far perdere di vista i guasti che inesorabilmente si
stanno producendo a causa dei tagli: diminuzione e invecchiamento degli
organici per l'impossibilità di reclutare nuove leve, impoverimento dei
servizi, minore competitività coi sistemi universitari più avanzati.
Crediamo che un trend di questo tipo debba ancor più preoccupare in una
Regione, come la nostra, caratterizzata da una rete di strutture scientifiche e
di alta formazione senza uguali nel Paese: un patrimonio potenzialmente capace
- non diversamente da quanto si sta praticando nei modelli più avanzati - di
restituire sviluppo al territorio e alla comunità nazionale, quale migliore
antidoto alla recessione in atto.
Alla vigilia di decisivi passaggi elettorali, nazionali e regionali, chiediamo
ai candidati delle diverse formazioni politiche di impegnarsi, ove eletti, a
contribuire a un'inversione di rotta: università e ricerca entrino finalmente -
e non solo a parole - nelle priorità strategiche dell'Italia e del Friuli
Venezia Giulia.
Cristiana Compagno, Francesco Peroni, Guido Martinelli
Ma oggi si può discutere di lavoro e giustizia sociale come negli anni Cinquanta?
Che oggi lo spartiacque fondamentale della politica italiana non sia quello tra la sinistra di Bersani-Vendola e la destra di Berlusconi-Maroni, lo testimonia l’intervento del segretario della Cgil, Franco Belci sul Messaggero Veneto di ieri (che riporto qui sotto). Il vero discrimine è tra chi è convinto che la strategia migliore per uscire dalla crisi sia quella concordata con i nostri partner europei e chi invece (come Vendola, Berlusconi, Maroni e parecchi dirigenti del Pd) è convinto che proprio questa strategia sia la rovina del Paese. In altre parole, tra chi vuole cogliere l’occasione offerta dalla crisi per innescare un processo di rapido allineamento dell’Italia ai migliori standard europei e chi pensa che questo progetto sia irrealizzabile, perché «in Italia queste cose non si possono fare».
La riforma del mercato del lavoro approvata dal governo Monti è ovviamente migliorabile (come propone Pietro Ichino: superamento del dualismo fra protetti e non protetti, un sistema di welfare che dia sicurezza a tutti, indipendentemente dal tipo di lavoro, ecc.), ma onestà intellettuale sconsiglierebbe di far partire dal luglio scorso la contabilità dei posti di lavoro persi in Italia, come se tutti i problemi fossero nati con l’entrata in vigore della riforma Fornero. Ben prima che arrivasse Monti, dal 2000 al 2010, il pil pro capite nel nostro paese ha perso in media 0,4 punti percentuali ogni anno, ed è da qui che discende la nostra incapacità di creare posti di lavoro. Altro che Fornero.
La CGIL (che si sente parte attiva in questa campagna elettorale) sostiene che la priorità per l’Italia sia un piano straordinario di 175 mila nuove assunzioni nel 2013 che costerebbe allo Stato (e quindi ai cittadini) la bellezza di 10 miliardi e propone altre misure che porterebbero l’aumento di spesa pubblica a 35 miliardi. La logica del piano della CGIL è: tagliamo la spesa pubblica per finanziare nuova spesa pubblica. In sostanza, per la Cgil, la cassetta degli attrezzi rimane la stessa dell’immediato dopoguerra. Certo, le bonifiche degli anni cinquanta sono sostituite dalla messa in sicurezza del territorio, la nazionalizzazione dell’energia elettrica è sostituita dall’intervento pubblico diretto nei settori «necessari alla qualità della produzione italiana ed alla tutela dell’occupazione» e i prestiti esteri sono soppiantati da una parziale monetizzazione del debito in sede europea. Ma la sostanza è la stessa.
Ecco, stimo Belci e resto legato alla Cgil, ma queste idee non mi persuadono. Non mi convince l’idea che oggi si possa discutere di lavoro, equità e giustizia sociale come negli anni cinquanta. Come se la demografia, la tecnologia, l’apertura dei mercati fossero nient’altro che fastidiose seccature e non invece fattori in grado di mutare la natura stessa del lavoro e il modo di coniugare i concetti di equità e giustizia sociale; e non mi convince l’idea che a squilibri socio-economici profondamente diversi debba corrispondere sempre e comunque lo stesso intervento pubblico.
Ora, quello che la Cgil propone per rimettere in moto l’Italia è lontanissimo da quello che propone Monti. La Cgil vede nella spesa pubblica non il nostro problema principale, ma la soluzione di tutti (o quasi) i nostri problemi; mentre Monti indica come leve prioritarie su cui agire la riduzione del carico fiscale su lavoro e impresa e l’apertura del Paese agli investimenti stranieri. Se, in questi anni, avessimo avuto la stessa capacità di attrazione dell’Olanda che occupa una posizione mediana nella classifica europea, avremmo registrato un maggiore flusso annuo di investimenti in entrata pari al 3,6 % del nostro Pil. Per capirci: circa 29 volte l’investimento che Marchionne ci ha proposto nel 2010 con il piano “Fabbrica Italia”. Fosse anche soltanto la metà, il maggior flusso di investimenti in entrata porterebbe con se dai 200.000 ai 300.000 nuovi posti di lavoro ogni anno.
Ovviamente, la strategia europea disegnata da Monti per uscire dalla crisi cerca di far sì che l’Italia partecipi da protagonista alla costruzione di una UE capace di fare una politica economica seria a dimensione continentale. In qualche misura questo sta già accadendo (manovra di Draghi e costituzione del Fondo Salva-Stati). Ma i tedeschi (il socialdemocratico Steinbrück esattamente come la cristiano-democratica Merkel) non sono disposti a emettere eurobond per lo sviluppo, se questo serve agli italiani per eludere la necessità di tagliare gli sprechi, rendere efficienti le loro amministrazioni e far funzionare meglio il loro mercato del lavoro. E il piano della Cgil tende in qualche misura a usare la spesa pubblica proprio per evitare di fare i conti con la necessità delle riforme delle amministrazioni pubbliche e del mercato del lavoro. Due capitoli sui quali stiamo avanzando con il freno a mano tirato mentre avremmo bisogno di accelerare il più possibile. Insieme alla Cgil, come spero. Di Marx possiamo invece fare tranquillamente a meno. Dopotutto, è dagli anni cinquanta che i socialdemocratici tedeschi lo hanno messo in soffitta.
Belci a Maran: «La Cgil è autonoma dal Pd. Ci interessiamo di chi si impegna per il lavoro»
Messaggero Veneto, 10 febbraio 2013
di FRANCO BELCI *
Non mi aspettavo che Maran, persona che stimo anche dopo il suo repentino e discusso cambio di casacca, assumesse in fotocopia lo stucchevole schema della propaganda montiana, per il quale il Pd diventerebbe buono se si liberasse dei cattivi compagni, dei quali la Cgil è il principale. Penso di poterlo tranquillizzare: il Pd è autonomo dalla Cgil come la Cgil lo è dal Pd (e da tutte le altre forze politiche). Valutiamo i programmi in base al merito. E quello di Pd e Sel ci interessa perché cerca di offrire al lavoro una prospettiva di maggior dignità e stabilità e al Paese un futuro non costruito unicamente sul pareggio di bilancio. Obiettivo, quest’ultimo, importante ma insufficiente a rispondere alle vere emergenze: creare posti di lavoro per riassorbire 3 milioni di disoccupati e dare risposte a 3 milioni di lavoratori a rischio e offrire una prospettiva di studio qualificato e di lavoro duraturo ai giovani. Non si tratta solo di un problema sociale: è stato calcolato che l’attuale livello di disoccupazione porta a una riduzione di Pil potenziale tra i 70 e gli 80 miliardi l’anno. Lo sapevano i professori? Del resto proprio sui temi del lavoro le loro politiche si sono dimostrate del tutto inadeguate. In un anno la disoccupazione è aumentata del 2,3%, mentre quella giovanile è cresciuta addirittura di 7 punti e mezzo. E con la riforma Fornero solo il 13% dei precari ha visto migliorare la propria condizione, mentre il 27% è stato licenziato ed un altro 22% è scivolato verso un contratto peggiore. Infine si sono tagliati i fondi a scuola ricerca e Università, facendo l’esatto contrario degli altri Paesi Ue. La Cgil ritiene si debba invertire questo trend. Sappiamo benissimo che ci vorrà tempo e gradualità negli interventi: per questo la politica deve recuperare quella capacità progettuale che ha perso da tempo. Da parte nostra abbiamo voluto mettere a disposizione un progetto per uscire dalla crisi attraverso la leva del lavoro, ridando ad esso dignità e centralità nel discorso pubblico del Paese. Su un punto ha ragione Maran: crediamo che si debba dare un forte impulso all’azione pubblica nell’economia. Ma ciò non significa aumentare la spesa, ma governarla concentrando le risorse su interventi che il Paese non può più rimandare per essere competitivo e attrarre investimenti: la messa in sicurezza e la bonifica del territorio, una graduale riconversione “verde” dell’economia, un piano straordinario per l’edilizia scolastica, una modernizzazione della logistica, la manutenzione e la valorizzazione dei beni culturali in una prospettiva di offerta turistica di qualità, una modernizzazione delle infrastrutture, un rafforzamento di tutta la filiera della conoscenza. Il “Piano” indica come e dove si possano recuperare le risorse che servono e rinvio al testo per ragioni di spazio. Proprio perché la spesa pubblica non può essere aumentata, le scelte che proponiamo chiedono, tra le altre cose, una maggiore solidarietà ai settori della società che non hanno sofferto (o che hanno sofferto meno) la crisi. È qui che siamo molto lontani da Monti, che continua ad affidarsi alle sole logiche del mercato. Da parte nostra, ultimamente abbiamo trovato impensati compagni di strada anche all’interno delle istituzioni economiche. Da tempo Obama si è affidato a politiche “neokeynesiane”. Ma un mese fa è entrato nella compagnia anche il capo economista del Fmi, Blanchard, che ha riconosciuto come il Fondo abbia sottovalutato l’influenza negativa dell’austerità sulla crescita. Infine il presidente uscente dell’Eurogruppo, Junker, ha avvertito che se non sarà risolto il problema della disoccupazione, il futuro della Ue sarà a rischio, spingendosi a rivalutare Marx. Spero che Maran non consideri anche queste cattive compagnie. *segretario generale Cgil Fvg
Sostiene Der Spiegel...
Sono in parecchi a temere il ritorno del caos politico in Italia. Qualche giorno fa lo Spiegel è tornato sull’argomento con un articolo di Fiona Ehlers and Alexander Smoltczyk: The Italian Patient: Resisting Berlusconi's Charms . L’articolo si conclude così:
«Berlusconi ha tutto l’interesse a fare il possibile per evitare una maggioranza di sinistra al senato. Così spera, in futuro, di poter silurare le leggi che possano limitare il suo impero mediatico o permettere che sia perseguito. Sa benissimo che le sue chances di diventare primo ministro sono scarse e non ha niente da perdere. Racconta balle e fa promesse che non può mantenere, deciso unicamente a fare in modo che lo spettacolo continui.
Altri populisti stanno raccogliendo voti nella corsa verso il traguardo. Uno di loro è Beppe Grillo del movimento di protesta “Movimento 5 Stelle”. Grillo gira per il paese con uno“tsunami tour”, odia Merkel, non vuole pagare un centesimo del debito e sta seriamente invitando Al-Qaida a bombardare il parlamento a Roma, gridando ai quattro venti che fornirebbe addirittura ai terroristi le coordinate necessarie. I sondaggi stimano che Grillo ha il potenziale per catturare il 20 per cento del voto. Potrebbe diventare la terza forza più rilevante assicurandosi il sostegno di un numero consistente di italiani indecisi che sono stufi della politica.
A sole due settimane dalle elezioni, tutto è ancora in alto mare. C’è ancora la speranza che gli italiani attivino “la memoria”[1], le loro capacità di ricordare. E se non ne sono capaci, il paese potrebbe riandare col pensiero alla breve primavera italiana, un periodo nel quale l’unico obiettivo non era quello di distruggere l’avversario politico, perché la paura dell’abisso aveva condotto tutte le parti al cessate il fuoco. Per un veterano come Pier Ferdinando Casini, questo periodo già sembra essere stato un “miracolo”[2], un vero miracolo. E’ un democratico cristiano. E’autorizzato a credere ai miracoli».
Sostiene Salvati...
Michele Salvati, uno dei «padri fondatori» del Pd, con il suo «Appello per il Partito democratico. I riformisti con i riformisti. Il Coraggio di dividersi» che Il Foglio pubblicò il 10 aprile 2003 (Appello per il Partito democratico - [ Il Foglio.it › La giornata ]), è uno che non ha mai esitato a schierarsi. Non molto tempo fa, sul numero 6/2012 del Mulino (di cui è direttore) ha scritto :«Al di là di molte affermazioni analiticamente sostenibili contenute in questo articolo, concludo con una tesi politica di cui sono convinto, ma sulla quale c’è disaccordo nel comitato direttivo di questa rivista: che la prosecuzione dopo le elezioni di un governo Monti potrebbe ancora fare bene al nostro paese».
Nei giorni scorsi, sul Foglio, è tornato sull’argomento . «Non ce l’ho con Pier Luigi Bersani –ha detto a Marco Valerio Lo Prete – al massimo con chi nei 15 anni prima di lui non ha raccolto certe sfide e non ha educato il proprio elettorato a raccoglierle. Così ci troviamo davanti al solito destino che caratterizzò già il Pci, quello del ritardo rispetto alla propria fase storica: erano comunisti quando la sinistra europea era socialdemocratica, sono in larga parte socialdemocratici oggi quando altrove le grandi conquiste della socialdemocrazia sono state raggiunte e il problema è piuttosto quello di difenderne in modo innovativo lo spirito e la sostanza in una fase storica molto più sfavorevole. Oggi il Pd sarebbe dovuto essere pienamente liberal-democratico e ‘rawlsiano’ come base culturale». Escludendo una destra troppo pendente verso il «populismo», ecco perché Monti appare il più adatto ad affrontare quelle sfide che Salvati ritiene dirimenti: rendere «più efficiente e meno oneroso» il sistema che fornisce servizi pubblici, stimolare «una maggiore produttività nel settore privato», riformare il welfare nel senso dell’equità, rivedere «procedure, regole e rapporti di lavoro da cui è disciplinata l’intera Pubblica amministrazione, sia quella centrale sia quella periferica». Rinvio al dibattito del Foglio: Perché le élite italiane temono la “meritocrazia elettiva” di Monti - [ Il ...
Se l'obiettivo è la crescita. L'agenda dell'Ocse.
In piena campagna elettorale, ieri è stato l’Ocse ha dettare le sue raccomandazioni all’Italia sulle azioni per rilanciare la crescita. Nel rapporto diffuso ieri - OECD's 2013 Going for Growth: Reforming for a strong and balanced recovery, - l'Ocse, il gruppo dei Paesi industriali, individua alcune priorità per ogni Paese (Country notes) nel campo delle riforme strutturali.
Lavoro. Al primo posto il mercato del lavoro. L'Ocse sostiene anzitutto che nel nostro Paese la tutela del lavoro va riequilibrata spostandola dalla protezione del posto a quella del reddito del lavoratore. Questo «consentirebbe di migliorare la produttività in quanto favorirebbe una miglior distribuzione della forza lavoro». Il mercato del lavoro duale ostacola una distribuzione efficiente della forza lavoro, afferma lo studio. La riforma del mercato del lavoro, raccomanda l'organizzazione con sede a Parigi, va proseguita «rendendo più flessibili le assunzioni e i licenziamenti e accorciando i tempi dei procedimenti giudiziari, realizzando contemporaneamente la rete universale di protezione sociale già in programma». Secondo l'Ocse, che ha inserito anche una nuova raccomandazione rispetto agli anni precedenti, che riguarda il miglioramento delle politiche attive del mercato del lavoro per accelerare il reinserimento dei disoccupati, quello della riforma del lavoro è un tema cruciale per l'Italia. Agenda lavoro
Continuare così. Il ritmo delle riforme, riconosce l'Ocse, è stato già «particolarmente sostenuto in quei Paesi della zona Euro che beneficiano di programmi di assistenza finanziaria o che sono direttamente esposti a pressioni dei mercati (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna), anche in settori politicamente sensibili, quali la regolamentazione del mercato del lavoro e i sistemi di protezione sociale». E gli stesso Paesi stanno anche attuando "notevoli" programmi di risanamento fiscale. Ma, sostiene l’Ocse, lo sforzo deve continuare.
Istruzione. L'Ocse affronta anche il tema dell'istruzione, spiegando che il sistema scolastico e di istruzione dell'Italia richiede diversi interventi, perché produce «scarsi risultati nonostante l'elevato livello di spesa e dovrebbe fare di più per offrire migliori opportunità di formazione alle persone scarsamente qualificate». Non per caso, l'ente parigino raccomanda di «continuare a migliorare la valutazione nella scuola secondaria cercando di convincere gli insegnanti dei suoi benefici». Bisogna poi «ampliare l'offerta di formazione professionale postsecondaria. Aumentare le tasse universitarie e introdurre un sistema di prestiti per studenti con rimborso condizionato al reddito». Agenda scuola
Fisco. Poi, L'Italia deve puntare a «migliorare l'efficienza del sistema tributario», afferma l'Ocse, che raccomanda alla penisola di «ridurre le distorsioni e gli incentivi all'evasione, diminuendo le alte aliquote fiscali nominali ed eliminando le spese fiscali». Bisogna «tassare una più ampia gamma di esternalità ambientali e riaffermare la volontà di evitare i condoni fiscali», aggiunge l'ente parigino nella scheda sull'Italia. Bisognerà anche «ridurre la tassazione diretta sul lavoro», quando la situazione fiscale lo permetterà, visto che «il cuneo fiscale sui lavoratori a basso reddito è elevato, il codice fiscale è estremamente complicato e l'evasione è alta». Agenda crescita Agenda imprese
Concorrenza. Infine, la riduzione delle barriere alla concorrenza, anche attraverso le privatizzazioni e l'eliminazione dei legami di proprietà fra enti locali e fornitori di servizi. Agenda giustizia














