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Dal 25 luglio all'8 settembre?
«Neanche il democratico più ottimista – ha scritto ieri Europa – avrebbe sperato, due anni fa, di ritrovarsi oggi a contemplare lo squagliamento dello schieramento avversario che aveva stravinto». Vero. Tuttavia, non sappiamo se la leadership di Silvio Berlusconi sia davvero prossima al tramonto. Non sappiamo neppure se Berlusconi si farà da parte e si arriverà a un governo di transizione: c’è da dubitare che il Cavaliere abbia davvero intenzione di mollare; è più probabile che cercherà di arrivare al voto anticipato e di farsi eleggere al Quirinale.
Cosa sappiamo, allora?
Sappiamo che cambiare il sistema di voto (ogni ipotesi di governo di transizione in circolazione ha al suo centro la riforma della legge elettorale) non è così semplice. E’ certo facile criticare il sistema elettorale in vigore (la «porcata» di Calderoli), ma è molto più complicato proporre un nuovo sistema elettorale in grado di raccogliere un consenso sufficiente. E non è un mistero per nessuno che anche nel Pd c’è chi ritiene debba essere consentito di scegliere i propri rappresentanti e chi pone la condizione di non manomettere il diritto degli elettori a scegliere il governo.
Sappiamo che il ritorno al proporzionale e ad un sistema che non sarebbe più bipolare, significherebbe, per il Pd, abbandonare l’ambizione di esercitare una funzione centrale. Ma il bipolarismo è la ragione stessa dell’esistenza del Pd: l’idea di aggregare e fondere esperienze, tradizioni e culture politiche diverse in un unico partito ha senso solo nella logica del bipolarismo.
Sappiamo che la politica non tornerà «normale» con l’uscita di scena del Caimano. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, un’invasione degli Hyksos. Con il berlusconismo dovremo fare i conti; e all’opposizione di oggi serve un nuovo «corso sugli avversari», cioè uno sforzo di analisi paragonabile a quello che, in tutt’altra e ben più grave circostanza storica , richiesero i conti con il fascismo.
Sappiamo anche che il problema del Pd rimane quello di costruire un’alternativa credibile: questo governo si sta via via sfaldando senza però che i consensi per il centrosinistra aumentino.
Sappiamo inoltre che, per conquistare la credibilità necessaria per costruire (ovviamente, con le necessarie alleanze) una alternativa di governo, il Pd deve definire la propria identità e la propria cultura politica. «E - scrive Claudia Mancina - proprio perché non ha ancora completato il suo processo di conversione a un liberalismo sociale, il Pd avrebbe bisogno di una riflessione ancora più vasta e profonda su cosa significa oggi essere di (centro)sinistra».
Sappiamo, infine, che per capire davvero dove andare, dobbiamo sforzarci di capire dove va il mondo. Si è detto che, alla fine di questa crisi (inedita, indomabile e globale), nulla sarà come prima; ma già adesso nulla è come nel passato.
Con il no alla mozione di sfiducia contro il sottosegretario Caliendo, la Camera dei Deputati ha iniziato la pausa estiva dei lavori. Approfittiamone per rifletterci su. La vera partita comincerà in autunno.
P.S.: Sappiamo anche che la crisi politica della destra ha ragioni profonde. Non per caso Europa mercoledì scorso ha aperto con un pezzo sul terzo polo intitolato "Il vero patto dei quattro è contro il federalismo di Bossi". Ragioni che, come sostiene Mario Barbi, "attengono alle contraddizioni generate dalla crisi economica e finanziaria e dalle tensioni sociali e territoriali che ne dervano e che sono acuite dalle misure dure, ancorchè frammentarie e indiscriminate, resesi necessarie per arginare le emergenze del debito e della spesa pubblica. Se la maggioranza di destra si sfasciasse in modo palese in Parlamento significherebbe che la destra ha fallito la prova di governo". Partiamo da qui.
Afghanistan: entro il 2014 il passaggio di consegne
Entro il 2014 le forze della Coalizione internazionale affideranno all'esercito e alla polizia afgana la gestione della sicurezza del Paese. A vigilare sul futuro dell’Afghanistan resterà la Nato che fornirà il supporto logistico e militare senza però interferire direttamente sull'ordine pubblico e il processo di pacificazione. Proprio mentre si svolgeva a Kabul la Conferenza internazionale sul futuro dell’Afghanistan (con i rappresentanti di oltre 60 Paesi, assieme a 30 ministri degli Esteri e all'intero vertice delle Nazioni unite) la Camera dei deputati ha votato il decreto per il rifinanziamento delle missioni internazionali. Riporto la dichiarazione di voto di Piero Fassino:
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fassino. Ne ha facoltà.
PIERO FASSINO. Signor Presidente, il nostro gruppo voterà a favore del decreto-legge di proroga delle missioni, perché naturalmente siamo consapevoli che la sicurezza e la stabilità sono un bene prezioso comune, tanto più in una fase di accresciuta interdipendenza e globalizzazione, nella quale i destini del pianeta sono sempre più destini comuni e ogni conflitto che si manifesti anche in luoghi lontani da noi, ci investe e ci interessa.
È una responsabilità comune garantire la sicurezza di questo nostro pianeta, sapendo che se per un lungo periodo questa sicurezza era stata assicurata, nella fase dell'equilibrio bipolare, dalle grandi potenze nucleari, oggi, nel mutato scenario internazionale intervenuto dal 1989 in poi, non si può più delegare la sicurezza del mondo ad altri. La sicurezza e la stabilità del pianeta sono una responsabilità comune, che in solido va onorata e oggi tutti devono farsi carico di essere produttori di quella sicurezza di cui abbiamo bisogno. Il tempo in cui molti consumavano la sicurezza prodotta da altri sta alle nostre spalle. Oggi invece è responsabilità di tutti e anche del nostro Paese concorrere a una politica di stabilità e di sicurezza. Per questo voteremo a favore, come abbiamo fatto in precedenti occasioni, con molta convinzione.
Tuttavia noi non possiamo tacere le nostre riserve su come il Governo si è presentato a quest’appuntamento. Intanto registro che né il Ministro della difesa né il Ministro degli affari esteri hanno ritenuto di essere presenti. Non ho ragione, naturalmente, per sottovalutare la presenza del sottosegretario (ho anche fatto nella mia vita politica il sottosegretario), tuttavia vi sono dei passaggi nei quali la presenza di un Ministro segna il valore e l'importanza delle decisioni che si assumono.
Non solo: le nostre perplessità crescono guardando al contenuto del decreto-legge, che ci viene presentato come un semplice rinnovo, quando invece nel provvedimento in esame si rimodulano in modo significativo le risorse e l'utilizzo delle forze che il nostro Paese impiega in diverse teatri. Si riduce la nostra presenza nei Balcani e questo meriterebbe una discussione, perché se è vero che nei Balcani è cresciuto il processo di stabilizzazione di quella regione, sappiamo tuttavia che Kosovo e Bosnia continuano ad essere punti delicati e sarebbe utile sapere qual è l'impegno dell'Italia in direzione di questi due punti di maggiore delicatezza dell'area balcanica, proprio nel momento in cui riduciamo la presenza militare.
Si eliminala missione in Darfur, in un modo burocratico, accettando un veto delle attuali autorità del Sudan, che francamente non appare accettabile. Nei mesi scorsi si sono cambiate le regole d'ingaggio, soprattutto nel teatro afgano, senza che questo desse luogo ad una discussione approfondita. In Libano confermiamo la nostra presenza, ma in un quadro che si va deteriorando sempre di più e che meriterebbe forse una riflessione. Insomma, fin qui non vi è stata l'occasione - e questa lo era - di una discussione seria, non solo sul perché noi mandiamo i soldati in questi teatri (questo è sufficientemente chiaro), ma su quali sono gli esiti della nostra presenza in questi teatri e soprattutto dentro quale strategia noi collochiamo la nostra presenza. Questo vale soprattutto per l'Afghanistan. Sappiamo tutti che, ieri, a Kabul, si è svolta una conferenza internazionale. La comunità internazionale si interroga, a dieci anni dall'inizio di quel conflitto, come dare esito all'impegno internazionale in quel teatro, come mettere in campo un'exit strategy. Qui, nel Parlamento italiano, di questo non si discute. Ritengo che tutto ciò non sia all'altezza dell'impegno che viene richiesto al nostro Paese nei teatri di conflitto, né del ruolo che il nostro Paese vuole esercitare.
Non solo. Vorrei sottolineare all'Assemblea e ai rappresentanti del Governo che anche nel provvedimento in oggetto, come in quelli precedenti e in altri assunti da questo Governo, si riducono ulteriormente le dotazioni a favore della cooperazione e delle missioni civili. Non si capisce, francamente, che senso abbia una scelta di questo genere. Infatti, se vi è una cosa chiara a tutti è che lo strumento militare essenziale nei teatri di conflitto non è da solo, però, in grado di dare soluzione ai processi di stabilità che in quelle aree si richiedono. Non lo dico io: sono i generali americani - da McChrystal a Petraeus - a sostenere che la funzione militare ha un senso nel momento in cui vi sia una strategia che abbia l'obiettivo di stabilizzare sul piano civile, politico, istituzionale ed economico le situazioni nelle quali si interviene.
Questo significa che, accanto all'impegno militare, è necessario rafforzare l'impegno per la ricostruzione non solo economica, ma anche di istituzioni autosufficienti ed autonome nei Paesi che sono teatri di conflitto. In altri termini, è necessario garantire che si realizzi gradualmente quella transizione verso una condizione di stabilità, che consenta, ad un certo punto, anche il disimpegno militare.
Tutto questo non è previsto. Non solo non è previsto ma, nel momento in cui il nostro Governo riduce gli stanziamenti per la cooperazione e per gli interventi di carattere civile, e concentra tutte le risorse soltanto sullo strumento militare, chiunque può vedere l'evidente contraddizione. Infatti, la funzione stessa della nostra presenza militare nei citati teatri di conflitto si riduce, se non siamo in grado di accompagnarla con le misure di democratic institution building che sono necessarie, affinché la transizione effettivamente acquisisca un esito di stabilità da cui possa conseguire un disimpegno militare.
Tutto questo è particolarmente vero per il teatro dell'Afghanistan. Dalla conferenza che si è svolta ieri, è emerso un obiettivo chiaro, che, credo, tutti condividiamo, ma che - dobbiamo saperlo - non è semplice, né breve: occorre accelerare la transizione di quel Paese e garantire che si realizzi una strategia che acceleri la stabilità politica ed istituzionale, in modo da poter avviare, nei prossimi anni, a partire dal 2011, un disimpegno della presenza militare internazionale.
Ebbene, per fare questo è necessario, però, mettere in campo tutte le risorse necessarie ed anche una riflessione di carattere strategico sulla vicenda afgana, che richiede, non soltanto, un'accelerazione: quell'accelerazione, a sua volta, richiede scelte politiche chiare e determinate che, fin qui, non sempre sono state realizzate; un ruolo molto maggiore dell'ONU nel guidare il processo politico nell'accompagnamento delle autorità afgane per il consolidamento della transizione; una strategia che tenga conto che l'Afghanistan è inserito in uno scenario regionale: senza una strategia che affronti anche il problema della relazione tra l'Afghanistan e i suoi vicini, il processo di stabilizzazione sarà più difficile.
Allo stesso modo, sosteniamo un processo di riconciliazione interno tra le attuali autorità afgane e quei settori insorgenti che sono disponibili ad inserirsi in un percorso negoziale per acquisire una soluzione che consenta una stabilizzazione politica; inoltre, mettiamo in campo tutte le misure di rafforzamento delle istituzioni afgane, a partire dall'Esercito, dalle forze di sicurezza e dall'armatura statuale afgana, in modo da essere autosufficiente.
Di tutto questo sarebbe utile discutere e, invece, non se n’è discusso. Ieri, a Kabul, si è detto che serve aprire una fase nuova nella strategia afgana. Benissimo. Qual è il punto di vista dell'Italia per contribuire all'apertura di una fase nuova dello scenario afgano?
Di questo aspetto non abbiamo avuto che qualche affermazione generale e generica.
Insomma, quello che chiediamo al nostro Governo, nel momento in cui condividiamo la responsabilità di una presenza dell'Italia con i suoi soldati e le sue missioni civili in teatri di conflitto pericolosi - talmente pericolosi che i nostri soldati sono esposti costantemente a rischi come è avvenuto ancora recentemente in Afghanistan, e naturalmente anch'io unisco la voce del nostro gruppo a quella degli altri nell'esprimere solidarietà e sostegno a tutte le nostre Forze armate che sono impegnate in fronti così delicati - è che il Parlamento e il Governo siano consapevoli che le scelte di politica estera e di politica internazionale e le scelte così impegnative, come il contribuire a missioni internazionali di peacekeeping e di peace enforcement in situazioni di conflitto, richiedono una consapevolezza che, mi pare, in questo dibattito il nostro Governo non è stato in grado di onorare.
Chiedo al sottosegretario Scotti, che qui rappresenta il Governo, di rappresentare al Ministro degli esteri e al Ministro della difesa una chiara ed esplicita richiesta del nostro gruppo: avere l'occasione di fare su questi temi una discussione di natura strategica. Non chiudiamo questa discussione pensando semplicemente che ci ritroveremo fra sei mesi per rinnovare burocraticamente ancora una volta il provvedimento. Chiediamo che sulle ragioni, sulle modalità e gli obiettivi della nostra presenza internazionale nei teatri di conflitto, il Parlamento abbia la possibilità di discutere approfonditamente e di dare quindi quegli indirizzi che sono necessari alla migliore efficacia di questi interventi e alla migliore autorevolezza del nostro Paese sulla scena internazionale.
Feps: il vero problema sono le nostre idee, i nostri contenuti


Da ieri Massimo D’Alema è presidente della Fondazione europea progressista (Feps). Immancabilmente, è sorta nei giorni scorsi nel Partito democratico una polemica sul senso della nomina di D’Alema. E, verosimilmente, la disputa continuerà a far brontolare ancora a lungo la costola cattolica del Pd preoccupata che questo ruolo di D’Alema possa risospingere il Partito democratico verso posizioni politiche tradizionalmente socialdemocratiche.
La polemica è davvero singolare per svariate ragioni, sulle quali si è soffermata Claudia Mancina sul sito di Democratica la Fondazione Scuola di politica presieduta da Walter Veltroni (www.democraticaonline.it).
«La prima – sostiene Claudia Mancina - è che la vicinanza, o distanza, del Partito democratico dalla sinistra europea non è qualcosa che si possa definire in termini di nomenclature. Si può anzi sostenere che la crisi di strategie e di idee che attraversa i partiti socialisti e socialdemocratici è esattamente la stessa che attraversa il partito di centrosinistra italiano; e che difficilmente quest’ultimo potrà trovare le sue strade isolandosi da quelli. Con chi pensa di interloquire il Pd? Solo con i mani di De Gasperi e di Berlinguer, o anche con i partiti che oggi sono i suoi corrispondenti in Europa? Perché i partiti della sinistra sono in tutta Europa – con maggiore o minore efficacia, secondo i casi – partiti di centrosinistra, come il Pd. Come si chiamino non ha nessuna importanza: la loro storia non ha generato l’esigenza di trovare un nome nuovo. Guardarli attraverso gli occhiali della nostra storia – una storia di anomalie - è davvero provinciale». «E’ ancor più bizzarra, la polemica, se si tiene conto - prosegue Mancina - che proviene da quell’area del partito che più incarna la scelta bipolarista. Bipolarismo significa che ci sono due aree, il centrodestra e il centrosinistra. Nessuno può mettere in discussione il fatto che il Pd e i partiti della sinistra europea appartengano alla stessa area. Il problema è la politica, e le politiche, per loro come per noi. E da questo punto di vista, la difficoltà è comune, comune è la ricerca, e le soluzioni, se ci saranno, saranno probabilmente abbastanza simili. A meno che non vogliamo rinchiuderci in una dimensione nazionale, una cosa palesemente assurda di questi tempi».
Come ricorda oggi Piero Fassino sul Foglio (che ha ospitato in questi giorni molte delle riflessioni sull’argomento), tra le ragioni per cui è nato il Pd, «vi è l’obiettivo di concorrere ad aprire una stagione nuova anche nel riformismo europeo e internazionale». Insomma, «il Pd non è un partito socialista» (lo ha affermato lo stesso D’Alema non suo discorso di insediamento), ma ha il dovere di lavorare con il Pse per contribuire al rinnovamento del centro sinistra europeo. Non sarebbe male, piuttosto (e sarebbe senz’altro più utile), criticare le tesi di D’Alema, le sue analisi, i suoi riferimenti culturali. Come ha fatto, scrivendo cose interessanti, Sergio Soave sul Foglio di venerdì 25 giugno. «Sinché i dibattiti nel Pd saranno di questo tenore - conclude sconsolata Mancina – anatemi invece di ragionamenti, richiami formalistici alle appartenenze invece di confronto – sarà difficile che vengano fuori le idee nuove di cui c’è bisogno». Sottoscrivo.
Su questo argomento puoi consultare i seguenti articoli:
Il Foglio
Ecco perché gli euro compagni dalemiani vogliono dichiarare la fine del PD
Mauro Ceruti
Il Foglio
Sinistra, socialismo, laburismo: ce la può fare D'Alema a riscrivere il Dna del PD?
Sergio Soave
Il Foglio
Perché l'eurodalemismo mette in gioco la vera natura del PD
Giorgio Tonini
Il Foglio
Perché il futuro dei compagni del PD è rifondare la socialdemocrazia in Europa
Andrea Peruzy
Corriere della Sera
D'Alema e la sinistra irrilevante e senza voce
Michele Salvati
Intercettazioni: come sono normate nel resto del mondo?
Per Anna Finocchiaro il ddl sulle intercettazioni «tutela meglio,
molto meglio i criminali dei cittadini e uccide il diritto ad essere
informati». Da qui la decisione dei senatori del Pd di non partecipare
al voto e uscire dall'Aula. Naturalmente sulla rete non mancano quelli
per cui, in ogni caso, «il Pd è un’ameba». Beppe Grillo dal suo blog
invita i «pidimenoellini» a restare fuori dall’aula del Senato, dopo la
mancata partecipazione al voto di giovedì, perchè tanto «nessuno noterà
la loro assenza» e leggendo le reazioni al voto sulle intercettazioni,
sembrerebbe che il Pd quella legge l’abbia sostenuta se non addirittura
voluta. Pazzesco. Opinioni che, ha scritto Stefano Menichini su Europa,
«non si spiegano con errori dei democratici. Si spiegano invece col
veleno estremista e giustizialista che corrode da anni il corpo della
sinistra italiana e annebbia tanti cervelli. Del resto non stupisce,
che nell’Italia di Berlusconi ci sia gente convinta che la dialettica
politica sia ormai solo una partita fra guardie e ladri con i
rispettivi complici».
Come abbiamo detto (e ripetuto) il ddl sulle intercettazioni mina il
diritto di cronaca. Sia chiaro: gli eccessi ci sono stati. In quale
altro paese può succedere che un grande quotidiano pubblichi paginate
di intercettazioni telefoniche relative a indagini in corso, senza
risparmiare particolari privatissimi sulla vita degli intercettati veri
e propri e degli intercettati per caso? Il Foglio lo ha chiesto ad
alcuni corrispondenti della stampa estera in Italia. E, tanto per fare
un esempio, Jörg Bremer, della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha
risposto con molta decisione che «in Germania niente del genere sarebbe
possibile. E’ vietato e non è mai successo». Ma il provvedimento del
centrodestra confonde alcuni eccessi con un bando generalizzato che
impedisce al cittadino di conoscere. E così non va. La giusta reazione
dei media non deve però spostare l’attenzione dal problema cruciale: le
intercettazioni sono uno strumento di indagine e di reperimento delle
prove essenziale per la magistratura, senza cui le indagini avrebbero
meno capacità di incidere. «E’ prima di tutto su queste limitazioni che
va condotta una battaglia civile» ha scritto Michele Polo sul sito www.
lavoce.info. L’effetto dirompente del provvedimento è infatti quello di
rendere meno efficace lo strumento investigativo più utile alle
inchieste giudiziarie. «Sarebbe un triste paradosso quello di una
battaglia al calor bianco in cui il diritto di cronaca uscisse alla
fine meno compromesso, salvo poi accorgersi che poco o nulla i giornali
potrebbero raccontare ai propri lettori in merito al lavoro della
magistratura per la impossibilità delle indagini giudiziarie di
raggiungere risultati».
Rimarrebbe da chiedersi: come sono normate le intercettazioni nel
resto del mondo? Allego un breve nota del servizio studi del Senato.
clicca qui per leggere la nota del servizio studi del senato
Enrico Morando,la storia dei «miglioristi» e la manovra 2010
Enrico Morando, membro del Comitato costituente del Partito democratico, è stato l’estensore del programma elettorale del 2008 e il coordinatore del governo ombra. Ma Morando, candidato nel 2001 alla segreteria dei Democratici di sinistra, è stato anche il leader della componente Liberal del partito. In questi giorni è uscito un suo libro (Riformisti e comunisti? Dal Pci al Pd. I «Miglioristi» nella politica italiana, Donzelli editore) nel quale ripercorre la storia dei «miglioristi» tra il Pci e i Democratici. Roba d’altri tempi? Sicuramente è storia vecchia. Ma non si capisce nulla dei nostri guai e dell’evidente deficit di identità che affligge la sinistra e il centrosinistra italiani se non si torna alle sue origini.
Il termine di «miglioristi» (un appellativo in quei tempi al limite dell’insulto) negli anni Ottanta e nei primi Novanta indicava, nel Pci, quelli che non volevano più promuovere la fuoriuscita dal capitalismo e si ponevano, più modestamente, l’obiettivo di migliorare l’esistente. Quello di Morando è il racconto dell’ultima stagione di quello che oggi appare un ossimoro(Riformisti e comunisti?), che un gruppo agguerrito di dirigenti e militanti del Pci provò a declinare, in Italia, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Nei decenni precedenti, la «destra comunista», prima con Giorgio Amendola e poi con Giorgio Napolitano, era sembrata più volte al limite dello strappo. Ma il crollo precipitoso del colosso sovietico, con gli esiti nostrani della «Bolognina», apriva ora nuove opportunità e non lasciava più tempo agli indugi. Fu tra il 1989 e il 1994 che si consumò, in effetti, la parabola della corrente «migliorista». Il suo intento dichiarato era di superare l'anomalia della sinistra italiana, promuovendo la costruzione di un grande partito socialista a vocazione maggioritaria. Ma tre fattori ne limitarono le potenzialità: la concezione del partito e della lotta politica interna; un'eccessiva ricerca dell'equilibrio tra istanze di continuità ed esigenze di rottura; e infine la difficoltà a considerare come compiutamente propria la cultura liberalsocialista.
La tesi Morando, uno tra i principali protagonisti di quell'esperienza, è netta: se i riformisti del Pds avessero operato più tempestivamente per la sintesi tra socialismo e liberalismo e si fossero candidati alla guida del processo d'innovazione capace di incarnarla, l'Italia si sarebbe dotata già a metà degli anni novanta di un vero partito di «centrosinistra». E oggi sarebbe un'altra Italia...
A proposito di un’altra Italia, di Enrico Morando riporto di seguito gli Appunti sulla crisi e la manovra 2010 del 3 giugno scorso:
1- La domanda (a proposito di crisi e di difficoltà dellʹEuropa) è: che cosa è andato storto, cosa non ha funzionato?
Molti, anche nel nostro campo, rispondono così:
ʹʹPrimo: unʹUnione Valutaria non può funzionare senza una integrazione - o almeno convergenza - delle politiche di bilancio. Secondo: non ci sono stati incentivi sufficientemente forti a disciplina di bilancioʹʹ.
Riposta poco convincente: a parte la Grecia (la più indisciplinata), Italia, Francia e Germania hanno sfondato il 3% deficit/PIL più spesso di Irlanda e Spagna.
Ma sono queste due quelle più nei guai. Come mai? Crisi causata da enormi bolle finanziarie e immobiliari. Queste bolle, favorite entrambe da creazione Euro: coi tassi di interesse bassi, anche Paesi con gravi squilibri hanno potuto vivere al di sopra delle loro possibilità.
Perché? Perché la creazione dellʹEuro ha incoraggiato lʹafflusso di enormi capitali verso i Paesi in crescita, a condizioni molto favorevoli. Intanto, Germania e Olanda accumulavano un enorme surplus della bilancia dei pagamenti e commerciale.
Quando sono esplose le bolle (finanziaria e del mattone), il debito privato è diventato insostenibile, ed è esploso il debito ʹʹdi sistemaʹʹ (il debito privato, nel frattempo era diventato in parte pubblico).
Morale: il settore privato è almeno colpevole quanto quello pubblico.
- Dunque, erano e sono indispensabili misure di emergenza. Che sono state assunte (il Piano Grecia e quello dei 750 mld), sia pure in ritardo. Ora, è in corso una forte correzione dei debiti pubblici. Servirà? Sì, ma senza correggere gli squilibri interni allʹarea dellʹEuro, non può bastare: non ci sarà ritorno alla stabilità se non ci sarà ritorno alla crescita.
In particolare, i Paesi ʹperifericiʹ devono veder crescere il proprio export. Si può fare? Forse sì, e lʹEuro più debole è un aiuto. Ma questi paesi scambiano beni e servizi più tra di loro che con lʹesterno allʹarea Euro. Quindi, dallʹindebolimento dellʹEuro viene qualcosa, ma non granché.
Quindi? Quindi, con le misure straordinarie ʹeuropeeʹ e con le manovre di bilancio nazionali ci siamo comprati un pò di tempo. Ne avevamo assolutamente bisogno. Ma in questo tempo dobbiamo creare le condizioni per una crescita più forte.
Lʹazione da sviluppare è duplice:
a - Alla dimensione europea. Germania insiste per vincoli di bilancio prefissati ʹin Costituzioneʹ. È il modello degli Stati che compongono gli USA.
Si potrebbe anche fare (e forse si farà: è difficile dire di no a Germania). Ma, negli USA, il bilancio federale svolge una vigorosa funzione anticiclica (che compensa la pro-ciclicità della regola imposta ai singoli Stati). Se lʹUnione Europea sceglie questa strada, ci vuole una politica fiscale europea (comprensiva di scelte coordinate di gestione dei debiti pubblici).
Problema: fare ora - in questo contesto - il salto politico ʹcostituenteʹ che non si è fatto prima, in tempi più tranquilli. Ma, si sa, la difficoltà aguzza lʹingegno. E la paura fa novanta... cʹè un alternativa alla soluzione ʹtedescaʹ? Sì, ma non è più agevole: la costruzione degli Stati Uniti dʹEuropa subito. Niente di meno.
b- Alla dimensione nazionale. I fattori di scarsa competitività non sono uguali, per i diversi Paesi. Quindi, le riforme capaci di rimuoverli (più realisticamente: di avviarli a progressivo e lento superamento - ecco perché bisognava guadagnare tempo; ed ecco perché non possiamo più perderne altro) sono diverse da Paese a Paese. Noi dobbiamo individuare quelle prioritarie in Italia.
(Le osservazioni di questo punto 1 sono ʹliberamenteʹ tratte da uno studio di Marco Annunziata, dellʹUfficio Studi Unicredit).
2- La crisi Greca nasce da enormi squilibri macroeconomici.
La questione non è se sia vero o no che gli ʹspeculatoriʹ si sono accaniti sulla Grecia. La questione è: perché lo hanno fatto? La risposta è la più semplice: perché il Paese presenta un debito pubblico e privato elevato e crescente e una competitività bassa e calante. Non cʹè bisogno di essere un genio della finanza per pensare che un Paese messo così potrebbe non essere in grado di onorare i suoi impegni. Con conseguente ʹscommessaʹ...
Da anni la situazione della Grecia è insostenibile: produttività del lavoro bassissima. Quota dellʹoccupazione pubblica sugli occupati: 25%; quota delle retribuzioni pubbliche sul monte retribuzioni: 35%. Tasso di rendimento implicito dei contributi previdenziali superiore al 2,5 (in Germania non arriva ad 1). Totale mancanza di trasparenza dei conti pubblici: nel 2005, la Commissione Europea ed Eurostat criticano la qualità delle statistiche; nuovamente, nel 2008; infine, nel 2009, il deficit 2008 viene rivisto dal 5 al 7,7 del PIL. Per il 2009, la stima del deficit passa dal 3,7 al 12,5 PIL. Bilancia commerciale e dei pagamenti in enorme e crescente disavanzo.
È utile notare che la situazione italiana è complessivamente migliore di quella greca - lo è in particolare per la sostenibilità del sistema provvidenziale: evidentemente, fare riforme strutturali (1992: intervento ʹdʹemergenzaʹ; 1995: riforma Dini), paga..
In conclusione,anche a proposito di crisi greca: gli interventi di emergenza (piano da 750 mld) servono per prendere tempo. Il tempo serve per fare riforme (europee e nazionali) che correggano gli squilibri macroeconomici. In particolare: Germania e Olanda devono far crescere i consumi e il mercato interno; i Paesi mediterranei devono ridurre il debito (pubblico e privato), riequilibrare bilancia dei pagamenti e commerciale, aumentare capacità competitive (produttività del lavoro e dei fattori).
3- Eʹ vero che lʹItalia ha resistito meglio alla crisi?
Se il riferimento è a Grecia, Portogallo e Spagna, la risposta è sì. Se il riferimento è alla media dellʹArea Euro, la risposta è no. Secondo il FMI, tra il 2008 e il 2011 la crescita media annua del PIL italiano sarà pari a -1. Questo, ci colloca al penultimo posto nellʹArea Euro (11° su 12 Paesi). Se guardiamo a bilancia commerciale e dei pagamenti (e al saldo delle partiti correnti), tra il 2008 e il 2011 il FMI ci colloca al 9° posto su 12: facciamo meglio solo di Spagna, Portogallo e Grecia.
In conclusione: abbiamo i nostri punti di forza (basso debito privato, consolidata vocazione manifatturiera), ma soffriamo di un gravissimo deficit di competitività (aumento del costo del lavoro e bassa crescita della produttività) rispetto ai grandi partners dellʹUnione monetaria (soprattutto, Germania). Questo rende meno ʹperformantiʹ anche i nostri fattori di forza: è vero che le famiglie risparmiano e hanno pochi debiti, ma sono poco patrimonializzate le imprese, che soffrono più che altrove - di conseguenza - la stretta del credito; è vero che siamo forti nel manifatturiero, ma la talpa della scarsa produttività sta scavando da tempo e ci indebolisce, anche relativamente: valore del manifatturiero cresciuto - tra il ʹ90 e il ʹ07 - del 76% in USA, del 65% nel Regno Unito, del 44% in Italia. Anche da noi, infine, la dinamica dei salari nel settore pubblico è più elevata di quella dei settori esposti alla competizione internazionale. Ma la produttività del settore pubblico non è più elevata di quella del settore privato.
Dunque, il nodo da sciogliere è quello della debole (o nulla) crescita della produttività del lavoro: negli ultimi 10 anni, in Italia è cresciuta del3%. NellʹArea Euro è cresciuta di 14 punti. Hic Rhodus, hic salta.
4- Il problema del debito pubblico.
Un Paese con debito pubblico elevatissimo e crescente (sta tornando vicino al 120% del PIL, dove stava nel 1996, mentre era ridisceso fino al 104% allʹinizio degli anni 2000: ecco il ʹcontoʹ che lʹItalia paga a Berlusconi e Tremonti della fase 2001-2006) e una prospettiva di crescita attesa inferiore allʹ1%, è un Paese che vive molto al di sopra delle sue possibilità. Il dato del buon livello del risparmio privato spiega la relativa stabilità del sistema finanziario. Ma non ci mette al riparo dai rischi più gravi.
5- La manovra e le riforme di struttura.
È del tutto evidente che ci vogliono misure immediate, per far sì che il livello di indebitamento della Pubblica Amministrazione si riduca e, soprattutto, che il volume globale del debito torni a ridursi, come ha fatto tra il ʹ96 e il 2000 (anche qui: è stato un caso o il ciclo di finanza pubblica ha avuto qualche rapporto col ciclo politico?).
Il punto di distinzione non è tra chi pensa (il Governo) che bisogna agire subito e chi pensa (il PD) di avere davanti i tempi lunghi delle riforme strutturali.
Lʹalternativa è la seguente:
a- Subito un organico Piano triennale di rilancio della competitività - fatto di cambiamenti profondi della Pubblica Amministrazione, del fisco, dei mercati dei beni e dei servizi più rilevanti - contestuale ad immediate misure di risanamento dei conti pubblici; oppure
b- Subito le misure correttivi dei conti pubblici - perchè ʹce lo impone lʹEuropaʹ - mentre le riforme strutturali possono attendere.
Il Governo di centro-destra insiste da due anni: ʹdurante le crisi non si fanno riformeʹ (Sacconi).
I dati della realtà spingono a sostenere lʹopposto: solo le riforme ci faranno uscire dalla crisi. Perchè solo un sistema organico di riforme può farci superare il gap di produttività accumulato. Perchè solo questo disegno di cambiamento apre una speranza. Che a sua volta bisogna suscitare, se si vuole che il Paese sia consapevole al tempo stesso della drammaticità della situazione e della possibilità di uscirne. E sia così indotto ad accettare i sacrifici necessari (come fece nel ʹ92 e nel ʹ96).
In conclusione: se il Governo è disponibile ad abbandonare la linea conservatrice fin qui tenuta (non si fanno riforme durante le crisi), il PD è pronto a misurarsi sia sulle riforme strutturali, sia sulle misure di più breve periodo, entrambe indispensabili. Se il Governo insiste sulla linea seguita fin qui, non può chiedere al PD di condividere la responsabilità di un così grave errore. Ciò non significa, ovviamente, che il PD non debba misurarsi a fondo con le singole scelte della manovra dicendo la sua su ognuna di esse.
6- Quali riforme strutturali farebbe il PD?
Se vogliamo che il nostro giudizio sulla manovra del Governo non appaia strumentale, dobbiamo rispondere con precisione a questa domanda.
Selezionando molto, penso che potremmo fare quattro proposte, relative a:
a- Pubblica Amministrazione
b- Fisco
c- Apertura dei mercati
d- Trasparenza dei conti pubblici.
6a- Pubblica Amministrazione
La manovra è piena di tagli orizzontali, rinvii, blocchi. È un film già visto: quando i pagamenti rinviati vengono effettuati; quando il ʹbloccoʹ viene superato, la spesa corrente primaria torna a correre come e più di prima. Altra cosa è se rinvii e blocchi sono accompagnati da valutazione di tutti i segmenti della Pubblica Amministrazione; comparazione sistematica per individuare le migliori pratiche; definizione di precisi obiettivi; premi e penalizzazioni per tutti, a partire dai dirigenti. Ora cʹè una legge - la Brunetta-Ichino, non a caso una delle poche leggi bipartisan della legislatura - che può dar luogo a questa strategia, lʹunica che può portare, entro tre anni, a far crescere la spesa corrente primaria meno del Prodotto e meno dellʹinflazione (recuperando lo ʹsfondamentoʹ avvenuto in questi anni: negli ultimi dieci, più del 4,6% allʹanno; sei punti di PIL in più).
Subito, un solo Ufficio Territoriale del Governo centrale, solo nei capoluoghi di Regione. Entro tre anni, un solo corpo di Polizia per il controllo del territorio. E uno di Polizia ʹfederaleʹ, per il contrasto alla grande criminalità organizzata.
Sui costi della politica, due proposte emblematiche: superamento di tutte le Province (organo politico: Assemblea dei Sindaci, presieduta dal Sindaco capoluogo); riduzione degli emolumenti dei dipendenti degli organi costituzionali pari a quella dei parlamentari (-10%), così da riportarle ad una evoluzione di poco superiore (sì, superiore) a quella avuta dalle retribuzioni del settore privato negli ultimi 10 anni; metodo di calcolo delle pensioni dei dipendenti degli organi costituzionali analogo - se non identico - a quello definito dalla Dini del ʹ95: calcolo retributivo per chi nel ʹ95 aveva più di 18 anni di contribuzione; calcolo retributivo/contributivo pro rata temporis per chi aveva meno di 18 anni di contribuzione nel 1995; calcolo interamente contributivo per chi è stato assunto dopo il 1° gennaio 1996.
6b- Fisco
Le misure ʹimmediateʹ di Berlusconi Tremonti recuperano - in qualche caso - scelte antievasione di governi di centro-sinistra. Per il resto, le maggiori entrate verranno dal minicondono ʹcatastaleʹ (che va visto nei dettagli, perchè qui spesso si nasconde il diavolo).
Il PD potrebbe presentare due proposte buone per lʹemergenza, e tre proposte capaci di fare il senso di cosa intenda per fiscalità pro-sviluppo.
Le due proposta per lʹemergenza: a- Dalle persone alle cose (Tremonti)? Giustissimo: si torni allʹICI prima casa modello Governo Prodi (60% delle famiglie già esenti); b- Dal lavoro alle rendite (Tremonti)? Giustissimo: si facciano pagare altri 3 punti sui patrimoni ʹscudatiʹ. Avevamo detto - come Paese - che non lʹavremmo fatto? Si, ma avevano anche detto che non cʹera bisogno di manovra.
Le proposte pro-sviluppo, di tipo strategico: a- Aliquote IRPEF significativamente più basse per il reddito da lavoro delle donne. Tutte: dipendenti, autonome, professioniste, parasubordinate. ʹPiù basseʹ vuole dire esattamente questo: a parità di reddito da lavoro, il lavoratore maschio paga più IRPEF di una lavoratrice femmina, su tutti gli scaglioni di reddito. Nel senso, ovviamente, che il lavoratore maschio mantiene le aliquote attuali. Nel Sud - per compensare lʹulteriore svantaggio delle donne nel Mezzogiorno rispetto a quelle del centro-nord- ulteriore detrazione a favore delle donne lavoratrici (vedi proposta di legge Morando e altri, depositata in Senato, anche per la ʹcoperturaʹ).
b- Unificazione al 23% (la ʹprima aliquota IRPEF) delle aliquote di prelievo sulle rendite da capitale; aliquota unica (23%?) sullʹaffitto percepito, accompagnata da significativa detrazione (19% fino a 6.000 Euro annui) su affitto pagato.
c- Prelievo fiscale ʹstraordinarioʹ sul valore assoluto della leva finanziaria degli istituti di credito, quando le dimensioni di questa leva superano livelli prudenziali (vedi proposta di legge Morando e altri, già citata, per fiscalità ʹprivilegiataʹ per le donne).
6c- Apertura dei mercati.
Un recente studio dellʹOCSE dimostra che lʹItalia recupererebbe in 10 anni una bella fetta della capacità competitiva che ha perduto se operasse una robusta azione di apertura dei mercati chiusi, in particolare nei settori dellʹenergia e dei servizi professionali.
Dieci anni sono tanti? Sì, ma se non si comincia mai... Il PD potrebbe, per esempio, proporre di dare finalmente attuazione - entro i prossimi tre anni - alla legge che dispone la separazione proprietaria di Snam ReteGas dallʹEni, adottando una soluzione analoga a quella da tempo in essere per la Rete elettrica. Non cʹè nemmeno bisogno di una legge del Parlamento. Basta che il Governo emani subito il decreto che da anni i Governi (questo, come quelli precedenti) sarebbero tenuti ad emanare.
6d- Trasparenza dei conti pubblici.
La vicenda Greca dimostra - se ce nʹera ancora bisogno - che la trasparenza dei conti pubblici - la loro affidabilità, la loro attendibilità ʹcertificataʹ - costituisce un fondamentale bene pubblico e un fattore fondamentale del merito di credito di un Paese. Di qualsiasi Paese. Se poi è un Paese con elevato debito pubblico... Nelle settimane scorse, grandi Paesi europei - il Regno Unito, col discorso della Regina per la formazione del nuovo Governo; lʹUngheria - hanno annunciato la formazione di autorità indipendenti dal Governo per lʹanalisi e la costruzione stessa dei conti pubblici. In Italia - specie per ciò che riguarda i dati, i criteri e le metodologie di costruzione del Bilancio a legislazione vigente - una struttura governativa (Ragioneria generale dello Stato) detiene il monopolio della conoscenza. Una situazione che non giova al Paese e neppure al Governo pro-tempore.
Di qui la proposta: anche in vista della piena attuazione del titolo V della Costituzione e della riforma del Parlamento, con la formazione della Camera delle Regioni, si costituisca subito lʹUfficio del Bilancio del Parlamento italiano, assumendo a modello il CBO degli USA. Ci vorranno molti anni per avere qualcosa di paragonabile? Sì, ma se ne facciamo passare altri senza fare nulla...
Una manovra contro la crescita?
Ieri Tremonti ha finalmente messo in tavola le carte della manovra economica 2011-2012 e ammesso una volta per tutte che quelle sulla ripresa, il benessere e la solidità del Belpaese erano tutte chiacchiere. «Questa non è una finanziaria qualsiasi. Dobbiamo gestirla tutti insieme – ha dichiarato il ministro del Tesoro – perché non sarà una passeggiata». A dire il vero, non ci voleva tanto a capirlo. Ma per due anni il governo non ha avanzato alcuna politica per contrastare quella crisi di cui ha negato perfino l’esistenza. Da Pechino, Pier Luigi Bersani ha duramente criticato l'atteggiamento e le parole di Tremonti: «ci hanno raccontato che i conti erano in equilibrio, invece non è vero niente. La Grecia non c'entra nulla: è un problema nostro. E non vedo riforme. Questa è una manovra depressiva, è solo un giro di specchi. Non si affronta nulla di strutturale, tagli indiscriminati e nessuna crescita».
Oggi, Pier Paolo Baretta mette in risalto su Europa il «paradosso» della manovra: «un intervento pesante (e le misure di peso non mancano), ma insufficiente a risolvere la gravità della situazione. «Di fronte a una manovra di 24 miliardi in due anni – scrive il capogruppo del Pd in commissione bilancio - ci si poteva aspettare che vi trasparisse una visione strategica e non un tampone emostatico». La prima critica che Baretta rivolge alla manovra del governo è lo squilibrio sul carico di chi paga la crisi:«È difficile che, in situazioni complicate come questa, un intervento di politica economico finanziaria sia indolore. Ciò che bisogna guardare, dunque, non è se ci sono o meno “sacrifici”, ma quali sono, come vengono distribuiti e a cosa servono. Ciò che rende una manovra economica accettabile è che sia equa e che serva ad uscire dall’angolo. Prendiamo il provvedimento mediaticamente più clamoroso: il taglio dei costi della politica. L’intervento prevede la riduzione del finanziamento ai partiti. Si tratta di un flebile segnale ed isolato, che non imbocca la strada della riduzione del numero dei parlamentari e delle spese derivanti dalla sovrapposizione di troppi livelli istituzionali. Sul piano degli stipendi la sola operazione che fa la manovra è “tagliare” le punte dei ministri e sottosegretari non parlamentari e dei dirigenti pubblici per la quota eccedente gli 80 mila euro. Ma non decide di stabilire dei tetti, sicché rinuncia a dare l’esempio ed operare una moral suasion verso quella parte sulla quale la legge non può intervenire, ovvero i manager privati che, certamente, non si sono risparmiati in questi anni, in quanto a retribuzioni e bonus. Ancora più seria è la questione del blocco degli stipendi dei lavoratori pubblici. A questo sacrificio non corrisponde un serio intervento sui redditi alti, ma soprattutto sulle rendite e sui patrimoni. Era proprio impossibile aumentare a livelli europei le imposte sulle rendite finanziarie? In tutta Europa la questione delle tasse sui patrimoni è all’ordine del giorno, da noi resta un tabù. È un bene che il governo affronti il contrasto all’evasione fiscale. Si potrebbe dire: meglio tardi che mai. Il ritorno della tracciabilità ad esempio, che proprio Tremonti aveva tolto lo scorso anno, ha sottratto risorse che oggi si vogliono recuperare. C’è poi il nodo-Regioni. Il peso della manovra taglia non solo gli sprechi ma finisce per incidere sui servizi ai cittadini».
La seconda critica di Baretta riguarda le misure per lo sviluppo: «In questa situazione economica e sociale difficile – sostiene Baretta - è urgente che il paese torni a crescere. La manovra, ossessionata dall’aspetto finanziario, non si occupa di questa priorità. È possibile risanare i conti pubblici e favorire la ripresa economica? Sì! Ci vuole il coraggio di pensare in grande e avventurarsi in mare aperto. Finché si naviga lungo costa non si arriva dall’altra parte. Perché non cogliere la drammaticità della crisi per operare scelte drastiche che modernizzino la struttura economica? Perché non riprendere con un piano di liberalizzazioni e privatizzazioni (il perimetro pubblico è ancora molto più ampio di quanto si crede). La razionalizzazione del patrimonio pubblico potrebbe dare risorse utili ad abbattere il debito, senza ricorrere a misure francamente sgradevoli, quali il condono sulle case fantasma. Ma anche liberare il lavoro (imprenditori e dipendenti) dall’eccessivo peso fiscale, che rallenta la competitività delle nostre imprese. Perché non semplificare la pubblica amministrazione? Le proposte di Brunetta non erano la ricetta giusta, ma l’affossamento della riforma senza alternative operato da Tremonti è il segnale che non si vuol cambiare niente». Su questo aspetto insiste oggi anche Fosca Bincher su Libero che definisce il pacchetto sviluppo «una paginetta striminzita e assai generosa rispetto alla realtà», rimarcando che «quella paginetta che si è fatto così fatica perfino a compilare è il vero tallone di Achille della manovra di Giulio Tremonti».
Insomma, la favola è finita ed è arrivato il momento che Berlusconi la smetta con la fantasia economica, le leggi ad personam e affronti seriamente la crisi con misure strutturali che garantiscano la ripresa. Invece, siamo alle solite. Il discusso ddl sulle intercettazioni dovrebbe approdare alla Camera il prossimo lunedì per diventare legge – è la speranza espressa sottosegretario Giacomo Caliendo – entro l’estate. E come osserva l’editoriale di Europa, «ieri Berlusconi ha dato una risposta a chi aspettava di conoscere il messaggio col quale avrebbe accompagnato la nuova era di sacrifici e di rinunce. E sapete la novità? Il suo messaggio è che la colpa dell’attuale situazione è dei governi di sinistra (o di quelli, remoti, degli anni del pentapartito durante i quali lui personalmente si arricchiva). E che tutto ciò che c’è di buono è invece merito suo: perfino il rigore della spesa pubblica, che secondo ogni possibile e immaginabile verifica è stato il massimo apporto dei governi di centrosinistra alla storia d’Italia, mentre casomai i nove anni (nove anni) di Berlusconi al governo sono stati segnati da imperdonabili generosità di spesa. Se non suonasse irrispettoso, vorremmo chiederlo a un’autorità indiscussa come il presidente della repubblica: sono queste le condizioni politiche che lui auspicava si stabilissero affinché la manovra avesse la più ampia condivisione?»
Il Parlamento e i parlamentari
Ieri sera mia moglie, che sa che vita meno, mi ha chiesto: perché non lasci perdere? Credo si vergogni. Del resto, ieri una collega mi raccontava che in uno dei nostri circoli non c’è stato verso di convincere i presenti che i parlamentari non prendono 24mila euro al mese e 15mila euro di pensione. Lo scorso anno (redditi 2008) ho dichiarato 122.715 euro e ne ho versati al partito 55.150 mila. Il direttore della Camera di commercio del mio paesello (non di Shanghai) guadagna di più. Sia chiaro: nessuno muore di fame, c'è gente che deve campare con 500 euro di pensione sociale e se c'è da tirare la cinghia è giusto cominciare da chi guadagna di più e dal costo della politica e del suo indotto. Ma davvero il Parlamento non serve a niente ed è solo un covo di ladri, scansafatiche e puttanieri? Ormai sputare addosso ai parlamentari e al Parlamento è diventato uno sport nazionale. Magari con l'autorevole avvallo del presidente della Camera (se lo dice lui che non fate niente, dice mia moglie …). Si pensa davvero (lo chiedo anzitutto ai nostri leader) di poter conservare e addirittura rafforzare la democrazia parlamentare con questo andazzo? E’ chiaro che, di questo passo, Berlusconi otterrà il presidenzialismo (sudamericano, naturalmente) per acclamazione.
Ora, a differenza di molti dei nostri leader, non credo si possa ripristinare il vecchio sistema con un intervento di restauro. Da quant’è che il carattere compromissorio dell’ordinamento parlamentare, la sua lentezza in fatto di decisioni e, più in generale, quel che accade «dentro il parlamento», sono additati al disprezzo dell’opinione pubblica? Ricordo ancora una vignetta de Il Male (una delle più importanti riviste satiriche italiane della fine degli anni ’70) che raffigurava il palazzo di Montecitorio semidistrutto da un aereo caduto sull’edificio e la gente che accorreva sul posto, tra le macerie, armata di piccone: per finire i sopravvissuti. Quel che è avvenuto in questi anni (a partire dalla dissoluzione del vecchio sistema dei partiti) non è un incidente di percorso e da tempo la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco. Inoltre, non credo che il parlamentarismo limitato, il sistema tedesco (specialmente se «alle vongole») o la riduzione dei parlamentari possano bastare: too late, too little; e penso che dovrebbe essere il centrosinistra ad avanzare e precisare il tema del presidenzialismo (visto che bisogna ricostruire il sistema dei checks and balances tra poteri e istituzioni dello stato) come complemento necessario dell’Italia federale. Ma lo deve dire un manuale pubblicato dal Sole 24 Ore che lo status del parlamentare non è «in alcun modo quel concentrato di privilegi che da alcune parti si è ripetutamente voluto fare credere»? Rimarcando che: «Molto si è parlato è si parla dell’ammontare di questa indennità ma in realtà due osservazioni dovrebbero guidare l’osservatore attento: in primo luogo che in base ad una legge del 1965 il suo ammontare non può superare l’importo massimo lordo dello stipendio di un presidente di sezione della Corte di Cassazione, e quindi rimane sempre nell’’ambito di un impiego di carattere pubblico; in secondo luogo che un parlamentare economicamente autosufficiente è sicuramente più libero ed indipendente nello svolgere il proprio mandato di quanto non potrebbe esserlo se avesse spesso necessità di far quadrare i propri bilanci, personali o politici». Lo deve dire Calderoli che nel bilancio della Camera «i parlamentari pesano il 16%»? Il presidente della Camera non ne sa nulla? E non ha niente da replicare a chi riduce il lavoro dei rappresentanti del popolo unicamente alle votazioni (in aula)?
Ovviamente, il gioco è scoperto: i parlamentari (visto che sono dei parassiti) non sono moralmente legittimati a decidere del bilancio dello Stato. Detto altrimenti: non vi azzardate a intromettervi e a toccare i (nostri) soldi (della scuola, della giustizia, dei giornali, ecc.), voi che siete solo delle sanguisughe. Perché sorprendersi se poi Berlusconi si prende gioco dei parlamentari («un popolo di persone depresse») e ne approfitta per governare per decreto, come la maggior parte dei presidenti latino-americani? A differenza di Bruno Tinti, penso che la cuoca, l’operaio, l’idraulico, l’autista dell’autobus, debbano poter dire la loro sul funzionamento dei servizi forniti dallo Stato, giustizia compresa. Su come si spendono i loro soldi. Perché sono loro che, oltre al mio stipendio, pagano quello di Tinti o del direttore del Corriere della Sera (le provvidenze per l’editoria ammontano, solo nel 2007, a oltre 447 milioni di euro, dei quali 23 milioni e mezzo vanno al Corriere della Sera-Gazzetta). Come? Tramite i loro rappresentanti, che si possono cambiare (perfino con questa legge elettorale, votare quella lista di candidati non è obbligatorio). A questo serve il Parlamento. Che sicuramente è da riformare, ma dubito che la strada giusta sia tornare a quello sabaudo, formato da conti e da marchesi, da qualche vescovo e dai presidenti degli ordini professionali.
Afghanistan:il governo indichi obiettivi in relazione alle nostre responsabilità, ai nostri mezzi e ai nostri interessi
Riporto di seguito il resoconto stenografico del mio intervento, nella seduta di martedì scorso, in merito all'Informativa urgente del Governo sul grave attentato in Afghanistan nel quale due militari italiani sono rimasti uccisi ed altri due feriti:
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, colleghi, oggi è il giorno del dolore e del lutto. Oggi il Parlamento deve farsi interprete del profondo cordoglio del Paese di fronte al tragico evento ed esprimere - come facciamo noi del gruppo del Partito Democratico - la vicinanza, la solidarietà, la partecipazione al dolore dei familiari del sergente Massimiliano Ramadù e del caporalmaggiore Luigi Pascazio e il nostro augurio ai feriti.
Poi, com'è giusto e doveroso, dovremo discutere e dovremo riflettere. La partecipazione alle missioni internazionali continua a costituire uno dei pilastri della politica estera dell'Italia, una scelta che non è in discussione. Non è in discussione l'opportunità di confermare e rafforzare il ruolo dell'Italia all'interno delle organizzazioni internazionali. È la natura stessa delle nuove minacce, dal terrorismo alla pirateria, che richiede risposte multilaterali, ed è proprio la natura collettiva delle missioni che conferisce ad esse legittimità e rende possibile un consenso bipartisan tra i diversi schieramenti politici.
Tuttavia, le vicende di queste ore la dicono lunga sulle difficoltà e sul deterioramento della situazione in Afghanistan: otto anni fa ci eravamo illusi di aver vinto quella che Bush aveva enfaticamente chiamato «la guerra al terrore» e oggi più di metà del territorio afgano è controllato dall'opposizione antigovernativa e l'intera area a cavallo del confine con il Pakistan è sottratta al controllo dei due Governi. Ciò senza contare che l'allargamento della presenza talebana e il deterioramento delle condizioni di sicurezza hanno contribuito ad alimentare la debolezza endemica delle istituzioni dello Stato.
Nonostante i progressi realizzati in questi anni (che vi sono stati: la riapertura delle scuole, il riavvio della ricostruzione, il ritorno dei profughi afgani), la situazione della popolazione afgana resta drammatica, soprattutto al sud e al sud-est: il tasso di mortalità è altissimo, la denutrizione diffusa, vaste aree del territorio continuano a non essere collegate alla rete elettrica, meno di un afgano su quattro dispone di acqua potabile, quasi uno su due non ha un'alimentazione sufficiente, appena uno su otto può ricevere cure mediche adeguate.
Bisogna discutere e riflettere, perché la nuova strategia di cui ha parlato il Ministro La Russa, basata sulla protezione della popolazione locale, sul radicamento delle autorità di Kabul nel territorio e sulla stabilizzazione del Paese, anche attraverso la cooptazione di parte degli insorti nel sistema di potere, non sta progredendo quanto vorremmo. L'uccisione dei nostri due soldati e l'attacco di questa mattina a Kabul contro un convoglio NATO a poca distanza dal Parlamento confermano che tutto il territorio afgano è sotto la pressione delle insurrezioni.
Bisogna discutere e riflettere, perché è troppo scoperta la tentazione americana di «levare le tende» prima delle prossime elezioni presidenziali. È troppo evidente che ci siamo assunti gli stessi rischi dei nostri alleati maggiori, senza però disporre del loro potere discrezionale e non possiamo semplicemente dire che ne usciremo solo quando l'America vorrà.
Bisogna discutere e riflettere, anche perché i militari caduti in Afghanistan non meritano le polemiche, le ambiguità e le ipocrisie andate in scena ieri: prima delle dichiarazioni determinate del Presidente del Consiglio e del Ministro degli affari esteri, le parole del Ministro leghista Calderoli hanno riproposto il macabro lucro demagogico sul lutto e il Ministro della difesa, signor Presidente, ha trovato il tempo e la voglia di polemizzare con l'allenatore della Roma!
Discuteremo. Oggi però è il momento di fare nostre le parole e il dolore del padre di Luigi Pascazio, Angelo: «È un dolore per ogni uomo con un cuore, per ogni uomo che crede nel sacrificio per la patria, per ogni uomo che crede negli ideali, che dare un contributo, piccolo o grande che sia, possa servire a migliorare il mondo, anche con la propria vita».
Oggi, possiamo qui decidere che questi morti non siano morti invano e che l'idea di un Governo di popolo, per il popolo, debba sopravvivere e resistere anche in quella terra lontana. Nei prossimi giorni, discuteremo.
Il Presidente Obama ha affermato che deve essere chiaro che gli afgani devono assumere la responsabilità della loro sicurezza e che l'America non ha alcun interesse a combattere una guerra senza fine in Afghanistan. Obama ha sostenuto: «Come Presidente, mi rifiuto di stabilire obiettivi che vanno oltre la nostra responsabilità, i nostri mezzi e i nostri interessi».
Noi ci aspettiamo che il Governo dell'Italia, il Governo del nostro Paese, faccia altrettanto e che, anziché fare l'occhiolino all'inquietudine dell'opinione pubblica per guadagnare qualche consenso, nel modo più odioso, nel momento in cui sono in gioco le vite dei nostri soldati, venga in Parlamento ed indichi obiettivi in relazione alle nostre responsabilità, ai nostri mezzi e ai nostri interessi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati del gruppo Unione di Centro).
Il principale problema del paese è la sua modernizzazione mancata
Riporto di seguito il testo del mio intervento al secondo incontro nazionale di Area Democratica che si è svolto a Cortona (AR) dal 7 al 9 maggio 2010 presso il Centro Convegni S. Agostino.
La crisi economica europea che cresce, si complica e potrebbe mettere in discussione la stessa integrazione europea, si è incaricata di dimostrare che il problema fondamentale dell’Italia non è la presunta «emergenza democratica» di cui si è molto parlato in queste settimane lamentando il bipolarismo «forzoso e incivile», ma la mancata modernizzazione del paese. Ed ha chiarito, se ancora ce ne fosse bisogno, che un paese che non cresce da vent’anni rischia il declino, l’«argentinizzazione», e che la nostra stabilità sta diventando ogni giorno più precaria e le nostre debolezze sempre più pericolose.
Il mondo è cambiato. Dal risveglio degli altri. Da quel che Fareed Zakaria definisce «the rise of the rest». La crescita di paesi come la Cina, l’India, il Brasile, il Sud Africa, il Kenya e moltissimi altri: la più grande uscita di massa dalla povertà nella storia del mondo. E dobbiamo accettare il cambiamento e riconoscere che lo status quo è insostenibile, se non vogliamo vedere l’ordine internazionale piombare in un pericoloso squilibrio. L’Europa non è più il centro della storia mondiale. E i nostri figli saranno condannati a standard di vita inferiori ai nostri se le nostre economie non verranno riformate e non sapranno integrarsi in modo ancora più profondo. C’è bisogno di più Europa. Ma dobbiamo chiudere la forbice tra l’adesione ideale, puramente politica, all’integrazione europea e la necessità che il nostro paese diventi europeo anche nei fatti. E sono necessari dolorosi aggiustamenti e quelle riforme (del mercato del lavoro, del sistema educativo, ecc.) di cui si discute da troppi anni, perché non è sostenibile raggiungere guadagni ogni anno superiori a meno che ogni anno non aumenti anche la produttività. Dobbiamo adeguare l’Europa all’Euro, altrimenti prendere sul serio l’Euro e l’Europa sarà impossibile. E, come fa presagire il sofferto sì tedesco al salvataggio della Grecia, non ci sarà più Europa, ce ne sarà meno.
Converrà perciò abbandonare l’illusione che, tolto di mezzo Berlusconi, tornerà l’età dell’oro. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, una invasione degli Hyksos. Oggi il punto di vista della Lega (il peso insopportabile di un Mezzogiorno parassita, improduttivo e preda dell’illegalità criminale) è ormai diventato senso comune. Anche in conseguenza del fallimento nel Mezzogiorno del compito riformatore che si era assegnato il centrosinistra. Ormai un pezzo del Nord del Sud non vuole più sentirne parlare e vuole separare il suo destino dal Mezzogiorno; e l’altro pezzo di Nord non è comunque disposto a tornare alla vecchia Italia. La responsabilità di questo non è soltanto della destra, ma anche del fallimento delle politiche e delle culture politiche che, in passato, sono state dominanti.
Nel ’94 non si è prodotto un vulnus che attende di essere sanato, ma sono saltate gerarchie culturali durate mezzo secolo che non è più possibile ristabilire. A modo loro, sia la Lega Nord che Berlusconi sono l’espressione di un grande rivolgimento iniziato nel secolo scorso: la sollevazione dei ceti produttivi (dipendenti, imprenditori, agricoltori, professionisti, commercianti, artigiani e altri lavoratori del settore privato) contro la truffa e lo sfruttamento di una classe politico-burocratica che - uso le loro parole - spacciandosi per paladina dell’interesse generale, si appropria di una parte sempre più cospicua del loro reddito, riuscendo a vivere ed arricchirsi nell’ozio, nella sicurezza e nel privilegio, alle spalle di chi lavora nella fatica e nell’insicurezza tipiche di ogni attività di mercato.
Questa sollevazione, questa rivolta antiburocratica e antistatalista, è il filo rosso che collega la svolta reaganiana in America, quella thatcheriana in Gran Bretagna, quella antisocialista in Germania, Belgio, Scandinavia e Francia e perfino (fatte salve le ovvie specificità) quella anticomunista all’Est. Con questa «cosa», nella versione di casa nostra, dobbiamo fare i conti. La maggioranza moderata non è un castello di carte destinato a cadere all’improvviso. E proprio l’illusione che una volta sparito il Caimano ritornerà l’età dell’oro, impedisce di vedere e di comprendere la domanda di cambiamento del paese. Come ha scritto malignamente Max Gallo, l’Italia «è la metafora d’Europa», ovvero la società in cui tutto si manifesta in modo caricaturale, esagerato ed eccessivo. Dove le malattie latenti si presentano in modo evidente ed esplodono mentre negli altri paesi moderni sono solo in incubazione. Ma non è una «anomalia». Per rendersene conto, basta dare un’occhiata a quel che succede in uno dei paesi più civili del mondo come l’Olanda.
In queste condizioni, l’idea di un «Patto repubblicano» contro una presunta deriva plebiscitaria appare unicamente come l’ennesima piattaforma anti-berlusconiana. Un espediente, una scappatoia, che consente di evitare una discussione (anche aspra ma necessaria) su un programma formato, una volta tanto, da proposte riformatrici riconoscibili. Ma il problema dell’Italia (e il nostro problema) sono proprio le cose da fare. La crisi del partito è anzitutto il frutto di un cambiamento molte volte promesso e molte volte rinviato e contraddetto. In discussione è infatti proprio la nostra credibilità nel proporre e perseguire davvero politiche nuove. E il Pd non ha altra possibilità che quella di provare a conquistare quelle parti di elettorato che si renderanno disponibili con il mutare dei rapporti di forza all’interno del centrodestra, facendo proprie le loro istanze. Facendo proprie cioè quelle domande, quelle aspirazioni – sul fisco, sulla giustizia, sulle libertà economiche – che esse esprimono e che Berlusconi lascia ancora insoddisfatte.
E’ venuto il momento che il Pd si ricordi la ragioni per cui è nato. Il nostro obiettivo politico non era quello di dare una riposta alle esigenze del paese? E allora, anziché criticare Berlusconi qualunque cosa faccia, il Pd cominci a pretendere che Berlusconi le cose le faccia davvero. La colpa più grave di Berlusconi non è di aver reso l’Italia meno democratica, ma di non aver mantenuto nessuna delle sue promesse. Non aveva garantito più liberalizzazioni, più meritocrazia, più crescita? Non aveva promesso meno tasse, meno sprechi, meno burocrazia? E che fine hanno fatto quegli impegni?
La visione del governo di centrodestra è definita, come ricordava ieri Franceschini, da orizzonti chiusi, localistico-familistici, anti europei e conservatori. Spetta a noi – spetta al Pd, e più ancora, ad Area democratica – forzare questa chiusura e aprire il campo alle scelte culturali e politiche di una società finalmente moderna ed europea.
Ma mi faccia il piacere!
«Se dovessi acclarare che la mia abitazione, nella quale vivo a Roma, fosse stata pagata da altri, senza saperne io il motivo, il tornaconto e l'interesse, i miei legali decideranno le azioni necessarie per l'annullamento del contratto di compravendita. Non potrei, come ministro della Repubblica, abitare in una casa in parte pagata da altri. Questa e' la motivazione principale che mi spinge a lasciare». Non è una barzelletta. Lo ha dichiarato Claudio Scajola nella conferenza stampa al dicastero per annunciare le sue dimissioni da ministro dello Sviluppo economico dopo la bufera che lo ha visto coinvolto in questi giorni. Giovanotto, direbbe Totò, ma mi faccia il piacere!
Britannia rules the waves...
I dibattiti televisivi tra Gordon Brown, David Cameron e Nick Clegg (mandati in onda da SkyTG24) andrebbero trasmessi a reti unificate.
Anzitutto per le ragioni illustrate, dopo il primo dibattito, da Aldo Grasso (che ha invitato i presidenti dei due rami del Parlamento a consegnare a ogni parlamentare un dvd con il dibattito televisivo) sul Corriere della Sera: per capire «certe differenze» con la puntata di Annozero che andava in onda in contemporanea; perché il format della trasmissione «ha regole ferree ma non ottuse come quelle stabilite dalla par condicio italiana»; per insegnare ai nostri parlamentari (e, aggiungo, considerato il comportamento del conduttore Alastair Stewart e del pubblico in studio, non soltanto a loro) alcune regole di «civiltà televisiva»; perché lo scontro è stato serrato ma mai volgare, nel rispetto degli avversari e i tre «hanno dimostrato come si possa civilmente stare nei tempi senza abbandonarsi a sproloqui». Ce n’è abbastanza per non lasciarsi sfuggire il prossimo confronto. Ma c’è dell’altro.
Nei sondaggi, lo spostamento dell’opinione degli elettori inglesi non è mai stato così ampio. I Liberaldemocratici (il terzo partito) sembrano avviarsi verso il loro miglior risultato dal 1923. E le elezioni del 6 maggio potrebbero riscrivere le regole della politica inglese. Nick Clegg ha indubbiamente approfittato dell’opportunità offertagli dal confronto televisivo per mettersi in vetrina. Ma la dimensione insospettata del gradimento per la performance di Clegg suggerisce che gli elettori stanno facendo qualcosa di più che scegliere il vincitore di un concorso di bellezza. La questione che si pensava avrebbe dominato la campagna elettorale, vale a dire come rimediare all’enorme buco nei conti pubblici, è stata dimenticata (anche se in che modo tagliare la spesa pubblica sarà la vera sfida per il prossimo governo) e, come ha osservato Philip Stephens sul Financial Times, la campagna ora si basa su quel che pensano gli elettori della politica e dei politici. E non ne pensano molto bene, alle prese con una dolorosa recessione e con lo scandalo dei rimborsi spese gonfiati dai deputati, che hanno fatto scoprire all’opinione pubblica inglese l’esistenza di una «casta» che abusa dei propri privilegi.
La fortuna o il genio di Nick Clegg è stato quello di un uomo di partito che ha assunto la guida del partito dell’anti-politica. Eppure, Clegg è uno dei figli più coccolati dell’establishment, l’erede di un ricco banchiere e l’allievo di una delle scuole più costose d’Inghilterra che, prima diventare un Lib Dem, a lungo si è trastullato con l’idea di aderire ai Conservatori; e quanto alle politiche, ha alcune idee sensate sulle libertà civili e la politica estera e alcune idee («strampalate», scrive il FT) sulle tasse. Ma non importa. Quel che davvero conta è il riferimento continuo agli «old parties», Labour e Conservatives, i partiti vecchi ed esausti. Il suo successo ha mostrato quanto sia infondata la pretesa di Cameron di aver rifondato il suo partito, rimodellando i Conservatori come un partito centrista in sintonia con le preoccupazioni degli elettori. In questi ultimi due anni pareva indubitabile che gli elettori considerassero esaurita la stagione del Labour e sembrava scontato che i vincitori dovessero essere i Conservatori. Ora, il fatto che nessuno è più sicuro di come andrà a finire è un segno di quanto le cose sono cambiate.
Ecco, seguire il confronto tra i tre leader inglesi ci aiuterebbe a tenere presente che i tempi sono parecchio cambiati. Da quant’è che dalle nostre parti si discute della crisi della politica come se l’erosione della fiducia fosse dovuta a fattori (il bipolarismo «forzoso e incivile», la deriva populistico-plebiscitaria del premier, ecc.) propri solo del nostro paese? Certo, gli italiani non ne possono più delle distorsioni della politica, ma in realtà in tutte le società industriali avanzate la gente è diventata più autonoma e sfida le élite. L’accrescersi della sicurezza esistenziale, le condizioni di prosperità economica raggiunte dalle società industriali avanzate, hanno generato, come ha documentato Ronald Inglehart, una nuova visione del mondo che si accompagna alla de-enfatizzazione di tutte le forme di autorità (da quella burocratica a quella religiosa, come stiamo vedendo) e a un’erosione di molte delle istituzioni chiave della società industriale, prima fra tutte quella politica. Queste tendenze, che portano alla democratizzazione (nelle società autoritarie) e a una democrazia più partecipativa ed orientata ai problemi (nelle società già democratiche), stanno rendendo la posizione dell’élite di governo più difficile ovunque. In un libro pubblicato non molto tempo fa da Polity Press con un titolo emblematico, «Why We Hate Politics», Colin Hay ha esaminato le ragioni della disaffezione per la politica e del disimpegno nelle società occidentali. Hay osserva che, tanto negli USA che nel Regno Unito, i dati sembrano suggerire tre cause principali dell’insoddisfazione degli elettori e della sfiducia nei politici. In primo luogo, la (percepita) tendenza delle élite politiche di rovesciare l’interesse pubblico collettivo, di cui ci si proclamano cinicamente guardiane, nella gretta ricerca dell’interesse di partito o personale. In secondo luogo, la (percepita) tendenza delle élite politiche, nell’inseguimento di tale ristretto interesse di partito o personale, di finire preda dei grandi interessi (spesso interessi corporativi). Infine, la (percepita) tendenza del governo all’uso inefficiente delle risorse pubbliche.
Tutte cose che dovrebbero suonare familiari anche alle nostre orecchie. Bisognerà farsene una ragione: oggi nessuno partecipa più alla politica come in passato. Per questo la ricostruzione del rapporto fra partiti e democrazia in una forma sostanzialmente uguale a quello del passato non è praticabile e non è auspicabile. E per questo bisogna passare definitivamente da una concezione e da una pratica politica fondata su una dichiarazione e una scelta di appartenenza, a una concezione e una pratica politica fondate sulla responsabilità della scelta per il governo del Paese. Specie se si considera che il nostro Paese deve fare i conti non solo con il malessere che, dovunque in Occidente, circonda l’attività politica, ma anche con una dirompente sfiducia nello Stato. Una costante nella storia nazionale che la mancata modernizzazione del Paese ha aggravato al punto che oggi è in discussione la stessa unità nazionale.
Naturalmente per i «costituenti» impegnati nell’ormai trentennale dibattito sulle riforme, la frequenza alle «lezioni di inglese» impartite dai leader britannici è obbligatoria. Se non altro, per mandare a memoria l’ammonimento di Giovanni Sartori: «Occorre ricordare che la costruzione di un sistema di premiership sfugge largamente alla presa dell’ingegneria costituzionale. Le varianti britannica o tedesca di parlamentarismo limitato (di semi-parlamentarismo) funzionano come funzionano soltanto per la presenza di condizioni favorevoli». Se ancora ce ne fosse bisogno, la meschina campagna delle regionali, lo scontro dell’altro giorno tra il premier e il presidente della Camera, l’attesa rinascita di un grande centro e la stessa ipotesi di un Cln, mostrano che l’idea di trapiantare il modello Westminster alle nostre latitudini è fatta, direbbe un’altro grande inglese, della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni.
C'è un problema, ma non è Emergency
Mentre assistiamo alla crisi più grave del Pdl dalla sua fondazione, l'inviato del ministero degli Esteri e l'ambasciatore italiano hanno incontrato a Kabul gli operatori fermati sabato scorso dalla polizia afgana e gli ultimi pazienti hanno lasciato la struttura dell'Ong a Lashkar-gah.
L'audizione del ministro Frattini sull’arresto dei tre operatori sanitari italiani di Emergency in Afghanistan, mercoledì scorso, ci ha lasciato profondamente insoddisfatti e per più di una ragione. La prima è che il ministro ha ribadito, senza mostrare meraviglia, come l'Italia (che partecipa alle missioni ISAF, International Security Assistance Force, ed Eupol Afghanistan con un contingente complessivo di 3.000 uomini) sia stata informata dell’arresto dei tre operatori di Emergency a cose fatte. La seconda è che il Governo ha ceduto alla tentazione di politicizzare la vicenda. Il ministro della Difesa, La Russa si è lanciato impavido in spericolate analogie storico politiche (ha parlato del pericolo di infiltrazioni, di Nar, Br e Talebani). Il ministro degli Esteri si è preoccupato di rimarcare l’assenza di legami tra l’Ong sotto accusa e la cooperazione italiana. Come se il problema fosse Emergency che (fino a prova contraria, si sarebbe detto, se i riflessi garantisti non fossero improvvisamente scomparsi) rimane un'organizzazione (uso le parole di Margherita Boniver) «eccellente e benemerita», così come lo sono i medici, gli infermieri, i volontari che vi aderiscono. Poi ha pregato che le presunte confessioni rese note da fonte dubbia non fossero vere, assicurando un senso di vergogna nel caso che lo fossero; infine ha tranquillizzato il Paese e i familiari che i tre italiani non saranno abbandonati. La terza è che a cinque giorni dall'arresto il ministro ha confessato di non sapere ancora dove si trovino i tre italiani e di non aver ricevuto risposta dalle autorità afgane in merito alle accuse, agli elementi di prova, alle garanzie del diritto alla difesa, svelando che (addirittura) manca ancora l'incriminazione formale.
Per ora, l ’unica cosa certa è che l'arresto dei nostri connazionali ha condotto alla chiusura dell'ospedale di Lashkar-gah. Ed è lecito il sospetto, a questo punto, che le autorità afgane lo considerassero un problema. Ma la vicenda Emergency mette in risalto le difficoltà italiane e le ruggini europee. Se lo è chiesto ieri Il Riformista: «Ma davvero il nostro ministro degli Esteri si basa su notizie stampa per determinare le azioni della nostra diplomazia?» E, per giunta, in un Paese in cui l’Italia impiega (insieme ai nostri alleati, per garantire la capacità di tenuta delle fragilissime strutture democratiche del governo di quel paese) una vasta rete ed un ampio contingente di servitori dello Stato? Se le cose stanno davvero così, c’è di che preoccuparsi.
Come se Berlusconi non ci fosse...
Visto come sono andate le cose, «cominciano a fioccare copiosi i contributi al rinnovamento del Partito democratico», osserva con la consueta perfidia Andrea Marcenaro sul Foglio. Che poi aggiunge spietato «C’è un gruppo di senatori che teme di potersi imborghesire (..) Anche Camilleri e Carofiglio hanno voluto regalare parole di saggezza (…) Preoccupa, soltanto, la persistente assenza di indicazioni politiche da parte di Adriano Celentano».
Sta per ripartire l’ultima versione del copione andato in scena negli ultimi quindici anni, comprese le rimostranze dei giovani verso il quartier generale. Ma, visto che il dibattito sui destini del centrosinistra è ufficialmente aperto, ritengo che una dichiarazione di Bossi esprima molto bene quel che è accaduto: «Gli italiani – ha detto lapidario Bossi commentando alla radio l’esito delle elezioni - vogliono il cambiamento. E la Lega è il cambiamento». E, aggiungo io, il centrosinistra è l’immagine della conservazione.
Se così stanno le cose, stavolta, nel dibattito in corso, dovremmo anzitutto sfidare quella che è stata descritta da William Galston e Elaine Karmack come la «politics of evasion», cioè la politica dell’evasione, della scappatoia, dello sfuggire ai problemi. I due esponenti del progressive liberalism americano, usarono questa frase per riassumere quello che ai loro occhi era stato il ripetuto rifiuto dei democratici negli Stati Uniti di guardare in faccia la drammatica perdita di fiducia nel partito tra gli elettori, seguita da una serie di sconfitte consecutive nelle elezioni presidenziali. Troppi americani erano arrivati a vedere i democratici come disattenti ai loro interessi economici, indifferenti se non ostili ai loro sentimenti morali e inefficaci nella difesa della loro sicurezza nazionale. Invece di affrontare la realtà, parecchi democratici scelsero di abbracciare la «politica dell’evasione», ignorando i problemi fondamentali del loro partito. Diedero la colpa della sconfitta a ogni genere di cose: alle scarse sottoscrizioni e alla tecnologia inadeguata, alla debole presenza nei media, alle personalità, alle leadership «sbagliate», al fallimento nel mobilitare la «base tradizionale» e nel creare una «coalizione arcobaleno» di vari gruppi di interesse motivati da rivendicazioni concorrenti. In altre parole, costruirono scuse allo scopo di evitare di confrontarsi i problemi e le domande di fondo per un progetto di cambiamento. Problemi che senza dubbio sono difficili, ma che è ora di affrontare. Per questo stavolta dovremmo cercare di mettere da parte le scuse.
Tanto per capirci, sul Corriere della Sera, Giovanni Sartori sostiene che «l’interesse prioritario di tutte le opposizioni» sia quello «di battersi per un sistema elettorale meno iniquo» e che il Pd dovrebbe puntare «sul sistema tedesco tenacemente chiesto da Casini». Ora, ammesso e non concesso che il ritorno ai governi fatti e disfatti in Parlamento sia augurabile, rimarrebbe naturalmente da chiedersi perché mai Berlusconi dovrebbe concedere quel proporzionale senza premi che non è nel suo interesse? Ma il punto è un altro: l’interesse prioritario del Pd devono essere gli italiani. Anzi, per salvare se stesso, il Pd deve occuparsi dei problemi del Paese.
Detto altrimenti, il Pd deve porsi una domanda (che ha posto Michele Salvati sul Corriere della Sera e) che viene prima dei marchingegni elettorali e delle alleanze: come mai, anche in condizioni così difficili per chi governa, anche in una situazione di malcontento diffuso, gli elettori non riescono a vedere nel Pd e nel centrosinistra una alternativa credibile?
Senza dubbio le tradizioni, le culture politiche, da cui è derivato il Pd hanno perso da tempo solidità e consistenza e, ormai prive di presa sulla realtà, sono inadeguate a interpretare le domande del paese. Ma senza idee nuove non si andrà da nessuna parte. È dalla crisi degli anni novanta che la questione aperta è quella di un profondo cambiamento della cultura e del modo di stare insieme degli italiani. E la persistente sottovalutazione della dimensione politica di Berlusconi (fino alla attribuzione consolatoria di un carattere antiberlusconiano al successo della Lega) è la prova del nostro smarrimento. Eppure, a modo loro, sia la Lega che Berlusconi sono l’espressione di un grande rivolgimento iniziato nel secolo scorso: la sollevazione dei ceti produttivi (dipendenti, imprenditori, agricoltori, professionisti, commercianti, artigiani e altri lavoratori del settore privato) contro la truffa e lo sfruttamento di una classe politico-burocratica che, spacciandosi per paladina dell’interesse generale, si appropria da quasi cent’anni di una parte sempre più cospicua del loro reddito, riuscendo a vivere ed arricchirsi nell’ozio, nella sicurezza e nel privilegio, alle spalle di chi lavora nella fatica e nell’insicurezza tipiche di ogni attività di mercato. Questa sollevazione antiburocratica e antistatalista, una vera e propria rivolta dei produttori, è il filo rosso che collega la svolta reganiana in America, quella thatcheriana in Gran Bretagna, quella antisocialista in Germania, Belgio, Scandinavia e Francia e perfino (fatte salve le ovvie specificità) quella anticomunista all’Est. Con questa «cosa», nella versione di casa nostra, dobbiamo fare i conti. La maggioranza moderata non è un castello di carte destinato a cadere all’improvviso. E proprio l’illusione che una volta sparito il Caimano, ritornerà l’età dell’oro, impedisce di vedere e di comprendere la domanda di cambiamento del paese.
Continuo a ritenere che anziché inseguire alleanze improbabili, il Pd debba scommettere sul fatto che possa avvenire, in futuro, un mutamento nelle propensioni degli elettori. Ma per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E oggi quel che occorre non è il ritorno alle antiche certezze ma il dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni. Per stare dalla parte degli italiani bisogna dimostrare autonomia di elaborazione e solidità riformista. Insomma, vogliamo puntare davvero sulla modernizzazione del paese o vogliamo navigare ancora a vista dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte? Il problema fondamentale del Paese è quello della «modernizzazione mancata» di cui ha parlato Luca Ricolfi su La Stampa. Ed è proprio lo Stato il nostro peggior problema. Cioè la gravissima crisi di efficienza e affidabilità del sistema politico-istituzionale. E visto che la nostra Repubblica è già cambiata (in modo magari imprevisto) e oggi risulta incompiuta, a metà; visto che da un pezzo la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco, perché allora non è il centrosinistra ad avanzare e precisare il tema del presidenzialismo come compimento necessario dell’Italia federale? Una volta tanto, come se Berlusconi non ci fosse. Come se ci importasse solo dell’Italia e degli italiani.
Un Paese deluso e sempre meno “rosso”
Riporto di seguito due articoli tratti dal nuovo numero di SWG webZINE la newsletter on line dedicata alle regionali 2010.
Un Paese deluso e sempre meno “rosso”
Dal 2008 a oggi il PdL perde 5 milioni di voti e il PD 4,5 milioni. A vincere le elezioni sono le ali estreme dei due schieramenti: la Lega raddoppia i consensi rispetto alle regionali 2005 e l’IdV passa dall’1 al 7%
Otto milioni di persone dalle politiche
del 2008 alle regionali del 2010,
nelle 13 regioni che sono andate al
voto, hanno deciso di stare a casa e
di non partecipare a questa competizione.
Le Regioni restano degli attivatori
politici a bassa intensità.
La nuova geografia dei rapporti di
forza politici, a livello nazionale, che
esce dalle urne è segnata da questa
ritirata politica di massa. Il primo
dato da considerare per comprendere
il quadro odierno è, quindi, quello
di una duplice sconfitta complessiva
che segna i due principali partiti. Pdl
e Pd, rispetto alle politiche, perdono
oltre 5 milioni di votanti il primo e 4,5
milioni il secondo. Mentre il Pd cede
parte dei suoi consensi all’Idv, il Pdl li
cede direttamente all’astensione e in
piccola parte alla Lega.
Messo da parte questo dato generale,
se osserviamo le trasformazioni della
geografia politica tra la precedente
tornata elettorale per le regionali e
quella attuale, possiamo aggiungere
alcuni ulteriori elementi.
In primo luogo è cambiato il colorepolitico
dell’Italia.
Il Pdl, nonostante la caduta di consensi,
diventa il partito di maggioranza
relativa nelle 13 regioni (con il
26,8% dei consensi), tallonato a brevissima
distanza dal Pd (che registra
il 26,1 dei consensi). Cinque anni fa il
quadro era invertito: nelle 13 regioni
il partito di maggioranza era il Pd
(34,1%, contro il 30,9% del Pdl).
Vincitori di questa tornata elettorale
sono, invece, le ali più estreme dei
due schieramenti. Rispetto al 2005
la Lega Nord fa registrare un raddoppio
dei consensi (dal 5,7% al 12,3%) e
l’Idv (dall’1,4% al 7%).
Le regionali, nonostante il successo di
Vendola, non portano buone novelle
alla sinistra radicale: il loro vecchio
popolo non c’è più. L’ex arcipelago di
sinistra, nel 2005, portava a casa un
secco 10,9% dei consensi. Oggi quel
patrimonio resta un pio ricordo e i
voti si fermano al 5,8%. Infine, anche
per il famigerato terzo polo centrista
le cose non vanno bene. Certo qualcuno
ha cercato di arruolare la massa
degli astenuti, ma il tentativo appare
poco fondato. I dati concreti parlano,
invece, un’altra lingua.
Dicono che il progetto terzopolista
è indebolito. Se l’Udc nel 2009 aveva
superato il 6% dei voti, oggi, il
quadro sembra un po’ più grigio e il
partito di Casini cede voti sia al Pdl
(7,5%) sia al Pd (7%).
L’astensione è il primo partito
Centrodestra e centrosinistra lasciano a casa milioni di elettori
Le regionali si confermano una competizione a bassa capacità mobilitante
Alla fine il tasso di affluenza alle
urne ha superato il 60%, con un calo
del 7% rispetto al 2005.
Questi dati mettono in luce una prima
emergenza. Tutte le indicazioni di
stanchezza verso la “politica”, che in
questo ultimo anno abbiamo rilevato,
trovano conferma, ma anche il risultato
di una campagna elettorale a
bassa “intensità” a causa della limitata
presenza in televisione di dibattiti e
discussioni politiche. I cittadini lanciano
un avvertimento. E più severo
di quello che lasciavano prevedere
attraverso i sondaggi.
Le conseguenze del calo dell’affluenza
non sono, però, da valutare in
modo nazionale. Infatti si nota che
i dati della partecipazione e i cali rispetto
a cinque anni fa sono diversi
da regione a regione e investono,
probabilmente, anche le diverse forze
politiche.
Una partecipazione, si potrebbe
dire, molto esplicativa nel senso dei
messaggi che gli elettori vogliono
lanciare.
Vi sono dei cali più elevati nelle regioni
dove la situazione politica appare
strutturata da lungo tempo: Lombardia,
Veneto, Emilia-Romagna, Toscana,
Umbria, Marche, Basilicata. Vorrebbe
dire che l’elettorato si è mosso
di meno dove pensava che non fosse
in vista alcun cambiamento. Il segnale,
allora, data la stabilità politica non
resta che darlo con l’astensione.
Nelle regioni, invece, dove si coglieva
la possibilità di un cambiamento
politico l’affluenza è calata di meno.
Cioè a dire l’elettore si affida, anche
se comunque di meno, al voto come
mezzo di rinnovamento. Il Lazio fa
storia a sé in quanto si comprende
che la forte astensione è largamente
motivata dalla vicenda “pasticcio”
della lista del PDL. E non si tratta di
un fatto tecnico in quanto il calo della
partecipazione non avviene solo a
Roma, ma anche nelle altre province.
In tutto questo un dato politico, però,
già si coglie. La Lega Nord, stante la
distribuzione dell’affluenza maggiore
nella parte settentrionale del Paese,
ha raggiunto un risultato di rilievo.
O Silvio o il diluvio?
«O Silvio o il diluvio. Non c’è alternativa». Nel suo editoriale di giovedì scorso, il direttore del Giornale Vittorio Feltri ha chiamato a raccolta il Popolo delle Libertà invitandolo a votare ancora una volta il partito del premier «magari turandoci montanellianamente il naso». Il voto, sempre secondo Feltri, «va dato ancora a Berlusconi perché queste regionali hanno assunto l'importanza di un referendum su di lui».
Ancora una volta, insomma, le Regioni (ma non eravamo tutti federalisti?) non sono all’ordine del giorno e i problemi dei cittadini possono aspettare. Si vota Berlusconi: «O Silvio o il diluvio». «Solo dopo - ha scritto Emanuele Macaluso (www.leragioni.it)- se il Cavaliere vince, ci darà: “abbassamento delle tasse, riduzione della spesa pubblica, modernizzazione dello Stato e dei servizi, innalzamento dell’età pensionabile, abolizione degli enti inutili”. Insomma le promesse che Berlusconi fece quando nel 1994 (sedici anni addietro) scese in campo. Non escludo che ci sia ancora chi beve tutto, anche il fatto che Annozero ispira attentati dinamitardi al Cavaliere. Siamo alla follia. Il Presidente del Consiglio ha perso la testa: è questo il vero pericolo che corre la democrazia italiana. Ieri alla Camera, Tremonti ha detto qualche verità sulla gravità della situazione economica e sociale. Ragioniamo e votiamo sui problemi che si possono risolvere con le Regioni, ora e non dopo altri 16 anni».
Naturalmente, Macaluso ha ragione. Anche perché non è detto che le cose, dopo il voto, non siano destinate a peggiorare. Magari con Berlusconi che si rifugia a Salò con le camicie verdi. C’è, infatti, uno spettro che si aggira per il nord Italia ed ha un nome: Lega Nord. Ormai importanti sondaggisti autorizzano lo scenario del sorpasso, con la Lega primo partito al nord. E come ha detto ieri Bossi al lancio del «quadrilatero del Nord»: «L’alleanza tra Liguria, Veneto, Lombardia e Piemonte è fondamentale: dobbiamo tenerci stretti, uniti per essere forti nelle richieste che dobbiamo porre a Roma ladrona». Ed è solo un anticipo del possibile scenario post-voto.
Detto questo, quella che abbiamo visto sabato scorso in Piazza del Popolo a Roma sarà l’alleanza per il governo del 2013? Ho i miei dubbi. Sul palco sabato si è vista solo l’immagine di un cartello elettorale buono per le prossime regionali. Il palco di Piazza del Popolo ha mostrato che si è riusciti a mettere insieme un’alleanza per le regionali «contro i trucchi, per vincere», come dice lo slogan, ma non è stata l’anteprima di quello che sarà la coalizione di centrosinistra in gara per le prossime politiche. «L’Unione -come ha osservato Castagnetti - appartiene al passato, a una fase politica che è finita». E l’alleanza per il 2013 è tutta da costruire. Anche perché quella in campo è un’alleanza a geometria variabile, che cambia da una regione all’altra. Oltretutto, nelle regioni c’è l’elezione diretta del presidente (un dato che si trascura) e, come avviene nei comuni con il sindaco, i cittadini scelgono un leader e la sua maggioranza. Va da sé che in questo modo un’alleanza anche molto ampia può risultare coesa e credibile proprio perché è organizzata attorno alla leadership, proprio perché il punto di coagulo e di visibilità dello schieramento è rappresentato dal candidato presidente. Ma è questo il contesto istituzionale che segna una netta discontinuità con il passato e che incanala, nella dimensione regionale, il processo e gli attori.
Insomma, la fine del berlusconismo si comincia ad intravedere, ma non è chiaro ancora quali saranno le forze che interpreteranno la controffensiva democratica. Basta pensare al tentativo di Bersani di arrivare a Casini per costruire l’alternativa al centrodestra. Non solo l’Udc non è andata alla manifestazione, ma martedì alla Camera all’opposizione non è riuscito il colpaccio di mandare sotto la maggioranza sul decreto «salvaliste» che ha iniziato il suo iter parlamentare proprio per colpa dei banchi lasciati vuoi dall’Udc sulle pregiudiziali di costituzionalità. Sono mancati 17 deputati dell’Udc, quando le pregiudiziali non sono passate per 13 voti. Come ha sintetizzato Marina Sereni: «Casini? Né in piazza, né in Parlamento».
Secondo Lina Palmerini (domenica scorsa, sul Sole 24 Ore) «la chiave di volta la faranno due fattori. Citati apertamente da Bersani sul palco. La prima:”la fine del berlusconismo” e di questo Pdl. La seconda: una nuova legge elettorale. Sul combinato disposto di questi due elementi si potranno delineare le forze in campo, da una parte e dall’altra. Ed è su questo passaggio che si “riaprirà al congresso Pd”, come si lascia scappare qualcuno della piazza. Soprattutto la scelta delle nuove regole elettorali – se mai nella maggioranza si aprirà un varco – rimetteranno il Pd in un clima da congresso. Dove, da una parte c’è la ricetta tedesca dei dalemiani, dall’altra quella maggioritaria di chi ha perso lo scorso congresso, cioè i veltroniani e i franceschiniani di Area democratica ancora convinti del bipolarismo e della vocazione maggioritaria». Si vedrà. Resta il fatto che è proprio su questo punto (sulla legge elettorale e sulle prospettive future del sistema politico) che a Cortona, Salvati aveva intravisto nel Pd un «potenziale contrasto inconciliabile».
Aggiungo che questa settimana l’Economist ha pubblicato uno special report sul motore dell’Europa, la Germania: «Europe’s engine. Living with a stronger Germany». Vale la pena di leggerlo, anche per ricordare che l’Italia non è un pianeta a se stante, che le condizioni internazionali un peso ce l’hanno e che la nostra vicenda è solo la parte italiana di una vicenda europea e di un ciclo mondiale.
In piazza a Mestre, Milano e Roma
Abbiamo protestato, protestiamo, tra la gente e in Parlamento perché il decreto salvaliste che ha cercato di modificare in corso d’opera le regole elettorali è soltanto l’ultimo schiaffo di questo governo berlusconiano agli italiani e alle istituzioni. Concludiamo però una settimana parlamentare che ha dato molti buoni risultati per la democrazia e per il Paese. Sono state approvate, grazie al nostro determinante contributo, nel voto e nella costruzione delle leggi, il provvedimento che permette le cure palliative e le terapie antidolore anche per i più piccoli e quello che istituisce l’Agenzia per la gestione dei beni confiscati alla mafia. Dura battaglia quindi, a Montecitorio, contro l’arroganza del governo, che dovrà aspettare ancora qualche giorno per il via al brutto decreto sugli enti locali. Insieme agli italiani, per parlare dei loro problemi, nelle piazze di Mestre, Milano e a Piazza del Popolo a Roma.
Il trucco c’è e si vede
Napolitano dal sito del Quirinale ha risposto a due cittadini sulla firma del decreto:« Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano».
Resta il fatto che, come ha detto Bersani, «il trucco c’è e si vede». E, pur senza esasperazioni verbali, l’opposizione dovrà farsi sentire ad altissima voce, senza sconti per nessuno.
Quel che davvero colpisce - ne parla oggi Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera - è che nessuno nel Pdl abbia ancora «sentito bisogno di chiedere scusa agli italiani per il pasticcio creato, per la fibrillazione in cui è stato gettato l’intero dibattito politico, e per avere costretto alla fine il Presidente della Repubblica ad avallare un orribile decreto tappabuchi pur di non privare di qualunque significato politico il prossimo appuntamento elettorale e di non lasciar precipitare nel ridicolo l’immagine del Paese più di quanto già ci sia». E, aggiunge Galli della Loggia, ciò che è «inammissibile» nell’ideologia del Pdl e del suo capo «è l’idea che il consenso elettorale sia tutto, che esso debba mettere a tacere qualunque obiezione, che solo esso conti in democrazia». Anche perché le conseguenze pratiche sono micidiali. Nasce da qui il «senso di onnipotenza», la «arroganza nei comportamenti» e la «altezzosa insofferenza verso qualunque critica». Senza contare che se conta solo la vittoria elettorale e «il carisma berlusconiano basta a vincere le elezioni, allora è fatale che la qualità degli uomini, il merito e l’onesta non contino niente».
Le convulse vicende di questi giorni, gli scandali e gli episodi delle ultime settimane hanno finito per influire negativamente sul grado di popolarità del governo, facendolo calare ancora. Tuttavia l’esodo dal centrodestra non premia l’opposizione, ma finisce solamente per ingrossare le fila dell’astensionismo. Perché oggi chi è dall’altra parte della barricata non è credibile agli occhi dell’opinione pubblica e gli italiani non considerano l’opposizione come una reale alternativa al governo berlusconiano. Da qui il rischio che emerga un clima di sfiducia generalizzata verso la politica e le istituzioni. Poiché, come osserva oggi Mannheimer, «è l’intero sistema che appare sempre più fragile e messo sotto accusa da strati crescenti di cittadini».
E’ su questo che dobbiamo lavorare ancora. Specie se si considera che le cose potrebbero andare meglio del previsto. Secondo il sito termometropolitico.it, che fa una media delle diverse rilevazioni statistiche, il centrosinistra oggi finirebbe col vincere con un pesante 8 a 5, risultato quasi impensabile solo qualche tempo fa.
Corruzione: l'antidoto migliore resta la concorrenza...
Berlusconi ha vinto in Cassazione una battaglia fondamentale (dalla sentenza sul caso Mills ha ottenuto quel che voleva: schivare una condanna per corruzione). Dunque, può terminare la sua battaglia quotidiana per ottenere nuovi salvacondotti, che in questi anni lo ha visto sequestrare Parlamento e opinione pubblica in difesa dei suoi guai giudiziari. E’ venuto il momento di governare, di mettere mano a quelle riforme molte volte annunciate.
Nei giorni scorsi, ad esempio, a proposito di lotta alla corruzione, il governo ha annunciato provvedimenti. Vedremo di che si tratta. Nessuno è oggi in grado di dire se siamo di fronte ad uno tsunami giudiziario destinato a travolgere la politica come nel 1992. Resta il fatto però che il fenomeno della corruzione pubblica in Italia non mostra segni di «recessione» e la percezione dei cittadini è che il fenomeno sia grave, stia peggiorando e si irradi dalla politica alla pubblica amministrazione. Prendere provvedimenti è perciò indispensabile. Del resto, non da oggi l’indice di corruzione percepita (Cpi), pubblicato annualmente da Transparency International (www.transparency.org ) vede l’Italia sempre nelle parti basse della classifica mondiale. Senza contare che l’indice Bpi (Bribe payers index) – che misura la probabilità che le imprese dei maggiori paesi industrializzati facciano uso della corruzione quando operano all’estero – mostra che le imprese italiane hanno un’elevata «propensione a corrompere», collocandosi, nel 2002 come nel 2008, al diciassettesimo posto su 22. L'indice Bpi mostra inoltre come la probabilità che le imprese paghino (all’estero) tangenti a pubblici ufficiali o che si realizzi «cattura dei decisori pubblici» assume sempre i valori più alti nei settori dei lavori pubblici e delle costruzioni.
In questi giorni in molti si sono rifugiati nella lunga durata dei fenomeni storici, evidenziando che la corruzione affonda le radici nella storia italiana. Ma c’è anche chi ritiene che, se vogliamo che qualcosa cambi, non possiamo limitarci a guardare con costernazione l’abisso morale in cui è precipitata la vita del nostro paese. «Non possiamo – ha scritto Luca Ricolfi - continuare a contare soltanto su un sussulto delle coscienze, su un motto di indignazione, su una rigenerazione dello spirito civico troppe volte invocata e sempre mancata. Forse dobbiamo cominciare anche, più prosaicamente a ragionare in termini di vincoli e di incentivi, come fanno (giustamente) gli economisti. Pensare che il problema si riduca a scegliere bene i candidati, a selezionare le persone giuste, a cacciare i disonesti, a mio parere è un po’ ingenuo (chi garantisce che l’allenatore scelga i giocatori giusti? E chi è l’allenatore?). Ben più importante sarebbe chiedersi quali sono i meccanismi che con tanta e crescente frequenza generano i comportamenti di cui l’opinione pubblica è ciclicamente chiamata a scandalizzarsi. Perché se identifichiamo i meccanismi possiamo provare a cambiarli. E un politico che ha la convenienza a comportarsi bene dà più garanzie di un politico che ostenta o promette moralità». E il meccanismo più importante, sottolinea Ricolfi, è «la crescita costante inesorabile, dell’interposizione pubblica, ossia dell’attività di intermediazione dello Stato e degli Enti territoriali (Regioni, Province, Comuni) che giusto nell’anno appena trascorso ha toccato il massimo storico (…) questo meccanismo è il più importante non solo perché sono ormai molti milioni – e crescono ogni anno di numero – gli italiani le cui opportunità di guadagno e carriera dipendono pesantemente da decisioni discrezionali di funzionari, dirigenti e amministratori pubblici, ma perché è questo il vero costo che la politica , spesso con la piena ed entusiastica complicità dei cittadini, impone al sistema Italia. (…) E’ questo mare che dovremmo innanzitutto cercare di prosciugare».
Cosa fare, allora? Un forte antidoto alla corruzione è la competizione. E il motivo appare abbastanza evidente. «In un contesto di affidamenti competitivi - rilevano Andrea Boitani e Marco Ponti (www.lavoce.info) - la sorveglianza sulla correttezza delle gare è effettuata da due attori: la magistratura dedicata e i concorrenti stessi, che sono spesso e per ragioni intuibili molto attenti a non perdere gare, sempre costose, a causa di illeciti. Questa accresciuta attenzione, come è ovvio, è un deterrente in sé. La competizione rende poi tecnicamente molto costosa la corruzione: occorre comunque fare prezzi relativamente bassi per vincere, e anche disporre di risorse extra per corrompere. La trasparenza associata ai meccanismi di competizione è un bene da tutelare con cura se è vero, come ha scritto il presidente della Corte dei Conti, che “là dove manca la trasparenza si genera il cono d’ombra entro cui possono trovare spazio quei fatti di corruzione o di concussione che rendono poi indispensabile l’intervento del giudice penale”».
Ma allora perché non fare come negli Usa (paese con grandi tradizioni sia di corruzione che di efficace lotta al fenomeno)? All’indirizzo internet www.usaspending.gov si trova una vera e propria anagrafe telematica degli appalti pubblici federali, istituita per legge con il «Transparency Act». Il sito ha l’obiettivo di fornire al pubblico informazioni su come sono spesi i dollari delle sue tasse e quali sono (anno per anno, settore per settore e per ciascun collegio elettorale di riferimento) le principali società fornitrici del settore pubblico. Basterebbe replicare anche in Italia una anagrafe pubblica degli appalti. Anche perché nel nostro paese c’è un deficit di trasparenza dovuto al fatto che sono troppe le stazioni appaltanti e da anni cresce il numero di delibere della presidenza del consiglio dei ministri riguardanti la protezione civile che consentono a quest’ultima, una volta dichiarato lo stato di calamità o la necessità di operare per grandi opere, di agire in deroga al codice dei contratti pubblici, anche di quegli articoli che consentirebbero la vigilanza sulle gare svolte. Un’ altra forma interessante di lotta alla corruzione è la “legge del terzo” degli Stati Uniti: il soggetto in grado di provare in tribunale un danno fraudolento all’erario, ha il diritto di trattenere per sé un terzo dell’ammontare del danno comprovato. Si può immaginare facilmente la convenienza per un dipendente o per un dirigente di un’impresa che corrompe a essere «infedele» al suo datore di lavoro, raccogliendo una solida documentazione sull’illecito.
Che cosa non bisogna fare? Ad esempio, uno dei presupposti della propensione a corrompere è la disponibilità di fondi neri da parte delle imprese. In questi anni, con la depenalizzazione del falso in bilancio e lo scudo fiscale, si è andati nella direzione sbagliata. E, in relazione alla recente polemica sui reati da escludere dalle intercettazioni telefoniche consentite per legge, appare particolarmente preoccupante che lo stesso presidente del Consiglio abbia insistito, anche con dichiarazioni pubbliche, affinché la corruzione venisse esclusa dai reati per accertare i quali sono ammesse le intercettazioni. Non si tratta di un segnale incoraggiante sulla consapevolezza dei costi della corruzione e, ancor più, sulla volontà di contrastarla sistematicamente.
Aspettando la pronuncia della Cassazione...
Ieri Silvio Berlusconi, intervenendo al telefono al convegno di Rete Italia in corso a Riccione, ha ancora un volta difeso Guido Bertolaso (coinvolto nell'inchiesta sugli appalti per il G8 a La Maddalena) ed ha attaccato duramente il Partito Democratico.
Il fatto è che l'inchiesta al Cavaliere non piace. Dopo aver rivendicato la bontà del suo «governo del fare», il premier si trova alle prese con una storia di appalti e corruzione. Per questo evoca complotti. «Sono disperati per il calo di consensi, si aggrappano a tutto, anche all'attacco di servitori dello Stato», ha detto Berlusconi ed ha aggiunto: «Il Pd ora è al traino di un movimento eversivo come quello di Di Pietro, e sul piano culturale al traino dei radicali di Pannella e di Bonino. Tutto questo avviene sotto il controllo di quello che è chiaramente un super Partito, e cioè il partito della Repubblica».
Intanto, l’operazione-immagine di «Berlusconi il moralizzatore» sì è incagliata venerdì scorso, in consiglio dei ministri. Dopo l’annuncio, da parte del premier, di drastiche e immediate misure anticorruzione, la maggioranza dei ministri ha impallinato la bozza elaborata da Alfano e da Ghedini e obbligato il premier a fare retromarcia.
Le nuove norme (in realtà, solo un mega spot elettorale ad uso delle televisioni) possono aspettare. Il governo ne riparlerà la settimana prossima. Forse. Anche perché giovedì 25 è attesa la pronuncia delle sezioni riunite della cassazione sul delicato nodo della “corruzione susseguente” per cui è stato condannato Mills e Berlusconi è sotto processo a Milano. Nel frattempo la bozza (tolta ad Alfano e a Ghedini) è finita sul tavolo di Calderoli. Come «governo del fare», non c’è malaccio …
Grandi eventi e disastri naturali...
I deputati del Pd alla Camera in questi giorni sono impegnati in una battaglia parlamentare per modificare il decreto legge sulla Protezione civile. Riporto di seguito l’intervento di Raffaella Mariani, capogruppo nella Commissione ambiente, nella seduta di ieri.
RAFFAELLA MARIANI. Signor Presidente, il decreto-legge n. 195 del 2009 che andiamo a convertire offre uno spaccato molto chiaro di ciò che la legislazione di emergenza è divenuta, e delle sue applicazioni molto ampie, che vanno oltre, assai oltre, alle situazioni di calamità naturale.
Questo ramo del Parlamento affronta la discussione in gran fretta: dall'emanazione del 29 dicembre abbiamo ricevuto in seconda lettura il provvedimento cinque giorni fa, con l'assillo di un rapido esame che permetta comunque di licenziarlo entro la data della scadenza, il 28 febbraio.
Al nostro lavoro, all'esercizio delle funzioni che questa Assemblea dovrebbe poter esercitare in piena e legittima tranquillità sono attribuite scarsa importanza e, soprattutto, poche e residue prerogative: i provvedimenti arrivano pressoché blindati e molto spesso assistiamo alla rinuncia, anche da parte della maggioranza parlamentare, alla facoltà di apportare modifiche e alla quasi impossibilità di entrare nel merito. Ma nella discussione di questo decreto-legge non è andato tutto come il Governo aveva previsto e noi contiamo di emendarlo ancora, soprattutto in riferimento alla questione della legislazione conseguente alla dichiarazione dello stato di emergenza che ha superato, dal nostro punto di vista, i limiti accettabili.
Signor Presidente, la straordinarietà degli strumenti legislativi, che diventa normalità, richiede una riflessione molto seria: è necessario fermarsi, interrogarsi, perché il Parlamento ed il Governo possono e devono porre rimedio ad una degenerazione della produzione normativa che mette in discussione le funzioni, i ruoli di indirizzo e di controllo e che esclude sistematicamente il contributo che la struttura dello Stato nei suoi organismi articolati, a partire dai Ministeri fino agli enti locali (e ci chiediamo perché questi contributi non vengano più dati e perché si rinunci a darli), può offrire per affrontare e risolvere il tema della semplificazione normativa che, soprattutto ad esempio in riferimento alla gestione dei lavori pubblici e dell'ambiente, costituisce un impulso anche alla ripresa economica.
Non vi è traccia, nel lavoro che il Governo sta facendo, di una volontà concreta in questa direzione: molti slogan, poche risorse, blocco delle strutture ministeriali che, caso mai, si organizzano attraverso gestioni commissariali o magari (a qualcuno è riuscito, penso al Ministero della difesa) producono e costruiscono società in house.
In questa legislatura si continua a restituire, secondo un disegno che il Governo Berlusconi aveva già individuato nella passata legislatura (vedi il caso di Infrastrutture Spa o di Patrimonio Spa), l'idea che un piglio aziendale e meno burocrazia funzionino meglio e siano più efficaci per il Paese: fate funzionare i vostri apparati, rispondiamo noi, ridiscutiamo insieme di come semplificare alcune delle regole fondamentali che ostacolano, ad esempio, il sistema dei lavori pubblici.
Il decreto-legge è tempestato da deroghe, ma vi pare possibile che noi, il Parlamento, possiamo offrire ai cittadini italiani la certezza che vi sono sempre due binari su cui impostare il rispetto delle leggi: uno quello per tutti, per i comuni mortali, quello fatto di ostacoli e di burocrazia, molto lento e costoso, quello che voi cercate di rifuggire, l'altro per i furbi, magari per gli amici, accelerato, senza vincoli, veloce e che fa anche guadagnare?
Ciò non è possibile, dobbiamo fermarci, entrare nei contenuti ed iniziare a dimostrare che per il bene del nostro Paese è urgente provvedere. Il decreto-legge in esame affronta alcune delle principali situazioni legate alle calamità naturali e su questo non abbiamo mai sollevato problemi, non c'è niente da dire. Penso all'Abruzzo, alla ricostruzione, alla prima fase dell'emergenza ma anche ai più recenti episodi alluvionali abbattutisi sulle nostre regioni (sulla mia Toscana, la Liguria, l'Emilia): con una certa scorrevolezza, questi provvedimenti hanno portato beneficio alle popolazioni ed hanno permesso di agire nell'emergenza immediata, nella ricostruzione e nell'avvio di misure che hanno anche un valore preventivo. Non parliamo di questo, rispetto a cui riteniamo importante il contributo del Dipartimento della Protezione civile e restituiamo al suo capo, Bertolaso, tutto il merito e tutta la stima per il lavoro compiuto in collaborazione e in coerenza con le altre istituzioni dello Stato (anche quelle regionali e locali, i comuni, le province e le comunità montane): in quel senso funziona l'apparato pubblico, e così vorremmo che andasse avanti.
Ma il passaggio delle competenze e della gestione delle emergenze (dalla ricostruzione alla definizione delle risorse, su cui tornerò ma che in definitiva non sono presenti) richiede anche altri approfondimenti. Ravvisiamo anomalie sugli altri articoli, non su quelli che fanno riferimento a questi temi, alle alluvioni e alla ricostruzione in Abruzzo.
A noi preme invece sottolineare tutto ciò che è contenuto impropriamente nel provvedimento e che attiene alla volontà di uscire, come dicevo, da quei binari dell'ordinario anche a scapito della trasparenza e del rispetto dell'ordinamento.
È inutile ripartire dalla storia della gestione straordinaria commissariale dei rifiuti della Campania, ma il passaggio a quella ordinaria comporta oggi il trasferimento, ad esempio, della proprietà del termovalorizzatore di Acerra e la sottrazione ai comuni della gestione della TARSU e della TIA in favore delle province, l'organizzazione dei consorzi, del personale e vogliamo mettere in evidenza anche alcune delle cose che dal nostro punto di vista sono esattamente fuori dall'ordinarietà.
In questo senso il riferimento al comma 3 dell'articolo 5, relativo all'unità stralcio per la chiusura della gestione commissariale in Campania, configura una violazione dell'articolo 113 della Costituzione sulla tutela giurisdizionale dei diritti. Tale articolo recita: «Contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre - sottolineo sempre - ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa». Per dare l'idea della tassatività di questo articolo basti ricordare che nella nostra Costituzione il termine «sempre» è impiegato solo in altri due articoli: il 72 e il 111. Vorrà pur dire qualcosa quel «sempre», vorrà pur dire il ricorso all'ordinarietà della pubblica amministrazione alla tutela giurisdizionale per tutti che questo comma non è possibile mantenerlo. Noi abbiamo chiesto di sopprimerlo e questo blocco dell'azione giudiziaria sia civile che amministrativa, così come l'ha ridefinita ieri il Governo, a noi non soddisfa ancora.
L'articolo 6, sempre in riferimento alle questioni dei rifiuti in Campania, determina il valore del termovalorizzatore di Acerra, quantificandolo in 355 milioni di euro, da riconoscere alla proprietaria dell'impianto. Non si è mai visto nell'articolato di una legge definire il prezzo di una transazione e, a questo proposito, molto criticabile è anche la copertura ricavata nell'ambito del Fondo aree sottoutilizzate (FAS) per l'anno 2011. Addirittura, la Commissione bilancio del Senato ha osservato che non è possibile non rilevare un deterioramento rispetto all'uso delle risorse stanziate nel Fondo in questione. È un profilo di dequalificazione della spesa, attesa la pratica ormai invalsa di coprire oneri di parte corrente a valere sulle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate che prevedeva investimenti e idee anche per il futuro di quei territori.
L'articolo 11, nel definire un passaggio del sistema di gestione dei rifiuti alle società provinciali, ne addebita i costi ai cittadini che, oltre ad aver assistito all'emergenza per oltre 14 anni, sono ora costretti a pagare nuove tasse. Sempre riguardo alle società provinciali non sembra che la disciplina prevista risponda ai requisiti dell'articolo 15 del decreto-legge n. 135 del 2009. Penso al famoso decreto Ronchi di cui tanto si è parlato con riferimento alla privatizzazione dell'acqua su cui tornerò.
L'articolo 14 autorizza procedure straordinarie per il reclutamento del personale a tempo indeterminato ed elimina con tutta evidenza il vincolo dell'articolo 97 della Costituzione laddove si stabilisce il reclutamento del personale pubblico attraverso concorso pubblico. Signor sottosegretario, signor Presidente, noi in questa legislatura abbiamo assistito a molte difficoltà in relazione alla gestione dei ministeri, di molti enti locali e di molte regioni. Per tutti la risposta è stata il blocco del turn over, la impossibilità ad inserire figure qualificate anche in merito alle nuove competenze attribuite a diversi enti. A tutti si è risposto che non era possibile, data la situazione economica, procedere a nuove assunzioni, anche attraverso concorsi pubblici per selezioni.
La più eclatante è stata la vicenda dei precari dell'ISPRA lasciati sul tetto del loro istituto per oltre 40 giorni senza nessuna risposta. Senza dare alcuna speranza a quei precari si è data solo l'opportunità dell'apertura di un tavolo che non fornisce ancora soluzioni chiare. Anche quelle persone sono ricercatori di valore e hanno svolto nell'ambito della loro competenza un'ottima funzione e hanno realizzato per quegli istituti importanti contributi che hanno potuto essere testimoniati anche dall'utilizzo dei ministeri e delle regioni.
Per loro non c'è stata una deroga alla normativa in atto, per loro (ma per molti altri dipendenti pubblici) non vi è stata questa opportunità e oggi, nello sfacelo della gestione degli enti locali e delle regioni, si risponde con un rallentamento complessivo della funzione attribuita a quegli enti che ricade sui cittadini, sulle imprese, a dimostrare (se ve ne fosse bisogno, e forse questo sta anche nel disegno diabolico - dico ironicamente - del Governo) che tutto quello che è burocrazia, che tutto quello che gli enti devono poter produrre anche più efficacemente e più al servizio dei cittadini non può funzionare. Quindi, è giocoforza, in un circuito vizioso, ricorrere alla decretazione d'urgenza e alla deroga alle norme. L'articolo 15 istituisce la figura del sottosegretario di Stato per il coordinamento degli interventi di prevenzione in ambito europeo e internazionale rispetto agli eventi di protezione civile. La norma, anche in questo caso, deroga ad una legge, la n. 215 del 2004, la cosiddetta legge Frattini in materia di risoluzione dei conflitti di interesse, ai sensi della quale il titolare di cariche di Governo non può esercitare qualsiasi tipo di impiego o lavoro pubblico. Questo vale per tutti, non vale solo per un caso specifico, non vale solo nel caso del Dipartimento della protezione civile, vale anche per un funzionario minimo del più piccolo comune del nostro Paese, e quello che è più grave è che questa disposizione introduce una deroga al principio di separazione tra la funzione di indirizzo politico e la gestione amministrativa.
Perché - diciamo noi - un simile precedente? A che scopo mescolare le competenze? Non vi erano limiti all'azione del Capo del Dipartimento della protezione civile. Ci chiediamo anche, nella difficile situazione di questi giorni, a chi giovi questa scelta. Non certo all'autorevolezza e all'imparzialità di una funzione riconosciuta come fondamentale, utile ed efficace per la gestione delle emergenze e delle calamità, in tutto il nostro Paese, indistintamente dalle forze politiche. Perché inserire quella norma e creare così un'opacità ulteriore? L'articolo 16 - lo menziono anche se è stato corretto dal Governo - disponeva l'affidamento diretto alla società in house, cioè la Protezione civile Spa, delle funzioni strumentali all'attività del Dipartimento di protezione civile della Presidenza del Consiglio dei ministri. Lo ritenevamo il cuore del provvedimento, Presidente, e quella disposizione - lo abbiamo detto fin dall'inizio - non aveva nessun compatibilità con le norme, peraltro attuative del decreto comunitario, sancite dal Codice dei contratti pubblici in relazione alle modalità di affidamento delle prestazione di pubblica utilità e al di fuori, ovviamente, delle ipotesi relative ai servizi pubblici locali. Il Consiglio di Stato e la Corte costituzionale hanno ripetutamente affermato che la modalità in house non può essere utilizzata senza gare per lavori, servizi, forniture che ben potrebbero essere oggetto di contratti di appalto, né può rappresentare lo strumento idoneo a consentire alle autorità pubbliche di svolgere attività di impresa in violazione delle regole concorrenziali finalizzate a garantire il principio della parità di trattamento tra imprese pubbliche e private. Tra l'altro questo tema è stato avvertito, anche dal punto di vista dei possibili conflitti di interesse, altresì dalle associazioni di categoria dei costruttori, soprattutto dei costruttori edili, in quanto la società Protezione civile spa avrebbe rischiato di costituire un intervento che poteva ledere il mercato e la concorrenza. Già l'articolo 14 del decreto-legge n. 90 del 2008, adottato da questo Governo, aveva sottratto le ordinanze della Protezione civile al controllo preventivo di legittimità della Corte dei conti previsto da una legge del 1994 (la legge n. 20), e in questo nuovo assetto le attività legate a qualsiasi emergenza o grande evento sarebbero del tutto sottratte a qualsiasi forma di controllo. Perché, diciamo noi? Perché ci soffermiamo ancora su questo articolo che è stato soppresso parzialmente? A noi serve per sottolineare l'atteggiamento di un Governo, il Governo del fare, che ha stabilito attraverso deroghe alla normativa vigente un'evidente disparità di trattamento tra Stato centrale ed enti locali, tra il complesso delle imprese e quelle imprese (le più fortunate) che a detta dei nostri Ministri e del Presidente del Consiglio hanno dimostrato professionalità e competenza, una disparità nei riguardi di quei professionisti, i pochissimi eletti, anche essi molto competenti, che in spregio alle regole hanno ottenuto di lavorare nelle principali progettazioni. Può andare avanti un'Italia così? Vorrei solo elencare le ultime mosse a partire dalla vicenda più eclatante, quella che ha riguardato il decreto Ronchi. In quel caso si è stabilito con una norma di limitare le scelte delle autonomie locali, del sistema pubblico, anche per favorire l'inserimento del sistema privato nella gestione pubblica, in quel caso, dell'acqua. Sì, si è impedita la gestione in house tutta pubblica del sistema idrico integrato, in quel caso, ma gli italiani hanno capito anche in quella circostanza che i benefici di tali norme sarebbero stati riservati a pochissimi grandi gestori oltre che al Governo del fare, che a noi sembra un Governo del dare a questo punto, ma del dare a pochi purtroppo. Vogliamo parlare...
Vogliamo parlare degli arbitrati? La nostra parte politica afferma, dall'inizio della legislatura, quanto sia ancora devastante questa norma. Lo abbiamo detto e abbiamo, persino, ricevuto rassicurazioni da parte del Governo - dal Ministro delle infrastrutture e dal sottosegretario competente - che una riforma prontamente messa in atto avrebbe risolto tale questione. Ma sapete dove siamo? Siamo tornati al palo: siamo nuovamente alla gestione dei contenziosi tra le imprese attraverso arbitrati, e siamo ancora a ridefinire le parcelle degli arbitri, tornando così all'originaria impostazione, quella per cui tutti avevano deciso di battersi.
E che dire dell'incapacità di individuare le risorse necessarie a risolvere i problemi legati effettivamente alle emergenze naturali? Anche quest'anno, il Governo ci ripete, in una litania irricevibile, che non vi sono le risorse, che non è possibile farsi carico dei danni provocati dagli eventi calamitosi.
Questa mattina, abbiamo sentito parlare della Calabria e della Sicilia e da settimane parliamo degli eventi che si sono verificati in Toscana, in Emilia-Romagna e in Liguria, tuttavia, al contempo, vengono reperite centinaia di milioni di euro da impiegare per grandi eventi. Il G8 de La Maddalena è solo un esempio: per quei lavori, sono stati stanziati 300 milioni di euro, mentre oggi accettiamo 100 milioni di euro delle risorse necessarie per le regioni colpite dagli eventi alluvionali del dicembre del 2009. E dobbiamo accontentarci, in rispetto del fatto che questa crisi non permette al Governo di fare investimenti.
Nulla per la prevenzione, niente ai piccoli comuni, nessuna risorsa destinata all'assetto idrogeologico. I cittadini saranno contenti? Il Parlamento si è espresso su questo? Chi ha deciso che quei milioni dovevano essere destinati a grandi eventi e alla costruzione di piscine, e non alla messa in sicurezza del nostro territorio?
L'articolo 17 del provvedimento in esame, da questo punto di vista, rappresenta uno spaccato molto eclatante. Le regioni hanno preannunciato di fare ricorso presso la Corte costituzionale contro questa norma. Infatti, per risolvere il tema della ridefinizione di un grande piano per la messa in sicurezza idrogeologica, il Ministro dell'ambiente individua tre commissari. Vengono sottratti circa 700 mila euro dalle risorse destinate alle aree protette, alla commissione VIA e al controllo sulle sostanze inquinanti. In altri termini, vengono sottratti circa 700 mila euro al bilancio del Ministero dell'ambiente, che è assai risicato, per individuare un ispettore che controlli tre commissari. Dei mille milioni di euro destinati nella legge finanziaria all'assetto del piano idrogeologico - vorrei precisarlo - in tre anni (molti meno dei 500 milioni l'anno che il Governo Prodi aveva lasciato per questo tema), oggi, si sottraggono 100 milioni per rispondere alle prime emergenze delle nostre regioni.
Ma rispetto a tutto il resto, rispetto al fabbisogno importantissimo che esiste nel nostro Paese, quali sono le risposte? Potremmo spiegare agli italiani che, magari, rispetto a qualche evento importante, che darebbe lustro alle nostre città, in una fase di così grande difficoltà, si potrebbe anche rinunciare e destinare quelle risorse alla messa in sicurezza? Spetta al Governo decidere questo: noi saremmo d'accordo, fateci qualche proposta e, da questo punto di vista, non avremmo dubbi.
Il comma 2-bis dell'articolo 17 del provvedimento in discussione prevede interventi urgenti per le regioni colpite dagli eventi del 25 dicembre scorso. Dei 700 milioni di euro di fabbisogno stimati dalle regioni, il Governo ha destinato solo i 100 milioni di cui abbiamo parlato finora. Abbiamo chiesto, almeno, di definire questi 100 milioni di euro come una prima fase del finanziamento corrente. Ci basterebbe la menzione che si tratti di un primo stralcio. Ma vi è di più.
Avevamo chiesto il differimento dei termini per gli adempimenti dei versamenti tributari e contributivi: una sospensione di soli sei mesi per quegli adempimenti è quanto oggi il Governo ci offre, da farsi in ventiquattro rate. A noi sembra un po' poco: anche in questo caso, dobbiamo, purtroppo, fare riferimento ad una gestione tra figli e figliastri. Nei precedenti casi di calamità naturali, queste giuste e - dal nostro punto di vista - doverose forme di ritardo di contribuzione sono state gestite nell'arco di anni e con innumerevoli rate.
Perché oggi vessare e non aiutare quelle imprese e le migliaia di operai che dipendono da esse a ripartire velocemente riguardo ad un sistema che, invece, chiede ancora adempimenti e non offre risposte definitive?
L'ultima questione che vogliamo rimarcare di questo decreto-legge riguarda l'articolo 17-ter, ove si definisce, anche in questo caso, la necessità di un commissario per l'emergenza carcere, un commissario che provveda ad un piano per la realizzazione urgente di istituti penitenziari, in deroga alle vigenti previsioni urbanistiche e a tutta un'altra serie di norme che riguardano appalti e definizione dei lavori.
In sostanza, signor Presidente, a noi preme affermare che in questo decreto-legge è utile inserire alcune correzioni: intanto, l'abolizione dell'equiparazione dei grandi eventi agli stati di emergenza, come inserito nel decreto-legge n. 343 del 2001. Forse allora il Governo ebbe, come dire, un'illuminazione: dal suo punto di vista - quello del Governo del fare - ebbe un'illuminazione nell'equiparare quella menzione, ossia «grandi eventi», allo stato di calamità. Ma effettivamente non possiamo più permettere che questa cosa vada avanti: il nostro gruppo chiederà con forza che questa distinzione venga fatta.
Si tratta, insomma, di evitare delle scorciatoie, di affrontare il buon funzionamento di uno Stato moderno. Mettiamoci tutti insieme a correggere quelle norme che hanno creato tanta diffidenza rispetto ai nostri cittadini, alle imprese e al sistema economico. Proviamoci. Sono regole che devono essere uguali per tutti, sono garanzie di equità e trasparenza, sono anche regole che richiedono, per chi riveste responsabilità importanti, sicuramente tutele e anche garanzie, anche per coloro che devono gestire tali responsabilità.














