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UNA CITTA' IN COMUNE

21/05/2015

E' iniziata la raccolta firme per la petizione popolare per indire il referendum per la fusione di Monfalcone, Ronchi e Staranzano. Il mio punto di vista:

Il progetto Città Comune ha il merito di riproporre un problema strategico per il buongoverno locale. Tra le riforme possibili, quella davvero annosa, di un accorpamento (naturalmente democratico, graduale, non autoritativo) dei Comuni di Monfalcone, Ronchi e Staranzano, è ormai giunta a maturazione. Del resto, quello di «unire le forze» attraverso l'integrazione tra più città è più sistemi locali, è un progetto al quale in passato avevamo lavorato in molti, senza esito. Ricordo solo l'idea della Città Mandamento e l'impegno dei compianti Adriano Cragnolin e Enzo Novelli. E' tempo perciò di imboccare con energia una strada che può portare a gestioni più forti e più attente ai bisogni della gente. Non deve essere solo l'esigenza di contenere la spesa a muovere in questa direzione, c'è il dovere di adattare la dimensione istituzionale ai cambiamenti (economici, demografici, regolamentari, ecc.) e di fornire ai cittadini tutti i servizi di cui godono i cittadini delle città più grandi. Uno sbocco che può rappresentare un esempio per tutti e un riferimento per successive integrazioni.

La dimensione territoriale dei comuni italiani è ancora quella del Medioevo: la distanza che si poteva percorrere a piedi sulle strade di allora nelle ore di luce. Ma oggi l'economia del Paese ha bisogno di avviare grandi trasformazioni e il ripensamento di un'organizzazione territoriale finora dispersa costituisce forse il capitolo più importante di questo progetto. Le città, infatti, stanno mutando funzioni, posizione e funzionamento interno in tutta Europa e l'organizzazione della produzione e dei servizi, per tutte le cose di qualità, sta sempre più uscendo dal tradizionale spazio urbano, divenuto troppo limitato, per approdare ad aree più estese. Non per caso, in tutta Europa, negli anni '90, c'è stato un grande fervore riformatore per definire un nuovo ordine territoriale. In Germania i comuni erano addirittura 24.476 e ogni Land ha usato le ricette più convenienti per gli accorpamenti. Nel Canton Ticino 45 comuni si sono uniti in 15 nuove aggregazioni, in Danimarca hanno ridotto i Comuni da 1388 a 275, in Belgio da oltre 2500 a meno di 600, in Inghilterra da 1830 a 486. E potrei continuare.

Non per caso, fin dal 1990, la legge contempla («in previsione di una loro fusione») l’unione di comuni «per l’esercizio di una pluralità di funzioni». Il guaio è che non si è fatto nulla. E’ tempo, perciò, di prendere il toro per le corna. So bene che quello delle cento città è un mito antico della politica italiana, ma questa deve rinnovare le sue parole d'ordine se vuole affrontare le sfide del futuro. E chiamare la gente a decidere è il modo migliore per farlo.

«All’Expo sarebbe meglio parlare di fame, piuttosto che di cibo», sostiene Amartya Sen

15/05/2015

Questa settimana raccomando anzitutto l'intervista del premio Nobel Amartya Sen sul Corriere della Sera. «All’Expo sarebbe meglio parlare di fame, piuttosto che di cibo» ha detto il professore di Filosofia ed Economia di Harvard. Secondo Amartya Sen, è positivo che la manifestazione milanese metta al centro del discorso l’alimentazione in un mondo sempre più popolato. E sul come farlo ha idee precise, in contrasto con la demonizzazione delle innovazioni in agricoltura. Quando gli chiedono  un giudizio sulle posizioni anti Ogm di Vandana Shiva, la militante indiana che ha un ruolo di rilievo all’Expo non ha esitazioni: «La apprezzo per la sua preoccupazione riguardo al benessere degli altri. Ha ragione nell’invitare a stare attenti quando si aumentano le rese agricole attraverso gli Ogm, perché si possono creare problemi all’ambiente. Ma le conclusioni che ne trae, la sua opposizione alle nuove varietà non sono logiche, conseguenti. A creare problemi non sono le tecnologie ma la cattiva gestione del territorio. Possiamo benissimo combinare le nuove tecnologie con il rispetto della biodiversità. Se non vogliamo chiamarli Ogm, chiamiamoli nuove varietà». E anche in merito al chilometro zero è tranchant: «Dal punto di vista dell’economia, è un concetto che non so da dove venga. Certo, ogni sabato vado al farmer’s market, ci trovo prodotti buonissimi che i contadini portano direttamente. Ma non ho niente contro un buon pane fatto con grano canadese» (Milano Expo, «sì agli Ogm contro la povertà. Si parli di economia e fame» ).

Segnalo anche il messaggio di Matteo Renzi su #labuonascuola, che ieri si è presentato in video illustrando la riforma della scuola con lavagna e gessetti (Video integrale) e consiglio un paio di articoli del Foglio, il giornale diretto da Claudio Cerasa (Farsi giudicare fa bene alla scuola, altro che bavagli. Lezioni da Harvard La pagella fogliante per il video del prof. Renzi sulla #buonascuola - di Alessandro Giuli #Nonsonocrocette. I test Invalsi misurano la scuola, così qualcuno ha fifa),  l’articolo di Andrea Ichino pubblicato sul Corriere della Sera del 13 maggio e l’editoriale di martedì 6 maggio 2015. Roberto Alesse, presidente della Commissione di garanzia per gli scioperi ha comunicato che il blocco degli scrutini, ipotizzato da alcune sigle sindacali, Snals e Cobas, è illegittimo. Ma temo abbia ragione Maurizio Crippa : «quelle pretestuose rivolte sono la fotografia di una società – che è la scuola, ma non solo – refrattaria al giudizio, alla valutazione. A concepirsi in termini di merito, di capacità di evoluzione e di miglioramento. Un sistema in cui gli elementi frenanti sono solidali l’uno con l’altro». Non per caso, oggi Matteo Renzi, su Radio Anch'io, si è rivolto ai sindacati per dire, giustamente, che le assunzioni senza la riforma, non si possono fare. «No solo assunzioni e tutto come prima», fare subito le assunzioni stralciandole dal Ddl Scuola «è impossibile. Assumiamo con un modello di Scuola diverso: non esiste che dal Ddl prendo le assunzioni e non cambio il modello Scuola», perché diventerebbe «un grande ammortizzatore sociale» per i precari.

A proposito di riforme, giovedì 14 maggio il Ministro della difesa, senatrice Roberta Pinotti, ha illustrato, in seduta congiunta delle Commissioni riunite Esteri e Difesa dei due rami del Parlamento, il nuovo Libro bianco della Difesa (Doc. XXVII n. 20). Come sappiamo, «riformare la pubblica amministrazione in Italia è più difficile che vincere una guerra» (vedi scuola) e va detto che il Libro Bianco ci prova davvero, per lo meno quanto a governance e organizzazione interna della Difesa, in un’ottica, una volta tanto,«strategica». Suggerisco la lettura di alcuni qualificati commenti: Un atto rifondatore della Difesa; Una partnership strategica tra Difesa e industria La nuova governance della Difesa).

Intanto, la Commissione Lavoro, mercoledì 13 maggio, ha espresso parere favorevole con osservazioni sugli schemi di decreto legislativo (Jobs Act) recanti misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e dei lavoro (A.G. n. 157) e testo organico delle tipologie contrattuali e revisione della disciplina delle mansioni (A.G. n. 158). Queste le modifiche richieste per rendere i due decreti coerenti con l’obiettivo del Codice semplificato: la richiesta di maggiore chiarezza, concisione, semplicità e leggibilità delle norme; la semplificazione della disciplina del part-time e delle clausole elastiche, anche in funzione dell’assorbimento della figura del «lavoro intermittente»; la nuova definizione del lavoro coordinato assoggettato alla protezione forte. Segnalo il parere sullo schema di decreto A.G. 157/2015 e, soprattutto, il parere sullo schema di decreto A.G. n. 158/2015 in tema di “riordino contrattuale”, entrambi approvati dalla Commissione Lavoro di Palazzo Madama.

LEZIONI D'INGLESE

10/05/2015

Dall’Inghilterra (patria del governo parlamentare, dove il capo dello stato ha un valore simbolico, dove non esiste una Corte costituzionale, dove non ci sono referendum abrogativi, dove i magistrati sono funzionari del governo, dove la Camera dei Lords non è, ovviamente, elettiva, dove la democrazia funziona come funziona perché l’opposizione ragiona e si muove con la logica che oggi non si governa ma domani forse sì) vengono almeno due lezioni che non sarebbe male mandare a memoria.

Tony Blair, l’ex premier laburista che ha guidato il partito in tre vittorie consecutive, lo aveva detto sei mesi fa:«Questa elezione sarà una di quelle in cui una sinistra tradizionale si scontra con una destra tradizionale, e il risultato sarà quello tradizionale». Che cosa voleva dire Blair? Che vinceranno i conservatori perché la sinistra che rifiuta di uscire dai suoi vecchi schemi non ce la può fare. Oggi Tony Blair è tornato sul punto: il Labour può tornare a vincere solo se sarà in grado di occupare di nuovo il centro della politica inglese (Blair tells Labour: return to the centre ground to win again; Blair: Labour must reclaim the centre). E anche Peter Mandelson, ora che è in corso «a battle for the soul of the Labour party», non le ha mandate a dire:«Labour has an "incredibly unhealthy" dependence on the trade unions» (Mandelson's brutal assessment of Miliband; Miliband made 'terrible mistake' in ditching New Labour, says Mandelson

Ma c’è un altro aspetto che merita di essere sottolineato. L’Ukip (grazie anche al sistema elettorale più semplice e più longevo che ci sia) ha conquistato solo un seggio al Parlamento, e lo stesso Farage è rimasto fuori da Westminster, sconfitto nel suo collegio dallo sfidante conservatore. Ne ha parlato al Foglio Umberto Bossi: «Sono stati puniti quelli che sono semplicemente ‘contro’, che non governano, che non incidono, quelli come Farage. Ed è possibile un reflusso della marea eurofobica in tutto il continente. L’Europa è furba, comincia a sganciare del grano. E così tutta quella roba, quella schiuma, rischia di afflosciarsi, se non riesce a farsi governo ma rimane semplice protesta» (Bossi al Foglio: “Le elezioni inglesi? E' finita l'epoca degli urlatori”). Chissà che non abbia ragione lui.

«Quelque chose a changé. Vraiment». Parola di Le Monde.

06/05/2015

 

«Quelque chose a changé. Vraiment», scrive oggi Le Monde. «Lundi 4 mai, au terme d'une quatrième lecture, les députés ont adopté une nouvelle loi électorale pour les élections législatives, qui mettre fin à une des particularités de la politique péninsulaire: l'instabilité gouvernementale». Infatti, anche El País rimarca: «La aprobación de la reforma electoral en Italia constituye una buena noticia para su impulsor, el primer ministro, Matteo Renzi, para el país transalpino y para toda Europa». Una volta esaurito il lungo elenco di sciocchezze elettorali (fascismo, golpe, dittatura, democratura, ecc.) può darsi che anche da noi si faccia strada quello che, in Europa, è evidente a tutti. Ma se il problema fosse proprio questo, una democrazia che decide? 

«L’Italicum – ha detto ieri con sincerità il deputato grillino Danilo Toninelli in un’intervista all’Avvenire – è stato elaborato per distruggerci... Con questa legge, vincere le elezioni sarebbe una missione quasi impossibile... Sono convinto che la maggioranza degli elettori di centrodestra se costretta a scegliere tra Renzi e noi al ballottaggio opterebbe per il primo».

«Involontariamente - spiega oggi Claudio Cerasa - l’onorevole grillino ammette che per vincere le elezioni e governare il paese non è sufficiente rappresentare solo un pezzo di Italia indignata e incazzata ma è necessario – tu guarda – allargare il proprio bacino a elettori anche diversi da quelli tradizionali. In pratica, dice l’onorevole, con questa legge elettorale, purtroppo, chi prenderà più voti avrà la possibilità di governare e chi ne prenderà di meno non avrà la possibilità di condizionare le maggioranze. Uno scandalo senza fine che ovviamente non troverà il consenso dei campioni dell’anti politica abituati a condizionare i governi a colpi di battaglie anti casta e avvisi di garanzia, e costretti ora a confrontarsi con la durezza dei sistemi simil maggioritari. Dove chi ottiene più voti governa. E dove chi non ottiene più voti, e arriva sempre tre, sarà condannato a non contare nulla. E chissà se i grillini si renderanno conto un giorno che quello che chiamano golpe non è che semplice democrazia».

Solo da noi, infatti, si considera pericoloso per la democrazia un governo che nell'arco di un anno riesce a fare una riforma per la quale aveva assunto un preciso impegno programmatico. Lo spiega anche Pietro Ichino: «Partecipo a un seminario internazionale sull’evoluzione delle forme di governo. Per divertimento seguo la traduzione simultanea in inglese dell’intervento di un parlamentare accesamente di sinistra, che denuncia il modo di procedere del Governo italiano sul lavoro, la scuola, le amministrazioni pubbliche, e persino sulla riforma elettorale: sempre “a colpi di maggioranza”. Qui però il traduttore simultaneo si ferma imbarazzato, non sa come tradurre questa espressione, poi se la cava con “through the MPs’ majority vote”, cioè “con il voto della maggioranza dei parlamentari”. Già, ma detto così non fa nessuna impressione. Il fatto è che gli anglosassoni non hanno un’espressione per tradurre “a colpi di maggioranza”: per loro non c’è nulla di strano nel fatto che il Governo faccia le riforme con il voto della maggioranza parlamentare che lo sostiene». Non è per questo che si va a votare, per scegliere una maggioranza, un programma e un governo? 

La legge (col ballottaggio sul modello dei sindaci, premio di maggioranza e governabilità per chi arriva primo) stavolta potrebbe funzionare davvero. Naturalmente, a condizione che si riformi il Senato. E chissà che alla fine non emergano davvero due grandi partiti che si contendono il paese. Poi chi vince governa. E dovrà vedersela con i No Tav, i No Expo, i No all'abrogazione dell'articolo 18, i No al cambiamento di mansione, di sede, di incarico. In fondo, come dimostrano i cortei contro la riforma della scuola e le proteste contro la riforma pubblica amministrazione e la responsabilità civile dei giudici, l'autotutela dei garantiti non si può toccare. Fateci caso, il bersaglio di chi protesta sembra uno in particolare: ottenere che nessuno li possa giudicare. Altro che «svolta autoritaria». 

 

 

 

Un pericolo per la democrazia?

29/04/2015

 

Matteo Renzi ha superato senza troppe difficoltà i primi voti sull’Italicum alla Camera (quelli sulle pregiudiziali di costituzionalità e di merito presentate dalle opposizioni) ed ha deciso di blindare la nuova legge elettorale e di chiedere la fiducia:«Sono passati 14 mesi - ha detto ieri al Tg1 - dall’inizio della discussione di questa legge elettorale. Ora dobbiamo dire sì o no». L’annuncio è stato accolto dalle proteste delle opposizioni. Il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, ha parlato di «fascismo renziano» e citato Mussolini («non consentiremo di trasformare quest’aula in un bivacco di manipoli»). Il richiamo al fascismo è arrivato anche da Beppe Grillo, via Facebook, e secondo il leader di Sel, Nichi Vendola, la fiducia sulla legge elettorale «è un atto di squadrismo elettorale». Intanto, l'ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani, e l’ex presidente del Consiglio, Enrico Letta, hanno annunciato che non voteranno la fiducia. 

In una lettera aperta i costituzionalisti Augusto Barbera, Stefano Ceccanti e Francesco Clementi hanno ricordato all’ex-Presidente del Consiglio che i contenuti della riforma elettorale – da lui oggi rifiutata – corrispondono sostanzialmente all’elaborazione programmatica della stessa “Commissione Letta” nel 2013. Letta ha risposto che il dissenso riguarda soltanto il metodo e i tre costituzionalisti hanno replicato che ora azzerare tutto per le bizze di Forza Italia non sarebbe un buon servizio al Paese. Anche perché, come ha chiarito Augusto Barbera sul Mulino, l'Italicum ha più pregi che difetti e, in ogni caso, non è affatto un pericolo per la democrazia (il mio punto di vista: Seduta del 27/01/2015). 
 
Detto questo, trovo che la lettera che ieri un lettore del Foglio ha indirizzato al direttore descriva alla perfezione lo stato d'animo (e l'esasperazione) di quanti le riforme vorrebbero farle. Scrive il lettore:«A differenza di Barbera non sono un costituzionalista, solo uno storico, e tuttavia le allegre, disinvolte (e ormai quotidiane) accuse di dittatura rivolte a riforme che mirano a un sistema elettorale semi-maggioritario, alla riduzione del numero dei partiti o al rafforzamento dell’esecutivo mi stanno riducendo a uno stato di esasperazione. Ormai ho esaurito tutti gli argomenti ragionevoli (la costituzione inglese, la governabilità, la trasparenza...) e mi vengono in mente solo risposte politicamente scorrette, tipo: vi piacerebbe provare una dittatura, una vera, magari solo per un paio di mesi? un’estate di terrore rivoluzionario? un paio di decenni di dispotismo illuminato, giusto per vedere come si sta? Perdoni lo sfogo di un settecentista fuori della grazia di Dio». L'esempio del direttore, Claudio Cerasa, nella sua risposta, chiude la discussione: «Ha ragione. Per non parlare poi del fatto che le opposizioni non perdono occasione per mostrare la loro posizione un filo strumentale. Le faccio un esempio. Nel 2007 venne presentato un referendum per abrogare la vecchia legge elettorale (il Porcellum). Quel referendum (Guzzetta-Segni) prevedeva l’introduzione di una nuova legge elettorale con premio alla lista (e non alla coalizione). Lo stesso premio che oggi viene previsto all’Italicum. Lo sa chi firmò, nel 2007, per quel referendum? Qualche nome per farle capire: Renato Brunetta, Gianni Cuperlo, Ferdinando Imposimato, Daniele Capezzone, Gad Lerner, Michele Ainis. Praticamente, tutto l’arco costituzionale (ed editoriale) che oggi dice che il premio alla lista è un pericolo per la democrazia. Che dire?».

Aggiungo che allora Rosy Bindi criticò duramente Walter Veltroni, in quel tempo segretario del Pd, per non aver firmato il referendum che dava il premio solo alla lista. Sarebbe divertente se qualcuno intervistasse Uolter. 


QUANDO LE PREFERENZE ERANO IL MALE ASSOLUTO...

24/04/2015

PREFERENZE

RIFORMA ELETTORALE: L’AUDIZIONE DI AUGUSTO BARBERA ALLA CAMERA

17/04/2015

Scrive oggi Claudio Cerasa sul Foglio: «Non fidatevi di chi vi dice oh Madonna mia crollerà tutto, aiuto, moriremo tutti, il Pd è sull’orlo di una scissione». Non fidatevi perché «la minoranza del Pd non potrà fare nulla di quello che velatamente minaccia: non può far saltare la legge elettorale perché sennò salterebbe il governo, salterebbe il Pd e salterebbe anche la minoranza del Pd; e non può uscire dal Pd perché, più semplicemente, salterebbero i nervi agli elettori dello stesso Pd, i quali difficilmente capirebbero che un partito che ha preso il 41 per cento alle ultime elezioni, e che si appresta a vincere le prossime regionali, è qui che si spacca perché la minoranza della minoranza interna chiede  il listino bloccato al posto dei capilista bloccati e qualche preferenza in più nella legge elettorale. Il tutto, poi, in un contesto surreale in cui gli stessi dirigenti che oggi chiedono più preferenze e che ringhiano pensando al dramma di avere una legge elettorale con il premio alla lista sono gli stessi, ma proprio gli stessi, dirigenti del Pd che anni fa ringhiavano chiedendo di rottamare le preferenze (da Bersani a D’Alema) e che anni fa chiedevano di sbarazzarsi il prima possibile dell’orrendo premio alla coalizione (andatevi a rivedere nel 2007 chi furono i campioni del Pd appena nato che misero la propria firma sotto il referendum presentato da Guzzetta e da Segni per eliminare dalla legge elettorale il premio di coalizione, e tra quei nomi troverete anche quelli di Rosy Bindi ed Enrico Letta)».

E la posizione che rende meglio di ogni altra l’idea del vicolo cieco in cui si è cacciata l’opposizione è quella di Forza Italia.«Partito che – scrive ancora Cerasa  -, dopo aver scritto e votato la stessa legge elettorale che sarebbe oggi l’oggetto di un golpe, per scongiurare l’imminente golpe si appella a un presidente della Repubblica che non ha votato, che ha accusato di essere arrivato al Quirinale a seguito di un altro golpe e che dovrebbe essere ora la persona giusta per frenare il golpe renziano. Deliziosi» (Opposizione senza Speranza).

Va da sé che le accuse di attentato alla democrazia che, come al solito, vengono mosse al disegno di legge approvato dal Senato e ora in terza lettura alla Camera, non stanno in piedi (semmai, il rischio incombente è quello di lasciare il paese privo di una legge elettorale praticabile):  segnalo gli appunti del costituzionalista Augusto Barbera per la sua esposizione di lunedì scorso davanti alla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati.

Segnalo inoltre - vista la (interminabile)  discussione  in corso sulla «specialità» della nostra regione - che anche la Sardegna ha fatto proprio il modello della Regione Lazio per l’attivazione del nuovo sistema di cooperazione tra servizio pubblico per l’impiego e agenzie specializzate (come già a gennaio la Sicilia): leggi le due lettere del Direttore generale dell’Assessorato al Lavoro; in coda il testo della Delibera della Giunta Regionale.

Gorizia e il Gect, un confronto. L’indagine del’Ires.

13/04/2015

Venerdì scorso ho assistito alla presentazione del rapporto statistico di ricerca, realizzato dall’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali del Friuli Venezia Giulia e curato da Gianluca Masotti, dal titolo indicativo: «Gorizia e il GECT GO tra innovazione e declino». La presentazione (preceduta dagli interventi del Presidente di Legacoop FVG Enzo Gasparutti e del project manager di SEA Fabrizio Valencic) si è svolta presso lo spazio Magazin della cooperativa sociale Arcobaleno, alla presenza di una variegata platea di uditori in rappresentanza di istituzioni, organismi pubblici, aziende, università, agenzie formative e associazioni non profit.

Il rapporto (disponibile sul sito www.iresfvg.org) evidenzia i risultati finali di un’indagine svolta nell’ambito del progetto SEA – Social Economy Agency, finanziato dall’Unione Europea (programma per la cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013) e compartecipato da quattordici partner pubblici e privati che operano nel territorio italiano e sloveno.

L’indagine valuta la smartness dell’ambiente urbano GECT GO, osservando l’area geografica di Gorizia, Nova Gorica e Šempeter Vrtoiba come un’unica città virtuale di 73.818 abitanti, le cui caratteristiche vengono comparate con quelle di altri quattro città: Trieste, Udine, Lubiana e Koper Capodistria.

Durante l’incontro è stata illustrata la metodologia innovativa di analisi utilizzata dall’IRES FVG, sempre più strategica, a livello europeo, per la programmazione delle politiche di rilancio territoriale. Attraverso sessantacinque indicatori di monitoraggio, lo studio ha confrontato sei diverse dimensioni dello sviluppo cittadino: la competitività economica, il capitale umano, la partecipazione civica e politica, i trasporti, l’ambiente e la qualità dei servizi.

Lubiana e Udine, soprattutto in virtù delle performance imprenditoriali, occupazionali, culturali e creative delle loro popolazioni cittadine, mostrano gli smart city index più elevati e ottengono il primi due posti nel ranking finale dei cinque ambienti urbani confrontati. L’elevata qualità ambientale e dei servizi, invece, assicura il terzo posto al GECT GO, davanti a Koper Capositria e Trieste. Secondo i risultati della ricerca, infatti, il territorio transfrontaliero offre un’alta disponibilità pro-capite di verde pubblico urbano (ville, giardini, piccoli parchi, ecc.), dovuta, in particolare, agli spazi fruibili a Gorizia, ma integrata dalle vaste superfici a vegetazione carsica, boschiva e forestale nella periferia di Nova Gorica (selva di Tarnova e valle di Čepovan). Tali fattori, assieme a una densità demografica contenuta (220 abitanti per km2), contribuiscono al contenimento dei livelli d’inquinamento atmosferico (biossido d’azoto e particolato), caratterizzando la zona confinaria come un ambiente vivibile in cui si può respirare un’aria pulita, socializzare in aree ecologicamente attrezzate e accedere a percorsi di valenza naturale e paesaggistica. Nel GECT GO, inoltre, la speranza di vita alla nascita raggiunge gli 80,8 anni, il tasso di mortalità infantile è limitato (1,8 decessi nel 2012) e le strutture residenziali e semi-residenziali, a confronto con le performance delle altre città, si dimostrano efficaci nella presa in carico dell’utenza anziana e con problematiche di disabilità o non autosufficienza. I cittadini di Gorizia, Nova Gorica e Šempeter Vrtoiba, inoltre, sono relativamente al sicuro dai crimini violenti (omicidi, sequestri di persona, delitti sessuali, ecc.) e da quelli meno gravi (borseggi, scippi, furti, ecc.), mentre l’ospitalità alberghiera, se rapportata al numero di abitanti, si rivela assai diffusa.

Il report dell’IRES FVG, infine, scompone i dati riguardanti i tre Comuni transfrontalieri e realizza un focus analitico sul ruolo peculiare di Gorizia nell’amplificare i punti di forza e le criticità competitive del GECT GO. L’immagine del capoluogo isontino che affiora dai risultati della ricerca è quella di una città sana e pulita sotto il profilo ambientale ed efficiente nell’erogare servizi ai cittadini, ma scarsamente competitiva e ancora impreparata a reinventarsi una vocazione produttiva dopo il crollo della cortina di ferro. Con il venir meno della zona franca e dell’economia di confine, si sono acuiti fortemente i rischi di un progressivo declino socio-economico, statisticamente ben evidenziati, nel confronto con tutte le altre municipalità osservate, dal peggior trend imprenditoriale pluriennale, dalla percentuale molto più contenuta delle aziende attive nell’economia ad alta intensità di conoscenza e nei settori innovativi della cultura e creatività, nonché dalla minor capacità, in rapporto alla dimensione demografica, di attrarre occupazione e nuove competenze professionali. Gorizia mostra altresì il più basso rapporto tra gli abitanti con livello d’istruzione avanzato e la popolazione di età compresa tra 25 e 64 anni, oltreché il minor tasso di partecipazione prescolare agli asili nido e alle scuole dell’infanzia pubbliche e private e la più esigua presenza femminile tra i componenti del Consiglio comunale.

Concentrando il focus comparativo soltanto sulle tre città confinarie, si può inoltre osservare che, rispetto a Nova Gorica e Šempeter-Vrtojba, il capoluogo isontino presenta un più basso coefficiente di imprese attive ogni 1.000 residenti, una quota molto inferiore di aziende innovative nei parchi scientifici e tecnologici, una percentuale più contenuta di studenti, una struttura demografica maggiormente critica a causa dell’alto tasso di invecchiamento e la minor quota di donne tra i candidati alle elezioni comunali. Il focus analitico su Gorizia, in definitiva, mette chiaramente a nudo la precaria identità economica di un centro abitato in cui il 62% dell’occupazione dipende dal terziario pubblico (amministrazione, difesa, assicurazione sociale obbligatoria, istruzione, sanità e assistenza) e i flussi di consumo si dirigono sempre più verso la Slovenia, dove i costi della manodopera e la pressione fiscale risultano inferiori.

Il report di ricerca, al riguardo, sottolinea la necessità di orientare Gorizia e il GECT GO verso la sperimentazione di modelli economici e culturali più attuali, scommettendo su risorse e specializzazioni innovative in grado di caratterizzare due assi cruciali per la guida dei processi di rilancio territoriale: la competitività e il capitale umano e sociale. La vera sfida, per l’area italo-slovena, risiede nella costruzione di una nuova identità produttiva, funzionale a fronteggiare i cambiamenti determinati dal crollo del confine e a sostituire ruoli e stereotipi collettivi lungamente consolidatisi nel tempo, rafforzando le aziende e professionalità potenzialmente più dinamiche ai fini di un nuovo ciclo di sviluppo locale.

Diciamoci la verità: era ora che qualcuno lo dicesse forte e chiaro. E che rimarcasse, con dovizia di dati, le dimensioni che contano davvero: la scarsa competitività, la penuria di imprese innovative e di capitale umano, l'andamento demografico devastante. Su questo dobbiamo determinare una inversione di tendenza. Perché in una prospettiva futura è difficile mantenere una qualità della vita come quella attuale in presenza di criticità così minacciose. Bisognerà tornarci su. Anche perché la discussione sul futuro di Gorizia procede da tempo su un binario sbagliato; e il prevalere del lamento e dei vecchi luoghi comuni, impediscono di mettere a fuoco le sfide che abbiamo di fronte.

LA «DOTTRINA OBAMA»

07/04/2015

Subito dopo il conseguimento dell’accordo preliminare sul programma nucleare iraniano, il sito del New York Times, ha pubblicato il video di una lunga intervista di Thomas L. Friedman con il presidente Obama (Iran and the Obama Doctrine). Sabato pomeriggio il presidente Obama ha invitato Friedman nella sala ovale per esporre scrupolosamente i rischi e le opportunità dell'accordo quadro raggiunto con l'Iran la settimana scorsa in Svizzera.

Quello che più ha colpito Friedman è stato quel che lo stesso editorialista del New York Times ha battezzato la «dottrina Obama» racchiusa nelle dichiarazioni del presidente. É emersa quando Friedman ha chiesto se c'era un denominatore comune nelle sue decisioni di prendere commiato dalle politiche datate che isolavano Burma, Cuba e ora l'Iran. Obama ha detto che il suo punto di vista era che l’«engagement», il coinvolgimento, unito con la soddisfazione di bisogni strategici fondamentali, potrebbe servire gli interessi americani nei confronti di questi tre paesi molto meglio delle sanzioni infinite e dell'isolamento. Ha aggiunto che l'America, con il suo potere soverchiante, ha bisogno di avere sufficiente fiducia in sé stessa  da prendere alcuni rischi calcolati in modo da aprire nuove importanti possibilità  - come cercare di costruire un accordo diplomatico con l'Iran che, mentre gli permette di mantenere alcune delle sue infrastrutture nucleari, prevenga la sua capacità di costruire una bomba atomica per almeno un decennio, se non di più. «Siamo forti abbastanza da poter verificare queste intenzioni senza metterci a rischio. E questa è la cosa… che la gente sembra non capire», ha detto Obama. «Prendi un paese come Cuba. Sperimentare la possibilità che il coinvolgimento conduca ad un sbocco migliore per il popolo cubano, non presenta per noi molti rischi. È un piccolo paese. Non è un paese che minaccia i nostri fondamentali interessi di sicurezza, e perciò non c'è ragione per non fare la prova. E se viene fuori che ciò non porta a risultati migliori, possiamo sempre correggere nostre politiche. Lo stesso vale per l'Iran, un paese più grande, un paese pericoloso, un paese che si è impegnato in attività che hanno condotto alla morte di cittadini americani, ma la verità è che il budget per la difesa dell'Iran è di 30 miliardi di dollari. Il nostro budget per la difesa è vicino ai 600 miliardi di dollari. L'Iran sa bene che non ci può affrontare… Hai chiesto di una dottrina Obama. La dottrina è: noi ci impegneremo, ma manterremo tutte le nostre capacità». Quanto all'idea che non sia possibile dissuadere l'Iran – «semplicemente non è così»,  ha aggiunto. «Perciò vale la pena per noi dire ‘proviamo’ - sapendo che stiamo mantenendo tutte le nostre opzioni, che non siamo naïve -  e se nei fatti riusciremo a risolvere queste questioni diplomaticamente, saremo probabilmente più al sicuro, in una posizione migliore per proteggere i nostri alleati, e chissà? L'Iran potrebbe cambiare. E se non lo fa, le nostra capacità di deterrenza, la nostra superiorità militare rimane al suo posto… Non stiamo rinunciando alla nostra capacità di difendere noi stessi e i nostri alleati. In questa situazione, perché non dovremmo provare a verificarlo?». Nel corso dell’intervista, Obama ha spiegato anche, rivolgendosi agli israeliani, perché l’accordo sul nucleare è la migliore e la sola opzione per mantenere Israele al sicuro dall’Iran e, rivolgendosi agli iraniani, perché l’Iran non ha bisogno della bomba atomica per essere una potenza regionale. Da vedere.

LA DEMOCRAZIA DECIDENTE

31/03/2015

 

Com'era prevedibile la mediazione non c'è stata. La minoranza ha disertato il voto e Renzi ha ottenuto dal parlamentino del Pd quel che voleva: nessuna
modifica all'Italicum, che, alla Camera dei deputati, va approvato definitivamente. Tre ore di discussione ed il voto finisce con 120 sì. Un voto «come ratifica e come mandato». «Il 27 aprile la legge deve essere in aula e a maggio mettiamo la parola fine a questa discussione», ha infatti promesso Renzi. Perché «bloccare oggi la legge elettorale rappresenterebbe un colpo alla credibilità dell'Italia». E per spiegare che la legge elettorale deve restare così com'è, nel testo uscito dal Senato, ieri il premier ha usato una definizione cara a noi riformisti: «democrazia decidente». «Non c'è la dittatura o la democratura - ha chiarito Renzi - ma un modello di democrazia decidente. Una legge che conferisce a qualcuno il dovere di rimuovere gli alibi. Il ballottaggio è il punto chiave dell'Italicum». Appunto. Tanto che il Pd, come partito a vocazione maggioritaria, non ha alcun senso fuori da uno schema di democrazia decidente (rinvio alla dichiarazione di voto che ho svolto nella Seduta del 27/01/2015 ). Inoltre, Renzi ha aggiunto: «Non lascio il monopolio della parola sinistra a chi la usa con più frequenza». Era ora.

COSA CAMBIA DAVVERO...

08/03/2015

Jobs Act al via. Il 7 marzo sono entrati in vigore i primi due decreti attuativi della legge delega. Si chiamano d. lgsl 4 marzo 2015 n. 22 e n. 23, contengono la nuova disciplina del contratto a tutele crescenti, del trattamento universale di disoccupazione e del contratto di ricollocazione.

I contrari alla riforma dicono che ora tutti diventano più «schiavi», più precari, cioè più licenziabili. Ma è così? Più precari di un lavoratore a termine o «a progetto», oppure di un co.co.co.? Neanche per sogno. A fine 2014 le assunzioni a tempo indeterminato erano circa il 15% del totale dei nuovi contratti; se per effetto delle nuove norme le assunzioni a tempo indeterminato passeranno dal 15 al 50% tornando a essere la forma normale di assunzione, questo segnerà un netto aumento della protezione per milioni di neo-assunti in Italia e, come sottolinea Pietro Ichino, «il 7 marzo 2015 segnerà una tappa molto importante nella lotta al precariato e al regime di apartheid  tra protetti e non protetti».

Pietro Ichino rileva che «il significato di questo passaggio non è stato colto da Pierluigi Bersani, il quale spara a zero sul contratto a tutele crescenti, affermando che esso “mette il lavoratore in un rapporto di forze pre-anni ’70” con l’imprenditore attentando alla sua libertà e dignità in azienda; e – nientemeno – si pone “fuori dall’ordinamento costituzionale”». «L’ex-segretario del PD – prosegue Ichino - non sembra riflettere sul fatto che, se fosse come dice lui, lavorerebbero già oggi in condizioni non dignitose e di asservimento, in contrasto con la Costituzione, i quasi cinque milioni di lavoratori italiani a tempo indeterminato di piccole aziende, associazioni e studi professionali, cui l’articolo 18 non si è mai applicato. Per non parlare dei 300 milioni di europei in situazione analoga. Per altro verso, l’ex segretario del PD sembra considerare preferibile, rispetto alla prospettiva aperta dai nuovi decreti, che milioni di giovani continuino a essere ingaggiati con contratti a termine o come collaboratori “a progetto”. Ma scusa, Pier Luigi, secondo te era più conforme all’ordinamento costituzionale il vecchio regime di apartheid che li ha visti fin qui relegati senza speranza in queste posizioni precarie, licenziabili senza un giorno di preavviso e senza una lira di indennizzo, privi di assicurazione contro la disoccupazione e di qualsiasi assistenza nel mercato del lavoro?» (RIFORMA DEL LAVORO, IL TRENO PARTE ANCHE SENZA I RITARDATARI).

In fin dei conti, il Jobs Act serve proprio perché abbiamo un mercato del lavoro che funziona malissimo: mentre da un lato i giovani hanno enormi difficoltà a inserirsi nel tessuto produttivo e chi perde il posto non lo ritrova, dall’altro le imprese stentano a trovare il personale qualificato di cui hanno bisogno. La riforma si propone di rendere il mercato meno vischioso e al tempo stesso di innervarlo di servizi efficienti. In modo da proteggere la generalità dei lavoratori meglio di quanto faccia l’ingessatura dei posti di lavoro. Torno sulle politiche del lavoro della nostra Regione che, come tutti sanno, gode di particolari forme e condizioni di autonomia ( Weblog EntryFVG: UN MODELLO INEFFICACE E SBAGLIATO DI POLITICA ATTIVA DEL LAVORO ALTRO CHE LIBERISMO... ). Segnalo inoltre Lavorare manca, di Diego Marani, un libro divertente che spiega perché per un outsider è meglio un mercato del lavoro aperto e flessibile come quello inglese piuttosto che uno rigido come quello italiano (È OLTRE MANICA IL COLLOCAMENTO CHE COLLOCA DAVVERO; SERVIZI PER L’IMPIEGO: LE ESPERIENZE DI GERMANIA E PAESI BASSI;DOMANDE E RISPOSTE POLITICHE SUL CONTRATTO A TUTELE CRESCENTI). È on line anche la videoregistrazione di un seminario telematico sul contratto a tutele crescenti, introdotto da una relazione di Pietro Ichino, svoltosi il 27 febbraio scorso.

Realisti e idealisti. Si fa un gran parlare, di questi tempi, della trasformazione dell’ordine internazionale. Il dibattito investe questioni fondamentali, a partire dal ruolo che l’America giocherà negli anni a venire. Quanto peserà il cambiamento dei rapporti di forza implicito nel frequente richiamo ad una evoluzione in senso multipolare del sistema? L'ordine potrebbe essere messo in crisi da un ritorno alla politica di potenza, come alcuni osservatori oggi ritengono? E così via. Parlando di Relazioni Internazionali si parla di rapporti tra nazioni. E sin dal suo nascere, tale disciplina è connotata dal binomio «idealismo-realismo».

Segnalo un articolo di Paola Peduzzi sul Foglio: «Dopo l’abbuffata idealista degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, il realismo è tornato a governare il mondo, a cominciare dalla Casa Bianca del democratico Barack Obama, fino ad arrivare alla nostra Europa (fatte salve alcune eccezioni) straziata dai tormenti economici. Gli appunti del manuale realista sono più o meno questi. Con Putin si deve negoziare, perché il nostro interesse – inteso come l’interesse europeo, categoria normalmente inesistente – è salvaguardato se il dialogo è aperto. Con l’Iran si deve negoziare, perché c’è una nuova buona volontà da parte di Teheran (non misurabile dalle esecuzioni in piazza, in costante aumento, ma dalle promesse di una leadership strozzata dalla crisi e dall’isolamento) cui si deve dare seguito, perché la chiusura dura da troppi anni, e il business ne risente. Con Bashar el Assad, in Siria, si devono fare i conti, è un dittatore brutale, certo, ma immaginate cosa accadrebbe se dovessimo tentare di toglierlo di mezzo: finirebbe per contagiare anche la delicata politica iraniana, per non parlare della restaurazione jihadista (come se l’alleato di Teheran non fosse jihadista a sua volta). Con l’egiziano Abdel Fatah al Sisi è necessario e inevitabile collaborare, è l’unico che combatte l’islamismo con perizia, non ha un record umanitario specchiato, ma chi ce l’ha, di questi tempi?». «Ma - conclude Paola Peduzzi - se l’idealismo (inteso come la difesa dei diritti umani e della libertà) è trattato come se fosse un bambino capriccioso, se non apertamente irriso, il realismo non è che abbia portato una maggiore stabilità – che sarebbe il fine ultimo dei sostenitori dello status quo. Il regime russo è sempre meno sotto controllo e l’imprevedibilità di Putin è la più grande paura di tutti i vicini della Russia; il non intervento in Siria contro Assad ha dato campo libero alla nascita e alla creazione dello Stato islamico, che ora si sta espandendo proprio nei luoghi che l’occidente tratta con distacco (vedi la Libia); il patto con l’Iran, sulla carta, appare come una grande opera di disgelo diplomatico – che resterà nella storia come un passaggio rivoluzionario: Obama ha fatto la pace con l’Iran – che però non previene, e forse nemmeno contiene, la minaccia atomica di Teheran. Così l’interventismo umanitario e la difesa dei diritti umani sono stati sacrificati alla corte del realismo (con quella giustificazione madre che è la guerra in Iraq, come se, adesso che nessuno fa niente, in Iraq si stesse alla grande e quando c’erano gli occupanti americani invece un disastro), con la non piccola conseguenza che l’impunità è ai suoi massimi, di stabilità invece se ne vede pochissima» (Quel realismo imperante che dà impunità e toglie sicurezza).

Il nuovo paesaggio politico inglese. Il modello (o sistema) Westminster è una delle eredità dell’Inghilterra vittoriana, insieme a Sherlock Holmes e alle regole del calcio. Se gli elettori vogliono contare davvero, devono scegliere tra due grandi e pesanti partiti. In quel sistema, i raggruppamenti marginali ed emotivi e un terzo partito piuttosto piccolo, diffusi limitatamente nel Paese, faticano a lasciare il segno. Una prevaricazione, si dirà. In compenso, però, gli inglesi possono contare su governi forti e stabili che possono ottenere che le cose si facciano davvero. Al punto che moltissimi paesi hanno pensato che valesse la pena di imitare il modello inglese perché, a ben guardare, il gioco vale la candela.

Ma oggi, a tre mesi di distanza dalle elezioni generali, il meccanismo si è rotto. Nel 1951 il partito conservatore e il partito laburista insieme raggiungevano il 97% dei voti; stando ai sondaggi, in maggio ne otterranno a malapena un terzo. Le iscrizioni ai Tory sono crollate dai 3 milioni degli anni ‘50 a circa 150.000 oggi. Il Labour che era solito dominare la Scozia, potrebbe ridursi, proprio in Scozia, ad un pugno di seggi. Il sostegno per i liberaldemocratici, screditati dal governo di coalizione è crollato. Stando all’Economist, quasi tutta la corsa è stata fatta da tre nuovi arrivati: lo Scottish National Party (SNP) che vuole la Scozia fuori dalla Gran Bretagna; lo UK Independence Party (UKIP) che vuole la Gran Bretagna fuori dall’Europa; e il Green Party, che vuole lo «hyper-capitalism» fuori sia dalla Gran Bretagna che dall’Europa. E’ il più grande terremoto dai primi anni del XX secolo. Quando il Labour ha sostituito i liberali  (British politics: The great fracturing | The Economist).

La sollevazione politica – da Syriza in Grecia ai Tea Party in America – è una caratteristica di molte delle democrazie occidentali. E noi lo sappiamo bene. Ma colpirà la Gran Bretagna in modo particolarmente duro. Non esercitata e impreparata alla politica multi partitica, è molto probabile che la Gran Bretagna ottenga governi deboli e instabili. Ciò non farà che alimentare l’insoddisfazione per i politici e i principali partiti. E se il sistema parlamentare verrà percepito al tempo stesso ingiusto ed inefficiente, allora c’è una crisi di legittimazione. Come sappiamo, appunto. Ma per i Tories e il Labour, ristabilire il duopolio politico non sarà cosi semplice. Il sistema di classe inglese ha lasciato il posto a un guazzabuglio di raggruppamenti socio-economici, le lealtà tribali al Labour e ai conservatori sono evaporate. Gli elettori non appartengono più alla destra o alla sinistra. Sono diventati consumatori politici che vanno in giro a fare shopping. Come sappiamo. E perfino lassù, comincia a fare capolino una grande coalizione (Tory-Labour coalition could avert SNP 'nightmare', says Conservative peer; Labour and Tories neck and neck in new poll ).

 

 

 

 

 

DAI CHE E' DAVVERO LA VOLTA BUONA...

27/02/2015

Vediamo di ricapitolare.

La strategia delle riforme ha convinto Bruxelles. Nei giorni scorsi la Commissione europea ha dato il via libera alla legge di stabilità senza bisogno di manovre aggiuntive. C'è poco da dire, il verdetto della Commissione è un successo per il governo di Matteo Renzi. Stavolta Bruxelles è rimasta effettivamente colpita dalle riforme avanzate dal governo Renzi e dalla (relativa) velocità del loro varo parlamentare. L’Italia anche se promossa resta nella categoria di «rischio 5», a un passo dalla procedura perché, dice Bruxelles, deve continuare gli sforzi di risanamento. La Commissione resta, infatti, in attesa di vedere la concreta attuazione delle riforme. «E’ cruciale - si legge nel documento - la piena implementazione delle riforme strutturali in atto e in programma». Di lavoro da fare ce n'è ancora tanto – i rischi per l’Italia, si sa, derivano «da un livello molto alto del debito pubblico e dalla debolezza della competitività di costo» - ma l'apertura di credito è ragguardevole. «Siamo soddisfatti dell'opinione espressa dalla Commissione europea sul bilancio italiano» ha commentato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. «Il riconoscimento della corretta impostazione che abbiamo dato alle finanze pubbliche è un risultato importante soprattutto perché solo pochi mesi fa non era per nulla scontato».

Lo spread è ancora in picchiata. Lo spread tra Btp e Bund è sceso sotto la soglia psicologica dei 100 punti base, fino a 98,5 punti, per poi fermarsi poco sopra i 99 punti (99.19). Non succedeva da metà maggio del 2010. E il rendimento del titolo a 10 anni italiano è in calo al nuovo minimo storico dell’1,305%. Non per caso, Matteo Renzi ha scritto su twitter: «Spread sotto quota 100, mille ex precari assunti a Melfi col Jobs Act, via segreto bancario non solo in Svizzera, dai che è #lavoltabuona». Sono, infatti, segnali che indicano come sui mercati il «rischio Italia» sia diminuito in modo rilevante. Lo spread misura infatti la differenza tra i tassi di interesse di un Paese, in questo caso l’Italia, rispetto a quelli della Germania presa a parametro di confronto. Influisce certo l’allentarsi della tensione verso la Grecia. Inoltre c’è l’attesa per l’arrivo del quantitative easing annunciato a gennaio dalla Banca centrale europea. Dall’inizio di marzo la Bce darà inizio a un programma di acquisto di 1.100 miliardi di titoli, in gran parte pubblici. Nei giorni scorsi la Bce ha anche fatto sapere che a gennaio nell’Eurozona i prestiti al settore privato sono cresciuti dello 0,5% rispetto allo stesso mese del 2014. (Torna la fiducia, spread sotto 100; Germania, via libera alla Grecia).

Il Bundestag tedesco ha approvato a stragrande maggioranza la proroga del programma di aiuti per la Grecia. I voti a favore sono stati 542, quelli contrari 32 con 13 astensioni. Si tratta della più ampia maggioranza mai riscontrata in una votazione al Bundestag su misure contro la crisi europea. Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, è intervenuto nella discussione sollecitando il voto positivo del Bundestag. «In Europa siamo una comunità», ha sostenuto. «In questo XXI secolo avremo un buon futuro se l'Unione Europea avrà successo, se in Europa resteremo uniti».  Certo che non è facile, ha aggiunto. «A ciascuno di noi risulta enormemente difficile. Ma «non si tratta di altri miliardi alla Grecia», né di modificare in alcun modo il programma. «Si tratta di dare o accordare più tempo per completare con successo questo programma». (Le Bundestag vote sans entrain la prolongation du plan d’aide à la Grèce ; Il via libera condizionato dell’Ue al piano greco è la fine degli stati nazionali Un breviario di "tedesco" per capire la crisi greca). 

Forse qualche somma la possiamo tirare. Come scrive Giuliano Ferrara sul Foglio «La Grecia è un paese da amare e la sua sofferenza sociale smuove anche i meno compassionevoli, ma la sconfitta della sinistra sexy e antagonista, per la prima volta al governo in Europa in un concerto di vocianti populismi rossoneri, di antipolitica e di capitalisti in fregola di rivoluzione contro i rischi fatali della finanza, ha qualcosa da dirci. Non si può tutelare la sovranità con i soldi degli altri. Ciò che si è messo in comune si gestisce con regole comuni, e non puoi considerarti quando conviene un’eccezione. Il moralismo antidebito è un’eresia protestante, ma le banche devono essere solvibili. Se un elettorato vuole insieme il programma di Salonicco (36 per cento) e la permanenza nell’euro (80 per cento), la quadratura del cerchio non si fa: o l’uno o l’altra. Bisogna scegliere. Quando i tedeschi furono salvati, anche con soldi greci (1953), esisteva ancora il sistema europeo degli stati, con la sua misura di sovranità nazionale e di interesse nazionale, e quella forma politica non esiste più. C’è l’eurogruppo, i ricciolini timidi di Dijsselbloem contro la pelata provocatoria di Varoufakis. Prima lo si capisce, meglio è» (Cosa ci dice la rotta degli tsiprioti).

 

Martedì notte è stata approvata in via definitiva la legge sulla responsabilità civile dei magistrati. In questi giorni non mancano le critiche distruttive del nuovo regime di responsabilità dei giudici. Eppure, siamo pur sempre di fronte al tentativo (del tutto legittimo) di rispondere (con 27 anni di ritardo!) ad un’esigenza che i cittadini italiani nel 1987 dimostrarono di avere ben chiara in sede referendaria. Quella sulla responsabilità civile dei magistrati è una riforma dovuta. Lo spiega bene Danilo Paolini su Avvenire: «La politica la doveva al Paese, per almeno due motivi. Il primo motivo è ormai divenuto storico: nel lontano 1987, oltre l’80% degli elettori italiani sollecitò, attraverso un referendum abrogativo promosso da tre partiti (radicale, liberale e socialista), una disciplina che chiamasse i giudici a rispondere degli errori commessi per dolo o colpa grave. La risposta del Parlamento arrivò l’anno dopo, con una legge ("firmata" per altro da un eminente giurista, il socialista Giuliano Vassalli, allora Guardasigilli) che era nata per accogliere tale indicazione, ma finì con il neutralizzare la volontà popolare, rendendo di fatto quasi impossibile per il cittadino ottenere il riconoscimento del torto subito. Il secondo motivo, senza il quale probabilmente la riforma non avrebbe visto la luce, risale "soltanto" a quattro anni fa: l’Unione Europea ha ingiunto all’Italia, pena una salatissima procedura d’infrazione che aveva il suo termine ultimo nella data di oggi, di adeguarsi al principio generale di responsabilità degli Stati membri in caso di violazione del diritto comunitario. Se a qualcuno sembra di aver già sentito una storia simile, sappia che non sbaglia. È accaduto anche con le carceri: per riportare quanto meno sotto controllo il numero dei detenuti (ma moltissimo resta da fare in termini di sovraffollamento e di condizioni di vita) è stato necessario arrivare in prossimità della scadenza dell’ultimatum del Consiglio d’Europa» (Una riforma dovuta | Commenti | www.avvenire.it). Vedremo come funzionerà la riforma. Vedremo se bisognerà correggere eventuali distorsioni. Ma è importante che a distanza di quasi trent'anni dal referendum scaturito dall'indignazione per lo scandaloso caso Tortora, la legge sulla responsabilità civile dei giudici sia cambiata (Tortora 2.0). Del resto, come sapeva bene l’Uomo Ragno, «with great power comes great responsibility».

A proposito di giustizia, anche Laura Maragnani, su Panorama è tornata sul rischio prescrizione i processi Thyssen, Viareggio e Monfalcone, riprendendo la mia interrogazione 4-03141 pubblicata il 16 dicembre 2014 (Su Panorama: a rischio prescrizione i processi Thyssen, Viareggio e Monfalcone).

 

LE RIFORME E IL RISCHIO ARGENTINA

16/02/2015

L'ultima settimana alla Camera è stata durissima: sedute notturne, urla, frizzi e lazzi e perfino qualche sganassone. Ma alla fine il testo è passato. E ora il dibattito sulle riforme sembra svolgersi su due piani: quello delle dichiarazioni, in cui prevalgono ancora le parole ruvide, e quello dei primi contatti in vista del voto finale a marzo. «Abbiamo un debito nei confronti del Paese - ha detto Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, al Foglio -, sono trent'anni che si parla di riforme e noi abbiamo promesso che le avremmo fatte. Ora non possiamo permetterci di non mantenere la parola». Senza contare, aggiunge Delrio, che «ci sono segnali incoraggianti che arrivano dall'analisi delle previsioni di crescita economica. Per la prima volta da molti anni. L'Italia può ripartire. E sarebbe un peccato non agganciare la ripresa per via di incomprensibili schermaglie parlamentari» (Delrio ci spiega perché non si voterà e perché il Nazareno va rilanciato). 

Sergio Fabbrini, in un commento lucidissimo sul Sole 24 Ore del 14 febbraio scorso, ha ricordato che «il paese ha bisogno di riformare le sue istituzioni politiche» perché «solamente istituzioni riformate possono rendere possibile e quindi sostenere la crescita economica e sociale del paese»; che «i paesi che non sono in grado di governarsi, sono destinati a farsi governare da altri. Grecia docet»; che «la vicenda italiana della riforma costituzionale ricorda molto l'esperienza argentina» e che due dei fattori decisivi che hanno contribuito alla parabola argentina sono stati «la debolezza delle sue istituzioni politiche e l'irresponsabilità di chi le ha controllate» (Senza riforme il rischio di declino argentino).

Sull’argomento  rinvio inoltre ai commenti di Stefano Ceccanti (Revisione costituzionale, distinguere le critiche politiche dalle norme giuridiche vigenti che non sono state violate; Scordatevi le elezioni - Quotidiano.net) e ad un testo molto attuale: il discorso di Alcide De Gasperi alla Camera dei deputati sulla legge elettorale maggioritaria del 17 gennaio 1953:

 

LA LEGGE ELETTORALE MAGGIORITARIA: DISCORSO DI ALCIDE DE GASPERIALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 17 gennaio 1953)

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che potrò essere breve dopo i discorsi di questa giornata, discorsi che sono conclusivi.
Vorrei osservare da principio che delle obiezioni e delle accuse che sono state lanciate contro il Governo e contro di me in particolare durante il dibattito, mi hanno colpito non quelle più o meno ingiuriose o quelle che più insinuavano delle deficienze nel mio riguardo o nell'indirizzo politico, ma specialmente quella che mi è venuta da un partito di estrema destra, quando l'onorevole Roberti, se ho ben capito, ha detto al nostro indirizzo: «negano con i fatti l'ideologia nella quale hanno creduto e agiscono in opposizione all'ideale che hanno proclamato».
Questa accusa che viene da parte neofascista contro coloro che si sono battuti, e contro di me in particolare che mi sono battuto, per la libertà e la democrazia, in tempi difficili contro il fascismo, mi ha ferito più profondamente che ogni altra accusa, perché accetto rimproveri, valutazioni e sottovalutazioni di ogni genere, ma quello che mi pare impossibile accettare, che è contrario a tutto l'indirizzo, all'aspirazione della mia vita, è che si dica che volontariamente, di proposito, io tenda all'antidemocrazia o possa scivolare verso la dittatura. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra).
Vi è stata qui addirittura una vivisezione, una anatomizzazione delle proposte della maggioranza e soprattutto del progetto del Governo. L'onorevole Bettiol ha già riassunto la lunghezza e la profondità del dibattito in cifre, che non voglio ripetere; ma è chiaro a tutti, al paese e a voi, onorevoli colleghi, se interrogate la vostra coscienza e la vostra memoria, che il Governo ha pazientato per settimane e settimane, che non ha mai pensato di intervenire con la questione di fiducia, benché il progetto fosse stato presentato dal Governo stesso, che il Governo è intervenuto solo all'ultimo momento, quando ha avuto l'impressione che il continuare l'ostruzionismo come si faceva, non solo avrebbe fatto scadere i termini, rendendo nulla la legge, ma soprattutto creava quella atmosfera pericolosa che qui ebbe delle drammatiche dimostrazioni e manifestazioni, e fuori aveva delle ripercussioni delle quali ogni governo responsabile doveva preoccuparsi.
Solo allora siamo intervenuti con una impostazione di fiducia; e siamo intervenuti perché ci trovavamo dinanzi, non ad un rallentamento della macchina, ma già al sabotaggio, all'insabbiamento della macchina. E noi non avevamo un'altra alternativa, onorevoli colleghi, tranne la resa senza condizioni innanzi all'abuso del regolamento, innanzi alla negazione del principio, che è fondamentale per la convivenza fra maggioranza e minoranza, e cioè che la minoranza ha diritto alla critica e la maggioranza ha diritto alla decisione.
(Approvazioni a sinistra, al centro e a destra).
Stamane, in tono molto commovente dinanzi alla cui sincerità mi inchino, l'onorevole Costa ha ricordato gli esempi di un grande paese, cioè la resistenza di O'Connell; ha ricordato un grande campione cattolico, quasi che la gloria di O'Connell sia consistita nell'ostruzionismo e non in altre cose. Non è che O'Connell sia stato riabilitato dalla storia per l'ostruzionismo, ma è stato riabilitato per ben altri meriti, meriti eroici di fronte alla sua nazione. Ma poiché l'onorevole Costa ha ricordato questo grande paese che in tutta la storia parlamentare italiana si cita sempre a titolo di esempio quando si fa riferimento alla storia delle libere istituzioni inglesi, vorrei ricordare anche che l'Inghilterra ha avuto il più grande esempio a proposito di lotta contro l'ostruzionismo, ed è quello di Gladstone, il quale ricorse a quella che poi si chiamò la «ghigliottina», ossia una formula preclusiva di ben altra gravità e di minor rischio di quello che può rappresentare l'imposizione del voto di fiducia. Di fronte al quale, se voi parlate di imposizione o di brutalità, vi è da rispondere che vi è anche, sull'altro piatto della bilancia, la caduta del Governo e la rinunzia ad un programma, o eventualmente all'attuazione di questo programma.
Ma è poi vero, onorevole Costa, che l'ostruzionismo ha sempre vinto e che vi è stata sempre una riabilitazione storica di coloro che hanno fatto l'ostruzionismo? Esaminiamo un po' la storia. Specialmente noi più anziani ricordiamo quello che è avvenuto qui nel 1922 e nel 1923.
È avvenuto che abbiamo combattuto contro il fascismo per la libertà e abbiamo sofferto per la libertà.
Domandiamoci ora se il fatto del preesistente ostruzionismo, non una volta sola, in un solo periodo, il fatto in genere del metodo parlamentare poco serio, non abbia contribuito in altri periodi della vita italiana a quella svalutazione del Parlamento per cui fu facile e rimase impunita l'ingiuria dell'«aula sorda e grigia» o del «bivacco dei manipoli». Vorrei dire che al di là (e prego gli onorevoli colleghi dell'estrema sinistra e dell'estrema destra di prendere atto di questa mia precisazione), che al di là delle intenzioni dei promotori vi è, come conseguenza dello ostruzionismo, una svalutazione, uno spregio che si radica nell'opinione pubblica: nasce il facile plauso a chi si crea un nuovo diritto rivoluzionario, e si manifesta il fermento della violenza che corrode ogni autorità e disciplina.
Come mai qui si osa opporre la democrazia alla disciplina? La democrazia è autodisciplina e la libertà è il rispetto della legge: al di fuori della legge non vi è libertà. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra - Commenti all'estrema sinistra).
Onorevoli colleghi, mi spiace di non poter sempre reagire alle vostre interruzioni, poiché non tutte arrivano alle mie orecchie. Comunque sia, vorrei che prendeste atto, lo crediate o non lo crediate, che ho agito veramente per la fede nel sistema democratico e nel regime parlamentare. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra).
Ho l'intima e profonda convinzione che se il Governo in questo momento non fosse intervenuto, il regime parlamentare sarebbe entrato in una malattia grave, in coma, forse. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra).Ciò indipendentemente dalle intenzioni e dai propositi di coloro che l'ostruzionismo hanno avviato e hanno continuato, e che forse non volevano continuare fino agli estremi a cui è arrivato.
Io vi domando se è possibile ancora pensare ad un ostruzionismo rallentatore. Quando si rallenta una macchina, potrà essere una questione di diminuzione del rendimento, ma essa continua a funzionare. Ma insabbiare significa sabotare.
Non esiste in Italia, dite voi, altro sfogo, altra maniera, altro ricorso. Ma, io vi dico, voi avete la trafila di due Camere equipollenti, in una delle quali non abbiamo nemmeno la maggioranza assoluta come partiti di centro e meno della maggioranza come partito di Governo. Ed esiste un altro appello, l'appello al popolo, perché quando si fanno le elezioni è al popolo che ci si rivolge.
(Applausi a sinistra, al centro e a destra - Commenti all'estrema sinistra ).
Egregi colleghi, qualunque sia il vostro giudizio sulla legge, potete chiamarla come volete voi, ma non potete negare questo: che la decisione viene presa a maggioranza assoluta, ci vuole la maggioranza per lo schieramento, e che solo lo schieramento che raggiunge la maggioranza assoluta avrà una maggiorazione dei propri seggi.
L'onorevole Corbino ieri, dopo avere valutato argomenti pro e contra, ha finito col decidere di non decidere, cioè di ritirarsi, di non partecipare alla votazione. Io rispetto il travaglio della sua coscienza, del suo temperamento, ma quello che è certo è che se egli fosse al Governo così non potrebbe agire, perché il Governo è responsabile davanti al paese. E davanti alla Camera si dà come ostaggio attraverso la posizione del voto di fiducia.
Si dice che noi, in questa impostazione, ci poniamo, forse, al di là di quel punto che desideriamo che cioè siamo su un piano inclinato. Tra coloro che lo dicono vi è anche qualcuno in buona fede.
È vero. Ne sono consapevole e sono preoccupato di questo. Ma io vi dico che qui si tratta di una procedura che in certi momenti - come questo - è doverosa, certamente lecita, ma non è normale: è usata in un momento anormale e straordinario, dinanzi a un procedimento straordinario. (Applausi al centro e a destra).
La procedura normale dell'attività parlamentare è quella che si fonda su due princìpi, su due criteri, ai quali ho prima accennato: libero controllo e discussione per tutti e decisione da parte della maggioranza. Quando questi due criteri vengono seguiti siamo sul binario giusto, normale, e non occorre allora ricorrere ad altri mezzi. Ma che cosa vuol dire questo? Vuol dire che non è vero che non abbiamo la consapevolezza dei limiti di questo atteggiamento e di questa impostazione e che non sentiamo, nella nostra coscienza, i limiti stessi che ci vengono imposti. È inutile creare degli spauracchi, è inutile dire che potremmo applicare lo stesso metodo all'intera legge sindacale o alla legge sulla stampa: sì, se voi userete il vostro metodo di ostruzionismo (Vivissimi applausi al centro e a destra - Interruzioni all'estrema sinistra); no, in caso di normalità.
Tutto dipende dalla premessa. Noi riteniamo, io ritengo fermissimamente, che il regime parlamentare non si salva se non si accetta la procedura normale, cioè se non si rinuncia all'ostruzionismo. Non è vero che l'ostruzionismo sia lecito! È spiegabile in qualche caso estremo, ma è sempre un qualche cosa di rivoluzionario, contro l'ordine della Camera.
Ora, chi si assume la responsabilità di applicare rivoluzionariamente questo metodo, si trova ad imporre una alternativa: o la resa, la capitolazione (il che vuol dire l'indebolimento del regime parlamentare e l'annullamento del criterio democratico) oppure la resistenza, una resistenza che può anche assumere delle forme straordinarie, purché sia fondata su un principio di fiducia, su un principio essenzialmente democratico.
Voi dite: dov'è questo limite? Chi può tirare una linea per impedire lo scivolamento su quel piano inclinato? Rispondo: quando vi saranno delle regole; e l'esperienza gioverà anche per porre delle norme nel futuro regolamento, perché spero che si trarranno da questa esperienza i dovuti ammaestramenti.
Cosa rispondete quando qualcuno vorrebbe - come la Costituzione stabilisce - introdurre delle regole per la limitazione dello sciopero, comunque per regolare e rendere normale la procedura dello sciopero? Cosa rispondete? Che bisogna lasciare alla coscienza operaia la decisione. Ma se così è per voi, perché volete negare a dei democratici la coscienza anche del limite, in questa misura? (Applausi al centro e a destra - Commenti all'estrema sinistra ).
Ho sentito con stupore l'esposizione - o la perorazione - fatta con molta eleganza e con molta vibrazione dall'onorevole Basso, quando ha messo in dubbio la nostra coscienza democratica, specialmente perché noi apparteniamo alla zona cristiana, direi, della concezione politica.
Ma ritenete voi di sbrigare la classificazione, la nomenclatura degli schieramenti semplicemente con questa parola: clericale ? E credete di essere moderni, credete di rendervi conto dell'evoluzione ? (Vivi applausi al centro e a destra — Interruzioni all'estrema sinistra}. Ma siete ancora ai tempi di Gambetta ! Muovetevi un po', venite al passo col secolo XX ! ( Applausi al centro e a destra — Interruzioni all'estrema sinistra}.
Quando i cattolici andarono sull'Aventino insieme con i socialisti, quando fecero dimostrazione antifascista e si separarono da Mussolini in nome della libertà, voi credete che sia stato un incidente, semplicemente un fatto contingente di gara per il potere ? No ! Il loro atteggiamento fu dettato dalla loro coscienza, contro tutti i vantaggi che attribuiva loro la situazione, ed essi agirono per moralità, per vera coscienza. E non è un fatto isolato, non è una contingenza storica isolata, no, è una evoluzione che voi dovete considerare e che trovate da per tutto, in tutti i paesi europei. Voi trovate dei cattolici ammodernati, vicini ai socialisti, nella ricostruzione sociale e anche nella difesa della libertà. Pensate al Belgio ! Quando non volete prendere atto di queste realtà, venite fuori con accuse come quelle dell'onorevole Basso, e accusate di avere aperto la strada al fascismo e al nazismo coloro che ne sono stati le vittime. Bruning cadde, e in realtà provocò la reazione nazista perché fece la riforma agraria ! Questo voi mettete come antesignano del nazismo ! Ma che storia è mai questa che il marxismo storico vi fa esprimere ? Che storia è questa ? Voi attribuite malafede a tutta la repubblica di Weimar, dove i socialisti e i cattolici collaborarono insieme per difendere la democrazia, che cadde poi sotto la spinta nazionalistica ! Ma che razza di storia fate voi, negando queste realtà ! Perfino i poveri austriaci, senza dubbio commisero allora degli errori, come Dollfuss; ma è gente che pagò con la vita gli errori fatti: furono le vittime degli oppressori ! Prendetene atto, egregi colleghi. Prendete atto che vi è stato per noi e per tutti un processo di chiarificazione negli ultimi decenni, un processo di chiarificazione e di assestamento fra autorità e libertà e soprattutto nei rapporti con le classi popolari. Prendetene atto, altrimenti sbagliate classifica e sbagliate anche schieramento.
Il 1° febbraio 1952, quando il Governo pose analogamente la questione di fiducia in relazione al disegno di legge per la revisione del trattamento economico dei dipendenti statali, io dissi parole che quasi potrei ripetere oggi: « Tutto per il Governo nel suo programma, nella sua attività si unisce e si collega. Perciò non possiamo partire dal punto di vista di una fiducia mancata o alternata o eventualmente condizionata ». Questo mio precedente è chiarissimo.
Mi sia permesso di ricordare analoghi precedenti della prassi parlamentare francese.
L'onorevole Togliatti ha detto che i precedenti risalgono anche alla monarchia e allo scudiscio da caccia del re; ma io parlo dei precedenti della repubblica francese, dell'ultima repubblica, che ha lo stesso statuto fondamentale e, direi, quasi letteralmente eguale al nostro, nei princìpi fondamentali. In Francia, dal 1947 ad oggi, si sono avuti almeno 11 casi, in cui la questione di fiducia è stata posta in relazione ad un progetto di legge, anzi in relazione a progetti spesso non limitati ad un solo articolo di legge, bensì contenenti un numeroso complesso di norme.
Amici miei, sapete perché in Francia vi si ricorre così spesso ? Non già per capriccio, né per una degenerazione della democrazia. In Francia, in mancanza di una maggioranza, che si formi, di caso in caso, ragionevolmente, sopra un dato problema, si è costretti a impostare spesso la fiducia. E volete che noi non ricorriamo mai a questo, soprattutto quando non ne abusiamo ? Aiutateci a fondare una maggioranza stabile.
Del resto, forse è lecito — mi pare che l'abbia fatto già qualche altro — citare anche l'onorevole Laconi, il quale nella seduta del 6 marzo 1951, quando il Governo pose la fiducia sull'ordine del giorno Bettiol, fece questa dichiarazione: « Però noi non riteniamo in modo assoluto che il Governo non possa proporre alla Camera la questione di fiducia quando e dove lo voglia; anzi riteniamo che, in qualunque circostanza, su qualunque disegno di legge, su qualunque oggetto di voto, che sia posto dinanzi alla Camera, il Governo abbia la facoltà di porre la questione di fiducia. Il Governo può porre la questione di fiducia su di una mozione, come su di un ordine del giorno, come su di un emendamento, come può dire: " Se spostate magari una virgola, io me ne vado; e faccio dipendere da questo la vostra fiducia nel Governo " ».Il Governo, quindi, non ha commesso abuso, ma ha esercitato un diritto e, direi, soprattutto ha assolto ad un dovere. Ora, mi pare che basti su questo, e parliamo delle due accuse principali: legge sul referendum e istituzione della Corte costituzionale. La critica riguardante la legge sul referendum è irrilevante per un duplice motivo. Temo assai che almeno la maggior parte dei colleghi non abbia presente il testo approvato dalle due Camere, perché ho l'impressione che se ne traggano illazioni assolutamente inapplicabili. Pertanto sarà opportuno ricordare di che cosa si tratta ed a quali condizioni si può indire il referendum.
La garanzia del referendum, che invocate come la chiave di volta della situazione, anche se oggi potesse entrare in vigore, sarebbe comunque praticamente inoperante nei confronti di questo disegno di legge elettorale, e ve lo dimostro. Ai sensi dell'articolo 12 del disegno di legge sul referendum nel testo già approvato dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica, è tassativamente stabilito che il referendum non solo non può essere indetto se non dopo la complessa procedura della verifica delle 500 mila firme dichiarate regolari e dopo la sentenza favorevole della Corte di cassazione a sezioni unite sull'ammissibilità costituzionale, ma inoltre non può essere effettuato se non in un giorno compreso tra il novantesimo ed il centottantesimo successivo alla data del decreto di indizione, ossia evidentemente, molto tempo dopo la data delle elezioni politiche. Ma non basta, perché, ai termini dello stesso articolo 12, il referendum non potrà effettuarsi se non sia decorso almeno un anno dalla data di ultima convocazione dei comizi elettorali per l'elezione delle Camere, cioè in parole povere non sarebbe prevedibilmente applicabile contro la legge elettorale prima del 1955.
Quindi vedete che le vostre speranze sono nulle e non potete rimproverarci di avervi derubato di uno strumento che in realtà oggi non vi serve e che, eventualmente, potrà servirvi domani. D'altro canto voi non potete negare che nelle elezioni generali è insito un principio di referendum. Quando noi facciamo le elezioni, in realtà domandiamo al popolo la stessa fiducia che domandiamo a voi e questa fiducia riguarda anche le questioni che si dibattono: quindi riguarda anche la legge elettorale. Comunque, le elezioni rappresentano la sanatoria e proprio per questo non avreste dovuto ricorrere all'ostruzionismo; perché noi adoperiamo questo strumento per affrontare il verdetto del popolo, non per creare uno strumento di tirannia.
Ora vengo a parlare della Corte costituzionale. Osservo che il Governo ha presentato tempestivamente il progetto il 5 aprile 1949. Mi si è detto che nella Commissione ormai si è arrivati ad una deliberazione e che prossimamente il progetto potrà essere ridiscusso dalla Camera. Il Governo non ha obiezioni da muovere contro la Corte costituzionale; però non può per suo conto fare delle pressioni.
Voi sapete che la questione che si dibatte fra Camera e Senato è quella su una certa formula a proposito della nomina dei giudici. Il Governo, naturalmente, deve limitare la sua ingerenza in questa questione, e voi ne farete la prova fra pochi giorni, quando il progetto verrà qui in discussione. Il Governo è pronto a dare i suoi buoni uffici per mettere d'accordo le due Camere. Questo vi dico onestamente e chiaramente. Se volete prenderne atto, prendetene atto, se no continuate le vostre discussioni. (Applausi al centro e a destra — Interruzioni all'estrema sinistra).
Devo farvi ora una confessione sulla vera ragione del perché abbiamo presentato questa legge di riforma elettorale. Forse non ve n'è bisogno perché io altrove, durante le discussioni feriali, ho già accennato a questo argomento. Lo abbiamo fatto perché qui abbiamo visto quello che sembrava poter essere presagio soltanto: abbiamo visto il congiungimento delle due ali, delle due estreme. (Applausi a sinistra, al centro e a destra — Interruzioni all'estrema sinistra e all'estrema destra).
In queste mie parole non vi sono insinuazioni né contro la destra, perché si mescola con la sinistra, né contro la sinistra, perché si mescola con la destra: conosco benissimo le distinzioni nelle origini, nelle finalità, nella procedura. Dico che questo fatto del congiungimento, del sincro-nismo e della collaborazione spontanea e naturale — si è visto lo stesso argomento essere ripetuto da una parte e dall'altra — questo fatto prefigura e fa presagire quello che sarebbe lo schieramento parlamentare in un Parlamento futuro che fosse eletto con la proporzionale.

Noi abbiamo avuto — e del resto basta pensare a quello che avviene in altri paesi — la preoccupazione che due ali, l'una pure in forte contrasto con l'altra, potessero unirsi nella negazione, nel dire di no, nel rendere impossibile un governo, o nel rendergli difficile la vita; che si creasse così anche in Italia una situazione che spesso si manifesta altrove: la paralisi del regime parlamentare. Per questo siamo ricorsi a questa legge. (Applausi a sinistra, al centro e a destra ).
Ed abbiamo detto: dinanzi al pericolo del congiungimento delle due ali, bisogna rafforzare il centro democratico.
Questa è la ragione, perché, altrimenti, la decadenza parlamentare, la paralisi parlamentare avrebbe aperto la strada alle avventure e alle reazioni, reazione di qua o reazione di là, in tutti i casi una reazione mortale per tutta l'Italia. Perciò abbiamo detto che bisogna rafforzare il centro. Ma lo abbiamo fatto rispettando il principio di maggioranza, della maggioranza nazionale. Ci siamo imposti dei limiti, siamo rimasti lontani ancora dalla maggioranza qualificata per una revisione costituzionale. Ce li siamo imposti perché non vogliamo far nascere inutili preoccupazioni. Ma bisognava concentrare e radunare tutte le forze democratiche, senza riserva. Dico che bisognava radunarle: e badate che già all'atto stesso della presentazione di questa legge ho detto chiaro che noi non vogliamo creare cristallizzazioni: oggi, i quattro partiti che si possono chiamare democratici senza riserve sono quelli che vi ho nominato: domani ce ne potranno essere degli altri, verso sinistra o verso destra (Commenti all'estrema sinistra); sono pronto ad accettarli. Abbiamo messo per condizione soltanto di avere la massima cautela e preoccupazione, perché dovremo essere tutti d'accordo per qualsiasi ulteriore allargamento, perché tranquillo deve essere il nostro senso democratico e bandita ogni preoccupazione in questo senso.
E vero che avremmo potuto ricorrere al collegio uninominale. Io personalmente, vi confesso, avrei delle preferenze per il collegio uninominale; preferenze suggeritemi da recenti esperienze della vita e forse anche dovute al fatto che, essendo il collegio uninominale remoto, i difetti del sistema non si vedono: si vedono, invece, i difetti del sistema attuale; sono abbastanza ragionevole per comprendere che possa avvenire questo fenomeno. Comunque, avremmo potuto ricorrere al collegio uninominale. E allora avrei visto con curiosità entrare in lotta l'onorevole Nenni e tutti coloro che ricordano il lungo periodo glorioso del collegio uninominale, che ha permesso alla borghesia italiana prima e ai partiti proletari poi di conquistare dei seggi e crearsi a mano a mano una forza politica: li avrei visti pescare gli stessi argomenti per le polemiche anche contro questa proposta. Ma il collegio uninominale avrebbe supposto un riassestamento dei partiti, ciò che è difficile in questo momento.
E allora, invece del maggioritario puro, che per tanti anni, da un secolo, ha potuto agire in Italia e da tanti anni agisce in altri paesi, invece del sistema maggioritario puro, che con il collegio uninominale porta non già al dimezzamento degli elettori — come voi avete dato ad intendere ai vostri « agit-prop » — ma all'annullamento della metà meno uno di fronte alla metà più uno (eppure ciascuno ha l'uguaglianza del diritto), invece di ricorrere a questo sistema maggioritario puro, noi abbiamo introdotto una maggioranza ridotta in favore dello schieramento che nella nazione avrà raggiunto la maggioranza assoluta dei voti. È, forse, questa, una legge così mostruosa, così assurda da giustificare la vostra retorica o il vostro ostruzionismo ?Abbiamo fatto questo tentativo aperto ed onesto di conciliare il principio di maggioranza con la massima rappresentatività delle minoranze, uno sforzo per chiamare alla collaborazione più partiti e permettere una evoluzione e una reciproca comprensione fra correnti diverse e contrastanti, purché democratiche: impresa di cui io prevedo la difficoltà, perché veniamo da diverse origini, abbiamo mentalità in parte diverse; ma abbiamo una finalità tutti, senza dubbio: il bene del popolo; e sui mezzi potremo sempre discutere.
Abbiamo tutti fede in questa impresa difficile, e sapete perché: perché speriamo nella ragionevolezza, nel buon senso, nelle possibilità evolutive della democrazia e nella forza educativa della libertà. (Applausi asinistra, al centro e a destra ).
Onorevoli colleghi, la fiducia che vi ho chiesto a nome del Governo è un mezzo, uno strumento per riaffermare la vostra fede nell'avvenire del Parlamento e nella vitalità della democrazia. (Vivissimi, prolungati applausi a sinistra, al centro e a destra — I deputati di questi settori si levano in piedi — Rinnovati, vivissimi applausi).

On. Alcide De Gasperi
Camera dei Deputati
Roma, 17 gennaio 1953

 

 

LA SOLITUDINE DELL'ALA DESTRA

13/02/2015

Don Chisciotte disciplinato

e generoso, spuntato compasso

che mima un cerchio, spesso incarnasti

la solitudine dell’ala destra,

collocazione estetica

e ansia del margine.

Angelo Domenghini, «La solitudine dell'ala destra» di Fernando Acitelli, Einaudi 1998

 

Quella che Matteo Renzi si sta giocando è una partita più ambiziosa delle elezioni regionali della primavera prossima: la partita di «una maggioranza blindata fino al 2018», che «intercetta la ripresa» e «non sciupa questa occasione» e, quindi, «vince» anche le prossime elezioni. Perché l'idea del premier è quella di «far uscire il Paese dalla crisi» e di rilanciarlo per aprire «una nuova stagione».  Dunque, «sulle riforme si va avanti come prima, più di prima». Senza tentennamenti, nemmeno verso la sinistra interna. (Renzi: si va avanti, i numeri ci sono Berlusconi ora è in un vicolo cieco).

A modo suo, Stefano Fassina, mercoledì scorso su Libero, riconosce il punto politico:«A mio avviso si è data una rilevanza politica eccessiva all'arrivo di alcuni parlamentari nelle fila del Pd. In realtà è il Partito democratico che in questi mesi si è spostato sulle posizioni di ex montiani come Ichino. Il punto politico per noi è lo spostamento dell'asse programmatico culturale del Pd verso l'agenda Monti. Questa è la questione. Che poi arrivino dei naufraghi questo è un aspetto davvero secondario e non cambia nulla dei termini del nostro dibattito. Il punto fondamentale è appunto lo spostamento del Pd» (Fassina: "Il no al Nazareno non impedisce convergenze con FI e opposizioni").

Infatti, non è un mistero per nessuno che sei dei parlamentari di SC che oggi confluiscono nel Gruppo Pd hanno anticipato le riforme del Governo Renzi quando erano tra i pochi «renziani»; e ora le stanno sostenendo con determinazione molto maggiore di quanto lo faccia la minoranza Pd (leggi la mia intervista sul Messaggero Veneto di sabato e l’articolo di fondo del direttore di domenica: Maran: il Pd è cambiato. Ora posso tornare a casa; «MARAN IL RENZIANO E I ROSICONI DEL PD»).

Infatti, l’appello rivoltoci dal Segretario del Pd ha un significato niente affatto ovvio: nel Pd le idee liberal-democratiche che costituiscono il patrimonio di Scelta Civica hanno pieno diritto di cittadinanza. Anzi, «su molte di quelle idee – dice Renzi – vi riconosciamo di aver lavorato bene e siamo pronti a un percorso e a un approdo comune» (leggi l’articolo di Pietro Ichino apparso su QdR Magazine: Da Sc al Pd: quattro ragioni a favore e una contro).

E per l’appunto il nostro sistema politico sta finalmente evolvendo verso un bipolarismo moderno caratterizzato dalla competizione diretta tra i due partiti maggiori, giocata sulla conquista del «centro». Una cosa completamente diversa dal bipolarismo del 2013 (Bersani-Vendola contro Berlusconi-Maroni) tutto giocato sulla conquista dei voti sulle ali. Una battaglia politica che combatto da una vita (come testimonia la messe infinita di interventi, libri, pubblicazioni, articoli disponibile sul mio sito) e che spiegava in modo limpido, nel 2009, Chiara Geloni, allora vice direttore di Europa, nella sua introduzione al libretto che raccoglie gli articoli che ho pubblicato sul quotidiano diretto da Stefano Menichini (che ha sospeso le pubblicazioni nel 2014), dal 2007 fino a tutto il 2009: «Trovo che ciò che è interessante, nel modo di ragionare di Maran e nei suoi articoli, è come cerca di risolvere, considerandola fondamentale, la questione dell’identità del partito nuovo. La sua idea di vocazione maggioritaria non ha niente da spartire con certe liquidatorie leggerezze post identitarie; la sua esigenza di innovazione, nei contenuti e nella classe dirigente, non è lontanamente parente dei nuovismi radicaleggianti alla moda. Tutto quello che Maran pensa e scrive è figlio di una lettura approfondita, e spesso della conoscenza diretta, delle esperienze in corso negli altri paesi, soprattutto europei. Di come le “vecchie” socialdemocrazie hanno saputo conquistare il “centro”, in senso non geometrico o politologico, ma nel senso pienamente politico di saper essere centrali nella società. Per questo Maran ha creduto nella piattaforma del Lingotto e nella nuova stagione veltroniana, ha vissuto la delusione per il suo spegnersi ed è preoccupato per il nuovo corso del Pd in cui teme che possa prevalere la sfiducia nella capacità espansiva del partito nuovo, portato a delegare agli alleati quello che invece dovrebbe puntare esso stesso a rappresentare» ( La mia Europa, 2009).

Se si fosse concesso il tempo di riflettere, perfino Giorgio Brandolin avrebbe potuto cogliere il punto politico e riconoscere la nostra coerenza. Ma, si sa, ognuno si porta dietro le proprie ossessioni. Del resto, un terzino ( anzi, un «terzinaccio», come egli stesso ama definirsi)  non è un costruttore di gioco. Con il continuo evolversi delle tattiche, la figura del mastino ringhiante si è un poco ingentilita, ma «alzare la testa», non è affar suo. «Importante è ricordare - come scriveva Gianni Brera - che, senza degni centrocampisti, né in difesa né in attacco è possibile fare calcio».  E in ogni altra branca della vita, senza alzare lo sguardo, senza visione di gioco, non è possibile fare granché.

L’APPELLO DI RENZI A SC E LA NOSTRA RISPOSTA

06/02/2015

Noi siamo orgogliosi di avere anticipato, molti di noi prima con le nostre battaglie nel Pd, poi con il programma elettorale di Sc e con i progetti che ne sono seguiti, la parte più innovativa del programma di riforme del Governo Renzi: in particolare sul terreno delle riforme del lavoro, delle amministrazioni pubbliche, del sistema elettorale e del Parlamento, della politica industriale. Siamo ancor più orgogliosi di avere dato direttamente un ben visibile contributo decisivo, sul piano progettuale e su quello operativo, alla prima fase di attuazione di queste riforme. Ma siamo consapevoli che nessuno di questi importanti passi avanti sulla via delle riforme necessarie per lintegrazione dell’Italia in Europa sarebbe stata possibile se non nel quadro dell’iniziativa politica promossa e guidata da Matteo Renzi, che ha profondamente modificato la configurazione dell’area di centrosinistra e al tempo stesso dell’intero sistema politico nazionale. La nostra agenda è stata fatta propria dal PD (anche da quella parte che nel passato aveva marginalizzato alcuni di noi) e dall'azione del governo Renzi. È dunque venuta meno la ragion d'essere di Sc. A noi resta il compito di concorrere, per la durata della legislatura, allo sforzo per determinare i cambiamenti di cui il Paese ha bisogno. Di seguito riporto l’appello di Renzi col quale il Segretario del PD invita i gruppi di SC a “individuare un cammino comune e un approdo comune con il PD” per continuare insieme la comune battaglia e la nostra risposta.

L’APPELLO DI MATTEO RENZI A SC

IL SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO INVITA I PARLAMENTARI DI SCELTA CIVICA A UNIRSI A PROSEGUIRE COL PD LA BATTAGLIA PER LA RIFORMA EUROPEA DELL’ITALIA

(ANSA) – ROMA, 5 FEB – “Ho molto apprezzato il contributo leale arrivato dai senatori di Sc sia sul cammino delle riforme istituzionali ed economiche sia in occasione della elezione del capo dello Stato”. Lo afferma il segretario del Pd Matteo Renzi. “La condivisione può individuare un approdo comune e un comune cammino per il cambiamento dell’Italia”. “Il contributo leale” dei senatori di Scelta civica sulle riforme e sul Quirinale, è avvenuto “nel segno di una condivisione che può andare oltre queste importanti circostanze e individuare un approdo comune e un comune cammino per il cambiamento dell’Italia, nel segno di quelle riforme che sono nel dna del Pd e di Scelta civica”, afferma Matteo Renzi in una dichiarazione rilasciata nella sua veste di segretario del Partito democratico.

LA NOSTRA RISPOSTA ALL'APPELLO DI RENZI

IL GRUPPO DEI SENATORI E ALCUNI DEPUTATI DI SCELTA CIVICA SPIEGANO PERCHÉ ACCOLGONO L’INVITO DEL SEGRETARIO DEL PD A PROSEGUIRE LA LORO BATTAGLIA INSIEME AL PD E NEI SUOI GRUPPI PARLAMENTARI

Abbiamo molto apprezzato il riconoscimento che il Presidente del Consiglio ha voluto dare all’impegno che i parlamentari di Scelta Civica hanno profuso, in particolare negli ultimi mesi, per progettare e condurre in porto riforme che il Paese attendeva da anni e che soprattutto grazie alla leadership e alla premiership dello stesso Matteo Renzi hanno avuto il sostegno del PD: dal jobs act alla riforma costituzionale e a quella elettorale, dalla riforma della pubblica amministrazione alle nuove politiche di bilancio, dalla politica della giustizia a quella della scuola. E abbiamo anche  apprezzato l’invito di Renzi a un cammino e alla ricerca di un approdo comune  che sia utile al cambiamento dell’Italia, obiettivo per il quale è urgente accelerare l’ attuazione dell’agenda riformista.

Questo invito cade nel momento in cui molti di noi hanno definitivamente convenuto sulla crisi del movimento di Scelta Civica, nato nel dicembre 2012 per iniziativa di Mario Monti in funzione delle riforme indispensabili per rimettere in moto il Paese, per ridare speranza ai cittadini e alle imprese, per ridare dignità e qualità alle istituzioni e alle amministrazioni pubbliche. Mentre per un verso la rinuncia di Mario Monti all’impegno politico in prima linea e l’abbandono del movimento da lui creato ne ha reso inevitabile il rapido esaurimento, per altro verso l’agenda di ispirazione liberaldemocratica sulla cui base persone e movimenti erano confluiti in questo progetto politico è stata in gran parte fatta propria dal programma e dall’azione del Governo Renzi. Da questo processo è derivato l’allargamento della base sociale ed elettorale del PD di oggi, il quale parla a settori della società che il PD postcomunista di ieri non era in grado di aggregare. Il PD renziano ha assorbito il centro della società prima ancora che quello politico . Ha assorbito la base sociale ed elettorale di Scelta Civica che, infatti, alle elezioni europee nel maggio scorso ha scelto in massa le liste di questo nuovo PD.

È così venuta meno la ragion d’essere originaria di Scelta Civica, che rischia di ridursi a un piccolo partito dedicato, come sempre è avvenuto nella recente storia italiana, più ad esercitare il proprio potere di coalizione e di interdizione che a spingere per l’attuazione di una propria agenda. Capace di coltivare una propria identità politico-culturale ma non di produrre risultati rilevanti al servizio del Paese.

Per questo accogliamo l’invito rivoltoci da Matteo Renzi a un percorso e a un approdo comuni e riteniamo che si debba andare nella direzione che i nostri elettori ci hanno già indicato. Per questo decidiamo di aderire ai Gruppi del Partito Democratico di Senato e Camera, alcuni di noi anche al Partito stesso. Ci muove la convinzione – particolarmente sentita da quelli di noi che in altra stagione con sofferenza hanno lasciato il PD – che ora è finalmente possibile voltar pagina rispetto ai partiti, alle ideologie e alla storia politica del secolo scorso. Oggi ci ripromettiamo di portare nei gruppi parlamentari del nuovo PD i nostri valori liberaldemocratici, le nostre idee, i nostri progetti, le nostre competenze e il nostro spirito di servizio, con l’obiettivo di concorrere al lavoro entusiasmante che attende il Parlamento nei prossimi anni: quella riforma europea dell’Italia che sola può dare speranza nel futuro a noi e ai nostri figli.

Ilaria Borletti
Carlo Calenda
Stefania Giannini
Pietro Ichino
Linda Lanzillotta
Alessandro Maran
Gianluca Susta
Irene Tinagli

 

L'ELEZIONE DI SERGIO MATTARELLA

01/02/2015

Sergio Mattarella è stato eletto Presidente della Repubblica con 665 voti, nella quarta votazione che ha avuto luogo sabato 31 gennaio. Il Parlamento in seduta comune è convocato per martedì 3 febbraio alle ore 10 per il giuramento e il messaggio del Presidente della Repubblica.

Secondo Giovanni Orsina, che insegna alla LUISS di Roma, «Renzi ha compiuto un capolavoro, dando prova ancora una volta d’avere un talento politico eccezionale, quale in Italia non si vedeva dai tempi di Craxi. È vero che Sergio Mattarella non era la sua prima scelta – avrebbe preferito qualcuno di molto più vicino a lui, e da lui più controllabile. Ma la sua intelligenza politica è consistita proprio nell’aver capito che la sua prima scelta non sarebbe mai passata, e nel ripiegare subito su quella fra le opzioni possibili che gli era meno sgradita. Così facendo, può intestarsi oggi una vittoria rotonda (…) La sinistra democratica festeggia l’elezione di Mattarella come un proprio successo. Nell’immediato, non c’è dubbio che lo sia. Pregusta poi un mutamento di linea – lo suggeriva ieri Bersani in un’intervista – per il quale Renzi romperebbe infine il patto del Nazareno per ricollocarsi saldamente e definitivamente a sinistra. E questa invece, sbaglierò, mi sembra una pia illusione. Rinforzato da questo successo, ancor di più che nel passato il presidente del Consiglio proporrà se stesso come misura di tutte le cose, appoggiandosi ora da una parte ora dall’altra a seconda della propria personale convenienza politica. Se oggi è il tempo del #silviostaisereno, insomma, possiamo esser sicuri che ben presto tornerà il momento del #pierluigistaisereno» (   Le illusioni degli avversari del premier , La Stampa).

Sulla stessa lunghezza d’onda, il nuovo direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa: «Ci dicono, inoltre, che la forza di Renzi, e vale in tutti i campi, Quirinale, riforme, legge elettorale, rapporto con i sindacati, con i magistrati, con Confindustria, con i corpi intermedi, è anche quella di saper dividere per comandare, di sapere separare per contare, di saper destrutturare per eliminare i poteri di veto per tenere alla fine sempre il pallone tra le proprie braccia». Cerasa si sofferma tuttavia sul vero nodo politico: « il punto politico forse più interessante da analizzare, due giorni dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato, è capire non cosa succederà al patto del Nazareno ma è andare a sbirciare il carattere del primo presidente eletto nell’era del cinismo renziano. Può piacere o non piacere ma Mattarella, pur essendo il padre del Mattarellum, è il perfetto figlio dell’Italicum, e il carattere necessario del nuovo presidente della repubblica, che lo rende fit nel nuovo contesto politico della terza repubblica, è il principio del non interventismo, del voler e dover riportare il ruolo del capo dello Stato a una visione non estensiva dei limiti posti dalla Costituzione (come da parole dello stesso Mattarella, ripescate sabato da Guido Gentili sul Sole 24 Ore), dell’essere un presidente non straordinario, più ordinario, più tedesco, e più notaio, se vogliamo. Al di là delle questioni politiche, tattiche, correntizie, parlamentari, la scelta del nuovo presidente della Repubblica è nata all’interno di una dialettica tra due filosofie contrapposte: tra chi chiedeva di avere uno straordinario garante attivo simile a Napolitano, capace dunque di poter muoversi in modo non ordinario nell’attesa della riforma costituzionale, della fine del bicameralismo, dell’elezione diretta del presidente del Consiglio, e tra chi invece chiedeva di stabilire già oggi quello che ci sarà domani, formalizzando da subito il nuovo equilibrio dei poteri. Con un ragionamento elementare: il consenso istituzionale (palazzo Chigi) deve contare sempre più del contesto istituzionale (Quirinale)» (Il carattere di un presidente nell’era della falce e Mattarella).

Segnalo, passando ad altri argomenti, un articolo pubblicato da Foreign Affairs: Leaving the West Behind. Secondo l’autore,  Hans Kundnani (Research Director al European Council on Foreign Relations), in Germania si va indebolendo un assioma della politica estera fin dal dopoguerra, il legame con l’Occidente («Westbindung»). Detto altrimenti,  la Germania guarda ad est e si lascia alle spalle l’Occidente. Berlino non ha più bisogno della protezione americana contro l’Unione sovietica e la sua economia si allontana dagli Stati Uniti e gravita verso la Russia e la Cina e dipende sempre più dalle sorti del Pacifico. Forse è il caso di prestargli attenzione. DOWNLOAD AUDIO VERSION.

Richiamo, infine, l’attenzione sull’editoriale di Pietro Ichino: IN GRECIA DESTRA E SINISTRA ESTREME UNITE CONTRO LA STRATEGIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA. Si tratta di una conferma della mutazione che si sta verificando nei sistemi politici dei Paesi mediterranei dell’eurozona.

IL GIORNO DELLA MARMOTTA

24/01/2015

 

Napoleone a Marengo? La Banca centrale europea ha finalmente annunciato un aggressivo programma di acquisto di titoli pubblici da oltre 1.000 miliardi di euro che durerà almeno per 18 mesi con il duplice obiettivo di spronare la stagnante economia dell’Eurozona a crescere e di risollevare l’inflazione ormai vicina allo zero (Zampata coraggiosa della Bce). «La vittoria del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, con il lancio del Quantitative easing per 60 miliardi al mese per 18 mesi – ha scritto ieri Francesco Forte sul Foglio - è una vittoria storica come quella di Napoleone a Marengo nel 1800 vicino ad Alessandria contro l’esercito dell’impero austriaco». E anche se la battaglia non è finita, «oggi si può dire che con il varo del Quantitative easing avanza a livello europeo il modello di Mario Draghi – che si può definire di cooperazione monetaria e giuridica – a dispetto dei fautori della disgregazione o della dominazione tout court». Più cauto il New York Times che raccoglie I commenti di Mohamed A. El-Erian e di Gary D. Cohn: «“The E.C.B. will succeed in weakening the euro and maintaining generally low interest rates,” said Mohamed A. El-Erian, the chief economic adviser at the financial services company Allianz. “But this is insufficient to deliver a growth breakthrough,” he added, and “comes with the risk of collateral damage and unintended consequences.” (…) “I am not sure this is a game changer,” Gary D. Cohn, the president of Goldman Sachs, said at the World Economic Forum in Davos, Switzerland. “Monetary policy in itself is one ingredient, not the ultimate solution.” (Stimulus for Eurozone, but It May Be Too Little or Too Late). Resta il fatto che, come ha commentato il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan in un incontro con la stampa a margine del World Economic Forum, «le misure prese dalla Bce sono molto importanti vanno nella giusta direzione. E' importante l'ammontare e la procedura». La decisione della Bce, ha rimarcato Padoan, «avrà una ricaduta positiva sulla crescita economica, perché allontana i rischi di deflazione e permetterà una dinamica dei redditi nominali. Sarà un 'boost' per la crescita (…) Attualmente il quadro economico per l'Italia è migliorato, nel senso che c'è una decisa azione di politica monetaria, il tasso di cambio dell'euro che si continua a deprezzare e il prezzo del petrolio che si è dimezzato. E' una spinta importante per l'economia. L'implicazione che io traggo per il governo italiano è che questa finestra macroeconomica va sfruttata al meglio, accelerando le riforme e continuando il processo di aggiustamento dei conti pubblici, che porterà a una caduta del debito a partire dal 2016». Ovviamente, Mario Draghi sa bene che non basterà il rivolo di denaro dalla Banca centrale per riportare l’economia europea sui giusti binari e che le autorità politiche europee si devono dare, anche loro, una mossa. «Quel che può fare la politica monetaria è creare le basi per la crescita», ha detto in una conferenza stampa a Francoforte. «Ma - ha aggiunto – per riprendere a crescere, servono investimenti. Per investire, serve fiducia. E per la fiducia, servono riforme strutturali». Ora tocca ai governi implementare queste riforme strutturali». Adesso, come ripete il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, per l’Italia si è aperta una «finestra straordinaria». Anche Merkel benedice il Jobs Act (Merkel promuove il Jobs Act di Renzi: «Gli Imprenditori tedeschi mi dicono che ora si può investire in Italia») ed è tempo di spingere, grazie anche all’espansione monetaria, su privatizzazioni e Pubblica amministrazione. Le riforme sono infatti da tempo in calendario. Ed è ora davvero di «mettere il turbo» (Ecco l’agenda di Renzi per sfruttare al meglio il bazooka di Draghi;  Draghi: «Ora serve vera unione Raddoppiare sforzi per riforme»).

Il Giorno della Marmotta. Prosegue lunedì 26 gennaio, alle ore 15, l'esame in Assemblea del ddl n. 1385 e connesso, recante disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati. La discussione andrà avanti anche martedì 27 alle 9,30, come previsto dal calendario dei lavori. Per entrambe le sedute non è previsto orario di chiusura. La discussione è in corso dal 7 gennaio. Identica, ogni giorno. Ed anche dopo l’approvazione, dopo un «ampio dibattito», del «famigerato» emendamento 01.103, del sen. Esposito (PD) che ha precluso circa 35.700 proposte emendative delle 47.000 presentate, di emendamenti ne restano 12.000. Vi ricordate il Giorno della Marmotta? Ricomincio da capo (Groundhog Day) è una commedia del 1993 diretta da Harold Ramis ed interpretato da Bill Murray e Andie MacDowell. Nel film, il protagonista, un meteorologo inviato come reporter al Giorno della Marmotta, si trova intrappolato in un loop temporale che lo costringe a rivivere continuamente la stessa giornata: ogni mattina, alle sei in punto, viene svegliato dalla radio che trasmette sempre lo stesso brano musicale (I Got You Babe di Sonny & Cher), e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo della precedente. Gli eventi si ripetono esattamente uguali ogni giorno. Ecco, la discussione sulla legge elettorale è intrappolata, allo stesso modo, in una specie circolo temporale e si ripete, in aula, esattamente uguale ogni giorno. A ben guardare però, è così dai referendum del ‘91 e del ’93. Il 18 aprile 1993, 11 milioni e 662 elettori (su 14 milioni e 573, quindi l’83,30 per cento) votarono a favore del referendum per abrogare significative parti della legge elettorale del Senato, e consentire così che potesse trasformarsi, grazie alla normativa di risulta, da una legge proporzionale a una legge in grado di introdurre un sistema elettorale a prevalenza maggioritario. In quel giorno gli italiani hanno deciso che la governabilità doveva prevalere rispetto alla rappresentatività e, soprattutto, che il loro voto doveva «contare di più», perché oltre a quello sulla rappresentanza parlamentare ci doveva essere quello a favore dell’investitura del governo, come da tempo avviene nelle grandi democrazie occidentali. Quella domenica di primavera di 22 anni fa è stata e rimane un evento straordinario. Come partecipazione, come esito e come fatto giuridico. Certo, quel voto referendario non poteva scegliere un preciso sistema elettorale, ma indicava chiaramente una filosofia del voto che consegnava agli elettori la libertà di scegliere una maggioranza e un governo. Ma da allora la transizione è incompiuta. Perché una parte del sistema politico non ha mai accettato il sistema bipolare e nella migliore delle ipotesi ha cercato di piegare la situazione alle vecchie logiche proporzionaliste. Ci sono tanti sistemi elettorali nel mondo; anzi, ogni Paese ha il suo. Si pensi alla Francia del doppio turno, alla Gran Bretagna dell’uninominale, alla Germania della clausola di sbarramento, alla Spagna dei collegi provinciali ristretti. Anche l’Italia ha senz’altro diritto ad avere un suo sistema elettorale, e non mancano le soluzioni. L’importante è che sia un sistema elettorale finalizzato a favorire il formarsi di una maggioranza e un governo, scelto e legittimato attraverso il voto degli elettori. E siamo sempre li. Costretti a rivivere continuamente la stessa giornata (rinvio all’intervento che ho svolto nella Seduta del 08/01/2015 e all’interessante intervento di Giorgio Tonini).

 

NOUS SOMMES TOUS CHARLIE

14/01/2015

 

L'esecuzione a Parigi dei giornalisti di Charlie Hebdo e dei poliziotti in servizio per proteggerli è soltanto l'ultimo dei colpi sferrati da un'ideologia che cerca da decenni di ottenere il potere attraverso il terrore. È la stessa ideologia che ha costretto a nascondersi per un decennio Salman Rushdie (condannato a morte per aver scritto un romanzo), che ha poi ucciso il suo traduttore giapponese e che ha cercato di uccidere quello italiano. È la stessa ideologia che ha ucciso 3.000 persone negli Stati Uniti l'11 settembre del 2001 e che ha massacrato Theo Van Gogh nelle strade di Amsterdam nel 2004 per aver fatto un film. È la stessa ideologia che ha dispensato stupri di massa e massacri alle città e ai deserti della Siria e dell'Iraq; che ha massacrato 132 bambini e 13 adulti in una scuola a Peshawar il mese scorso e che regolarmente uccide così tanti nigeriani che ormai nessuno vi presta più attenzione. 

Noi, forse più di altri, sappiamo con che cosa abbiamo a che fare. Tra il 1969 e il 1985, il terrorismo di estrema destra ed estrema sinistra ha prodotto in Italia 428 morti e centinaia di feriti. Si tratta della cifra più rilevante in Europa occidentale. Le Brigate rosse sono poi tornate ad uccidere nel 1988, nel 1999, nel 2000 e nel 2003. Sotto i loro colpi sono caduti Roberto Ruffilli, Massimo D'Antona, Marco Biagi e Emanuele Petri. Il terrorismo di sinistra è un fenomeno che si è manifestato in molti paesi, ma soltanto in Italia è stato così longevo e radicato. Le Brigate rosse hanno goduto di consensi e hanno avuto numerosi ammiratori anche negli ambienti colti. Non mi riferisco soltanto ai «cattivi maestri», ma a decine di cittadini anonimi: studenti, professori di ogni ordine e grado, impiegati, casalinghe, disoccupati e pensionati, uomini politici. In tutte le categorie sociali è possibile, almeno una volta, imbattersi in un interlocutore che, riferendosi alle Brigate rosse, abbia detto: «Si va bene, però». Questa formula iniziale è la premessa a frasi e ragionamenti che non mutano nel tempo: «Uccidere è sbagliato però bisogna calarsi in un contesto particolare»; «mi dispiace per le famiglie delle vittime però D'Antona e Biagi hanno massacrato migliaia di lavoratori con le loro riforme del mercato del lavoro»; «i brigatisti uccidono, però non bisogna dimenticare che in Parlamento siedono un sacco di farabutti». In Italia esistono le Brigate rosse e le «Brigate rosse però». E le «Brigate rosse però» aiutano a comprendere il successo e la longevità del terrorismo rosso nel nostro Paese. 

Le Brigate rosse sono state e sono, innanzitutto, un fenomeno ideologico, e anche oggi l'ideologia, una scismatica ideologia di morte, è l'elemento determinante che motiva il terrorismo jihadista. Un giovane estremista può uccidere soltanto dopo aver imparato che uccidere è lecito e doveroso, attraverso quella che Alessandro Orsini - docente di Sociologia politica alla LUISS e autore di una tesi sulla «mentalità religiosa presente nel terrorismo moderno» e di «Anatomia delle Brigate rosse», un interessante saggio che Foreign Affairs ha classificato tra i libri più importanti del 2011 - ha definito una «pedagogia dell'intolleranza». Secondo Orsini, i brigatisti «si ritenevano detentori di una conoscenza superiore destinata a pochi eletti: un manipolo di giusti, possessori della verità ultima sul significato della storia», nella «tradizione dello gnosticismo rivoluzionario, di cui possiedono tutte le caratteristiche: l’ossessione per la purezza personale; un catastrofismo radicale, secondo cui il mondo sarebbe immerso nel dolore e nella sofferenza; di conseguenza la concezione salvifica della rivoluzione come un’apocalisse che squarcia le tenebre e instaura una “società perfetta”; l’identificazione del nemico come il maligno, un mostro responsabile dell’infelicità umana e dunque da sterminare; infine la mentalità “a codice binario” che riduce tutti gli aspetti della realtà alla contrapposizione tra forze del Bene e forze del Male» (Anatomia delle Brigate Rosse - Orsini Alessandro ...).

Ovviamente, si tratta di un fenomeno che non agisce nel vuoto. La nascita delle Brigate rosse avviene in un'epoca della storia italiana in cui i processi di modernizzazione del Paese sono tanto bruschi da cambiarne il volto nel giro di pochi anni, costringendo gli individui a una rapida «conversione culturale». Esiste una tensione tra la rapidità con cui muta la società e la lentezza con cui ci si adatta, che fa sì che si crei, in alcuni settori sociali, una disponibilità ad accettare soluzioni radicali contro l'ordine esistente. Lo stesso accade oggi nel mondo islamico. E ovviamente tutte quelle che comunemente vengono definite le «cause» del terrorismo (questione nazionale, reazione al sottosviluppo, lotta antimperialista, conflitti etnici e perfino frustrazioni sociali e individuali, ecc.) agiscono come substrato. Inoltre, l'esperienza delle Brigate rosse non piove dal cielo o non spunta dal nulla ma si inserisce in una tradizione rivoluzionaria ben specifica: tutte le categorie interpretative di cui si avvalsero le Brigate rosse sono ricavate, in blocco, dalle opere di Marx e Lenin. Come avviene oggi nel mondo islamico in relazione a quello che il generale ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, presidente dell'Egitto, ha definito «un coacervo di testi e di idee che noi abbiamo sacralizzato nel corso degli ultimi anni».  

Ma dalla nostra esperienza abbiamo appreso, appunto, che a decidere furono l'impegno e lo sforzo dei partiti e delle istituzioni e, soprattutto, le reazioni della società italiana, che continuò a vivere, agire e operare senza entrare nella sindrome da stato di emergenza e che mostrò una eccezionale capacità di tenuta. Furono queste reazioni che riuscirono a battere il terrorismo attraverso il rafforzamento del «consenso istituzionale» verso lo Stato. E un contributo di enorme importanza lo diede, appunto, il PCI che con la sua incondizionata presa di posizione a favore dello Stato repubblicano e delle sue istituzioni, riuscì a convogliare allora vasti settori di quelle che venivano chiamate le «masse lavoratrici» sui binari di un sostegno al sistema. Fu, infatti, Guido Rossa - che aveva denunciato un terrorista che distribuiva volantini all'Italsider - la prima vittima della campagna di terrore contro quella che le BR bollavano come «l'ala riformista dello schieramento politico». 

Oggi siamo allo stesso punto. E oggi tocca all'Islam che vuole vivere e convivere in Europa, manifestare un'esplicita, appassionata e sincera denuncia non solo delle violenze, ma dell'intolleranza e del disprezzo della libertà altrui; esprimere un esplicito e proclamato ostracismo civile e religioso contro il fanatismo che arma le milizie e lupi solitari. Per questo è importante che il generale al-Sīsī abbia fatto un appello all'Università del Cairo per una «rivoluzione religiosa», definendo «inconcepibile» il fatto che l'Islam sia diventato «fonte di ansia, di pericolo, di morte e distruzione per il resto del mondo». «Non mi riferisco alla "religione" - ha detto al-Sīsī - bensì alla "ideologia" - il corpo di testi e di idee che abbiamo santificato nel corpo di secoli (...) Abbiamo raggiunto il punto in cui questa ideologia è ostile al mondo intero». «Voi imam», ha affermato al-Sīsī, «siete responsabili di fronte ad Allah per questa rivoluzione. Il mondo intero sta aspettando il vostro prossimo passo poiché l’umma islamica viene lacerata, viene distrutta e va perduta, per opera delle nostre stesse mani» (La «Rivoluzione religiosa» di al-Sisi | Mondo | www.avvenire.it). Per questo è importante che i milioni di islamici che da Parigi, da Roma, da Londra o da Berlino, hanno assistito con raccapriccio e sgomento all'attentato di mercoledì scorso partecipino alla lotta culturale e politica attiva contro quella violenza che, in nome dell'Islam, punta al cuore dei valori scolpiti nella carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

LEGGE ELETTORALE: LA VERA POSTA IN GIOCO È LA PREMIERSHIP

09/01/2015

Riporto, di seguito, l’intervento che ho svolto in Senato, nella discussione generale svoltasi mercoledì scorso:

Discussione dei disegni di legge nn. 1385e 1449 - Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati. Resoconto stenografico della seduta n. 370 del 08/01/2015

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Maran. Ne ha facoltà.

MARAN (SCpI). Signor Presidente, colleghi, in molti nel corso della discussione e anche alcuni costituzionalisti nel corso delle audizioni in Commissione, si sono esercitati in ricostruzioni storiche e hanno indicato preferenze politiche ovviamente opinabili. Trovo, ad esempio, discutibile ritenere che, come è stato detto da uno degli auditi, l'adattamento del nostro sistema produttivo ai mutamenti strutturali del mercato, il passaggio dalla produzione dei beni all'economia dei servizi, alla società dell'informazione, debba avvenire preferibilmente con un sistema elettorale proporzionale. Si tratta di una preferenza contestabile, che tuttavia, come la tendenza a invocare o minacciare sempre nuove ragioni di potenziale incostituzionalità, ha una premessa, un punto di partenza, un sottointeso. Il presupposto è che il premio è il male e la rappresentanza fotografica è il bene perché democrazia è uguale proporzionale. Più il proporzionale è puro, più la democrazia è ideale; anzi, la democrazia è possibile solo con il sistema proporzionale. Torno perciò, a più di 25 anni di distanza dal crollo del muro di Berlino e dal collasso del vecchio sistema politico, su un nodo irrisolto. Oggi il bipolarismo, il maggioritario, la personalizzazione, l'elezione diretta, tutti indistintamente accomunati sotto l'etichetta del populismo, sono diventati nella narrazione che ha preso piede il segno della fine della democrazia, dell'abdicazione della politica e di altre terribili catastrofi, ma dal crollo della prima Repubblica consentire ai cittadini di scegliere con un voto un leader e una maggioranza è stata la fonte principale di forza e di legittimazione di tutta la strategia riformista sul tema della forma di Governo delle leggi elettorali. Sono passati 22 anni da quando i cittadini hanno risposto inequivocabilmente alla domanda alla base del referendum del 1993: sono i partiti o i cittadini a scegliere il Governo? E questo risponde ai partiti o ai cittadini? È dal 1993 che ci siamo abituati ad eleggere direttamente i sindaci, i Presidenti di Provincia e di Regione; per tacere del fatto che pochi mesi fa alle elezioni europee abbiamo simulato l'elezione diretta del Presidente della Commissione europea indicando per ogni partito un candidato alla poltrona di Presidente.

Il guaio è che, da allora, la competizione bipolare è stata costantemente ipotecata dalla persistenza del precedente sistema istituzionale e da una struttura incoerente e frammentata delle due principali coalizioni. Da allora, però, la nostra Repubblica non è più quella di prima, è già cambiata, ed oggi risulta incompiuta, a metà, ed il nodo irrisolto non riguarda tanto la legge elettorale, quanto la forma di Governo, cioè la qualità della forma di Stato. È da un pezzo che la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco, al punto che si è fatto dell'investitura popolare diretta - o come se lo fosse - il perno attorno al quale ruota il sistema, senza peraltro introdurre alcun serio contrappeso.

Va da sé che, con questo rivestimento istituzionale, l'Italia, prima o poi, sbatterà la testa contro il muro, anche perché - come ha spiegato un po' di tempo fa il professor Sartori - «la costruzione di un sistema di premiership sfugge largamente alla presa dell'ingegneria costituzionale». Infatti, spiega Sartori, «le varianti britannica o tedesca di parlamentarismo limitato funzionano come funzionano soltanto per la presenza di condizioni favorevoli». Come abbiamo visto in questi vent'anni, «un passaggio "incrementale", a piccoli passi, dal parlamentarismo puro a quello con premiership rischia di inciampare ad ogni passo»: non per caso, Sartori ritiene che, in questi casi, la strategia preferibile non sia il gradualismo, ma piuttosto una terapia d'urto, perché le probabilità di riuscita sono minori nella direzione del semiparlamentarismo e maggiori se si salta al semipresidenzialismo.

Il guaio è che oggi in molti prendono atto che non è possibile praticare la vecchia forma della partecipazione alla politica, ma continuano a ritenere che quella particolare e specifica forma della partecipazione alla politica e quel particolare sistema politico siano i migliori e dunque cercano di avvicinarsi a quel modello e di salvare più elementi possibile di quell'esperienza. Questo atteggiamento nasce però da una visione statica e conservatrice: il vecchio sistema dei partiti non tornerà più, neppure ripristinando proporzionale e preferenze. La metamorfosi è già avvenuta: nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello e dello Stato. Adesso che l'identificazione e l'appartenenza - all'ideologia, all'utopia ed alla morale del partito - non vi sono più, l'unica strada praticabile è esaltare la possibilità e la responsabilità della scelta, l'esercizio della cittadinanza dello Stato. Il rispetto della competenza decisionale degli individui non è forse l'unica risposta possibile ad una crisi di fiducia ormai incontenibile? Forse dovremmo guardare di più alle tendenze di fondo della società, comuni peraltro a tutti i Paesi avanzati, dalla struttura economica all'eguaglianza di genere, dalla natura della famiglia all'individualizzazione dei valori: in tutte le società industriali avanzate, le condizioni di prosperità economica raggiunte hanno modificato i nostri valori; ora, rispetto alle generazioni del periodo postbellico, l'autoespressione, la qualità della vita e la scelta individuale sono diventate centrali e questa nuova visione del mondo si accompagna ad una de-enfatizzazione di tutte le forme d'autorità.

Insomma, invece di essere diretti dalle élite, tutti si impegnano in attività dirette a sfidarle. Bisognerà farsene una ragione: oggi nessuno partecipa alla politica come in passato, per questo bisogna passare definitivamente da una concezione ed una pratica politica fondate su una dichiarazione ed una scelta di appartenenza a quelle fondate sulla responsabilità della scelta per il Governo del Paese.

Detto questo, ovviamente ognuno ha in testa il suo sistema elettorale, come ciascuno di noi ha in testa la propria formazione della nazionale. Io avrei preferito fare come in Francia: doppio turno di collegio ed elezione diretta del Presidente. Personalmente, nutro una convinta preferenza per il semipresidenzialismo francese, perché le sue regole e le sue istituzioni contribuiscono in maniera molto significativa alla ristrutturazione dei partiti e delle loro modalità di competizione, all'eventuale formazione delle coalizioni di Governo, nonché a dare potere ai cittadini. In Francia, la ristrutturazione dei partiti - basti pensare all'UMP - ha avuto come principale volano la competizione per la Presidenza della Repubblica ed i partiti sono sopravvissuti.

Ricordo che la possibilità di arrivare ad un accordo accettabile tra la primavera e l'estate del 2012 ci sarebbe stata: il PdL aveva offerto al PD un patto istituzionale vantaggioso, ossia una legge elettorale alla francese, in cambio del semipresidenzialismo alla francese; alcuni di noi, anche allora, provarono a dire che il cambiamento si imponeva, poi le cose sono andate come sono andate.

Ora, però, non è che possiamo tornare indietro riaprendo la discussione sul miglior sistema ipotizzabile in astratto per l'Italia: l'Italicum è già passato alla Camera, quindi dobbiamo cercare di andare avanti con quel che c'è, cercando di migliorare il testo, e prima si fa, meglio è, anche perché, con il passare del tempo - dopo più di vent'anni - alcuni problemi si sono aggravati e richiedono soluzioni più forti, mentre allora, a malattia ancora non così incancrenita, sarebbero bastati rimedi ben più modesti. Mi spiego: forse negli anni Ottanta, quando c'erano i vecchi partiti, cioè organizzazioni robuste, sarebbe bastato introdurre una soglia di sbarramento e la fiducia costruttiva, ora non basta più. Non ci sono quelle organizzazioni e la società è cambiata e va detto anche che, per altro verso, alcuni passi in avanti sono stati compiuti, come la stabilizzazione dei sistemi elettorali e delle forme di Governo a tutti i livelli subnazionali (Regioni, Comuni).

Resta il fatto, però, che la transizione è ancora incompiuta, perché è contraddittoria sia sul piano della forma di Governo nazionale, sia su quello del rapporto centro-periferia. Senza contare che mentre il Governo è un protagonista decisivo nel favorire le riforme, perché senza il suo protagonismo i veti finirebbero per prevalere come finora è accaduto, esso deve già agire come se possedesse ora quella forza e quella coerenza che a regime gli saranno dati dalle nuove regole.

Poste queste premesse, riassumo. Lo scopo della riforma costituzionale è il superamento del bicameralismo perfetto, che comporta la perdita del potere fiduciario e del voto paritario sulle leggi da parte del Senato e la responsabilizzazione in esso dei legislatori regionali. Lo scopo della riforma elettorale è duplice: quello di individuare un chiaro vincitore che ci preservi dalle grandi coalizioni permanenti, che sono naturalmente favorite dalla frammentazione e dall'insorgere di vari populismi, e quello di riavvicinare eletti ed elettori rispettando i paletti della sentenza della Corte.

Le audizioni svolte in Commissione sono state utilissime. Ci hanno dato spunti utili per evitare errori, ma non vanno prese per sentenze anticipate, anche perché le opinioni dei costituzionalisti spesso divergono tra di loro ed i paletti dentro ai quali possiamo scegliere restano molto ampi. Dopo la sentenza n. 1 del 2014, l'andazzo è quello di accusare tutto ciò che non si condivide di incostituzionalità. Ma quella sentenza, a ben vedere, ha solo chiesto una soglia minima per il premio e che le liste bloccate non siano lunghe. Si possono ovviamente prospettare altre conseguenze, ma sono ricostruzioni personali, non stanno dentro la sentenza. Basterebbe ricordare che le leggi elettorali per Camera e Senato sono nate divaricate alla Costituente. Rilevo inoltre che con due schede diverse per Camera e Senato, anche con due sistemi identici, persino se i diciottenni votassero anche al Senato, la governabilità non può essere garantita per principio. Gli elettori potrebbero separare i voti, il che finirebbe col travolgere qualsiasi correzione alla proporzionale. Si finirebbe insomma per costituzionalizzare di fatto la proporzionale, scelta che non è stata fatta alla Costituente. Può essere una posizione culturale, ma non è un obbligo per il legislatore, dato peraltro che il referendum del 1993, che ho ricordato, ha compiuto una scelta in senso diametralmente opposto.

In realtà, il premio alla sola Camera non assicura la governabilità ma la incentiva comunque in modo decisivo: il vincente alla Camera sarebbe comunque inaggirabile, sarebbe comunque il perno del Governo. E questo da solo legittima la disproporzionalità. Per questa ragione, ritengo che il Senato possa tranquillamente approvare l'Italicum con il premio alla sola Camera.

I sistemi elettorali, del resto, vanno valutati in relazione agli obiettivi che ci si prefigge. Resto dell'opinione che l'obiettivo di un sistema bipolare sia l'unico in grado di dare vita ad un Governo legittimato dal corpo elettorale, evitando l'ingovernabilità o il ricorso a grandi coalizioni non omogenee. Alla luce di questo obiettivo trovo, nel complesso, positivo il testo approvato alla Camera, che prevede l'assegnazione di un premio di maggioranza fin dal primo turno e l'eventuale ballottaggio a livello nazionale nel caso di mancato conseguimento del premio.

Ci sono, nel testo della Camera, alcuni punti critici che abbiamo peraltro evidenziato nel corso della discussione. Trovo perciò convincente la proposta della relatrice Finocchiaro di prevedere il premio a favore non di una coalizione di liste, ma a favore della lista vincitrice. Sarebbe inoltre preferibile una soglia più alta per il conseguimento del premio e cioè far scattare il secondo turno solo se nessuna forza politica sia riuscita a raggiungere almeno il 40 per cento dei voti, rendendo così meno eventuale il passaggio al secondo turno di ballottaggio. Condivido inoltre la proposta della presidente Finocchiaro di introdurre un'unica e ragionevole soglia di esclusione. Spetta al premio assicurare la governabilità e, perciò, non è necessario escludere la presenza in parlamento di forze minori. Su tutte queste questioni abbiamo presentato emendamenti.

Infine, per quel che riguarda la scelta dei candidati, dico subito che avrei preferito il ritorno ai collegi uninominali. Non mi persuade il ritorno al voto di preferenza. Le preferenze hanno dato cattiva prova, basti vedere le elezioni regionali e i collegi esteri. Oltretutto, il voto di preferenza richiede disponibilità di risorse finanziarie ingenti, produce frantumazione correntizia all'interno dei partiti e accresce il peso degli interessi. Inoltre, dopo l'abolizione del finanziamento pubblico, la restaurazione del voto di preferenza potrebbe rivelarsi perfino criminogena. Non per caso è un sistema abbandonato da tempo in tutti i Paesi avanzati. L'ipotesi del relatore dei capilista bloccati e per il resto il ricorso al voto di preferenza può rappresentare una mediazione utile, sia pure non entusiasmante.

In conclusione, non c'è nella proposta in discussione l'elezione diretta, che richiederebbe una revisione costituzionale, ma con il ballottaggio tra le due coalizioni o fra i due partiti, il leader è destinato ad avere una legittimazione diretta da parte del corpo elettorale e questo è un nodo centrale. Compito dei sistemi elettorali in un sistema parlamentare, infatti, non è solo quello di rappresentare, ma anche quello di esprimere un Governo. La rappresentanza non è fine a se stessa, ma è in funzione della legittimazione a legiferare e a concorrere al Governo. Da qui l'importanza, a nostro modo di vedere, dei sistemi a doppio turno, perché consentono all'elettore di scegliere direttamente chi è legittimato a governare.

Infine, come Gruppo ci siamo espressi in modo contrario in relazione all'introduzione della clausola di salvaguardia per mettere nel frattempo a sistema la normativa derivante dalla sentenza per due ragioni. In primo luogo, per una ragione di natura costituzionale: trovo che ci sia stato un eccesso di zelo, visto che la Corte non ha invitato il Parlamento ad agire. La Corte non ha scritto niente del genere, al di là dei pareri di insigni costituzionalisti. Senza contare che il presupposto della sentenza, la sua legittimità sta nella sua immediata applicabilità. La norma infatti, anche a seguito del giudizio di costituzionalità, è stata ritenuta dalla stessa Corte idonea a garantire il rinnovo degli organi costituzionali. Se poi dovesse servire intervenire per stabilire dove mettere la riga su cui scrivere la preferenza, può farlo il Governo, anche perché l'eventuale decreto non interviene in materia elettorale, non interviene sulla formula elettorale, ma unicamente su elementi meramente tecnici e applicativi, per dirla con le parole usate dalla Corte. In secondo luogo, ci siamo espressi in modo contrario per una ragione politica. Perfezionare la subordinata significa votare con la subordinata. Resto dell'opinione che il ritorno al sistema proporzionale non sia desiderabile; resto dell'opinione che compito dei sistemi elettorali in un sistema parlamentare non sia, come dicevo prima, solo quello di rappresentare, ma anche quello di esprimere un Governo.

Altra questione è quella di mantenere un rapporto con la riforma costituzionale per cui è ragionevole prevedere una data successiva al suo compimento per l'entrata in vigore della legge elettorale, com'è stato rilevato ieri dal Governo, il che si può fare agevolmente con un emendamento. Sarebbe auspicabile che la discussione sulle formule elettorali tornasse a basarsi sul confronto fra ragioni di politica istituzionale e non su una specie di gara a chi la spara più grossa in termini di legittimità costituzionale, perché sta al Parlamento soppesare le istanze che vengono dalla società ed individuare equilibri tra opzioni altrettanto legittime, assumendosene la responsabilità, che è appunto politica. (Applausi dal Gruppo SCpI. Congratulazioni).

 

FELICE ANNO NUOVO!

28/12/2014

Gli antichi romani l’avrebbero chiamato un annus horribilis, un anno costellato di disgrazie. E va detto che quest’anno non ci siamo proprio fatti mancare nulla. Il catalogo delle atrocità abbraccia il mondo intero. Mi vengono in mente: il recente massacro di 148 persone, quasi tutti bambini e adolescenti, perpetrato dai talebani nella Scuola militare di Peshawar; la conquista di un terzo dell’Iraq da parte del cosiddetto Islamic State, caratterizzata da decapitazioni, stupri diffusi, l’uccisione o l’espulsione di decine di migliaia di cristiani, yazidi e sciti, e il ritorno dell’America e dell’Occidente alla guerra; l’annessione della Crimea da parte della Russia e il sovvertimento dell’Ucraina orientale, con l’abbattimento di un aereo che portava circa 300 civili; il collasso degli ultimi negoziati israelo-palestinesi, seguiti da rappresaglie e omicidi e da un’altra guerra a Gaza, con più di 500 bambini uccisi; le molte migliaia di vite distrutte dall’Ebola nell’Africa occidentale; per non parlare delle difficoltà crescenti della politica democratica (il gap tra aspettative e risultati, la fragilità della democrazia, ecc.) nel gestire qualsiasi cosa, dal cambiamento climatico, all’immigrazione, dalle tasse alla disuguaglianza economica. Questo elenco trascura senza dubbio catastrofi e disgrazie che qualcuno potrebbe considerare peggiori di quelle che ho ricordato (per tacere, in Italia, della crisi economica, della recessione, della deflazione, della disoccupazione, del debito pubblico, delle tasse, dello spread, del credito, del costo del lavoro, ecc.), ma la mia lista personale basta ed avanza.

C’è sempre la tentazione di credere che le cose non sono mai state peggiori di come sono ora. Ma non è mai vero. Tanto per fare un esempio, l’anno 1979 ci ha dato l’invasione sovietica in Afghanistan, cominciando una guerra che continua ancora oggi e che sembra senza fine; la presa del potere totale da parte di Saddam Hussein in Iraq; la rivoluzione iraniana con l’ascesa dell’Ayatollah Khomeini al ruolo di leader supremo e l’inizio della crisi degli ostaggi. Per non parlare di inflazione, disoccupazione crescenti e alti tassi di interesse in tutto l’Occidente. La cronaca del 1979 registrò infatti una seconda crisi petrolifera con dinamiche molto simili a quella del 1973-'74. Senza contare che nel 1979, per quasi nove mesi, l’Italia è allo sbando. E mentre il potere è assente, l’inflazione è al 22%, i vertici della Banca d'Italia sono posti sotto accusa per un'iniziativa che si rivelerà destituita di ogni fondamento, Ambrosoli viene barbaramente assassinato e il «partito armato» continua a seminare cadaveri. La cronologia degli avvenimenti è impressionante. (Anno 1979, cronologia mese per mese).

Il più delle volte, la risposta psicologica alle cattive notizie è quella di ignorare qualsiasi buona notizia, come se non potesse essere vera. Gli orrori, oltretutto, spesso catturano l’attenzione e affascinano più delle prodezze. Almeno finché siamo a distanza di sicurezza. Ma il mondo non sta andando in pezzi. Lo hanno documentato Steven Pinker and Andrew Mack: «The world is not falling apart. The kinds of violence to which most people are vulnerable—homicide, rape, battering, child abuse—have been in steady decline in most of the world. Autocracy is giving way to democracy. Wars between states—by far the most destructive of all conflicts—are all but obsolete. The increase in the number and deadliness of civil wars since 2010 is circumscribed, puny in comparison with the decline that preceded it, and unlikely to escalate (…) Why is the world always “more dangerous than it has ever been”—even as a greater and greater majority of humanity lives in peace and dies of old age? Too much of our impression of the world comes from a misleading formula of journalistic narration. Reporters give lavish coverage to gun bursts, explosions, and viral videos, oblivious to how representative they are and apparently innocent of the fact that many were contrived as journalist bait. Then come sound bites from “experts” with vested interests in maximizing the impression of mayhem: generals, politicians, security officials, moral activists. The talking heads on cable news filibuster about the event, desperately hoping to avoid dead air. Newspaper columnists instruct their readers on what emotions to feel» (The world is not falling apart: The trend lines reveal an ...).

In realtà, ultimamente ci sono state alcune buone notizie e registrarle potrebbe aiutare a combattere la rassegnazione e il fatalismo che accompagna la spettacolarizzazione delle tragedie. Alcuni esempi: dopo due anni di legge islamica, il partito laico tunisino ha vinto le elezioni politiche e Béji Caïd Essebsi ha vinto le prime elezioni presidenziali libere della storia della Tunisia e ha battuto il candidato vicino ai movimenti islamici; in Ucraina i candidati pro Europa hanno conquistato una larga maggioranza di seggi alle elezioni, mentre i nazionalisti di destra sono andati male e i comunisti sono rimasti fuori; i ribelli curdi siriani del PPU, sostenuti dagli strikes aerei americani hanno respinto i (meglio armati) militanti Isis a Kobane, sul confine siriano-turco, in una coraggiosa resistenza che può essere celebrata come la loro Sarajevo; migliaia di operatori sanitari volontari hanno cercato di trattare i pazienti affetti dal virus Ebola in Guinea, Sierra Leone e in Liberia. In fondo, i primi esempi testimoniano che anche l’opinione pubblica democratica sottoposta a cattivi esperimenti ideologici può essere educata, può rinsavire. I tunisini, a differenza della maggioranza del mondo arabo, hanno provato l’ebbrezza di vivere sotto la legge islamica e poi hanno realizzato un cambiamento alle elezioni. E’ venuto fuori che gli islamisti, con tutte le loro promesse generose e le loro capacità organizzative, hanno fallito nel risolvere alcuni problemi (come la disoccupazione) e  hanno finito per peggiorarne altri, come il terrorismo e la criminalità. Gli ucraini, dopo aver visto per mesi come la Russia ha sconvolto la volontà e l’indipendenza del paese, hanno scelto di avvicinarsi di più all’Europa e alla libertà, nonostante i molti limiti del governo di Kiev. I curdi a Kobani sono un caso di coraggio fisico e morale in nome della loro dignità. E i volontari in Africa Occidentale dimostrano di avere un cuore e un coraggio più grandi della norma. Inoltre, anche se le grandi istituzioni sembrano moribonde, anche lo spirito idealistico di riforma e autogoverno non è morto, neppure in Italia. Come ha osservato Donato Speroni sul Corriere della Sera, «... anche se molte delle cose dette dal presidente del consiglio sono solo parole e azioni propagandistiche, non c’è dubbio che Matteo Renzi ha dato una scossa all’azione di governo. Ha commesso errori, ma ha messo in moto un processo di cambiamento che forse riuscirà nell’impresa più difficile: far “cambiar verso” all’atteggiamento degli italiani» (Come saranno i prossimi dieci anni? Abbiamo qualche ...). Prendiamo ispirazione. Come amava dire Bill Clinton, «Follow the trend lines, not the headlines». Forse vedremo che le linee di tendenza sono più incoraggianti di quanto un divoratore di giornali possa immaginare. Felice anno nuovo!

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