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La prima tappa...

09/08/2014

Matteo Renzi ha incassato ieri la prima delle quattro votazioni previste per la riforma del Senato: 188 voti a favore, nessun contrario e 4 astenuti. Gal, Sel, Lega e M5S non hanno partecipato al voto. Su questo importante passaggio parlamentare, per un bilancio della maratona costituente, rimando all’editoriale telegrafico di Pietro Ichino per la Nwsl n. 308.

«E’ appena l’inizio. L’Italia comincia a muoversi» ha detto Renzi. E c’è da augurarselo. A Palazzo Chigi stanno lavorando al «programma dei mille giorni», un piano articolato di interventi e riforme che il premier intende presentare settembre. La riforma, sottolinea Renzi, è solo «la prima tappa di un passaggio che prevede la rivoluzione nella pubblica amministrazione, il Jobs Act e la riforma della giustizia». Per l'appunto quel che chiede da tempo Bruxelles e che la nuova Commissione europea tornerà a chiedere tra non molto. Ed ora Matteo Renzi, su lavoro, giustizia e pubblica amministrazione, deve mostrare la stessa determinazione che ha ostentato nel corso della battaglia al Senato.

Intanto, suggerisco di approfittare della pausa estiva e di portare due libri sotto l’ombrellone. Il primo: «In difesa della politica, Perché credere nella democrazia oggi» di Matthew Flinders.( il Mulino - Volumi - MATTHEW FLINDERS, In difesa della ...). In Italia, si sa, sentire qualcuno che si pronunci in difesa della politica è quasi uno scandalo. Ma Flinders è convinto che «la politica democratica ha più importanza di quanto in genere si immagini e si ammetta. Ha importanza perché da più di quanto chiede». Il libro del politologo inglese vuole fare cambiare idea a quanti sono ormai scettici circa le istituzioni democratiche, dimostrando che la politica democratica mantiene molte più promesse di quante siamo disposti ad ammettere. La nostra disillusione deriva dal fatto che diamo per scontato ciò che la democrazia faticosamente assicura. E che attribuiamo ai diritti individuali un peso assai maggiore di quello accordato alle responsabilità verso la società e le generazioni future. Avversione e disprezzo per la politica peraltro fanno presa in chi dimentica i terribili costi delle alternative – autoritarie, populiste, tecnocratiche – alla democrazia. Un libro che, come avverte il curatore Gianfranco Baldini, «non parla del’Italia, ma all’Italia come nessun altro paese europeo». Flinders afferma il suo ottimismo senza idealizzare ciò che difende: «la politica democratica è caotica, faticosa, e volte frustrante, ed è così perche anche la vita ed il mondo lo sono. Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi (…) ma vi sono buone ragioni per amare e decantare le conquiste e le potenzialità della democrazia».

Specie se si considera che la democrazia ha spezzato il legame tra la politica e la paura che continua ad affliggere gran parte del mondo. E (in particolare) chi afferma che della politica democratica rimarrebbero solo macerie farebbe bene a leggere «Fiume di sangue» di Tim Butcher. (Amazon.it: Fiume di sangue. Un viaggio nel cuore infranto ...). Il racconto, appassionante e istruttivo, del suo avventurosissimo recente viaggio in Africa mette in luce la violenza brutale, la manipolazione, la povertà e i ricatti, i frutti della politica della paura, che in genere la politica democratica riesce a prevenire.

«Una grande caotica palude mal governata, mal funzionante, i governanti tradizionalmente preoccupati di razziare anziché governare; un esercito tronfio, parassitario, sleale, che in genere non serve ad altro che a minacciare la vita e il benessere di una popolazione civile vittima dei loro imbrogli». Questa recente descrizione di uno stato africano nel XXI secolo potrebbe consigliare una pausa di riflessione a certi critici che piangono su ciò che la politica democratica offre.

 

 

Diventa finalmente legge la riforma della cooperazione allo sviluppo

03/08/2014

Dopo quasi trent’anni e tre tentativi in sei legislature, la riforma della cooperazione internazionale è legge. La Commissione Affari Esteri del Senato, riunita venerdì scorso in sede deliberante, ha approvato in via definitiva il Disegno di Legge di riforma della cooperazione italiana allo sviluppo, già approvato dalla Camera dei Deputati lo scorso 17 luglio e, in prima lettura, dall'Aula di Palazzo Madama il 25 giugno.

Il Ddl, dal titolo Disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo, riforma integralmente il precedente assetto istituzionale della Cooperazione allo sviluppo ed adegua la normativa italiana ai nuovi principi ed orientamenti emersi nella comunità internazionale sulle problematiche dell'aiuto allo sviluppo negli ultimi venti anni. Il provvedimento ha l'obiettivo, da un lato, di aggiornare in modo sistematico la fotografia del sistema dopo 27 anni dall'approvazione della legge 49 del 1987 sulla Cooperazione allo sviluppo, rimettendo in ordine soggetti, strumenti, modalità di intervento e principi di riferimento maturati nel frattempo nella comunità internazionale; dall'altro, quello di adeguare il sistema italiano di cooperazione allo sviluppo ai modelli prevalenti nei paesi partner dell'Unione europea.

“Con questa riforma la cooperazione non sarà più solo "parte integrante" della politica estera, ma ne diventerà parte qualificante”. Così il vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli ha commentato l’approvazione della legge di riforma della cooperazione. “Con il nuovo testo” ha aggiunto Pistelli – “si punta a una maggiore partecipazione degli stakeholder non istituzionali (società civile, profit e no profit), nel sistema della cooperazione italiana e a un dialogo strutturato, mutuato dall'esperienza europea, fatto di un più stretto coordinamento tra gli attori, una maggiore efficacia e minori sprechi e sovrapposizioni. Un ringraziamento - ha detto Pistelli - va a tutti i gruppi parlamentari e alla rete dell’ONG che hanno dato un contributo fondamentale al successo di questa iniziativa”.

 

Perché professori e ricercatori dovrebbero andare in pensione prima?

01/08/2014

 

Perché professori e ricercatori dovrebbero andare in pensione prima? Se lo chiedono Giampiero Dalla Zuanna e Pietro Ichino nell'articolo pubblicato oggi dal quotidiano Europa che riporto di seguito: 

L’EMENDAMENTO PASSATO ALLA CAMERA RISPONDE ANCORA UNA VOLTA ALL’IDEA SBAGLIATA CHE SIA UTILE PER FAR POSTO AI GIOVANI ABBASSARE L’ETÀ DELLA QUIESCENZA PER GLI ANZIANI

Non si fa più spazio ai giovani universitari mandando prima in pensione i sessantenni

Nascono da un'idea sbagliata le nuove disposizioni inserite dalla camera nel decreto sulla pubblica amministrazione, che riducono l’età del pensionamento nel settore dell’impiego pubblico rispetto al settore privato 

Le nuove disposizioni inserite dalla camera nel decreto sulla pubblica amministrazione che riducono l’età del pensionamento nel settore dell’impiego pubblico rispetto al settore privato nascono da un’idea sbagliata: quella secondo cui il modo migliore per “far spazio ai giovani” consista nel mandare in pensione prima i sessantenni (quando non addirittura i cinquantenni): tutti gli studi mostrano come i paesi nei quali è più alto il tasso di occupazione dei sessantenni siano quelli nei quali è anche più alto quello dei ventenni.

La realtà è che, per un verso, nella maggior parte dei casi non c’è piena fungibilità tra il lavoratore anziano e il giovane; per altro verso, le risorse destinate ai pensionamenti anticipati vengono sottratte proprio alla possibilità di attivazione di nuovi servizi nei quali verrebbero occupati soprattutto i più giovani. Queste disposizioni, oltretutto, vanno in controtendenza rispetto all’aumento generale dell’età pensionabile, conseguenza inevitabile dell’allungamento della vita media (la quale – giova ricordarlo – dal 1974 a oggi è passata da 76 a 85 anni per le donne, da 70 a 80 anni per gli uomini).

L’inopportunità di queste disposizioni ci sembra ancor più marcata nella parte in cui esse consentono alle università di collocare d’ufficio a riposo i ricercatori universitari con più di 62 anni, e i professori con più di 68 anni, così abbassando le soglie che oggi sono di 65 e 70. Innanzitutto, non si comprende la ratio della differenziazione tra professori e ricercatori, dal momento che questi ultimi sono quasi sempre anche docenti a tutti gli effetti, pur se talvolta con carico didattico un po’ inferiore.

Osserviamo poi che, in Italia come in tutto il mondo, la vita media delle persone più istruite è più elevata di 3-4 anni rispetto a quella delle persone meno istruite; e che la carriera di ricercatori e professori universitari incomincia solitamente in un’età più avanzata rispetto alle altre carriere nel mondo produttivo. Non si comprende dunque il senso del mandare in pensione gli operai maschi di imprese private a 67 anni (con un’aspettativa di vita residua di 10) e i ricercatori universitari a 62 anni (con 20 anni di vita davanti a sé). In questo modo, saranno gli operai a pagare le pensioni ai professori…

In terzo luogo, i risparmi consentiti da questa norma sono di entità trascurabile, perché i docenti collocati a riposo – anche se escono dal bilancio delle università – passano a carico dell’Inps, restando in ultima analisi a carico dello Stato; e per gran parte di loro le pensioni saranno vicine agli attuali stipendi, perché calcolate per lo più con il metodo retributivo.

L’assunzione di giovani ricercatori o giovani docenti non è dunque facilitata sul piano finanziario dal pensionamento anticipato di chi li ha preceduti in queste funzioni. Semplicemente, così facendo si aumenta la spesa pubblica, scaricando i costi sul sistema pensionistico, come si è fatto dagli anni ’60 fino alla riforma Fornero, contribuendo in modo sostanziale ad accumulare gli oltre 2.000 miliardi di debito pubblico che ci affliggono. Noi riteniamo giusto assumere nuovi ricercatori e nuovi professori, perché investendo sulla ricerca di qualità si investe sul futuro, ma bisogna farlo razionalizzando la spesa, non attraverso “partite di giro”.

Quanto, infine, all’esigenza di ringiovanire le strutture di governance degli atenei, la legge 240 sull’università già impedisce di eleggere come direttore di dipartimento o come rettore un docente che andrebbe in pensione durante il mandato. Per diminuire l’influenza dei docenti più anziani, sarebbe sufficiente estendere questa norma alle commissioni di concorso (sia nazionali sia locali), escludendo dall’elettorato passivo i docenti ordinari con più di 65 anni.

Per tornare al discorso generale su queste disposizioni, osserviamo che esse eludono il vero problema: quello di adattare la qualità del sistema pensionistico all’invecchiamento progressivo della popolazione. Da più parti sono stati proposti – e non solo per il settore universitario e neppure solo per il settore delle amministrazioni pubbliche – meccanismi di uscita “dolce” dal lavoro, in particolare forme di combinazione di lavoro a tempo parziale e pensione. Ma la sede per l’introduzione di una innovazione di questa natura, se si vuole fare le cose per bene, non è il decreto-legge, bensì semmai i disegni di legge-delega sulle amministrazioni pubbliche e sul lavoro privato, contenenti la nuova disciplina organica della materia.

Arriva l'art bonus...

29/07/2014

 

È legge il decreto cultura, che prevede sconti fiscali al mecenatismo per i beni culturali e per il turismo. L’approvazione definitiva da parte del Senato del decreto proposto dal Ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini, introduce novità significative per il settore, a cominciare dall’ArtBonus, che prevede la deducibilità del 65% delle donazioni devolute per il restauro di beni culturali pubblici, le biblioteche e gli archivi, gli investimenti dei teatri pubblici e delle fondazioni lirico sinfoniche, fino a arrivare alle agevolazioni fiscali per favorire la competitività del settore turistico attraverso la sua digitalizzazione e la ristrutturazione e riqualificazione degli alberghi. Tra le maggiori innovazioni le misure per Pompei, la Reggia di Caserta, il recupero delle periferie, le semplificazioni amministrative in campo turistico, le foto libere nei musei, il riesame dei pareri delle soprintendenze, la Capitale italiana della Cultura.

Secondo Franceschini la "legge abbatte due barriere: quella del rapporto tra pubblico e privato e quella della separazione tra la tutela e la valorizzazione che per troppo tempo hanno monopolizzato il dibattito italiano. Adesso non ci sono più scuse: veniamo da anni di tagli, è arrivato il momento di investire”. 

Sul sito del Mibac (http://www.beniculturali.it) l'abc del decreto cultura, dall'art bonus agli sconti fiscali per ristrutturare gli alberghi. 

 

 

Arriva l'art bonus...

29/07/2014

 

È legge il decreto cultura, che prevede sconti fiscali al mecenatismo per i beni culturali e per il turismo. L’approvazione definitiva da parte del Senato del decreto proposto dal Ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini, introduce novità significative per il settore, a cominciare dall’ArtBonus, che prevede la deducibilità del 65% delle donazioni devolute per il restauro di beni culturali pubblici, le biblioteche e gli archivi, gli investimenti dei teatri pubblici e delle fondazioni lirico sinfoniche, fino a arrivare alle agevolazioni fiscali per favorire la competitività del settore turistico attraverso la sua digitalizzazione e la ristrutturazione e riqualificazione degli alberghi. Tra le maggiori innovazioni le misure per Pompei, la Reggia di Caserta, il recupero delle periferie, le semplificazioni amministrative in campo turistico, le foto libere nei musei, il riesame dei pareri delle soprintendenze, la Capitale italiana della Cultura.

Secondo Franceschini la "legge abbatte due barriere: quella del rapporto tra pubblico e privato e quella della separazione tra la tutela e la valorizzazione che per troppo tempo hanno monopolizzato il dibattito italiano. Adesso non ci sono più scuse: veniamo da anni di tagli, è arrivato il momento di investire”. 

Sul sito del Mibac (http://www.beniculturali.it) l'abc del decreto cultura, dall'art bonus agli sconti fiscali per ristrutturare gli alberghi. 

 

 

L'intervento della senatrice a vita Elena Cattaneo

26/07/2014

Elena Cattaneo, ricercatrice di fama mondiale, è senatrice a vita dal 2013, terza donna dopo Camilla Ravera e Rita Levi Montalcini. Una donna che ha fatto della scienza e dello studio per la cura di malattie neurodegenerative grazie all'uso di cellule staminali anche embrionali, la motivazione della vita e che si è sempre schierata in prima fila nell'avanzamento degli studi scientifici. Dopo le recenti prese di posizione (I pregiudizi sulle colture rallentano l'innovazione - Corriere.it - No al Medioevo sulla ricerca Ogm), ieri è intervenuta nel corso della discussione del disegno di legge n. 1541 di conversione del cosiddetto «decreto competitività»  sul rogo degli organismi geneticamente modificati (Ogm), riaprendo il dibattito su un tema che vede l'Italia in difficoltà e ritardo rispetto al mondo avanzato (OGM e Scienza italiana - Salmone.org). Riporto, di seguito, il resoconto stenografico del suo intervento.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Cattaneo. Ne ha facoltà.

CATTANEO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signora Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio il Gruppo Per le autonomie per darmi la possibilità di intervenire sulla fiducia ben sapendo che io non rappresenterò l'indirizzo politico del Gruppo su questo voto di fiducia.

Benché siamo in sede di fiducia, mi permetto di intervenire su un singolo comma, l'ex comma 8 dell'articolo 4 del decreto in esame. Sulla base di questo comma vorrei spiegarvi perché, a mio avviso, anche una singola norma possa essere paradigmatica di un modo di legiferare che a me sembra contraddittorio con gli obiettivi promessi dal decreto e anche, a mio sommesso parere, antiscientifico.

Premetto che anche secondo me il testo del decreto è stato notevolmente migliorato dal lavoro dei Senato. Pertanto ringrazio i colleghi senatori e i relatori, ma anche la Commissione sanità che, come ha ricordato stamani il senatore Dalla Zuanna ha proposto un emendamento, poi accolto, che elimina la pena della reclusione per chi pratica legittimamente la libertà d'impresa. Ma nell'ex comma 8 dell'articolo 4, restano sanzioni pesanti, che a mio avviso criminalizzano chi legittimamente vuole coltivare piante OGM autorizzate. Vorrei quindi spiegarvi in quattro punti perché questo comma, invece di promuoverla, secondo me va contro la competitività italiana.

II primo punto: il comma sanziona gli agricoltori che seminano piante OGM. Nel farlo sanziona non solo chi pianta OGM non autorizzati (come è giusto che sia), ma anche chi pianta gli OGM autorizzati al commercio con legge europea, che l'Italia è tenuta a rispettare. Quindi il comma dice no a una pianta Ogm autorizzata alla coltivazione in tutta Europa, l'unica: il mais OGM del tipo Bt. Quindi, parlo solo di questa varietà di mais, perché voglio usarlo come esempio paradigmatico. Sicuramente è una varietà tecnologicamente anche superata, che proteggendosi dall'attacco di dannosi parassiti evita l'uso di insetticidi tossici per l'uomo, gli animali e l'ambiente. È difficile, cari colleghi, avere l'approvazione con legge europea di una pianta Ogm, perché i controlli sono giustamente severi ed eseguiti da un'agenzia autorevole come l'EFSA (European food safety Authority). Ebbene, fino a cinque giorni fa la quota di suolo italiano coltivato a mais Bt, ufficialmente, era pari a un campo di calcio. È stata distrutta con il dispiegamento di ingenti Forze dell'ordine e costi per lo Stato. La contraddizione sta nel fatto che buona parte di quello stesso mais noi lo importiamo, cioè buona parte di quei 4 milioni di tonnellate, oltre a tutta la soia o il cotone, è OGM. Quindi, non capisco quale sia il vantaggio competitivo di sanzionare chi coltiva quel mais OGM che importiamo. È oggettivamente un controsenso.

Passo alla seconda ragione. A me sembra oggettivamente un controsenso, anche dal punto di vista economico. Infatti, nemmeno per il futuro il decreto-legge mi pare metta i nostri coltivatori nella condizione di avere un recupero di competitività per ciò che riguarda la resa per ettaro di quel mais. Per fare un paragone concreto e citando fonti come Eurostat ed ISTAT, elaborati da Dario Frisio dell'Università di Milano, la Spagna, nel 1995, prima di coltivare OGM, aveva una resa che era del 20 per cento inferiore alla nostra. Oggi la resa della Spagna, che coltiva per un terzo del suo terreno OGM, è superiore alla nostra del 41 per cento. Oggi noi produciamo 78 quintali per ettaro, a fronte dei 110 della Spagna. Oltre a questa minor produttività, noi spendiamo ogni anno più di 2 miliardi di euro per procurarci mangimi OGM dall'estero. Cioè, invece di dare questi soldi ai nostri agricoltori, li diamo alle aziende agricole straniere.

Alcuni economisti mi hanno fatto avere i loro calcoli, che dimostrano che spenderemo in questo modo due terzi della valuta che dovrebbe entrare vendendo all'estero tutti i nostri più prestigiosi prosciutti e formaggi prodotti dai grandi consorzi di tutela. A me sembra difficile sostenere che si possa commerciare meglio vantandosi del fatto che prosciutti o formaggi sono prodotti in una Nazione che non coltiva piante OGM, ma che alimenta, con mangimi OGM importati, tutto il parco zootecnico che li genera.

Il terzo punto su cui richiamo la vostra attenzione è il comma che sanziona la libertà delle nostre imprese agricole e, quindi, non ne favorisce la competitività, ostacolando anzi investimenti in innovazioni su terreni di proprietà con OGM ovviamente autorizzati, impedendo loro di fare ciò che le imprese agricole, per esempio spagnole, realizzano con successo.

Il quarto argomento è di natura giuridica. Ammetto che ho dovuto rileggere il comma 8 dell'articolo 4 molte volte e farmelo spiegare anche di più, perché faticavo a capirne la costruzione. Il comma, nonostante quanto dica il Governo, non introduce affatto delle sanzioni per chi viola i divieti previsti dal regolamento europeo n. 178 del 2002, ma prevede sanzioni per chi viola dei divieti nazionali alla coltivazione, che sappiamo, in base al citato regolamento, i singoli Stati possono introdurre, ma solo in via cautelare. Ma se pensiamo al mais Bt, quello che citavo prima, di fatto l'unico autorizzato, può qualcuno spiegarmi cosa significhi un divieto cautelare rispetto ad un OGM già autorizzato a livello europeo? Proprio non capisco. Insomma, in questo decreto-legge il comma anti-OGM spunta nell'articolo dedicato alle mozzarelle. In realtà, mi sembra che quel comma sia contro gli agricoltori friulani, che hanno osato rompere pubblicamente un tabù, piantando l'unica pianta OGM autorizzata per legge europea. Legge, quella europea, contro la quale l'Italia vorrebbe andare con leggi regionali che puniscono quegli agricoltori, senza che quelle stesse leggi regionali siano mai state notificate in Europa. Quindi, ci sono leggi regionali non notificate in Europa e, pertanto, fuori legge. Chiedo a voi: possibile sia davvero così?

PRESIDENTE. La prego di concludere, senatrice Cattaneo.

CATTANEO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Ho quasi finito.

Quei campi in Friuli, con la norma oggi richiamata, sono stati distrutti e d'ora in poi si vogliono aggiungere anche sanzioni per bloccare la coltivazione di ciò che importiamo pagando. Quel mais è andato all'incenerimento. Credo non vi sia immagine più simbolica di un rogo per rappresentare cosa c'è a monte. Bruciare conoscenza significa bruciare d'ignoranza: quei campi potevano dare dei dati all'Italia e un Ministro proteggerli per capire e verificare i numeri che stavano raccogliendo sulla biodiversità, sulla resa e sulla possibilità di coesistenza tra vari tipi di agricoltura, dati che magari dimostrano solo ciò che altri Paesi che usano OGM hanno già verificato. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e dei senatori Giovanardi e Susta).

Sulla base di questi quattro argomenti, io concludo che il comma in questione non dovrebbe essere parte integrante di un decreto che vuol richiamare il concetto di competitività: si va in direzione opposta e ciò non mi trova d'accordo. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Ovviamente, mi son chiesta il perché di questo comma: credo ci sia un estremo bisogno di riforme in questo Paese, ma la prima da fare è una riforma virtuale, che parta dalla consapevolezza di tutti che in questo Paese c'è un estremo bisogno di vero, in ogni ambito, e di solida cultura.

Mi rendo conto che il tema OGM susciti sensibilità diverse e posizioni contrapposte: non si può essere superficiali in niente.

Signora Presidente, vorrei lasciare agli atti la parte restante delle mie riflessioni, se sono autorizzata a farlo.

PRESIDENTE. Sì, senz'altro, senatrice.

CATTANEO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). E ora concludo davvero, ricordando che da cinque mesi l'Italia è sotto procedura d'infrazione.

Per tutti questi motivi e non senza qualche dubbio, ero intenzionata ad esprimere un voto di astensione alla richiesta di fiducia posta dal Governo, ben sapendo cosa l'astensione significhi in quest'Aula. Dopo la variazione apportata al comma, che ha eliminato la reclusione per chi coltiva piante OGM autorizzate, ho deciso di non partecipare al voto di fiducia. (Applausi dai Gruppi PD e LN-Aut e dei senatori Barani, Giovanardi, Sangalli e Susta).

 

Lady Pesc ed il gasdotto

18/07/2014

Il vertice Ue si è chiuso con un nulla di fatto sulla partita delle nomine a cominciare da quella di Federica Mogherini a Lady Pesc. I leader si riuniranno di nuovo il 30 agosto. In sé, nulla di grave: gli incarichi da rinnovare scadono il 1° novembre e di tempo per scegliere ce n’è (Flop delle nomine, Italia sulla difensiva).

Non c’è dubbio che la candidatura italiana di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza europea esce ammaccata dal Vertice. Secondo il Daily Telegraph «l’Italia spinge un ministro senza esperienza a succedere alla Ashton» (Italy pushes inexperienced minister as successor to ...) e per The Guardian «a failure to push Mogherini into the post will mark a serious blow to Renzi's prestige» (EU in east-west power struggle over who should become foreign ...). Ma, a ben guardare, al centro della disputa sulla candidatura del nostro ministro degli esteri Federica Mogherini ad Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, c’è il futuro del gasdotto South Stream e le relazioni con la Russia, che continuano a dividere gli stati dell’Unione europea. Rassicurando il collega russo Sergei Lavrov sul sostegno italiano al gasdotto guidato da Gazprom, Federica Mogherini ha infatti scatenando la reazione dei paesi dell’Europa orientale, pronti a fare muro contro la sua candidatura  (Il pomo della discordia di South Stream). That is the question, direbbe un grande poeta inglese.

 

 

 

 

 

La riforma del Senato si farà, dunque...

11/07/2014

Ieri sera, la Commissione affari costituzionali ha licenziato, dopo tre mesi di discussione, il testo per l'aula. Lunedì prossimo il disegno di legge di riforma della Parte II della Costituzione che sancisce la fine del bicameralismo perfetto arriverà in aula al Senato. Martedì 15 scade il termine per presentare gli emendamenti e dal giorno dopo si comincerà a votare. Il via libera di Palazzo Madama è atteso entro la prossima settimana. 

La riforma del Senato si farà, dunque. Nonostante le polemiche e i dissensi. Sicuramente, il testo è perfettibile. Il disegno di riforma costituzionale del Governo presenta novità interessanti, qualche soluzione decisamente condivisibile e, com'è naturale, anche alcuni punti criticabili che, per parte mia, ho evidenziato nel corso della discussione (Seduta del 22 aprile 2014) e sui giornali (ISPIRIAMOCI AL BUNDESRAT PER VALORIZZARE LE REGIONI; Il Senato di cui abbiamo bisogno). Ma va detto che il testo in discussione si ispira alle soluzioni adottate dalle grandi democrazie europee e alle conclusioni più largamente condivise del dibattito italiano sulle riforme, da ultimo con la commissione nominata dal governo Letta.

La mia impressione è che le critiche di principio all'impianto (che ripropongono vecchie anomalie nazionali) nascano da un modo nostalgico di atteggiarsi di fronte al tema delle riforme: si prende atto, cioè, che non è più possibile praticare la vecchia forma della partecipazione alla politica, ma si ritiene che quella forma della partecipazione politica e il relativo sistema politico-istituzionale siano i migliori; si cerca dunque di avvicinarsi il più possibile a quel modello e di salvare più elementi possibile di quella esperienza. Ma questo atteggiamento nasce da una visione statica e conservatrice. Chi ha questo atteggiamento, anche quando dichiara disponibilità ad emancipare la politica dall’ipoteca ideologica, non lo fa con effettiva consapevolezza, e la sua disponibilità è precaria, reversibile.

Le critiche sembrano ruotare, in particolare, attorno alla composizione del Senato e al fatto che i senatori saranno eletti dai consigli regionali. Vediamo di capirci: la riforma del bicameralismo è necessaria. La presenza di due Camere investite degli stessi poteri non ha eguali in altre democrazie parlamentari: è un relitto di quando ciascuno degli schieramenti temeva il 18 aprile dell'altro.

Non ha alcun senso ipotizzare che la seconda Camera debba avere la sua giustificazione in un ruolo politico di contrappeso rispetto alla prima. La ragione fondamentale di una seconda Camera è quella di essere luogo di raccordo con i territori completando e correggendo il disegno iniziato con la riforma del Titolo V del 2001. La realizzazione di un «sistema regionale» richiede, infatti, un cambiamento della struttura del Parlamento. Fuori da questo schema non si giustifica nessuna seconda Camera. Il modello più sensato, non per caso, è quello del federalismo tedesco, nel quale la seconda Camera, il Bundesrat, non è elettiva ma è formata dai rappresentanti dei governi regionali. La Legge fondamentale precisa infatti che tanto i partiti (attraverso i loro parlamentari al Bundestag) quanto i Länder (grazie ai componenti degli esecutivi  regionali) collaborano («mitwirken») alla realizzazione della politica tedesca a livello federale. E se vogliamo far funzionar il nostro sistema regionale (e dunque prevenire il contenzioso tra stato e regioni) dobbiamo fare il Bundesrat o qualcosa che gli somigli molto. 

Andrebbe inoltre sottolineato che la riforma (tutte le riforme) non è un atto, è un processo. Non accade in un istante, ma comporta una successione di fasi conseguenti che producono, più o meno gradualmente, un cambiamento. Perciò quel che davvero conta è andare nella giusta direzione; poi strada facendo alcune cose andranno necessariamente riviste. Per capirci, in Germania la Legge fondamentale è stata oggetto di numerose revisioni parziali periodiche (51 leggi dal 1951 fino al 2002) e l’incisiva riforma del federalismo tedesco, approvata nel 2006 e diretta ad un miglioramento della capacità decisionale della Federazione e dei Länder, ha modificato 25 articoli della Legge fondamentale. Se i tedeschi, per assestare il loro sistema federale, hanno dovuto modificare la Costituzione più di 50 volte (e sono tedeschi…), perché stupirsi se noi (che oltretutto siamo italiani) dovremmo probabilmente rimetterci mano? Come ricorda Gazebos, «ne abbiamo fatto un feticcio, ma la Costituzione non può essere un totem da venerare, deve essere uno strumento vivo e operante, capace di assicurare coesione e regolare il pieno svolgimento della vita democratica. È proprio la fedeltà allo spirito della Carta Costituzionale che ci fa riconoscere la necessità e l’attualità di aggiornarne la Seconda Parte, quella relativa agli organi e ai poteri dello Stato. La nostra inazione, il nostro spirito di conservazione, potrebbero infatti nuocere al rafforzamento delle istituzioni democratiche concorrendo al loro indebolimento, mentre c’è bisogno di istituzioni autorevoli, rappresentative, credibili, tali che i cittadini, indipendentemente dalla propria appartenenza politica, possano, se non identificarsi in chi ne incarna pro-tempore il ruolo, riconoscerne almeno l’autorevolezza» (Gazebos.it - L'Idea).

 

 

La relazione transatlantica: meglio insieme che da soli...

07/07/2014

Matt Browne e Brian Katulis, sono senior fellows del Center for American Progress, un’organizzazione nonpartisan «dedicated to improving the lives of Americans through progressive ideas and action» che ha il suo quartier generale a Washington, D.C. Il CPA propone un punto di vista progressista (in Italia diremmo «di sinistra») sulle principali questioni al centro del dibattito. Il primo presidente del CPA è stato John Podesta (capo di gabinetto dell’allora presidente Bill Clinton) e ora il presidente del think tank americano è Neera Tanden, che ha lavorato per le amministrazioni Obama e Clinton.

Relazione Transatlantica

Il mese scorso, subito dopo il viaggio del presidente Obama in Europa, Matt Browne (che è anche l'ex direttore di Policy Network ) e Brian Katulis, con un articolo pubblicato sui principali giornali europei, hanno parlato della relazione transatlantica (LA STAMPA - Apiceuropa.eu - La relación transatlántica | Opinión | EL PAÍS - Europe and America will achieve more together than alone ...). Un’alleanza che negli ultimi anni è stata trascurata, ma che oggi è tornata più che mai al centro dell’attenzione (si veda il mio intervento al Senato: Resoconto stenografico della seduta n. 268 del 24/06/2014 (Bozze non corrette redatte in corso di seduta). Non c’è dubbio che la relazione transatlantica ha bisogno di essere aggiornata. Ne ha parlato Obama a West Point (Remarks by the President at the United States Military ...) lo scorso 28 maggio.

Quella che è stata la spina dorsale dell'alleanza delle democrazie liberali nel mondo e il fondamento dell'ordine postbellico, ora fronteggia sfide inedite. Ma una rinnovata alleanza transatlantica è essenziale per garantire che i nostri valori si affermino sulla scena mondiale e che i nostri interessi strategici e commerciali siano protetti. E, come scrivono Browne e Katulis, la base «deve essere costruita attorno a tre pilastri comuni: sicurezza, prosperità e diplomazia». «Dobbiamo risolvere le nostre divergenze politiche interne e i nostri dissidi – scrivono i due ricercatori - perche l’Europa e gli Stati Uniti hanno un enorme interesse comune nel fissare le prossime regole dell’economia globale. In futuro le industrie e i servizi prospereranno esclusivamente a livello globale e creeranno in patria buoni posti di lavoro per la classe media aiutando a combattere le disuguaglianze di reddito, se saremo uniti e lavoreremo sodo per diffondere e far rispettare norme condivise in tutto il mondo». Meglio insieme che da soli, insomma. Come ha detto il presidente Obama, «l’America deve sempre essere preminente nello scenario mondiale». Ma l’Europa e l’America otterranno di più insieme che da sole. E dovranno governare insieme. Se non lo faranno, nessun altro lo farà al posto loro.

Perchè Frank Underwood è un Democratico?

20/06/2014

House of Cards - Gli intrighi del potere è una serie televisiva statunitense adattata da Beau Willimon per il servizio di streaming Netflix e basata sull'omonima miniserie televisiva britannica. È interpretata da Kevin Spacey, nel ruolo di Frank Underwood, un politico senza scrupoli che mira ai vertici politici di Washington. In America è finita la seconda stagione e in Italia la prima stagione va in onda sul canale satellitare Sky Atlantic.

House of Cards propone un punto di vista meravigliosamente cinico della «sausage factory» (così la chiamano gli americani, da una frase attribuita a Otto von Bismarck: «Se ti piacciono le leggi e le salsicce, non guardare mai come vengono fatte») più importante del mondo: il Congresso degli Stati Uniti.

Naturalmente, le complicazioni dell’intreccio sono perlopiù  irrealistiche, ma la trama cattura davvero i tratti (l’interesse egoistico, il doppio gioco, ecc.), corrispondenti alla teoria economica nota come Public choice: una teoria che considera i politici non come benevoli «monarchi illuminati» che hanno a cuore prima di tutto il benessere collettivo, ma come attori razionali guidati da interessi egoistici. In altre parole, reputa i politici molto simili a tutti noi: un miscuglio di egoismo e di nobili sentimenti.

Al centro dello spettacolo c'è Frank Underwood, interpretato con sfrontatezza da Kevin Spacey. In superficie, Underwood è un classico insider di Washington. Quel che vuole più di ogni altra cosa è il potere. Ma la sua ambizione è senza limiti. Underwood è pronto a fare qualsiasi cosa gli possa servire ad accumulare potere e lo vediamo fare cose terribili mentre cerca di scalare i vertici politici della capitale. In breve, Underwood non ė solo una persona sgradevole, è uno psicopatico. Perché allora, si è chiesto Russ Roberts (Why Frank Underwood  Is a Democrat - Russ ... - Politico), gli autori della serie televisiva ne fanno un Democratico? Perché vogliono che ci piaccia. Certo, è un verme. Ma c'è qualcosa di lui che ci affascina. E lo show non avrebbe funzionato se Underwood fosse stato del tutto spregevole. E per molti spettatori ciò significa che non può essere un Repubblicano. Perché, spiega Roberts, per un numero significativo di spettatori i Repubblicani sono automaticamente rivoltanti, in un modo in cui i Democratici non potranno mai esserlo. Perché? Molto semplicemente, i Democratici (anche in America) vantano una sorta di superiorità morale nei confronti dei Repubblicani. Si sa, i Democratici vogliono aiutare i bambini, le madri single, i lavoratori a basso reddito, mentre i Repubblicani vogliono ridurre la spesa per l'istruzione, i poveri, gli anziani, ecc. Del resto, oggi il GOP è il partito dello «Stato minimo», o almeno più contenuto.

Tuttavia, come osserva Roberts, «finché i repubblicani non avranno una visione positiva di dove ci può condurre uno Stato più leggero, avranno tempi duri. Perché senza questa visione positiva, è facile dipingerli come meri avversari dei Democratici. E se i Democratici vogliono usare l'intervento pubblico per aiutare le donne, i bambini e i poveri, che cosa implica per i Repubblicani? È davvero singolare. House of Cards lascia intendere che l'amministrazione pubblica ed il processo politico siano una fogna. Eppure, la maggior parte dei suoi sostenitori continuano a chiedere di incanalare più soldi proprio attraverso quel letamaio». Tradotto in italiano: non ci sarà alcuna ristrutturazione del centrodestra, non ci sarà alcuna riforma dello Stato, e la sinistra riformista non spezzerà davvero le sue catene se anche dalle nostre parti non si farà strada l’idea che bisogna ridurre gli spazi dell’intermediazione politica in tutta la società; che uno «Stato leggero» ci può restituire lo spazio per lavorare insieme in tutti i modi davvero significativi che si possono trovare in una società libera: costruendo solidarietà, no profit e imprese. Se non si farà strada la consapevolezza che la presenza diffusa di intermediazioni politiche, la crescita costante dell’interposizione pubblica, ossia dell’attività di intermediazione dello Stato, di regioni, province e comuni, soffoca i molti modi con i quali ci possiamo aiutare a vicenda con scelte volontarie; che ciò strangola la società civile (la rete di connessioni che emerge tra la gente quando viene meno l’interposizione pubblica); che le iniziative dal basso possono contribuire a fare del mondo un posto migliore, con migliori risultati di quelle calate dall'alto e dell'approccio coercitivo del big government.

Lo scrive Yuval Levin nella nuova agenda politica della destra americana:«La premessa del conservatorismo è sempre stata che quel che più conta nella società accade nello spazio tra l’individuo e lo Stato. Lo spazio occupato dalle famiglie, dalle comunità, dalle istituzioni civiche e religiose e dall’economia privata. E creare, sostenere, proteggere quello spazio e aiutare tutti gli americani a prendere parte attiva in quel che là accade sono tra i principali obiettivi del governo». (Conservative reforms for a limited government and a thriving middle class. Room to Grow - YG Network). Che è come dire: dateci l'opportunità di scoprire il modo migliore per aiutarci a vicenda. Finché i Repubblicani (e la destra di casa nostra) non troveranno il modo di spiegare la battaglia per uno «Stato leggero» come un modo per promuovere lo sviluppo umano e non solo per tagliare le tasse, cederanno il terreno morale ai Democratici. Ma vale anche (nei Democratici) per la sinistra riformista. Lo diceva Tony Blair:«L’annoso problema del vecchio socialismo era la tendenza a sottomettere l’individuo, i diritti e i doveri, all’idea del bene pubblico che nel momento peggiore divenne semplicemente lo Stato. L’errore della destra odierna è quello di credere che l’assenza di comunità equivalga alla presenza di libertà. Il compito è quello di recuperare la nozione di comunità, svincolarla dal concetto di Stato e farla ritornare ad essere qualcosa a vantaggio di noi tutti. E’ ora di costruire una nuova comunità con una visione moderna della cittadinanza» (Un Viaggio - Tony Blair - Rizzoli).

Lo stallo sul successore di Barroso continua. Apparentemente...

13/06/2014

Apparentemente lo stallo sul successore di Barroso continua. In pubblico Angela Merkel sostiene Jean-Claude Junker, mentre David Cameron torna a minacciare l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea se l'ex presidente lussemburghese diventerà presidente della Commissione.

La battaglia di questi giorni, come sappiamo (Domenica 25 maggio, scegli l’Europa), è anche il riflesso di una Europa al crocevia tra federalismo e confederalismo. La scelta del nuovo presidente dell'esecutivo comunitario avviene a maggioranza qualificata e deve essere poi approvata dal Parlamento europeo (Vedi L'Appello). E l'obiettivo dei Ventotto è quello di trovare un accordo entro la fine di giugno, quando si svolgerà una riunione del Consiglio europeo.

I leader europei sono alla ricerca di una soluzione. Nei giorni scorsi, i capi di governo (e leader del centrodestra) di Olanda, Svezia, Gran Bretagna e Germania si sono incontrati a Horesund, vicino a  Stoccolma per cercare di raggiungere un'intesa. Girano parecchi nomi. Come, ad esempio, il direttore generale del FMI Christine Legarde e la prima ministra danese Helle Thorning- Schmidt. E anche l'ex direttore dell'Organizzazione mondiale del commercio, il socialista francese Pascal Lamy, soddisfa molti dei criteri che servono per dirigere l'esecutivo comunitario. Tuttavia, non é un mistero per nessuno che alcuni leader europei (e David Cameron è tra questi) tengono duro: bisogna ridefinire le priorità della Commissione prima di scegliere un candidato appropriato. Il premier inglese si oppone fortemente all’idea di Junker che serva una più stretta unione politica tra gli Stati membri della Ue e ha descritto Bruxelles come too big e too bossy.

Al di la dei nomi, ancora una volta, uno snodo cruciale nella vita comunitaria provoca una divisione Nord-Sud tra i paesi dell'Unione; e, al di la dei nomi, la sfida per il Nord, che promuove politiche liberali, è quella di tenere il Regno Unito dentro l'Unione per non diventare minoritario di fronte ad un Sud tentato da soluzioni protezionistiche. Ma questa volta, per convincer gli inglesi ci vuole una cura dimagrante. Cameron lo dice abbastanza chiaramente:«La decisione sulla permanenza in Europa la prenderanno i cittadini britannici in un referendum, entro la fine del 2017. Naturalmente l’approccio adottato dall’Unione europea tra oggi e quella data conterà molto. Se adotterà le riforme, dimostrerà apertura, competitività, flessibilità, meno interferenze, questo aiuterà. Se invece non andrà in quella direzione, la cosa inciderà negativamente». Non a caso, Michel Rocard (ancien premier ministre) ha preso carta e penna e ha scritto su Le Monde, Amis Anglais, sortez de l'Union européenne ... - Le Monde . Il che, naturalmente, ha provocato un dibattito ( Non, M. Rocard ! Les Anglais doivent rester ... - Le Monde).

Resta il fatto che con il Trattato di Lisbona, a differenza del 2004, il Regno Unito non ha più il potere di veto sulla scelta del presidente della commissione. Il premier inglese non ha nemmeno i numeri per fare una minoranza di blocco in seno al Consiglio europeo. E stavolta i voti dell'Italia sono decisivi. Matteo Renzi ha già spiegato che «questo non è il tempo dei diktat» da parte dell'Europarlamento e che «nessun candidato ha ottenuto la maggioranza». E ha lasciato intendere che Junker non è l'uomo giusto per cambiare la Ue.

Il risultato strepitoso di Matteo Renzi e l’insuccesso di Scelta Civica

30/05/2014

Diciamoci la verità: in parecchi stavolta abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Il successo di Matteo Renzi è andato oltre ogni più rosea aspettativa. L'attuale maggioranza esce consolidata dalle elezioni europee grazie allo straordinario successo personale del Capo del governo; e la vittoria dello schieramento europeista sul (molto) variegato schieramento contrario (che raggiunge comunque un risultato cospicuo) è netta.

Condizioni mai così favorevoli. Certo, ora Renzi ha la responsabilità di usare bene il patrimonio di consenso che ha conquistato; certo, occorre far uscire al più presto il Paese dal guado, ma le condizioni non sono mai state così favorevoli. Il formidabile consenso ottenuto dal governo apre un periodo di stabilità, allontana le urne e rilancia le riforme. E Renzi può perfino giocare una sua personale partita sul piano dello standing internazionale, visto che non solo ha contribuito a stabilizzare un Paese da sempre osservato speciale come l'Italia, ma ha anche ottenuto la migliore performance continentale contro le schiere anti europee. La vetrina del semestre europeo sarà, in questo senso, decisiva.

Smorzate le resistenze. Inoltre, le opposizioni a Renzi sono destinate ad attenuarsi un po’ dappertutto, ed il premier ha l'opportunità di portare a casa, prima di un nuovo voto, i risultati che ha promesso: dalla riforma del Senato all'accelerazione della riforma del mercato del lavoro, dalle liberalizzazioni all'incentivazione della produttività. All'interno del suo partito la minoranza ribelle è stata completamente «asfaltata». Dopo un simile risultato sarà molto difficile per i dissidenti tentare brutti scherzi (o tirarla per le lunghe) sulle riforme. Ma anche all'esterno del Pd la strada sembra ormai sgombra. Forza Italia è sopravvissuta, ma è uscita dal voto parecchio ammaccata, ed in queste condizioni non potrà accampare pretese di sorta e dovrà badare a rimettersi in sesto e a riorganizzare le fila. Oltretutto, molto probabilmente, la ricomposizione del centrodestra italiano, sarà un processo lungo e faticoso, che verosimilmente richiederà parecchi cambiamenti (a cominciare dalla leadership), l'avvio di una fase costituente, la riconciliazione tra i diversi frammenti del centrodestra usciti malconci dalla prova elettorale: in Parlamento è tutto un movimento e lo scenario potrebbe cambiare ancora con la nascita di nuovi gruppi parlamentari. Insomma, per un po' Berlusconi cercherà di tenersi alla larga dalle urne. Per non parlare di Grillo che, dopo il flop, sembra avere parecchi problemi da risolvere.

La batosta di Scelta Civica. Vale anche per Scelta Civica. Quello di Scelta Civica è un risultato ampiamente al di sotto anche delle previsioni più caute. Stando all'analisi dei flussi elettorali svolta dall'Istituto Cattaneo, il Pd di Matteo Renzi ha prosciugato Scelta Civica. I voti che Berlusconi e Grillo hanno lasciato per strada sono andati invece a perdersi nell'astensione. Come ha scritto Pietro Ichino, ci sono due lezioni da imparare. La prima lezione da trarne è che oggi nessun partito può vivere senza un leader. Scelta Civica ha perso il suo leader, Mario Monti, già nei suoi primi mesi di vita. La seconda lezione è che l’onestà e la competenza professionale non bastano perché una formazione nuova possa avere successo. Ma dobbiamo riconoscere che se il Pd fosse stato quello di Renzi (se cioè Renzi avesse vinto le primarie contro Bersani), Scelta Civica molto probabilmente non sarebbe nemmeno nata. «Sul finire del 2013 ho chiesto a Bersani: 'Saresti disposto a costruire un Pd non preda di Fassina e della Cgil?'. In quel caso io non avrei sentito il bisogno di lanciare una proposta elettorale come Scelta civica, ma Bersani mi rispose di no». Lo ha detto ieri l'ex presidente del Consiglio Mario Monti, intervenendo ad Agorà (Rai3). Detto questo, vanno precisate però altre due cose. La prima: senza Scelta Civica, nel febbraio 2013 Silvio Berlusconi avrebbe conquistato il premio di maggioranza alla Camera. Il che significa che avremmo rischiato di ritrovarcelo Presidente della Repubblica. Seconda cosa: senza Scelta Civica nel 2013, il grande successo di Matteo Renzi oggi non sarebbe stato possibile. Se avesse vinto l’asse Bersani-Vendola, le cose si sarebbero trascinate come ai tempi dell'Unione; il che avrebbe rinviato alle calende greche la trasformazione del Pd in un partito capace di conquistare voti al «centro» dello schieramento politico, e quindi capace di oltrepassare il «muro» del 33 per cento (la «quota Veltroni») arrivando addirittura a superare il 40. E pensare che quando nel Pd parlavamo di «vocazione maggioritaria» ci prendevano in giro... (tanto per esemplificare, rinvio solo ad alcuni degli articoli sull’argomento: Il governo ombra non è uno strumento di tregua interna, Europa, 13 maggio 2008; La malattia democratica, Europa, 17 ottobre 2008; Altro che continuisti e nuovisti, al Pd serve una rivoluzione culturale, Europa, 30 giugno 2009; Cambiamo, come fece il Labour, Europa, 22 settembre 2010; Autorevole esponente del Pd spiega cosa sbaglia Bersani nella sfida al Cav., Il Foglio, 14 gennaio 2011, ecc.). Oggi, siglando il miglior risultato di sempre per il Pd, Renzi ha posto le basi per costruire in Italia quel grande partito a vocazione maggioritaria a lungo vagheggiato (Sognando il Labour, 2006) che ora sembra essere davvero l'obiettivo del leader del Pd. Renzi sembra essersi persuaso, infatti, che per cambiare davvero, per rivoltare  il paese come un calzino, bisogna avere alle spalle un partito solido e forte alle urne sul modello del Labour Party inglese. E il risultato conforta questa prospettiva.

Il travaglio di Scelta Civica. Scelta Civica dovrà fare i conti con questo scenario. Uno scenario che potrebbe anche rivelarsi Triste, solitario y final, per richiamare il titolo del celebre romanzo di Osvaldo Soriano. L'Assemblea di Scelta Civica che si è riunita martedì ha avviato una discussione che ovviamente proseguirà nei prossimi giorni, e ha preso atto delle dimissioni presentate dalla segretaria Stefania Giannini a seguito del risultato elettorale. Si tratta, a questo punto, di verificare (onestamente) se ci sono le condizioni per un rilancio dell'esperienza di Scelta Civica; e tirare (onestamente) le somme. Mariano Rabino auspica la costruzione «di una nuova casa dei liberali e democratici italiani, una casa grande solida e ospitale in modo da far recuperare all'esperienza di Scelta europea una funzione costruttiva portatrice di una visione politica di più ampio respiro per il futuro». Ma non tutti la pensano così. E non da adesso. C'è chi ritiene semplicemente che lo spazio per un soggetto liberaldemocratico autonomo, ma strategicamente collocato nel centrosinistra e alleato con il Pd, semplicemente non esista (in sostanza, sia già occupato dal Pd di Matteo Renzi) e sembra intenzionato ad andare prima o poi ad ingrossare le file renziane nel Pd, passando magari prima per la formazione di un intergruppo. Altri ritengono invece che Scelta Civica debba concorrere alla ristrutturazione di un centrodestra alternativo a Renzi (e per questa via, archiviare la stagione berlusconiana) e sono dunque intenzionati a confluire nel prossimo «cantiere» del centrodestra. Va da se che la «rifondazione» del centrodestra va presa sul serio: il problema della destra è il problema storico dell'Italia. Si vedrà. Comunque sia, i parlamentari di Scelta Civica porteranno a compimento il mandato elettorale che hanno ricevuto cercando di favorire e di stimolare lo sforzo riformatore del governo e la trasformazione del quadro politico avviata dalle elezioni del febbraio 2013 (e rafforzata da queste elezioni), con l’orgoglio di esserne stati in qualche misura un fattore decisivo.

Il sollievo di Giorgio Napolitano. È lecito pensare che anche Giorgio Napolitano abbia tirato un sospiro di sollievo dopo la grande affermazione del governo. Il risultato avvicina ancora di più quelle «condizioni di stabilità» (tanto auspicate) che potrebbero mettere fine al compito (di messa in sicurezza delle istituzioni) che il Capo dello Stato si era prefissato.

Domenica 25 maggio, scegli l’Europa

22/05/2014

Come sempre, giornali e televisione raccontano le elezioni europee come una sorta di sondaggio sul livello di popolarità dei partiti. Eppure, quest'anno è in gioco qualcosa di più importante: un censimento pro o contro il tentativo di procedere (e insistere) sulla strada dell'unità europea.

Era il tempo migliore e il tempo peggiore. Molti ricorderanno l'incipit suggestivo del celebre romanzo di Charles Dickens «Una storia di due città»:«Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte…». Forse è sempre così. Fatto sta che è il peggiore dei tempi ed il migliore dei tempi per l’Unione europea. Il sostegno per l’integrazione europea non è mai stato così basso. La ripresa economica del continente è a dir poco tiepida. Un’intera generazione nell’Europa meridionale è colpita da tassi di disoccupazione giovanile che vanno dal 30 al 50 per cento. L’estrema destra e i partiti anti-europei stanno beneficiando di livelli di consenso senza precedenti in Francia, Grecia, Ungheria, Olanda, Danimarca, nel Regno Unito. In Italia la protesta potrebbe assicurare un trionfo strepitoso al Movimento 5 Stelle e perfino la Germania eleggerà per la prima volta eurodeputati euroscettici (Alternative für Deutschland e qualche neonazista). A livello internazionale, l’Unione europea si è mostrata incapace di prevenire l’aggressione russa in Ucraina. A livello interno, la Ue non sembra ugualmente all'altezza di arrestare lo slittamento dell’Ungheria verso l’autocrazia o di fermare le discussioni nel Regno Unito circa una suo possibile distacco dall’Unione. In poche parole, raramente l’Unione europea è sembrata più debole e meno popolare.

Allo stesso tempo, tuttavia, l’Unione europea è riuscita a destreggiarsi attraverso la crisi dell’euro, il test più impegnativo nella sua storia lunga sessant’anni, preservando la moneta comune e stabilizzando il settore finanziario del continente. Anziché mandare la Ue in pezzi, come molti avevano pronosticato, la crisi ha consolidato l’autorità di Bruxelles sulle economie nazionali in forme che sarebbero state impensabili solo cinque anni fa. A livello internazionale, Bruxelles sta pilotando i negoziati in corso con gli Stati Uniti su un accordo commerciale molto ambizioso; e i dimostranti della Euromaidan di Kiev rammentano al mondo quando sia robusto ancora l’allure continentale della membership europea. Infine, nonostante i cali recenti nel sostegno pubblico all'Unione europea, le più recenti inchieste di Eurobaromentro mostrano che la maggioranza dei cittadini europei (53%) restano fiduciosi sul suo futuro.

Un potere più grande crea aspettative più grandi. Queste vicende possono sembrare contraddittorie. In realtà, rappresentano due facce della stessa medaglia. La lezione in questa «storia delle due Europe» è semplice: un potere più grande crea aspettative più grandi. Negli anni passati, gli Stati membri della Ue hanno affidato sempre maggiori responsabilità all’Unione  - dalla gestione della moneta al monitoraggio dei loro bilanci, dal mantenimento della stabilità dei loro vicini alla protezione dei diritti fondamentali dei cittadini europei. Di conseguenza, gli europei si aspettano di più dall’Unione – e la ritengono responsabile per la riuscita delle sue politiche molto più di prima. E, messe così le cose, molti europei mettono in discussione alcuni aspetti della gestione della crisi da parte di Bruxelles: l’austerità è stata molto impopolare tra gli europei del sud e i salvataggi sono altrettanto sgraditi al nord.

Insomma, è proprio l’espansione dell’autorità dell'Unione a suscitare nuove domande circa il disegno ed il funzionamento delle sue istituzioni. Il vecchio (debole) sistema di accountability democratica è ormai obsoleto. E ora che l’Unione ha una influenza determinante sui bilanci nazionali ed un ruolo visibilmente crescente nelle politiche che determinano la vita delle persone comuni, non ha altra scelta che costruire legami più stetti con la gente. A dire il vero, anche i governi nazionali devono cominciare ad essere più onesti con i loro cittadini su come funziona davvero l’Unione europea. Devono smettere di fingere che le politiche che arrivano da Bruxelles siano il prodotto di qualche informe mostro burocratico. Devono ammettere che proprio loro – i leader nazionali eletti democraticamente – giocano un ruolo decisivo nel definire le politiche della Ue e che la vera accountability per queste decisioni comincia a casa propria. La posta in gioco ormai è troppo alta per continuare ad usare la Ue per risolvere i problemi mentre si indebolisce il sostegno all’Unione con recriminazioni continue, scavando solchi di diffidenza e ostilità tra un Paese e l'altro. Ora, la crisi dell’Eurozona ha aperto una fase di incertezza in cui le istituzioni europee sono spinte in diverse direzioni da forze sociali e politiche che competono per la ridefinizione della natura e del funzionamento dell’Unione; e si sta per aprire un capitolo importante di questo processo di ridefinizione.

The day after: la vera battaglia che si prepara. Il 25 di maggio, tireremo le somme. Molto probabilmente ci sarà una bassa partecipazione al voto e un exploit dei partiti euroscettici. Ma, nello stesso tempo, gli anti-europei sono troppo pochi e troppo divisi tra loro per imporsi davvero sull'Unione. Certo, il loro miglior risultato di sempre consentirà la formazione di uno o due gruppi parlamentari rumorosi, ma una «grande coalizione» tra socialisti, popolari e liberali potrebbe arrivare comunque ben oltre il 60 per cento: una maggioranza a prova di bomba euroscettica.  Sia chiaro: il voto non sarà senza conseguenze (un successo che gli euroscettici possono già rivendicare è la deriva nazionalista e anti-europea  dei governi nazionali), ma non sarà un fattore decisivo nella direzione futura dell’Europa (An ELN Quick-Guide - European Leadership Network).

Specie se si considera che queste elezioni potrebbero dare inizio ad una nuova fase della vita politica europea, nella quale sarà il voto parlamentare, e non le trattative riservate tra i governi, a determinare finalmente il presidente dell’esecutivo della Ue, la Commissione europea. In queste elezioni, infatti, per la prima volta scegliamo indirettamente, con il voto per la lista, anche il futuro presidente della Commissione europea. E si sta preparando una grande battaglia che opporrà il Parlamento europeo alla cancelliera tedesca Angela Merkel e ai suoi colleghi nelle capitali nazionali d’Europa. Il Parlamento europeo e i federalisti insisteranno affinché sia il candidato del partito che ha ottenuto più seggi a guidare il prossimo esecutivo dell'Unione europea. Il Consiglio europeo (il consesso dei capi di governo degli Stati membri), per bocca del suo presidente, Van Rompuy, ha già detto invece di voler seguire la vecchia procedura, riservando la scelta ai capi di Stato e di governo. E Angela Merkel farà appello al realismo e al senso di responsabilità: meno del 30% dei seggi non basta per dare legittimità democratica e, soprattutto, serve un presidente francese per non lasciare un grande Paese fondatore in balia di Le Pen. Una «soluzione all’italiana» (un compromesso per una situazione «in cui nessuno ha vinto») è indicata, infatti, come l’esito più probabile delle elezioni (e si fanno già i nomi di possibili candidati di riserva come il direttore generale del FMI Christine Legarde e la prima ministra danese Helle Thorning- Schmidt). Va da se che uno scenario «all’italiana» segnerebbe una vittoria del Consiglio sul Parlamento e del modello intergovernativo su quello sovranazionale. Stabilire invece il principio che è il Parlamento e non il Consiglio a decidere il nome del presidente e che sono gli elettori ad avere l’ultima parola, contribuirebbe a spingere la Commissione verso un modello di esecutivo tradizionale e ad innalzare il profilo politico delle elezioni europee, e pertanto, a ridurre il deficit democratico della Ue. In altre parole, il vincitore di questa battaglia conquisterà il diritto di dar forma al sistema politico europeo dei prossimi anni.

Scelta europea. Le elezioni europee sembra interessino, poco o tanto, il 53% degli italiani, appena più della metà. E la campagna, che sembrava doversi giocare tutta sull’Unione e sull’euro, sul futuro dell’integrazione e sulle tentazioni dell’arretramento, si é rapidamente trincerata nel gioco delle parti consueto della politica italiana. Ma c’è un’eccezione, ed è Scelta Europea. Siamo i soli a scegliere l’Europa. A dire Europa federale, subito; e a dare una risposta concreta e propositiva all’Italia. Senza se e senza ma. Come pensiamo di riuscire a battere le resistenze che si oppongono alla modernizzazione dell’Italia, da sinistra come da destra, se non compiamo una scelta forte e univoca per l’integrazione piena del nostro Paese in Europa? (leggi il terzo editoriale telegrafico per la Nwsl n. 297 di Pietro Ichino).

È arrivato il momento di potenziare il progetto iniziato con la nascita della Ue e di superare i confini nazionali, indirizzandoci verso un'unione federale che permetta all'Europa di rialzarsi e di guardare nuovamente con fiducia al futuro. Un'Europa federale, subito. Dei tre candidati principali, il belga Guy Verhofstadt (ALDE) è il più convinto sostenitore della necessità di accelerare il processo di costruzione dell’Europa federale.

Nel libro “Per l’Europa! Manifesto per una rivoluzione unitaria“ (“Debout l’Europe ! Manifeste pour une révolution postnationale en Europe“), che qualche anno fa Guy Verhofstadt ha scritto con Daniel Cohn-Bendit, i due fondatori del Gruppo Spinelli (fondato nel 2010 per il rilancio dell'integrazione europea), illustrano il loro progetto per l'Europa di domani: un'Europa di domani che sia federata, sia dal punto di visto economico sia da quello fiscale, ma soprattutto dal punto di vista politico. Insomma, l'Europa che vogliamo noi, di Scelta Europea.

È questa la chiave proposta fondamentalmente da Verhofstadt e dall'ALDE, la chiave che potrebbe spalancare la porta della crescita e del rilancio europeo. «Dobbiamo anzitutto guardarci - scriveva Altiero Spinelli - dal cadere, per disgusto dinanzi a certe colossali turlupinature, in un estremismo dottrinario. Nessuno di noi pensa che la Federazione europea debba uscire armata e perfetta come Minerva dal cervello di Giove. Noi sappiamo che il chiodo della Federazione potrà entrare nel durissimo legno delle sovranità nazionali un po' alla volta, con una lunga serie di successivi colpi...»  Ecco, vediamo di assestarne almeno un paio di colpi. A cominciare da domenica prossima.

Per questo ti invito a votare Scelta Europea ed il nostro candidato Tiziano Cucinella.

Quel mare di petrolio...

19/05/2014

Riporto integralmente l’articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 18 maggio 2014.

Perchè importare petrolio e metano invece di aumentare la produzione interna?

Quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia

Come i governi precedenti anche l’attuale governo non sa dove  trovare i soldi per fare fronte ai suoi molteplici impegni. Eppure una parte modesta ma non trascurabile di questi soldi la può semplicemente trovare scavando – non scherzo – sotto terra. Ci troviamo infatti in una situazione curiosa, per non dire paradossale, che vede il nostro Paese al primo posto per riserve di petrolio in Europa, esclusi i grandi produttori del Mare del Nord (Norvegia e UK). Nel gas ci attestiamo in quarta posizione per riserve e solo in sesta per produzione. Abbiamo quindi risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle. In poche parole: vogliamo continuare a farci del male.

Nonostante l’attività di esplorazione delle nuove riserve sia ormai bloccata da un decennio, con un numero di metri perforati inferiori a un decimo di quelli del dopoguerra, l’Italia potrebbe – sulla base dei progetti già individuati – almeno raddoppiare la sua produzione di idrocarburi (petrolio e metano) a circa 22 milioni di tonnellate equivalenti petrolio entro il 2020.

Solo con questo significherebbe alleggerire la nostra bilancia dei pagamenti di circa 5 miliardi di euro  ed aumentare le entrate fiscali dello Stato di 2,5 miliardi ogni anno. Si attiverebbero inoltre investimenti  per oltre 15 miliardi, dando lavoro alle decine di nostre imprese che operano in ogni angolo del mondo ma sono impossibilitate a farlo nel loro paese.
Parlo naturalmente di produzione potenziale perché, per mille ragioni, petrolio e metano restano dove sono.

Mi rendo evidentemente conto che tra le mille ragioni ve ne sono parecchie che debbono essere prese seriamente in considerazione perché la sicurezza e la protezione dell’ambiente sono per tutti una priorità. Il principio di precauzione ha la precedenza su tutto. La risposta ai rischi industriali non è tuttavia l’impedimento a fare, ma la capacità di governarli. Il nostro Paese ha conoscenze, tecnologia, esperienza per riuscirvi ed ha una delle più severe legislazioni a tutela dell’ambiente e della sicurezza dei territori.

Nel nostro caso ci troviamo invece di fronte a situazioni incomprensibili perché il principio di precauzione viene usato in modo da proibire qualsiasi utilizzazione delle risorse del sottosuolo e viene adottato per difendere l’idea che ciascuno abbia il diritto di veto nei confronti di qualsiasi iniziativa.

Questo comportamento impedisce in primo luogo la possibilità di ricavare un ulteriore quantità di energia dai giacimenti di terraferma della Basilicata e delle regioni limitrofe.

L’esempio più clamoroso riguarda tuttavia i giacimenti in mare.

Non intendo prendere in considerazione risorse energetiche che si trovano vicino alla costa e che potrebbero quindi provocare ipotetici danni agli equilibri geologici del territorio. Mi limito ai giacimenti in mare aperto, dove questo pericolo non sussiste. Il caso più clamoroso riguarda tutta la dorsale dell’Adriatico, così promettente da essere oggetto di un grandioso piano di sfruttamento da parte del governo croato, che ha recentemente chiamato a gara le grandi compagnie energetiche internazionali per sfruttare un giacimento che, come ha dichiarato il ministro degli esteri del paese a noi vicino, può fare della Croazia il “gigante energetico d’Europa“.

La gran parte di queste potenziali trivellazioni si trova lungo la linea di confine delle acque territoriali italiane, al di qua delle quali ogni attività di perforazione è bloccata. Si tratta di giacimenti che si estendono nelle acque territoriali di entrambi i paesi ma che, se non cambierà la nostra strategia, verranno sfruttati dalla sola Croazia.

Visto che il bicchiere è uno solo non vedo perché, come è stato ironicamente scritto, la bibita debba esse succhiata da una sola parte.
Gli esperti sono concordi nel dire che non vi è nessun rischio ma, in ogni caso le conseguenze dell’estrazione del metano non possono essere diverse se essa viene fatta dagli italiani o dai croati. Se siamo convinti  che vi siano pericoli, abbiamo l’obbligo di fare appello a un tribunale o a un arbitrato internazionale. Se questo non è il caso non vedo perché non dovremmo affrettarci a fare quello che stanno facendo i nostri vicini.

Identica è la situazione delle sostanziose risorse petrolifere molto probabilmente sepolte nel mare tra la Sicilia e Malta.

Come ho già sottolineato non si tratta di energia immediatamente disponibile perchè occorrono alcuni anni di lavoro per poterla utilizzare. Tuttavia gli investimenti comincerebbero subito, mentre i recenti eventi in Ucraina e in Libia dovrebbero spingerci ad aumentare la nostra futura sicurezza energetica, sia attraverso la produzione interna sia facilitando l’arrivo di gasdotti, oleodotti e la costruzione di impianti di gassificazione.

Abbiamo deciso di essere fuori dal nucleare, stiamo gettando una quantità di risorse non certo aumentabili nelle energie rinnovabili e siamo tuttavia lontani dalla sufficienza energetica. Cerchiamo perciò di utilizzare in fretta gli strumenti che abbiamo. L’Italia non è povera di petrolio e di metano, ma assurdamente, preferisce importarli piuttosto che aumentare la produzione interna. Nell’ultimo decennio abbiamo pagato all’estero 500 miliardi di euro per procurarci la necessaria energia. Un lusso che non possiamo più permetterci.

«Frustrazione»

16/05/2014

«Frustrazione» è forse il termine che più ricorre in questi giorni.

Siria. «Frustrazione» è la parola che più si è sentita ripetere dalle delegazioni diplomatiche che si sono incontrate a Londra per discutere della crisi siriana. Bashar al Assad è saldo al suo posto a Damasco, impegnato a farsi rieleggere il 3 giugno alle presidenziali; la violenza continua e la strategia del regime di Assad è, se possibile, sempre più feroce e punitiva. Secondo il ministro degli esteri francese, Laurent Fabius (che ha criticato con una franchezza «inusuale» la decisione dell'Amministrazione Obama di non usare la forza contro Assad, alla fine dell'agosto 2013, dopo che erano stati documentati gli attacchi al sarin), Assad ha portato a termine almeno 14 attacchi chimici. Secondo Mark Landler del New York Times, l'Amministrazione Obama sta avendo il suo «Rwanda Moment», quel momento in cui capisci che il prezzo dell'inazione è il più alto di tutti (U.S. Envoys See a Rwanda Moment in Syria's Escalating Crisis ...).

Populismo espiatorio. La «frustrazione» diffusa che si accumula nelle democrazie, specie nei momenti di crisi è alla base della avanzata dei populisti (i partiti anti establishment, euroscettici e arrabbiati, dal Front national di Marine Le Pen allo United Kingdom Independence Party di Nigel Farage, fino Movimento 5 stelle di Beppe Grillo) e, secondo il politologo inglese Matthew Flinders, di cui il Mulino ha appena tradotto «In difesa della politica» ( il Mulino - M. FLINDERS, In difesa della politica), origina da aspettative sempre più esorbitanti e fuori luogo alle quali è normale che i politici non possano rispondere. «Dai politici, invece, noi cittadini esigiamo che continuino a farci promesse e a realizzarle. Salvo poi restare sistematicamente delusi quando i loro limiti diventano evidenti». Così finiamo per sperare in movimenti populistici che promettono «soluzioni semplici e immediate ai nostri problemi». «Oggi il pubblico domanda servizi pubblici migliori, ma poi non è disposto a pagare imposte più alte o ad andare in pensione più tardi. E’ come voler mangiare dolciumi senza però voler ingrassare», sostiene Flinders. Complice la crisi economica iniziata nel 2008 e più in generale «la fine dell’età dell’abbondanza», il «gap delle aspettative» tra elettori ed eletti è destinato ad allargarsi. (Populismo espiatorio - [ Il Foglio.it › La giornata ])


Jobs Act. La «frustrazione» fa capolino nelle parole di Pietro Ichino che racconta la vicenda parlamentare del decreto-legge su contratti a termine e apprendistato nel suo editoriale telegrafico per la Nwsl n. 295. Nonostante l'assunzione della leadership da parte di Matteo Renzi, nel Pd ci sono ancora moltissime resistenze alla riforma del diritto e del mercato del lavoro che Pietro Ichino ha elaborato e proposto in Parlamento fin dal 2009 insieme a molti parlamentari del Pd e poi dal 2003 con i gruppi parlamentari di Scelta Civica. In altre parole, il Pd non sembra in sintonia con la politica del lavoro del capo del governo (e del Pd). Considerato allora che il Jobs Act, quello vero, è ancora da scrivere, chi lo farà in Parlamento? Chi gli darà le gambe che gli occorrono per camminare? Siamo sicuri che Matteo Renzi, su questo punto, avrà la forza di mantenere la rotta? Siamo sicuri che Renzi, per non correre il rischio di ritrovarsi con un pezzo di sinistra sindacale fuori dal Pd, non si senta costretto a fare un passo indietro e a seguire le stesse strade dei suoi predecessori?

Giustizia. È «frustrante» venire a sapere che, a più di vent'anni di distanza da Mani Pulite (cioè dalle indagini che portarono alla luce un sistema di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti ai livelli più alti del mondo politico e finanziario italiano), non è cambiato nulla. Riemergono gli appalti pilotati e le mazzette per i lavori di Expo, di Sogin e di parecchi ospedali lombardi. È l'imprenditore vicentino Enrico Maltauro avrebbe confermato l'ipotesi della Procura di Milano (Expo, Maltauro 9 ore in procura «La cupola voleva 1,2 milioni»). È «frustrante» anche assistere allo scontro interno alla Procura di Milano e ad una lotta di potere tra gruppi di magistrati che ora è venuta allo scoperto e che si intreccia con le inchieste in corso e vi proietta effetti confusi e domande importanti. E la «frustrazione» fa capolino nella rubrica di Massimo Bordin del 15 maggio 2014  il cui contenuto, per quel che vale, sottoscrivo integralmente. Una «frustrazione»  che il penoso dibattito sull’autorizzazione all’arresto di Francantonio Genovese ha confermato.

Complotto!  Anche dietro le parole di Giorgio Napolitano si intuiscono il biasimo, l'irritazione e anche la «frustrazione». «Le dimissioni di Berlusconi furono motivate dagli eventi italiani», ha scritto il Capo dello Stato in uno di quei suoi pignoli comunicati, descrivendo «libere» e «responsabili» le dimissioni di Berlusconi del 12 novembre 2011 (Sulle vicende che condussero alle dimissioni dell'on. Berlusconi nel novembre del 2011). Sia chiaro: dietro la battuta «Silvio is right», riportata nel libro di memorie dell’ex ministro del Tesoro della prima Amministrazione Obama  (Stress Test: Reflections on Financial Crises: Timothy F ...) c’era (e c’è, perché siamo ancora lì), una questione vera e seria: quella dello scontro tra le posizioni americane e le posizioni tedesche sulla gestione della crisi europea (la gestione della crisi greca che mise in moto la crisi dell’euro e dei debiti sovrani dei paesi più grossi come l’Italia). E l’opposizione americana alla politica dell’austerity come strumento di soluzione della crisi dei debiti sovrani, non è un mistero per nessuno. Ma si è mai visto il capo del governo spodestato rimanere nello stesso partito (il PPE) di chi (Angela Merkel) è (da lui) accusato di aver organizzato il colpo di Stato per toglierselo dai piedi?  Il complottismo, si sa, è «una malattia che corrompe la politica italiana rendendola ancora più inaffidabile di come già gli italiani la considerino». Ne scrivono Massimo Teodorico e Massimo Bordin nel loro recente volume «Complotto!» (Complotto!, libro di Massimo Teodori, Massimo Bordin su ...). Il virus ha talmente inquinato la vita pubblica che nessuno crede più a quel che vede, e molti davvero pensano che siamo governati da forze occulte e imponderabili. Il fatto è che «quando la politica si degrada a puro gioco di potere senza contenuti, e le iniziative giudiziarie vanno oltre la ricerca delle responsabilità individuali, le forze interessate a rafforzare le proprie prerogative fanno ricorso al semplicismo del complotto per scaricare su altri le proprie insufficienze e proporsi all'opinione pubblica come vittime». Come sempre.

 

 

 

In fondo alla Palude...

08/05/2014

Si sapeva che il voto in Commissione affari costituzionali non sarebbe stato una passeggiata e che non sarebbero mancati i colpi bassi, gli sgambetti; si sapeva anche (eppure si tende a dimenticarlo), che a differenza della Camera, al Senato il Pd non ha la maggioranza. ( Riforme, sì al testo base del governo: vota anche Fi. Ma esecutivo va sotto su eleggibilità dei senatori ).

Fatto sta che il governo ha messo un piede in fallo ed è scivolato sull'elettività dei senatori. L'ordine del giorno Calderoli (cioè un testo che contiene alcune «linee di indirizzo» assunte a maggioranza dalla Commissione) prevede «che il Senato delle Autonomie sia composto da senatori regionali eletti in ciascuna Regione in proporzione alla popolazione, contestualmente all'elezione del rispettivo Consiglio regionale o di Provincia autonoma. La legge regionale, sulla base della legge dello Stato, disciplina il sistema di elezione dei senatori e la loro sostituzione, prevedendo altresì la corrispondente riduzione del numero dei consiglieri regionali». Il testo del leghista Roberto Calderoli, a dire il vero, prevede molte altre cose ( Riforme, Maran: "Con odg Calderoli si torna a federalismo ...), ma i senatori che lo hanno votato erano disposti a ingoiare anche la «devolution» ( Chi ha votato l'odg Calderoli, ha votato per uno Stato leghista ) senza andare troppo per il sottile. Più che manifestare un dissenso, infatti, con il loro voto, alcuni senatori hanno voluto - a cominciare dall'ex ministro Mario Mauro  - marcare il loro ruolo di ago della bilancia, anche per regolare conti interni alla propria (ex) area. 

Va da se che lo smacco c'è stato, anche se un ordine del giorno contiene solo indirizzi generici. Tuttavia l'imboscata rischia di produrre effetti imprevisti. Matteo Renzi, nonostante lo slittamento dei tempi, ha incassato l'adozione del testo base del governo, che ora può spendere in campagna elettorale:«un punto contro la Palude». Renzi ora potrà dire che lui è l'unico che le riforme le vuole davvero; e che aveva ragione da vendere a trattare con Berlusconi. Infatti, il patto con Berlusconi ha retto: lunedì in commissione Forza Italia ha sostenuto con i suoi voti il governo e la stampella del Cavaliere si è dimostrata necessaria, oltre il perimetro della maggioranza di governo (messe così le cose, quella di Mauro non mi pare una grande mossa). 

La campagna elettorale in corso rende (fatalmente) l'atteggiamento del Cavaliere piuttosto ondivago, ma Berlusconi sa di non potersi sfilare dal processo riformatore che anche i suoi elettori apprezzano; e almeno fino alle elezioni, Berlusconi rispetterà il patto del Nazareno. Poi, una volta chiuse le urne, si capirà se la legislatura é destinata a durare davvero e se si metterà mano a quelle riforme (rinvio al mio intervento in commissione: Seduta del 22 aprile 2014 ) che tutti ritengono necessarie e che finora, dopo più di trent'anni di dibattiti sull'argomento, nessuno è riuscito a realizzare. 

Modi come Milosevic?

06/05/2014

Quando Jörg Haider, il leader del Partito della Libert à (FPÖ), nel 2000, entrò nel governo, in coalizione con i popolari austriaci (ÖVP), la reazione del resto dell'Unione europea fu fulminea e tutti gli Stati membri decisero di comune accordo di introdurre sanzioni diplomatiche contro l'Austria.

Il partito di estrema destra austriaco, coniugava il populismo con l'anti-europeismo, la xenofobia e una componente razzista e antisemita (una formula collaudata e oggi piuttosto diffusa). In fondo, Haider proclamava cose non molto diverse da quelle strombazzate da Bossi e Borghezio, ma quelle cose Haider le proferiva in tedesco e a molti vennero i sudori freddi.

Di fronte all'ascesa al potere di Haider, il premier francese Jospin e quello italiano D'Alema si dissero «preoccupati», Schroeder aggiunse che non lo tranquillizzava affatto «vedere andare al governo in un paese confinante un uomo che non si è mai distanziato da Hitler» e il ministro degli esteri inglese di allora, Robin Cook, espresse «deep distaste».

Ma ora, quattordici anni dopo, se come suggeriscono i sondaggi, Narendra Modi del Bharatiya Janata Party (BJP), dopo il 12 maggio, sarà proclamato Primo ministro di un paese in possesso di armi nucleari come l'India, il ministro degli esteri inglese William Hague esprimer à « deep distaste» ? Che diranno il presidente francese, il premier italiano, la cancelliera tedesca? E l'Unione europea avrà il coraggio di guastare i legami diplomatici con la più grande democrazia del mondo? No, naturalmente. Anche se - come scrive sul New Statesman Mehdi Hasan, direttore politico dell' Hufffington Post UK - «Modi fa sembrare l'Haider di allora un liberal che indossa i sandali e mangia müesli. Se volessimo fare una qualche analogia con i leader europei, Modi, il governatore del Gujarat dal 2001, è della stessa pasta di Milosevic più che di Haider». 

Il candidato del Bjp, Narendra Modi, è una figura molto controversa.

Modi, che ha 63 anni, ha militato nel Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), un gruppo di estrema destra, nazionalista Hindu. «Il RSS è una setta riservata, militarista, maschilista; una forma distinta di fascismo che fu ispirata direttamente dai movimenti giovanili del fascismo italiano», sostiene il professor Chetan Bhatt, direttore del Centro studi sui diritti umani alla LSE, che racconta: «i suoi fondatori ammiravano moltissimo Hitler e Mussolini». Nel Gujarat di Modi, Adolfo Hitler è infatti esaltato nei testi scolastici della scuola secondaria.

Modi è anche l'uomo che è riuscito a trasformate il Gujarat nella «risposta indiana alla Cina», grazie a una politica di industrializzazione massiccia che ha permesso di mantenere il tasso di crescita all'8,5 per cento anche negli anni della crisi. I suoi sostenitori, tra i quali ci sono molti giovani e uomini d'affari, sono convinti che il governatore del Gujarat (che ora rappresenta un modello di sviluppo anche fuori dai confini indiani) riuscirà ad estendere la sua «ricetta miracolosa» al resto del paese.

Modi è inoltre accusato di aver giocato un ruolo importante (e di averlo, secondo alcuni, perfino incitato) nel massacro che nel 2002 in Gujarat provocò la morte di almeno un migliaio di persone, e dal quale si è sempre dissociato. Resta il fatto che la polizia non fece nulla per fermare le violenze contro la popolazione della minoranza musulmana del Gujarat. Un agghiacciante rapporto pubblicato dallo Human Rights Watch (HRW) nell'aprile del 2002 documenta come la sequela di uccisioni, roghi, stupri e saccheggi sia stata «sostenuta attivamente da agenti del governo statale». La Commissione nazionale per i diritti umani ha concluso che «c'è stato un totale fallimento da parte del governo statale nel controllare la persistente violazione del diritto alla vita (...) e della dignità della popolazione dello stato». Al punto che la Corte suprema indiana, ha descritto Modi come un «Nerone moderno» che, mentre Gujarat bruciava, suonava la lira.

Modi non si è mai scusato per la violenza e l'incapacità di evitare, in qualità di Primo Ministro del Gujarat, che gli scontri degenerassero e non ha neppure espresso rimorso. Al contrario, ha giustificato le uccisioni come conseguenza della «naturale e giustificata rabbia della gente» dopo l'incendio, attribuito a terroristi musulmani, che, su un treno, uccise 59 passeggeri, in maggioranza pellegrini Hindu.

Mehdi Hasan ritiene che un'India guidata da Modi non sarà sicura per i 176 milioni di mussulmani del paese o per i 25 milioni di cristiani. Dall'inizio della campagna elettorale uno dei suoi alleati della destra più tosta ha detto che gli oppositori del governatore dovranno lasciare l'India e andarsene nel Pakistan una volta eletto primo ministro. Un'altro ha suggerito che ai mussulmani dovrebbe essere impedito di comprare proprietà nelle aeree dominate dagli Hindu.

Di recente, tuttavia, la comunità internazionale ha messo da parte ogni perplessità di carattere etico, stabilendo legami diretti con quello che potrebbe essere il futuro leader dell'India. Toccherà adesso agli elettori indiani decidere se assecondare la trionfale cavalcata di Modi ai vertici del potere. Ma Mehdi Hasan scrive «come persona di origine indiana, mi vergogno che la patria dei miei genitori sia sul punto di incoronare come prossimo capo del governo un populista autoritario, col sangue musulmano sulle mani (...) Come cittadino britannico, mi vergogno inoltre che il mio governo sia disponibile a scendere a patti con gli alfieri del fascismo religioso. A quanto pare, purché non siano mussulmani».

Certo la realpolitik ci obbliga ad avere a che fare comunque con i capi di governo degli altri paesi. Ma c'è modo e modo. Sarà bene tenerlo a mente. Anche perché, come ha ricordato qualche giorno fa il ministro della Difesa americano, Chuck Hagel, «as the world expands, opportunities expand, but threats, challenges expand».

Il futuro (in rapida evoluzione) dell'energia

28/04/2014

Con la crisi ucraina, il tema della sicurezza energetica è tornato prepotentemente al centro del dibattito italiano ed europeo. Era ora.

L’Istituto Affari Internazionali ha riflettuto sul tema, anche nella presentazione del suo Rapporto sulla politica estera italiana in vista del semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione europea (Ue). E anche AffarInternazionali, la rivista on-line di politica, strategia ed economia internazionale realizzata dall’Istituto Affari Internazionali (IAI), è tornata sull’argomento (Sull'energia l'Europa si muove, Valeria Termini Gas, Italia pivot per le nuove strategie europee ) anche in vista del Summit del G7 dell’energia che si terrà a Roma il 5 e il 6 maggio, che, come ha scritto Daniele Fattibene, «rappresenta un’occasione unica e imperdibile per ribadire la necessità di mantenere un dialogo costruttivo con Mosca, ma di proseguire al contempo in modo deciso verso strategie di diversificazione energetica veramente efficaci».

Eppure, al solito, nel nostro paese stenta a farsi strada la consapevolezza che le cose sono destinate a cambiare, anche perché una rivoluzione tecnologica sta cambiando il mondo dell’energia. In pochi anni, l’America ha avviato una grande rivoluzione tecnologica nell’estrazione del gas e del petrolio non convenzionale utilizzando le tecniche della fratturazione idraulica (fracking) e della perforazione orizzontale con l’iniezione di fluidi ad alta pressione: i risultati sono stati straordinari.

Segnalo l'ultimo numero di Foreign Affairs  (un'autorevole rivista statunitense, pubblicata dal Council on Foreign Relations, dedicata alle relazioni internazionali) che è rivolto, appunto, al futuro (in rapida evoluzione) dell'energia. Come racconta il suo direttore, Gideon Rose (Power to the People), la rivista sulle prime pensava di analizzare le entusiasmanti innovazioni in corso nel settore, ma strada facendo si sono resi conto che una cosa eccezionale dominava su tutte le altre: lo shale, lo scisto, l'argillite petrolifera. E, visto che, come si usa dire, «la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una  grande», hanno deciso di realizzare il dossier di conseguenza.

Edward Morse, uno dei principali esperti di energia del mondo spiega semplicemente quanto l’estrazione di idrocarburi non convenzionali (shale gas e shale oil) degli Stati Uniti è cresciuta negli anni recenti, perché la crescita continuerà e come questa condurrà ad un cambiamento decisivo nei mercati energetici globali. Poi Robert Hefner (GHK Companies), che ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo del settore americano del gas naturale, descrive perché la rivoluzione poteva decollare unicamente negli Stati Uniti e perché altri paesi faticheranno a replicare il successo americano. E Fred Krupp, il presidente del Enviromental Defense Fund, tratteggia i veri pericoli ambientali che la rivoluzione dello shale comporta e mostra come possono (e devono) essere affrontati con successo.

Può darsi che lo shale sia oggi la più importante realtà energetica, ma non è l'unica. Per la prima volta in un secolo, grazie alle nuove tecnologie, la domanda su come alimentare automobili, autobus, camion e aeroplani, sta per trovare una risposta. Il dominio, un tempo incontrastato, del motore a combustione interna, è stato sfidato da più parti. E manco a dirlo, sapere chi o che cosa ne uscirà vincitore, avrà implicazioni enormi, e David Levinson dell'Università del Minnesota assegna gli handicap alla corsa. Nel frattempo, anche l'energia nucleare - a lungo raccomandata come la sorgente energetica potenzialmente più verde del mondo - è in trasformazione, e Per Peterson, Michael Laufer e Edward Blanford, descrivono le promesse e le insidie del settore. Per completare il numero, alla fine, la rivista ricorre a Sharon Burke, U.S. Assistant Secretary of Defense, che spiega il ruolo cruciale del Ministero della Difesa, nello stesso tempo come più grande consumatore di energia degli Stati Uniti e come più grande incubatoio di tecnologie all'avanguardia.

L'obiettivo della rivista non è quello di distinguere vincitori o perdenti (il mercato sta già prendendo queste decisioni, in tempo reale), ma quello di offrire ai lettori una guida accurata di cosa alimenterà il futuro e perché. Una guida che dovrebbe interessare anche (e forse soprattutto) noi italiani. Anche perché, come ha osservato Alberto Clò, la shale devolution potrebbe consolidare scenari futuri molto diversi da quelli del passato, «con un’America energeticamente più indipendente, economicamente meno vulnerabile, politicamente più isolazionista e un’Europa in condizioni esattamente opposte e molto più perigliose».

 

I candidati e il programma di Scelta Europea

18/04/2014

Dopo l’intesa raggiunta tra Scelta Civica, Centro Democratico e Fare per la presentazione di una lista comune per le prossime europee, Scelta Europea  ha presentato ieri la lista di candidati alle elezioni europee del 25 maggio 2014. (Le liste complete dei candidati di Scelta Europea alle elezioni europee, 25 Maggio 2014. #sceglileuropa).
Perché la lista Scelta Europea?
Perché come hanno scritto Lorenzo Bini Smaghi, Franco Bruni, Marcello De Cecco, Jean-Paul Fitoussi, Marcello Messori, Stefano Micossi, Antonio Padoa Schioppa, Fabrizio Saccomanni, Gianni Toniolo nel loro appello (Uscire dall'euro, una tentazione pericolosa - Corriere.it), «L’Europa, e l’euro, non sono certo costruzioni perfette. Ma si possono migliorare solo partecipandovi a pieno titolo».
Nel programma “Scegli l’Europa” deriviamo le conseguenze pratiche dei principi esposti nell’appello degli otto economisti in difesa della strategia europea dell’Italia ed esprimiamo in modo stringato la ragion d’essere della coalizione di forze liberal-democratiche unite nella lista dell’Alde, come primo passo per la costruzione del polo liberal-democratico di cui il nostro Paese oggi ha bisogno. E ne ha bisogno per parecchi motivi.
In primo luogo, perché nel nostro Paese c’è un’ampia area di opinione pubblica (che SWG valuta intorno al 15% dell’elettorato), che è tenacemente convinta della necessità di procedere con determinazione nella strategia di integrazione europea e che coincide con un’area che possiamo definire come “liberal-democratica”, che è poco e male rappresentata da una parte del Pd e da una parte del Centrodestra, entrambe relegate ai margini dei rispettivi partiti. Per questo è necessario costruire un robusto polo liberal-democratico, capace di unire tutta la galassia delle associazioni, movimenti, gruppi che si collocano in quest’area, anche per rafforzare la scelta europeista nel centrosinistra e nel centrodestra.
In secondo luogo, perché, a parole, destra e sinistra dichiarano sì, in astratto, di voler difendere la libertà di accesso a professioni e mestieri, ma nei singoli casi finiscono sempre col sostenere le istanze di chiusura avanzate dagli insiders per difendersi dalla concorrenza degli outsiders: rinvio, tanto per fare un esempio, ai due brevi interventi svolti in Senato da Pietro Ichino il 23 marzo scorso.
In terzo luogo, perché il comportamento dei senatori di Beppe Grillo appare troppo spesso ispirato a un rifiuto a priori nei confronti dell’istituzione a cui appartengono: rifiuto di cui, peraltro, essi non sembrano neppure in grado di verbalizzare il motivo. Rinvio di nuovo a Pietro Ichino e al suo intervento in Aula del 15 aprile.
Perché, infine, la politica non tornerà «normale» con l'uscita di scena di Berlusconi. E non è affatto scontato che dalle macerie del berlusconismo spunti improvvisamente il profilo di una Merkel. (Rinvio all’articolo che ho scritto nel novembre scorso: Non tornerà l'età dell'oro).
Certo,  è vero, come ha rimarcato Michele Magno, «che la grande forza manipolativa sull’immaginario collettivo dell’ex Cavaliere, compresa la stessa carica ironica che caratterizzava la sua esibita esuberanza della carne, si sta spegnendo. Ma è anche vero che il blocco moderato che egli rappresenta ha radici profonde, e resta permeabile al fascino di una alleanza nazional-populista a sostegno di un euroscetticismo “morbido”, da giocare alla roulette elettorale» (Berlusconi resterà la croce e la delizia degli italiani).
In fondo, insiste Magno, del Berlusconi odierno si potrebbe ripetere quanto Marx scrisse su Lord Palmerston: «Benché settantenne e dopo aver occupato senza interruzione la scena politica fin dal 1807, egli riesce a rimanere una novità e a suscitare tutte quelle speranze che di solito si accentrano su un giovane promettente e alle prime armi… Se non è un buon statista tuttofare, è almeno un attore buono per tutte le parti. Ha successo nel genere comico come nell’eroico, nel patetico come nel familiare, nella tragedia come nella farsa, benché quest’ultima è la più congeniale alle sue inclinazioni».
Intanto, un accordo per «ridurre la tensione» in Ucraina (per fermare cioè la rapida deriva verso la guerra civile nell’oriente ucraino) è stato raggiunto - giovedì - al vertice a quattro di Ginevra tra rappresentanti della stessa Kiev, della Russia, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.  L’ intesa prevede tra l’altro lo «scioglimento dei gruppi armati illegali» in tutte le regioni ucraine, la «riconsegna» degli edifici governativi occupati, lo «sgombero» di strade e piazze presidiate e una «amnistia per tutti i manifestanti», tranne per coloro che hanno commesso «gravi reati». Inoltre, «tutte le parti devono evitare ogni violenza, ogni intimidazione e ogni atto provocatorio, e devono condannare tutte le espressioni di estremismo e razzismo, incluso l’antisemitismo». Vediamo se l’accordo regge.
Nel frattempo, Buona Pasqua.

 

 
 

Chissà che Putin non ci aiuti davvero....

08/04/2014

In un articolo apparso lunedì scorso su La Stampa (Ecco perché la sfida di Putin aiuta l’Europa), Marta Dassù ha svolto le stesse considerazioni che ho proposto nell'ultimo post al mio rientro da Washington. 

C'è, in primo luogo, un nuovo elemento a cui guardare: la crisi ucraina ha portato gli Stati Uniti a concentrarsi di nuovo sull'Europa. «Un ritorno americano in Europa - ha scritto Marta Dassù -, che potrà rafforzarsi se gli europei smetteranno di eludere il problema delle politiche di difesa – Obama lo ha ripetuto una ennesima volta – e se il negoziato transatlantico su commercio e investimenti, il TTIP, verrà condotto sapendo di cosa si tratta: una grande occasione politica per l’Occidente. Forse l’ultima per riuscire ancora a influenzare in modo determinante, attraverso un accordo che interessa quasi la metà del Pil mondiale, regole e principi di funzionamento dell’economia globale». 

Non è detto, ovviamente, che la Transatlantic Trade and Investment Partnership si possa siglare già nel 2014. Non mancano le difficoltà. Da un lato, gli americani sono riluttanti a compiere passi significativi prima delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Ci saranno poi le presidenziali nel 2016. E va da se che i politici americani di entrambi gli schieramenti non vogliono essere accusati di avere aperto con troppa leggerezza il mercato interno alla concorrenza europea o di aver introdotto nuovi vincoli burocratici per il business americano. Dall'altro lato, nel prossimo Parlamento europeo l'avanzata degli euroscettici (rilevata per ora dai sondaggi), potrebbe incrinare la maggioranza necessaria ad approvare l'intesa con gli Stati Uniti. Tuttavia, nonostante le difficoltà, nel 2015 potrebbe materializzarsi una possibile finestra per finalizzare l'accordo di libero scambio.

«La questione energetica, nel dopo Ucraina - aggiunge Marta Dassù -, è il secondo elemento da considerare con molta attenzione. Se c’era bisogno di una scusa per spingere gli Stati Uniti a fare cadere vecchie riserve sull’export di energia; e se ci volevano degli incentivi per convincere l’Europa a porsi finalmente il problema di una politica di sicurezza energetica degna di questo nome, scusa e incentivi oggi ci sono». Un altro fronte su cui il continente dovrà ragionare e agire presto, e di concerto, come suggeriscono gli americani.

Infine, ma non in ultimo, «l’Europa è per una volta riuscita a non dividersi troppo sulla risposta immediata alla crisi ucraina. Ma conterà – il ministro Mogherini è stata esplicita su questo punto in un recente «Dialogo di Aspen» - la visione di medio termine: che lo si voglia o no, storia, geografia, energia, economia, indicano che la Russia resterà un interlocutore strategico dell’Ue. Che rapporto intendiamo costruire con Mosca? E che aspettative abbiamo sul futuro della Russia?». 

Riepiloghiamo: «uno spazio euro-atlantico rafforzato dal TTIP; una politica energetica comune; un rapporto più coeso e maturo verso l’Est: se gli europei si muoveranno in questo senso, la risposta alla crisi ucraina potrebbe segnare il passaggio dal vecchio ordine europeo, ormai andato in frantumi, a un ordine adatto al XXI secolo».  

Ci siamo, insomma. Come continuano ad incalzarci gli Stati Uniti e la comunità internazionale (basterebbe ricordare gli interventi del direttore generale del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde), il vecchio continente non può puntare soltanto sulla somma degli sforzi nazionali e quindi sui pur necessari «compiti a casa». È il momento di tentare uno sforzo corale, altrimenti l'Europa rimarrà un fattore di rischio globale. È la posta in gioco delle prossime elezioni europee. 

 

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