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A braccetto con Salvini?

21/11/2014

Quante volte lo abbiamo ripetuto in questi anni? Lo spartiacque fondamentale della politica italiana non è quello tra la vecchia sinistra e la vecchia destra. Il vero discrimine è tra chi è convinto che la strategia migliore per uscire dalla crisi sia quella (concordata con i nostri partner europei) di realizzare le riforme necessarie per la piena integrazione dell’Italia nella nuova Europa e chi invece (come Vendola, Berlusconi, Salvini e parecchi dirigenti del Pd) è convinto che proprio questa strategia sia la rovina del Paese. In altre parole, tra chi vuole cogliere l’occasione offerta dalla crisi per innescare un processo di rapido allineamento dell’Italia ai migliori standard europei e chi pensa che questo progetto sia irrealizzabile, perché «in Italia queste cose non si possono fare». (L’Italia ha bisogno di cambiamento, ha bisogno di fiducia, ha bisogno di riforme. Il mio intervento a Pordenone;  Maran alla Cgil: «No a posizioni degli anni Cinquanta»)

Ricordate il discorso sul superamento del bipolarismo tradizionale sinistra/destra riproposto da Pietro Ichino nei giorni scorsi? Ricordate che più o meno un anno fa il senatore di Scelta Civica ci ha prospettato una riflessione su quello che sta accadendo nella politica italiana, accompagnata da una rappresentazione grafica? Ricordate che quella riflessione ed il diagramma mettevano a confronto lo spartiacque del bipolarismo tradizionale destra/sinistra con lo spartiacque di un nuovo bipolarismo effettivamente coerente con le scelte di fondo che la politica italiana è chiamata oggi a compiere: pro o contro la «strategia europea dell’Italia», fatta di riforme strutturali incisive, opportune anche per ottenere politiche espansive dall’UE?

Ecco, ora è ufficiale: la Cgil appoggia il referendum abrogativo della riforma delle pensioni promosso dalla Lega di Matteo Salvini, che si propone di tornare a collocare sulle spalle delle nuove generazioni il costo delle pensioni dei cinquantenni e sessantenni di oggi (oltre che di mandare il Paese a gambe all’aria). Ed è probabile che la stessa scelta sarà compiuta nelle prossime settimane da Civati, Cuperlo e  Fassina; insieme a SEL, naturalmente. Oggi Pietro Ichino torna sulla questione con un articolo sul Foglio: Perché Camusso, Grillo e Salvini sono tre facce della stessa conservazione. «Quando ho letto della decisione della Cgil di dare il suo sostegno al referendum promosso dalla Lega nord contro la riforma delle pensioni – scrive il senatore - , mi sono convinto che nella discussione di un anno fa con Franco Debenedetti sullo spartiacque destra/sinistra forse avevo davvero ragione io: oggi non è quello lo spartiacque più rilevante della politica italiana, e non tornerà a esserlo finché non sarà superato il difficile passaggio che il paese sta affrontando».

La cosa non deve sorprendere. È mai possibile che, anche nella discussione in corso sul Jobs Act, sappiano parlare solo delle pensioni (della loro generazione, s’intende) e di articolo 18, ignorando totalmente temi cruciali come quello dei Centri per l’Impiego che non collocano nessuno, del contratto di ricollocazione, del tasso di coerenza infimo in Italia tra formazione e sbocchi occupazionali effettivi, dell’orientamento scolastico e professionale che latita? Come lo stesso Ichino osserva sul suo sito: «Se è “di sinistra” difendere gli interessi dei lavoratori più deboli, in questi giorni ci si sarebbe dovuti aspettare che, nel dibattito sul Jobs Act,  la vecchia sinistra politica e sindacale chiedessero a gran voce misure più severe di controllo sulla qualità e gli esiti della formazione professionale finanziata con il denaro pubblico; misure più incisive per garantire efficienza ed efficacia dei servizi di assistenza offerti ai lavoratori che perdono il posto; una ricostruzione urgente di quasi tutti i sistemi regionali di orientamento scolastico e professionale, la cui gravissima inefficienza è una delle cause principali del maggior tasso di disoccupazione giovanile rispetto al tasso generale. Ci si sarebbe potuti aspettare, ancora, che vecchia sinistra politica e sindacale rivendicassero in modo ultimativo l’affiancamento immediato alle nuove norme in materia di licenziamento, già nel decreto che entrerà in vigore il 1° gennaio, del diritto dei lavoratori licenziati al contratto di ricollocazione. Perché, invece, non una sola parola su questi capitoli cruciali per la sicurezza dei più deboli nel mercato del lavoro? Ve lo dico io: perché controllo sulla formazione e sull’orientamento professionale significa mettere sotto stress i dipendenti delle Regioni preposti a questi servizi; perché contratto di ricollocazione significa rendere contendibile la funzione, costringendo i Centri per l’Impiego pubblici a confrontarsi con le agenzie specializzate che su questo terreno sono mediamente molto più capaci. Dunque, meglio concentrarsi sulla difesa senza se senza ma e senza speranza dell’articolo 18. Anche qui a fianco della Lega di Matteo Salvini. Naturalmente».

 

 

LA BATTAGLIA DEI GIGANTI

14/11/2014

 

Si è molto parlato in questi giorni dell'accordo sul clima tra i due paesi maggiori emettitori di gas serra. Cina e Stati Uniti hanno raggiunto, infatti, un’intesa sulle emissioni inquinanti a Pechino durante un vertice bilaterale tra il presidente cinese, Xi Jinping, e il presidente degli USA, Barack Obama (Obama and Xi Announce Climate DealNOV. 12, 2014). Quello di Obama e Xi Jinping sul clima è annuncio storico. L'intesa di limitare le emissioni di gas serra  molto oltre i precedenti impegni è sia una svolta diplomatica sia un passo avanti enorme nella incerta battaglia contro il cambiamento climatico. L'annuncio ha segnato il punto più alto di un viaggio sorprendentemente produttivo che si è tradotto anche in qualche passo avanti nella cancellazione dei dazi che gravano sui prodotti di tecnologia digitale avanzata, nell'estensione dei visti e nel consolidamento dei rapporti militari con l’obiettivo di accrescere la fiducia e ad evitare scontri ed incidenti nel Mar cinese meridionale.

Va da sé che i due paesi mantengono differenze rilevanti, a cominciare da quelle sul cyberspionaggio e sui diritti umani  (Editorial: A Response to President Xi Jinping). E c'è chi ritiene che, in sostanza, Barack Obama e Xi Jinping stiano costruendo una cornice legale più solida attorno allo status quo militare, con l’obiettivo del mantenimento della pace e della riduzione al minimo delle sorprese nella regione. Il che non minaccia, ma incoraggia, il percorso di formazione di una versione cinese della dottrina Monroe, di cui ha parlato John J. Mearsheimer, studioso delle relazioni internazionali che insegna all’Università di Chicago (Clash of the Titans - Foreign Policy). L'ascesa economica della Cina sta avendo effetti importanti sui rapporti di forza militari globali. In particolare il divario di potenza tra la Cina e gli Stati Uniti si sta attenuando e tutto fa pensare che la "supremazia strategica" regionale degli Stati Uniti non durerà indefinitamente (China's silky road to glory). John J. Mearsheimer, lo ha scritto a chiare lettere: «La Cina probabilmente cercherà di dominare l'Asia allo stesso modo in cui gli Stati Uniti dominano l'emisfero occidentale. In particolare, la Cina cercherà di massimizzare il divario di potere tra se ei suoi vicini, in particolare il Giappone e la Russia, e per assicurarsi che nessuno Stato in Asia possa minacciarla. E’improbabile che la Cina esca di senno e conquisti altri Paesi asiatici. Piuttosto, la Cina vorrà dettare i limiti del comportamento accettabile per i paesi limitrofi, così come gli Stati Uniti fanno nelle Americhe. Una Cina sempre più potente cercherà anche, con ogni probabilità, di spingere gli Stati Uniti fuori dall'Asia, più o meno come gli Stati Uniti hanno spinto le grandi potenze europee fuori dell'emisfero occidentale (...) Perché dovremmo aspettarci che la Cina agisca diversamente dagli agli Stati Uniti? I politici americani, dopo tutto, reagiscono duramente quando altre grandi potenze inviano forze armate nell’emisfero occidentale. Tali forze straniere sono sempre viste come una potenziale minaccia alla sicurezza americana. Sono i cinesi più saggi, più morali, meno nazionalisti, o meno preoccupati per la loro sopravvivenza degli occidentali? Non sono nessuna di queste cose, che è il motivo per cui la Cina rischia di imitare gli Stati Uniti e tenterà di diventare una potenza egemone nella propria regione. La Leadership cinese e la gente ricordano bene quello che è successo nel secolo scorso, quando il Giappone era potente e la Cina era debole. Nel mondo anarchico della politica internazionale, è meglio essere Godzilla che Bambi».

L'ascesa della Cina è la realtà più importante degli ultimi venticinque anni. Sull’argomento ci sono parecchi libri che vale la pena di leggere. A cominciare da «The Beijing Consensus: How China's Authoritarian Model Will Dominate the Twenty-first Century» di Stefan Halper (The Beijing Consensus: How China's Authoritarian Model ...). Mi è piaciuto anche il libro di Evan Osnos, che ho appena finito di leggere e che rende l’idea del processo impetuoso e caotico in corso in Cina. Evan Osnos è un giornalista americano. Scrive sul New Yorker ed è conosciuto in particolare per i suoi servizi dalla Cina. È l'autore di «Age of Ambition. Chasing Fortune, Truth and Faith in the New China» (Age of Ambition: Chasing Fortune, Truth, and Faith in the ...). Il libro è basato sui casi che Osnos ha raccolto durante il periodo che ha trascorso a Beijing prima come reporter per il Chicago Tribune e poi come corrispondente del New Yorker. In questi anni ha visto maturare una trasformazione entusiasmante nelle aspirazioni e nelle attese dei cinesi. Sebbene il boom economico della Cina abbia incoraggiato livelli notevoli di edonismo e di consumismo, inimmaginabili in epoche precedenti, la crescente apertura del paese al mondo prodotto anche un diverso set di valori. Adesso un segmento crescente della società non desidera essere soltanto ben vestito e ben nutrito, ma esprime una domanda di senso e sente anche un desiderio ardente per la verità e l'appagamento spirituale.

All'esterno, spesso vediamo la Cina come una caricatura: una nazione di pragmatici plutocrati e di studenti impegnati allo spasimo, destinata guidare l'economia globale, oppure come un frastornato Golia immerso nella corruzione e sull'orlo della stagnazione. Quello che non vediamo è come, tanto i potenti che la gente comune, stiano modificando la propria vita mentre il loro paese cambia sensibilmente. Come corrispondente da Beijing per il magazine americano, Evan Osnos è stato testimone, sul posto, dei profondi cambiamenti politici, economici e culturali. In «Age of Ambition», Osnos descrive il conflitto più grande che ha luogo in quel paese: lo scontro tra l'ascesa dell'individuo e la lotta del Partito comunista per mantenere il controllo. E si chiede: perché un governo che può rivendicare il più ragguardevole successo nel sollevare la gente dalla miseria di qualunque altra civiltà nella storia (Ricchi, eguali), sceglie di mettere ferree restrizioni alla libertà di espressione? Perché milioni di giovani professionisti cinesi – che parlano inglese correntemente e sono innamorati della cultura occidentale - si considerano «giovani arrabbiati» e sono impegnati nella resistenza all'influenza dell'Occidente? Come possono, i cinesi di tutti gli strati sociali, soddisfare la «domanda di senso» dopo due decenni di incessante ricerca della ricchezza?

Osnos scrive con una certa verve e con grande ironia e rivela, attraverso le storie commoventi e illuminanti della gente comune, che la vita nella nuova Cina è una battaglia tra aspirazioni e autoritarismo, nella quale soltanto uno dei due può prevalere. Evan Osnos ha parlato della nuova Cina anche con Foreing Affairs (Foreign Affairs Focus on Books: Evan Osnos on the New ...). E nella sua intervista ha detto un paio di cose interessanti che riassumo. Sulla strategia: c'è la tendenza ad immaginare che la Cina prenda le sue decisioni sulla base di una grande strategia. La realtà è che la Cina oggi sta operando principalmente sulla base delle sue necessità interne. Che sono molto specifiche e agiscono sia come motivo ispiratore sia come remora nei confronti di azioni più rischiose all'estero. Sulla spiritualità: c'è stato un buco nella vita cinese. La gente ne parla. Lo chiamano vuoto spirituale. E tocca a loro, come individui, riempirlo. Il risultato è questa enorme esplosione della religione e la ricerca di diverse concezioni e dottrine morali. Questa è destinata a diventare una realtà determinante negli anni a venire. Sul giro di vite di Xi: lo vede come un modo per riportare il Partito comunista in una qualche sintonia con i suoi obiettivi politici. Il partito è diventato grande. È diventato arrogante, eccessivo. È andato fuori controllo. E quel che Xi dice in buona sostanza è questo: se vogliamo sopravvivere per altri 30 anni, abbiamo bisogno di essere più sensibili, più reattivi nei confronti di quel che vuole la gente. Sul nazionalismo: la Cina è cresciuta per 30 anni ad un tasso di circa l'8% l'anno. Ma quel periodo è giunto al termine. Perciò sta cercando una nuova fonte di legittimità interna, di crescita, di unità, e ciò ha costretto il governo a ricorrere a nuovi stimoli. Uno dei modi con cui lo sta facendo è, come sempre,  indirizzandosi al nazionalismo. «Di fatto è già guerra», ha scritto ieri Carlo Pelanda (La nuova guerra tra Cina e America passa per due modelli di inclusione), «ma è una guerra di nuovo tipo: nella nuova stagione degli “imperi condivisi” chi vuol fare un impero deve includere con le buone e non con le cattive». C’è da augurarselo.

Le elezioni di Midterm: una «rivoluzione repubblicana»?

09/11/2014

Martedì sera i (risorti) repubblicani hanno preso il controllo del Senato, hanno ampliato la presa sulla Camera dei rappresentanti e conservato i governatori in alcune sfide molto difficili. Il risultato rappresenta una sconfessione del presidente Obama che è destinata a trasformare la mappa politica negli ultimi anni del suo mandato. Favoriti dal malcontento per l’andamento economico e dal risentimento nei confronti del presidente, i repubblicani hanno conquistato i seggi democratici al Senato in North Carolina, Colorado, Iowa, West Virginia, Arkansas, Montana e nel Sud Dakota e ottenuto la loro prima maggioranza al Senato dal 2006. Un'elezione che é cominciata come una guerra di trincea, stato per stato e distretto per distretto, è culminata in una ampia vittoria repubblicana. Competizioni che si pensava fossero incerte non lo sono state, e sfide che si immaginava andassero ai democratici si sono risolte di misura a favore dei repubblicani. Il carattere instabile della ripresa economica ha diffuso un sentimento di inquietudine, lasciando gli elettori di pessimo umore, specie per i democratici negli stati meridionali e dell'Ovest montano, dove la radicalizzazione politica si è accentuata (“Riding Wave of Discontent, G.O.P. Takes Senate,”).

A dire il vero, due cose erano chiare molto prima che si contassero i voti: il presidente Obama avrebbe dovuto fronteggiare negli ultimi due anni di incarico un Congresso con più repubblicani e il risultato sarebbe stato interpretato come un ripudio della sua leadership. Ora Obama fronteggia una scoraggiante sfida per riaffermare la sua rilevanza in una capitale che presto riverserà la sua attenzione alla battaglia per succedergli. Se la fase hope-and-change della sua presidenza è finita da un pezzo, egli vuole almeno stimolare un periodo di trasformazione positiva e di armonia per concludere il suo periodo alla Casa Bianca. Quel che resta da vedere è se i repubblicani saranno davvero  disposti a negoziare con lui l'anno prossimo (President Obama Left Fighting for His Own Relevance - The ...).

Mercoledì scorso Obama si è rifiutato di sottostare alla narrazione dei repubblicani che lasciavano intendere che la sua presidenza fosse terminata concretamente con le elezioni di midterm, si è scrollato di dosso la batosta elettorale e si è detto impaziente di trovare un terreno comune con i Repubblicani durante gli ultimi due anni della sua presidenza. Tuttavia ha prontamente sfidato le loro obiezioni minacciando di scavalcare il Congresso e di usare l’autorità dell’esecutivo per cambiare le politiche migratorie della nazione. Mandando un chiaro segnale su come intenda governare sotto il nuovo ordine politico con i leader repubblicani in ascesa, Obama ha rinnovato il suo impegno ad adoperarsi per consentire a milioni di immigrati senza documenti di restare nel paese. Il suo impegno sull’immigrazione ha sottolineato il profondo disaccordo di parte che permane a Washington. Il senatore Mitch McConnell del Kentucky, un repubblicano che è in procinto di diventare il leader di maggioranza del nuovo Congresso, ha messo in guardia Obama, esortandolo a non agire sull’immigrazione per proprio conto. «É come agitare una bandiera rossa davanti a un toro», ha detto McConnell. Obama sembra comunque determinato a non lasciare che la battuta d’arresto logori quel che resta della sua presidenza. Si è congratulato con i repubblicani per il successo elettorale ed ha offerto parole di conciliazione. Ma non si è molto rattristato. «Non mi riduce a uno straccio. Mi stimola, perche significa che la democrazia funziona», ha detto Obama della sconfitta del suo partito. Ha osservato che i repubblicani hanno avuto una splendida serata e ha riconosciuto l’obbligo, da parte sua, di dissipare le apprensioni degli americani che sono ormai persuasi che Washington sia disfunzionale e indifferente ai loro bisogni (After Election, Obama Vows to Work With, and Without ...). La lezione più importante delle elezioni, ha concluso Obama, è stata che entrambi i partiti dovrebbero fare di più per lavorare insieme.

Il che forse coglie il bersaglio. Certo c’è stato uno tsunami. Ma come ha scritto Frank Luntz, un consulente americano esperto di linguaggio politico, non è stata una «rivoluzione repubblicana» (The Midterms Were Not a Republican Revolution - The New ..). Per capirci, sostiene Luntz, un’onda anti-democratici non è la stessa cosa di un sostegno pro-repubblicani. In molte delle competizioni che sono passate dal blu al rosso, il successo dei repubblicani non ha niente a che fare con quello che il GOP ha ottenuto a Capitol Hill. In realtà, se gli americani potessero parlare con una voce collettiva – tutti 310 milioni – questo è quel che hanno detto martedì sera: «Washington non ascolta, Washington non guida e Washington non realizza». Gli stati rossi hanno bocciato i loro senatori democratici perché troppo vicini a Washington e troppo lontani dalla gente che li aveva messi lì. La spiegazione corrente che le elezioni sono state un ripudio del presidente Obama, non coglie il punto. E così l’idea che si è trattato di un mandato per una agenda conservatrice più radicale. Secondo un’indagine condotta per Each American Dream, un’organizzazione politica «dedicated to defending and promoting the values of economic freedom, economic opportunity and the American Dream» (About Us | Each American Dream), la cosa più importante di tutte era che candidato fosse in grado di scuotere e cambiare il modo in cui opera Whasington. E non serviva un sondaggio per scoprirlo. Dalle cittadine di campagna repubblicane alla grandi città democratiche il sentimento è lo stesso. La gente dice che Washington non funziona e che il governo non lavora più per loro: solo per quelli ricchi e potenti. Così, sostiene Frank Luntz, hanno scelto non quelli che promettevano di fare di più, ma quelli che dicevano avrebbero fatto di meno, ma lo avrebbero fatto meglio. Ecco perche i candidati governatore che hanno criticato i loro avversari perché spendevano poco per l’istruzione, i trasporti e per i programmi per i poveri o i disoccupati hanno perso comunque. Il risultato non ha molto a che vedere con l’entità dell’intervento pubblico ma con il fatto di rendere il governo più efficiente, più efficace e tenuto a rispondere del proprio operato. L’indagine ha dimostrato che il 42 per cento ha scelto il candidato al Senato perche detestava di più il suo avversario. E una ricerca che ha preceduto le elezioni ha registrato che oltre il 70% voleva mandare tutti a casa e ricominciare daccapo.

Tutto il mondo è paese, potremmo concludere. Il punto, in America come a casa nostra, è ristabilire la fiducia nel futuro. I repubblicani ce la faranno? Qui Frank Luntz suggerisce tre punti. Primo: fare in modo che Wahington renda conto di quel che fa. I recenti scandali hanno messo in luce il baratro tra i contribuenti che lavorano duro e Washington. Ma questo, scrive Luntz, significa che anche i tuoi colleghi devono essere «accountable». Significa non fare come se niente fosse di fronte a una promessa mancata. Se sei diverso, devi agire veramente in modo diverso. Secondo, fa’ delle priorità della gente le tue priorità. Nell’indagine, le principali priorità erano rendere l’amministrazione più efficiente e sorvegliare le spese. E così affrontare il deficit ed il debito nazionale, estirpare gli sprechi e gli abusi dai programmi pubblici e ridurre la burocrazia e le regole che stanno strangolando la piccola impresa. Terzo, basta spacconate e litigi. Gli americani si demoralizzano per le pose senza senso, le promesse vuote e le politiche pessime che ne derivano. Mostra che sei più preoccupato della gente che della politica. Non aver paura di lavorare con i tuoi avversari se questo significa raggiungere risultati concreti. La gente è semplicemente stanca delle politiche identitarie che mettono uomini contro donne, neri contro bianchi, ricchi contro poveri. Più che mai, vogliono una guida in grado di unire. Vogliono soluzioni di buon senso che rendano la vita di tutti i giorni un po’ più facile. L’elenco ci suona familiare, no?

Non per caso, mentre nelle elezioni per il Congresso e nelle sfide per i governatori i Democratici sono stati travolti, nei referendum che hanno sollecitato scelte sulle reali politiche, anziché tra candidati con una D o una R accanto al loro nome, gli elettori hanno preso decisioni decisamente liberal, tanto negli stati rossi quanto in quelli blu. In almeno sei questioni di grande rilievo e spesso controverse – il salario minimo, la legalizzazione della marijuana, la riforma penale, i diritti connessi all’aborto, il controllo delle armi e la protezione ambientale – gli elettori hanno approvato, in qualche caso in modo schiacciante, misure sottoposte a referendum che erano in conflitto con le posizioni di molti dei vincitori repubblicani (In Red and Blue States, Good Ideas Prevail by THE ..).  Com’è che i democratici crollano e, nello stesso tempo, passano le iniziative «di sinistra»? È una vecchia storia, la società è cambiata e non è così semplice incasellare i comportamenti della gente nei vecchi contenitori rossi e blu. In America come dappertutto.

Mi viene in mente Leonard. Hap Collins e Leonard Pine sono i protagonisti della serie di romanzi creata dallo scrittore americano Joe Lansdale, un autore amatissimo dai lettori italiani (Joe R. Lansdale - Wikipedia). Si tratta di due detective dai metodi a volte spicci ma dall'etica (a modo loro) immacolata che passano per ogni sorta di avventura, uscendone spesso malconci ma sempre sereni e innamorati della vita (Hap & Leonard: Una stagione selvaggia-Mucho Mojo-Il ...). Hap è bianco, liberal, donnaiolo, riflessivo e con una mira infallibile e Leonard è nero, arrabbiato, repubblicano, omosessuale e picchia forte come un fabbro. Ma come?, si dirà. Nero, conservatore e gay?  Entrambi sono del Texas che, così come dice il loro creatore, altro non è che uno stato mentale. Anche l’idea che le vecchie divisioni figlie del 900 possano proseguire immutabili, come nulla fosse, nella società di oggi.  

 

 

Che cosa abbiamo imparato?

02/11/2014

 

Paolo Gentiloni è il nuovo ministro degli Esteri. Dopo il confronto tra Palazzo Chigi e il Quirinale per individuare la personalità più adatta a succedere a Federica Mogherini, la scelta di Matteo Renzi è caduta su un renziano della prima ora con alle spalle una solida esperienza politica. Gentiloni è stato anche uno dei promotori, nel Pd, della (ricordate?) «Agenda Monti» (I DEMOCRATICI VERSO IL 2013 – LA LETTERA DOCUMENTO ; «Bersani apra a doppio turno e semipresidenzialismo»). Tanti auguri a Paolo, allora.

A proposito di politica estera, segnalo l’ultimo numero di Foreign Affairs. L’autorevole rivista statunitense dedicata alle relazioni internazionali, nel numero di novembre/dicembre si interroga sulle lezioni dall’Afghanistan e dall’Iraq e si chiede: What Have We Learned?  Dopo 13 anni di guerra, la perdita di molte migliaia di vite e l'esborso di migliaia di miliardi di dollari, che cosa hanno imparato gli Stati Uniti?

Naturalmente, la risposta dipende non soltanto da chi si pone la domanda ma anche da quando se la pone. La storia della guerra in Iraq avrebbe conclusioni diverse, e dunque morali diversi, se raccontata nel 2003, nel 2006, nel 2011 o nel 2014, e continuerà a cambiare. Anche per quel che riguarda l’Afganistan, il racconto è mutato col tempo, e anche l’epilogo resta incerto. Nessuno dei due insuccessi è stato assoluto. Ma pochi direbbero che l'approccio di Washington, in entrambi i casi, sia stato un successo che merita di essere imitato. Perciò la domanda fondamentale oggi è che cosa possiamo apprendere dai fallimenti (A Hard Education). Due degli autori della rivista, Max Boot e Richard K. Betts, offrono risposte completamente diverse. Boot sostiene che sebbene Washington sia stufa di counterinsurgencies , non c’è modo di scansarle, di sollevazioni ne dovrà affrontare parecchie e perciò dovrebbe concentrarsi nell'apprendere come combatterle meglio (More Small Wars). Betts, al contrario, ritiene che Washington dovrebbe andare nella direzione opposta: piantarla con la guerra permanente, combattere un numero più ridotto di guerre (e più tradizionali) ed evitare di restare intrappolata nella politica interna dei paesi caotici e periferici (Pick Your Battles). Rick Brennan, per parte sua, ritiene che anche la pianificazione migliore sia superflua se non è eseguita in modo efficiente e se non è aggiornata al cambiare delle condizioni. Il disordine iracheno attuare, scrive, è il risultato prevedibile dell’uscita di scena prematura degli Stati Uniti, e si preoccupa che un destino simile attenda l'Afghanistan (Withdrawal Symptoms).  Peter Tomsen si sofferma sui libri usciti di recente sulla guerra in Afghanistan. Si tratta di lavori che aiutano a spiegare perché nonostante tutti gli sforzi dell'Occidente, il futuro di quel paese rimane incerto, e che condividono la preoccupazione che l'Afganistan possa scivolare in una guerra civile totale a meno che non ottenga un considerevole aiuto da Washington (The Good War? ).

Fatto sta che imbarcandosi nella campagna in Afghanistan e in Iraq, i baldanzosi funzionari americani non si immaginavano certo che, dopo tutti questi anni, i loro più umili successori sarebbero stati alle prese con le stesse fondamentali domande se e come stabilizzare quelle terre. Possiamo solo sperare che gli attuali e futuri policymakers  sappiano apprendere dagli errori e lasciare un'eredità migliore.

Sempre restando al di fuori del nostro beneamato Paese, segnalo il saggio di apertura dell’ultimo numero de il Mulino: Di nuovo sonnambuli? L'Europa e la fine della Pax americana (1914-2014) di Joseph H.H. Weiler. Che cosa l’autore intenda per «Pax» si chiarisce subito: «non assenza di guerre, ma un quadro relativamente stabile e prevedibile di rapporti di forza internazionali. È questo che sta crollando, e non sono good news per noi europei». Noi europei sempre alle prese con l’irresolubile problema della nostra Unione, con «l’Europa necessaria» ma molto, molto difficile.

 

La scissione culturale

26/10/2014

La tre giorni renziana per parlare del futuro dell'Italia si è chiusa oggi a Firenze. Dopo le polemiche interne al Pd e dopo il milione di persone scese in piazza a Roma con la Cgil per protestare contro il Jobs Act, il leader del Pd tira dritto:«Non consentiremo a quella classe dirigente di riprendersi il partito, la memoria senza speranza è per il museo delle cere». Sull'articolo 18 non molla e grida dal palco: «Il posto fisso non c’è più, il mondo è cambiato». «Il lavoro rappresenta la battaglia culturale più grande che ha investito la sinistra. Ci siamo divisi tra quelli che vogliono combattere il precariato con le manifestazioni e quelli che lo vogliono fare con i congressi. Noi pensiamo che il precariato si combatta cambiando la mentalità dell’impresa e dei nostri giovani», spiega.

Matteo Renzi non le manda a dire neppure sulla manifestazione di sabato promossa dalla Cgil: «Se sono manifestazioni politiche io le rispetto. Sarà bello sapere se è più di sinistra rimanere aggrappati alle nostalgie e o se più di sinistra prevedere il futuro. Poi saranno i cittadini a decidere». Ma, prosegue, «rimanere aggrappati all'articolo18 votato nel 1970 è come pensare di mettere un gettone dentro l'iPhone o un rullino dentro una macchina fotografica». E poi conclude: «Di fronte al mondo che cambia a questa velocità, puoi discutere quanto vuoi ma il posto fisso non c’è più. Siccome è cambiato tutto, la monogamia aziendale è in crisi, un partito di sinistra che fa: un dibattito ideologico sulla coperta di Linus o chi perde il posto di lavoro trova uno Stato che si prende carico di lui?» (Renzi: «Il posto fisso non c’è più Il Pd non tornerà al 25%»: I video).

«Per la sinistra sindacale Renzi è un grosso problema», osserva Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore. «Alla Cgil e alla sinistra Pd stare al governo in realtà non interessa. Quindi vincere le elezioni non è una priorità. Anzi è un fastidio. Costringe ad alleanze scomode. E poi vincere vuol dire governare e oggi governare è sinonimo di cambiare. Meglio stare alla opposizione. Per chi deve tutelare lo status quo l'opposizione è il posto ideale, soprattutto di questi tempi. La strategia politica di Renzi invece è completamente diversa. Il premier vuole costruire una nuova sinistra pragmatica, riformista e vincente. Da qui l'obiettivo di fare del Pd un partito aperto, capace di sparigliare il gioco, di mettere in discussione vecchi miti, di attraversare confini oltre i quali la sinistra non è mai andata. Un partito destinato a governare l'Italia a lungo per cambiare veramente le cose. Approfittando anche della crisi della destra».

E il prof. D’Alimonte mette il dito sulla piaga: «Il 25 Febbraio è stato un trauma per milioni di uomini e donne di sinistra. Il nuovo Pd è nato quel giorno. L'accettazione dentro il partito della necessità di un cambiamento radicale nasce da quella drammatica sconfitta che ha aperto la strada a Renzi e alla sua strategia di costruire un partito maggioritario in grado di attrarre consensi oltre il bacino tradizionale della sinistra. L'esito del voto europeo di Maggio dice che almeno per ora ci sta riuscendo. Successo straordinario. Il Pd ha preso addirittura più voti della Cdu-Csu della Markel. Ma come si vede nel grafico in pagina il Pd di Renzi non è quello che ha preso più voti in assoluto. Il record spetta a Veltroni. È lui che si è inventato l'idea del Pd e del partito a vocazione maggioritaria. E se i suoi oppositori ex-Ds non avessero fatto la mossa stupida di costringerlo alle dimissioni oggi ci sarebbe lui al posto di Renzi. Invece il bel risultato del Pd nel 2008 è stato buttato via. E non è un caso che molti dei responsabili della cacciata di Veltroni fossero ieri in Piazza San Giovanni».

«Il Pd di Renzi però – conclude il politologo - è diverso da quello di Veltroni. Quello dell'ex sindaco di Roma era un Pd che aveva fatto il pieno dei voti a sinistra. Invece, come si vede dai dati recentemente pubblicati da Itanes, quello di Renzi è un Pd che ha fatto breccia tra l'elettorato moderato, tra commercianti, artigiani, piccoli imprenditori. Anche in zone del Paese da sempre ostili alla sinistra. Ma sbaglia chi pensa che questi dati servano a dipingere Renzi come un leader di destra, in fondo non dissimile da Berlusconi. Come si fa a dire che non sia di sinistra la riduzione delle tasse ai redditi medio-bassi (gli 80 euro) quando contemporaneamente si sono aumentate le tasse sulle rendite finanziarie? E la semplificazione del divorzio è di destra o di sinistra? E i provvedimenti annunciati su unioni civili e cittadinanza agli immigrati? Senza tener conto del fatto che la maggioranza dei problemi sul tappeto che affliggono questo paese non sono etichettabili in base allo schema sinistra-destra. Sono semplicemente problemi da risolvere superando le resistenze di corporazioni varie, compresi i sindacati. Decisamente Renzi è un grosso problema per Cgil e minoranza Pd». (Le due sinistre).

Forse l'immagine dei due Pd (uno in piazza a Roma con la Cgil e l'altro a Firenze con il premier Renzi che è anche segretario dell'intero partito) è fin troppo ovvia. Sono due mondi. Due popoli e due lingue diverse. Due modi diversi di intendere la sinistra. Due mondi che tendono a essere sempre meno conciliabili. Ma non è da oggi che ci sono due punti di vista diversi su cosa sia la sinistra in Italia – e non solo in Italia. Di più, nella cultura della sinistra ci sono due anime nettamente distinte, anzi contrapposte. E non da oggi. Gli interventi raccolti nel libro di Pietro Reichlin e Aldo Rustichini, («Pensare la sinistra.Tra equità e libertà», Laterza) del 2012 (sul quale mi ero soffermato qualche tempo fa: Le differenze che è bene esplicitare), evidenziano le differenze radicali – analitiche e ideali – che percorrono la sinistra italiana. Insomma, «la divisione che è andata in scena nel week end con accenti anche drammatici è fondamentalmente la stessa che attraversa il maggior partito della sinistra italiana da almeno vent’anni. E, a ben vedere, affonda le sue radici nella ricorrente contrapposizione novecentesca tra riformisti e massimalisti, tra sinistra di governo e sinistra di lotta. Non aiuta la lettura di quanto sta avvenendo sottovalutare la contrapposizione tra i due mondi» (Sul lavoro necessario un chiarimento definitivo tra le due sinistre).

Ciò considerato però, non credo possibile una scissione a sinistra del Pd. Per dirla con Stefano Folli: «Non s'intravedono spazi politici per una simile, temeraria operazione. Tanto meno si possono immaginare spazi elettorali» (Due Pd, oltre il Pd di S. Folli). E’ appena il caso di sottolineare che dal palco della Leopolda hanno parlato l’ex leader di Sel Gennaro Migliore e Andrea Romano (Migliore e il ragù della mamma: “C’è chi pensa che sia l’unico”: Guarda; Romano e un Pd che va da Che Guevara a Madre Teresa: Guarda). Insomma, come scrive sul Foglio Claudio Cerasa (Nella pancia del renzismo. Foto, messaggi in codice, guerra tra mondi), «mai come oggi il messaggio delle due piazze è chiaro. Da una parte il Pd con le bandiere di forza Susanna e dall’altra il Pd senza bandiere di forza Matteo. La scissione culturale c’è. Per il resto c’è tempo. Con calma. Senza fretta. C’è tempo, almeno, fino alle prossime elezioni».

A proposito, ho letto su Repubblica un’intervista allo scrittore e saggista israeliano Amos Oz per l’uscita del suo nuovo romanzo Giuda (Amos Oz - Giuda - Libro Feltrinelli Editore - I Narratori ...). Lo scrittore è intervistato da Wlodek Goldkorn, il responsabile culturale de L’Espresso, che scrive: «Oz, attraverso le voci e i silenzi dei suoi personaggi, mette in scena una specie di thriller esistenziale e ideologico: dalla riflessione sul senso dell'esistenza dello Stato d'Israele e su ogni utopia di redenzione che finisce inevitabilmente nel sangue, al rapporto tra ebrei e Cristo (…) Ma prima di tutto Giuda è un potente elogio del tradimento. "Perché", dice l'autore in questa conversazione, "solo chi tradisce, chi esce fuori dalle convenzioni della comunità cui appartiene, è capace di cambiare se stesso e il mondo"». «E per quanto riguarda il tradimento: chi porta al mondo una cosa nuova, tradisce le cose vecchie», aggiunge Amos Oz. «Traditore era il profeta Geremia, e per gli ebrei Gesù. E lo sono stati Lincoln, De Gaulle, Ben Gurion agli occhi della destra, perché il fondatore del nostro Stato ha rinunciato nel 1948 a metà della Terra d'Israele. Traditore è stato Rabin. E l'hanno ammazzato. Anche io sono stato più volte accusato di essere un traditore. Per me è come una medaglia al merito» (Amos Oz: "Chi tradisce è capace di cambiare il mondo"). Non vedo l’ora di leggerlo.

Mario Vargas Llosa e la manovra del governo Renzi

20/10/2014

LA MANOVRA DEL GOVERNO RENZI

Alla fine, la Finanziaria  - come ha rilevato ilRetroscena.it  (Il Retroscena - Informazione e Retroscena Politico On-Line), il sito dedicato esclusivamente ai dietro le quinte più rilevanti della politica e delle istituzioni del panorama nazionale - piace un po’ a tutti, anche a quelli che magari in pubblico criticano le scelte del premier, ma che in privato non hanno nascosto il loro apprezzamento per una manovra coraggiosa e non elettorale che fotografa il vero obiettivo di Renzi: innescare la fiducia nella ripresa già nei prossimi mesi. «La verità è che una legge di stabilità come questa non è per nulla una manovra “elettorale”. Ma è proprio l’opposto, dal momento che ha un obbiettivo chiaro: rimettere in moto, anche se di pochi millimetri, i consumi e gli investimenti nel Paese già nei prossimi mesi. Una prospettiva che potrebbe anche arrivare se fra gli italiani, come spera il premier, riprenderà a crescere poco a poco la fiducia nel futuro, anche grazie al fatto di vedere che i famosi 80 euro sono una misura strutturale e non episodica, come temuto fino ad ora. Stessa cosa per quanto riguarda gli investimenti degli imprenditori italiani ed esteri. Il combinato disposto tra taglio dell’Irap e la riforma del lavoro, dovrebbe creare un segnale inequivocabile sulla direttrice di supportare chi decide di investire, che è una priorità per questo governo»(E la legge di stabilità allontana anche le urne). Infine, vale la pena ricordare, la strategia comunicativa di Matteo Renzi ha bisogno di un avversario contro cui battersi per rafforzare la sua azione di scardinamento del sistema. E le Regioni sembrano prestarsi alla perfezione. Specie se si considera che, dopo i casi Lazio e Lombardia, oggi non godono più di una grande reputazione (Le regioni sul piede di guerra e la guerra del petrolio ).

 

MARIO VARGAS LLOSA HA RICEVUTO IL PREMIO BRUNO LEONI 2014

Quest’anno l’Istituto Bruno Leoni, il think tank diretto da Alberto Mingardi, ha conferito il suo premio annuale a Mario Vargas Llosa. Il premio Nobel peruviano non è soltanto uno dei più brillanti scrittori contemporanei, è anche un intellettuale convinto che l'iniziativa privata, la cooperazione spontanea e il mercato siano essenziali alla libertà e alla dignità delle persone. Per questa sua lezione di libertà tra vita e scrittura, l'Istituto Bruno Leoni gli ha consegnato il Premio Bruno Leoni 2014.

Nei suoi romanzi e nell'impegno concreto, Mario Vargas Llosa ci ricorda che vegliare sulle nostre libertà deve essere una disposizione costante delle persone. E in una intervista sul Corriere della Sera, l’autore de «La civilización del espectáculo» (Mario Vargas Llosa, La civiltà dello... < Libri < Einaudi) ha detto a Danilo Taino di non condividere l’idea che la democrazia sia in affanno e che modelli autoritari come quello cinese possano essere attraenti perché efficienti, ha sottolineato che grazie alla diffusione dei valori liberali, la nostra più di ogni altra è un’epoca di pace e di benessere condivisi e ha ricordato (agli europei) che «il disarmo morale che vivono, il cinismo, l’idea che tutto sia corrotto e vada male fa perdere quel dinamismo che in passato è stato il grande fattore di cambiamento e di riforma. È un problema profondamente culturale, di spirito critico» (Basta pessimismo, la democrazia non è stanca. Sono i ...).

Anche il Foglio ha ospitato uno straordinario colloquio dello scrittore con Marco Valerio Lo Prete (Liberali ma contenti - Il Foglio): «una rassegna elegante e allegra di idee non banali, preziose, equilibrate, sul mondo dei media, sulla politica e l’antipolitica, sull’evoluzione difficile delle democrazie di stampo occidentale, e su molte altre cose (compresa una augusta diffidenza verso le forme sofisticate e frivole del nuovo intrattenimento per fiction) e altre materie di antropologia applicata alla realtà e a uno schema di mondo chiaro ma non trasparente e vuoto. Una boccata d’aria buona».

 

Le regioni sul piede di guerra e la guerra del petrolio

18/10/2014

«Diciotto miliardi di tasse in meno. La più grande riduzione mai fatta da un governo in un anno». Così Matteo Renzi, al termine del Consiglio dei ministri che ha approvato la legge di stabilità, una manovra da  36 miliardi .«Abbassare le tasse non è di sinistra né di destra, ma da persone normali perché si era arrivati a un livello pazzesco» ha aggiunto il premier. E va detto che, per la prima volta dall’inizio della crisi, vengono tagliati 18 miliardi di imposte, finanziati con una riduzione delle spese per 15 miliardi di euro e maggiore deficit.

Ora si aspetta la decisione della Commissione europea sulla legge di stabilità varata mercoledì dal governo Renzi e, nel frattempo, continua il dibattito sia all’interno del Partito democratico sia fuori di esso (Mondi in manovra). Le Regioni sono sul piede di guerra. «La manovra è insostenibile per le Regioni a meno di non incidere sulla spesa sanitaria o compensare con nuove entrate». Lo ha affermato giovedì mattina il presidente della conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino. Il fronte dei governatori è praticamente unanime. E il presidente del Consiglio ha risposto alle critiche avanzate sulla legge di stabilità via Twitter: «Una manovra da 36 miliardi e le regioni si lamentano di uno in più? Comincino dai loro sprechi anziché minacciare di alzare le tasse #no alibi». «Incontreremo i presidenti di regione. Ma non ci prendiamo in giro. Se vogliamo ridurre le tasse, tutti devono ridurre spese e pretese», dice ancora, su Twitter, Renzi («Manovra insostenibile». «Riduce gli sprechi»: è guerra Renzi-Regioni).

Ora sembra che, come scrive il Corriere della Sera, sia pure tra i distinguo polemici di alcuni governatori (in primis Maroni che paventa la chiusura degli ospedali) si aprano spiragli di dialogo tra governo e Regioni. Il presidente della Regione Piemonte Chiamparino parla di «soluzione da trovare». «Da Renzi andiamo con delle proposte concrete, che non toccano i quattro miliardi - dice il governatore - ma che li articolano in modo tale da consentire di reggerli. La polemica è inevitabile, ma è indispensabile un incontro per raggiungere l’obiettivo. Noi da una parte abbiamo sollevato il problema, dall’altra abbiamo cercato la soluzione, che è complessa». Ma Renzi ribatte («non ci sono troppi manager o primari? E’ impossibile risparmiare su acquisti o consigli regionali?») e non molla: “Le famiglie hanno pagato ora spetta anche alle Regioni”.

Ma davvero su 445 miliardi di trasferimenti dello stato alle regioni non se ne possono tagliare quattro, come previsto dalla legge di stabilità del governo Renzi? Scrive oggi Il Foglio: «La cifra complessiva dei trasferimenti, l’ultima disponibile a consuntivo, è quella del Documento di economia e finanza del 2013 su dati del 2012, che mette anche a confronto i due anni precedenti. Ebbene, dal 2010 al 2011 l’importo totale girato dallo stato alle regioni è aumentato di 11 miliardi, frutto di una riduzione in conto capitale, cioè per acquisti e investimenti, e di un aumento per quelle correnti, essenzialmente personale. Si tratta del 56 per cento della spesa pubblica italiana, della quale dunque le regioni sono le principali destinatarie. Nel 2013 le regioni ne hanno poi spesi 163 di miliardi, dove la parte del leone la fa notoriamente la sanità. Le province, tanto bistrattate, ne hanno spesi dieci, i comuni invece si sono dati anche loro da fare con altri 66 miliardi. Il resto della spesa statale è composto da pensioni, interessi sul debito, investimenti, contributi europei, poste straordinarie e appunto da quei fatidici 445 miliardi di trasferimenti regionali» (Ecco, torna il Fus).

«Forse si può capire che un Maroni e uno Zaia fatichino a seguire un percorso riformatore, date le posizioni estreme e antisistema della Lega. Ma che si costituisca un fronte unanime spendaccione con Chiamparino, Zingaretti, Caldoro, questo è un segno di pigrizia e di rassegnazione al tran tran», così anche ieri Il Foglio. Che non le manda a dire: «I governatori delle regioni (di sinistra come Chiamparino e Zingaretti, di destra come Caldoro, di area leghista come Zaia e Maroni) devono scegliere anche loro. Possono comportarsi come parte di una seria classe dirigente o in un certo senso da cacicchi, ma i capitribù controllavano il villaggio, mentre loro sono controllati a vista da un ceto amministrativo che promette quel che non può e spreca tutto quel che può. Oppure possono cercare di cambiare l’ordine del discorso, e dei fatti, prendersi la responsabilità che gli tocca, adesso. Il governo non agisce nel vuoto della decisione politica indipendente, autarchica: fa i conti con i patti europei, con la logica della moneta unica, con le forze di mercato che danno segnali chiari di nervosismo finanziario, più o meno speculativo (il Foglio ne ha parlato con allarme prima delle turbolenze di queste ore). I dati sullo sviluppo economico sono duri per tutti, anche per questo paese, e non esistono per l’Italia e l’Europa soluzioni sorprendenti e nuove alla Tsipras, alla Farage o altre versioni sviluppiste di sinistra classista e di destra nazionalista o populista. I trasferimenti dello stato alle regioni vanno tagliati, la foresta va disboscata» (Governatori o cacicchi).

E vale la pena, già che ci siamo, di dare un’occhiata ai dati europei che smentiscono la lagna dei giudici sulle risorse. E’ uscito da pochi giorni il rapporto biennale della Commissione per l’efficacia della giustizia (Cepej - The European Commission for the Efficiency of Justice) sulla qualità e l’efficienza della giustizia, che confronta i dati di oltre 40 paesi del Consiglio d’Europa. Secondo i dati appena pubblicati, la spesa in Italia è passata dai circa 4 miliardi di euro del 2004 ai 4 miliardi e 600 milioni del 2012, portandola ai livelli più alti d’Europa, senza che i tempi e le inefficienze si siano ridotti granché. Certo, il numero di nuove cause civili diminuisce. E quelle chiuse registrano livelli record. Ma lo stock rimane impressionante e la durata dei processi continua a rimanere tra le più alte in Europa (Report).

Non sarebbe male, infine, richiamare l'attenzione sul fatto che l’agitazione del mercato globale dei giorni scorsi è un chiaro remainder del fatto che la crisi europea non è sparita, stava solo sonnecchiando, e non è più così scontato che l’Eurozona, seppure con l’ormai noto ritardo, seguirà la strada della ripresa percorsa dagli Stati Uniti (Large Nations in Europe Balk at German Gospel). Consiglio, inoltre, la lettura di un articolo di Thomas Friedman (A Pump War?). L'opinionista americano ritiene che una guerra sotterranea globale del petrolio sia già in corso. E non è il solo a pensare che Stati Uniti e Arabia Saudita stiano cercando di portare alla bancarotta Russia e Iran mantenendo i prezzi del petrolio a livelli bassi, molto al di sotto di quanto è necessario a  Mosca e a Tehran per finanziare i loro bilanci. Fateci caso: quattro produttori di petrolio (Libia, Iraq, Nigeria e Siria) sono oggi nei guai e l’Iran è azzoppato dalle sanzioni. Dieci anni fa, queste condizioni avrebbero portato rapidamente alle stelle il prezzo del petrolio. Oggi succede il contrario. E il prezzo globale del petrolio è precipitato per settimane (Oil Prices Continue Decline, Pressured by Saudi Action to Defend ..). La guerra, insomma, con altri mezzi…

 

 

Le regioni sul piede di guerra e la guerra del petrolio

18/10/2014

«Diciotto miliardi di tasse in meno. La più grande riduzione mai fatta da un governo in un anno». Così Matteo Renzi, al termine del Consiglio dei ministri che ha approvato la legge di stabilità, una manovra da  36 miliardi .«Abbassare le tasse non è di sinistra né di destra, ma da persone normali perché si era arrivati a un livello pazzesco» ha aggiunto il premier. E va detto che, per la prima volta dall’inizio della crisi, vengono tagliati 18 miliardi di imposte, finanziati con una riduzione delle spese per 15 miliardi di euro e maggiore deficit.

Ora si aspetta la decisione della Commissione europea sulla legge di stabilità varata mercoledì dal governo Renzi e, nel frattempo, continua il dibattito sia all’interno del Partito democratico sia fuori di esso (Mondi in manovra). Le Regioni sono sul piede di guerra. «La manovra è insostenibile per le Regioni a meno di non incidere sulla spesa sanitaria o compensare con nuove entrate». Lo ha affermato giovedì mattina il presidente della conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino. Il fronte dei governatori è praticamente unanime. E il presidente del Consiglio ha risposto alle critiche avanzate sulla legge di stabilità via Twitter: «Una manovra da 36 miliardi e le regioni si lamentano di uno in più? Comincino dai loro sprechi anziché minacciare di alzare le tasse #no alibi». «Incontreremo i presidenti di regione. Ma non ci prendiamo in giro. Se vogliamo ridurre le tasse, tutti devono ridurre spese e pretese», dice ancora, su Twitter, Renzi («Manovra insostenibile». «Riduce gli sprechi»: è guerra Renzi-Regioni).

Ora sembra che, come scrive il Corriere della Sera, sia pure tra i distinguo polemici di alcuni governatori (in primis Maroni che paventa la chiusura degli ospedali) si aprano spiragli di dialogo tra governo e Regioni. Il presidente della Regione Piemonte Chiamparino parla di «soluzione da trovare». «Da Renzi andiamo con delle proposte concrete, che non toccano i quattro miliardi - dice il governatore - ma che li articolano in modo tale da consentire di reggerli. La polemica è inevitabile, ma è indispensabile un incontro per raggiungere l’obiettivo. Noi da una parte abbiamo sollevato il problema, dall’altra abbiamo cercato la soluzione, che è complessa». Ma Renzi ribatte («non ci sono troppi manager o primari? E’ impossibile risparmiare su acquisti o consigli regionali?») e non molla: “Le famiglie hanno pagato ora spetta anche alle Regioni”.

Ma davvero su 445 miliardi di trasferimenti dello stato alle regioni non se ne possono tagliare quattro, come previsto dalla legge di stabilità del governo Renzi? Scrive oggi Il Foglio: «La cifra complessiva dei trasferimenti, l’ultima disponibile a consuntivo, è quella del Documento di economia e finanza del 2013 su dati del 2012, che mette anche a confronto i due anni precedenti. Ebbene, dal 2010 al 2011 l’importo totale girato dallo stato alle regioni è aumentato di 11 miliardi, frutto di una riduzione in conto capitale, cioè per acquisti e investimenti, e di un aumento per quelle correnti, essenzialmente personale. Si tratta del 56 per cento della spesa pubblica italiana, della quale dunque le regioni sono le principali destinatarie. Nel 2013 le regioni ne hanno poi spesi 163 di miliardi, dove la parte del leone la fa notoriamente la sanità. Le province, tanto bistrattate, ne hanno spesi dieci, i comuni invece si sono dati anche loro da fare con altri 66 miliardi. Il resto della spesa statale è composto da pensioni, interessi sul debito, investimenti, contributi europei, poste straordinarie e appunto da quei fatidici 445 miliardi di trasferimenti regionali» (Ecco, torna il Fus).

«Forse si può capire che un Maroni e uno Zaia fatichino a seguire un percorso riformatore, date le posizioni estreme e antisistema della Lega. Ma che si costituisca un fronte unanime spendaccione con Chiamparino, Zingaretti, Caldoro, questo è un segno di pigrizia e di rassegnazione al tran tran», così anche ieri Il Foglio. Che non le manda a dire: «I governatori delle regioni (di sinistra come Chiamparino e Zingaretti, di destra come Caldoro, di area leghista come Zaia e Maroni) devono scegliere anche loro. Possono comportarsi come parte di una seria classe dirigente o in un certo senso da cacicchi, ma i capitribù controllavano il villaggio, mentre loro sono controllati a vista da un ceto amministrativo che promette quel che non può e spreca tutto quel che può. Oppure possono cercare di cambiare l’ordine del discorso, e dei fatti, prendersi la responsabilità che gli tocca, adesso. Il governo non agisce nel vuoto della decisione politica indipendente, autarchica: fa i conti con i patti europei, con la logica della moneta unica, con le forze di mercato che danno segnali chiari di nervosismo finanziario, più o meno speculativo (il Foglio ne ha parlato con allarme prima delle turbolenze di queste ore). I dati sullo sviluppo economico sono duri per tutti, anche per questo paese, e non esistono per l’Italia e l’Europa soluzioni sorprendenti e nuove alla Tsipras, alla Farage o altre versioni sviluppiste di sinistra classista e di destra nazionalista o populista. I trasferimenti dello stato alle regioni vanno tagliati, la foresta va disboscata» (Governatori o cacicchi).

E vale la pena, già che ci siamo, di dare un’occhiata ai dati europei che smentiscono la lagna dei giudici sulle risorse. E’ uscito da pochi giorni il rapporto biennale della Commissione per l’efficacia della giustizia (Cepej - The European Commission for the Efficiency of Justice) sulla qualità e l’efficienza della giustizia, che confronta i dati di oltre 40 paesi del Consiglio d’Europa. Secondo i dati appena pubblicati, la spesa in Italia è passata dai circa 4 miliardi di euro del 2004 ai 4 miliardi e 600 milioni del 2012, portandola ai livelli più alti d’Europa, senza che i tempi e le inefficienze si siano ridotti granché. Certo, il numero di nuove cause civili diminuisce. E quelle chiuse registrano livelli record. Ma lo stock rimane impressionante e la durata dei processi continua a rimanere tra le più alte in Europa (Report).

Non sarebbe male, infine, richiamare l'attenzione sul fatto che l’agitazione del mercato globale dei giorni scorsi è un chiaro remainder del fatto che la crisi europea non è sparita, stava solo sonnecchiando, e non è più così scontato che l’Eurozona, seppure con l’ormai noto ritardo, seguirà la strada della ripresa percorsa dagli Stati Uniti (Large Nations in Europe Balk at German Gospel). Consiglio, inoltre, la lettura di un articolo di Thomas Friedman (A Pump War?). L'opinionista americano ritiene che una guerra sotterranea globale del petrolio sia già in corso. E non è il solo a pensare che Stati Uniti e Arabia Saudita stiano cercando di portare alla bancarotta Russia e Iran mantenendo i prezzi del petrolio a livelli bassi, molto al di sotto di quanto è necessario a  Mosca e a Tehran per finanziare i loro bilanci. Fateci caso: quattro produttori di petrolio (Libia, Iraq, Nigeria e Siria) sono oggi nei guai e l’Iran è azzoppato dalle sanzioni. Dieci anni fa, queste condizioni avrebbero portato rapidamente alle stelle il prezzo del petrolio. Oggi succede il contrario. E il prezzo globale del petrolio è precipitato per settimane (Oil Prices Continue Decline, Pressured by Saudi Action to Defend ..). La guerra, insomma, con altri mezzi… 

 

 

Il (diverso) mondo di Obama

05/10/2014

Ballad Of A Thin Man. Mi è capitato di vedere alla televisione l'intervento che Massimo D'Alema ha svolto alla riunione della direzione del Pd di lunedì scorso (qui il video). D’Alema mi è sembrato al solito sentenzioso, e tuttavia molto invecchiato e pieno di rancore. Sarà la stizza (avrebbe dato chissà che cosa per stare al posto di Renzi), sarà che l'età accentua i tic nervosi e i gesti e le espressioni verbali che si ripetono senza rendersene conto, fatto sta che sembrava Sabina Guzzanti nell’imitazione di D’Alema. Ha detto bene Giuliano Ferrara: «Il piagnisteo comincia a diventare fastidioso. Ci sono dei ragazzi e delle ragazze in Italia che hanno preso il potere con i voti, succede, e vogliono esercitarlo a modo loro, senza chiedere troppe autorizzazioni, senza la supervisione occhiuta degli adulti. Come ha detto D’Ormesson ad Avvenire, niente è più borioso e noioso dei vecchi che danno lezioni. Vedere D’Alema che cita Stiglitz alla direzione del Pd, per sostenere la tesi che non bisogna fare nulla di nulla quando ci sia la recessione, altro che riforma del mercato del lavoro, e quando gli altri lo sfottono (Stiglitz chi?) risponde che prima di parlare si procurino un Nobel anche loro, che banalità, che pena, che subalternità culturale, che sciocchezza. Tremendo lo spettacolo della piccola invidia rancorosa, dell’incomprensione verso un processo così evidente di tentato rinnovamento e di tentato rilancio, che può non riuscire, ma genererà, come è successo dopo Berlusconi, qualcosa di diverso, non quel che c’era prima ...». Il passato non si può ricreare. Puoi fare finta. Puoi illuderti, ma ciò che è finito non torna. Lo ha scritto Chuck Palahniuk e lo sanno tutti: ogni lasciata é persa. Ma quel che più colpisce é l'incomprensione verso un tentativo di rinnovamento così lampante. Nessuno che sfidi Renzi sulla modernità. Tutti a piagnucolare sulla conservazione di miti arrugginiti. Incapaci di comprendere quanto sta accadendo attorno a noi. Come il Mr. Jones di una vecchia canzone di Bob Dylan (D’Alema aveva allora 16 anni):«Because something is happening here but you don’t know what it is. Do you, Mister Jones?».


Obama

Il mondo di Obama è diverso. E’ da un pezzo che qualcosa qui sta succedendo. Thomas Friedman è un celebre giornalista americano. Ha vinto tre premi Pulitzer e ha scritto, tra gli altri, The World Is Flat, 3.0, un libro fondamentale per comprendere meglio quanto sta accadendo attorno a noi e che cosa ci riserverà il prossimo futuro, nel quale ha spiegato l'effetto che i mutamenti in corso hanno sulle nazioni, sulle aziende, sulle comunità e sui singoli individui (Il mondo è piatto. Breve storia del ventunesimo secolo ... - Ibs). Qualche giorno fa, sul New York Times, Thomas Friedman è tornato a dirci che le cose sono cambiate. E dopo aver letto la storia affascinante che Ken Aldeman (diplomatico americano che ha diretto la U.S. Arms Control and Disarmament Agency durante l’amministrazione Reagan ed ha accompagnato Ronald Reagan nel corso del summit in Islanda del 1986 con il presidente sovietico Mikhail Gorbachev) ha raccontato nel libro «Reagan a Reykjavik: le quarantotto ore che misero fine alla guerra fredda» (Amazon.com: Reagan at Reykjavik: Forty-Eight Hours That ...), si è chiesto «chi ce l'ha avuta più facile, Reagan oppure Obama?» (Who Had It Easier, Reagan or Obama?).

Ovviamente, si imparano un sacco di cose sulla leadership di Reagan nel libro. Secondo l’opinion leader americano, tuttavia, «la cosa più straordinaria non è stata tanto la dedizione di Reagan alle ‘Guerre Stellari’», l’iniziativa di difesa strategica che ha messo fine (pare) alla Guerra fredda. «Quel che più colpisce è che Reagan abbia intuito subito che Gorbachev era un tipo di leader sovietico molto diverso - uno con il quale avrebbe potuto fare la storia - ben prima che lo avvertisse la comunità dell'Intelligence. E questo ha fatto la differenza». Ora, osserva Thomas Friedman, «i conservatori non fanno che ripetere: ‘se solo Obama potesse guidare come Reagan’. Toccherà agli storici stabilire tra qualche anno chi è stato il miglior presidente. Ma quel che voglio dire è questo: in parecchie aree decisive, Reagan aveva un mondo molto più semplice da gestire di quello che ha Obama oggi. ‘Molto più facile, stai scherzando?’, dicono i conservatori. ‘Reagan doveva fronteggiare una superpotenza comunista che aveva migliaia di missili nucleari puntati verso di noi! Come puoi dire questo?’. Ecco come: lo scontro principale ai tempi di Reagan era la Guerra fredda, e la caratteristica più importante della Guerra fredda era che fu la guerra tra due diversi sistemi di ordine: comunismo contro capitalismo democratico. Ma entrambi i sistemi competevano per costruire un ordine - per consolidare gli stati deboli nel mondo attraverso l'aiuto economico e militare e guadagnare il loro sostegno nella Guerra fredda. E quando Mosca o Washington telefonavano ad un altro stato, c'era quasi sempre qualcuno in grado di rispondere al telefono. Si sono perfino garantiti che le loro guerre per procura - come il Vietnam e l'Afghanistan - fossero relativamente contenute. Il mondo di Obama è diverso. È sempre più diviso in regioni dell'ordine e regioni del disordine, dove non c'è nessuno che possa rispondere al telefono, e la competizione principale non è tra due superpotenze organizzate, ma tra una superpotenza e molti uomini superpotenti imbestialiti. L'11 settembre siamo stati attaccati, e feriti orribilmente, da una persona: Osama Bin Laden e la sua gang superpotente».

Con questi abbiamo oggi a che fare. Con uomini infuriati che dispongono di un grande potere e di grandi mezzi, che hanno grandi possibilità d'azione, uno spazio aperto maggiore nel quale operare e armi potenti e potenti strumenti di comunicazione. Ma c'è di più, sostiene Friedman. «Gorbachev, il principale rivale di Reagan, ha vinto il premio Nobel per la pace nel 1990 per aver fatto qualcosa che non avrebbe mai voluto fare: lasciò che l'Europa orientale se ne andasse pacificamente. I nemici di Obama, come lo Stato Islamico, non vinceranno mai il premio Nobel per la pace. Reagan poteva tranquillamente sfidare Gorbachev a Berlino a ‘buttare giù questo muro’ perché dall'altra parte del muro c'era un sistema inefficiente - il comunismo - che stava annullando una civiltà dell'Europa centro-orientale, e parte della Russia, che era naturalmente e storicamente incline al capitalismo democratico. E laggiù c'erano dei leader - come Lech Walesa, un'altro vincitore del premio Nobel per la pace - capaci di guidare la transizione. Dovevamo solo dare una mano a rimuovere il sistema insoddisfacente e farci da parte». Del resto, lo ha spiegato Michael Mandelbaum, lo specialista di politica estera della John Hopkins University e autore di «The Road to Global Prosperity» (The Road to Global Prosperity: Amazon.it: Michael ...):«i paesi dell'Europa centro-orientale furono loro malgrado parte di un impero comunista ma culturalmente facevano parte da sempre della civiltà occidentale (…) Non si sono mai concepiti come comunisti, ma piuttosto come occidentali che sono stati sequestrati». Dunque, insiste Friedman, «dopo che Gorbachev, sotto la pressione di Reagan e dell'Occidente, li rimise in libertà, corsero ad abbracciare le istituzioni occidentali più velocemente che poterono. Nel Medio Oriente, che ha consumato molta dell'energia di Obama, la gente ha abbattuto i loro muri – i loro sistemi - ma sotto non c'era una civiltà con un'esperienza interrotta, abitudini e aspirazioni di democrazia e di libero mercato. C'era invece un miscuglio tossico di islamismo, tribalismo e settarismo e un'aspirazione alla democrazia in una fase iniziale. La sfida della leadership di Reagan fu quella di abbattere un muro e raccogliere i dividendi della pace lasciando che la natura facesse il suo corso. La sfida di Obama è che dall'altra parte del muro che gli arabi hanno buttato giù c'è un programma colossale di nation-building, con una civiltà traumatizzata, divisa e spesso culturalmente ostile ai valori e alle istituzioni occidentali. Un lavoro enorme che solo gli abitanti del posto possono guidare».

E’ capitato anche a Reagan di affrontare, un’unica volta, una versione più ridotta della sfida di Obama: in Libano. Il Libano era diventato una base fondamentale dell’OLP che proprio dalle postazioni create nelle zone del sud scatenava le sue incursioni armate in territorio israeliano. Allora (nel 1982) le Forze di Difesa Israeliane invasero il sud del Paese dei Cedri e l’OLP sgomberò le sue forze dal Libano. E Reagan sperò che ciò avrebbe prodotto naturalmente un ordine democratico, con un piccolo aiuto da parte dei marines americani a fare da levatrice. Ma il 23 ottobre 1983, 241 marines morirono nell'esplosione di un camion bomba contro una caserma all'aeroporto di Beirut. Reagan comprese allora che in quel un miscuglio di islamisti, cristiani faziosi, siriani, milizie scite, rifugiati palestinesi e democratici ci voleva molto di più che gli americani a fare la guardia. «Ci voleva un nation-building». C'era bisogno, insomma, di uno sforzo enorme, quello di ricostruire una nazione. «E cosa fece Reagan? Se ne andò», conclude Friedman. «Ero lì a salutare gli ultimi marines sulle spiagge di Beirut. Per questo confrontare Reagan con Obama, in politica estera è inevitabile. Ma quando lo si fa, bisogna comparare anche i loro rispettivi contesti. La differenza è significativa».

Rolling

Assemblea parlamentare della Nato. Per farsi un'idea del nuovo contesto e dello sforzo enorme di nation-building che oggi sarebbe necessario (paragonabile allo sforzo che ha condotto alla trasformazione della Germania e del Giappone in paesi democratici) rinvio alla lettura degli interventi di Arturo Varvelli (ISPI) (Ancora un'ultima chance per la Libia; Libia: la strada tortuosa del compromesso; Libia: perché un appoggio a Hiftar non è la soluzione; Libia: perché un appoggio a Hiftar non è la soluzione) e Florence Gaub (EUISS) (After the Spring: Reforming Arab Armies; A Libyan Receipe for Disaster | Florence Gaub - Academia ...; The North Atlantic Treaty Organization and Libya: Reviewing Operation UNIFIED PROTECTOR) sulla crisi libica e di Fawaz A. Gerges (LSE) (BBC News - Islamic State: Can its savagery be explained?; Obama and the Middle East: The End of America’s Moment?; The Far Enemy: Why Jihad Went Global) sulla crisi siriana e irachena. Sono solo alcuni degli studiosi che sono intervenuti nel corso dell'Assemblea parlamentare della NATO che si è conclusa ieri a Catania (CATANIA, ITALIA). Non molto lontano dai luoghi di crisi della sponda sud del Mediterraneo. Come cantava un'altra immarcescibile rock band:«…War, children, it’s just a shot away. It’s just a shot away…». Era il 1969 e anche allora le cose stavano cambiando. Come sempre.

 

 

La fine di un'epoca, probabilmente...

29/09/2014

Alternative für Deutschland sta impazzando in tutta la Germania. Dopo il successo in Sassonia, ha ottenuto il 12.6% dei voti nel Brandeburgo e il 10.6% in Turingia. E dopo aver sistematicamente distrutto il FDP, ora l'AFD sta dilaniando la base (di sinistra) del Partito Die Linke. Ha fatto irruzione in tre parlamenti regionali e ha conquistato sette seggi al Parlamento europeo. Ne abbiamo visto gli effetti quando il capo del partito Bernd Lucke ha messo sotto pressione il governatore della BCE Mario Draghi durante la sessione della commissione sugli affari economici e monetari. Ora Standard & Poor's ammonisce che la crescita del partito anti-euro tedesco mette in discussione il meccanismo di salvataggio dell'euro e qualsiasi forma di QE, stimolo che è già stato scontato in anticipo dai mercati. Inoltre, scrive l’agenzia di rating, costringerà Angela Merkel ad adottare una linea più dura nei confronti dell'Europa, e complicherà ulteriormente la gestione di una unione monetaria già claudicante. Lo scrive Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph (Germany’s Eurosceptic AfD spells end to Europe's false calm, warns S&P; Germany's Ukip threatens to paralyse eurozone rescue efforts).

L’articolo si trova tradotto sul blog Voci dall’estero (Voci dall'estero: Standard & Poor's: gli Euroscettici tedeschi ...). Ecco, di seguito, alcuni stralci del rapporto di S&P (S&P Rpt:German Eurosceptic Party Complicates Eurozone ...; Warnung vor Alternative für Deutschland: Standard & Poor's ...):

«Come più grande governo dell'area dell'euro e sicuro punto di riferimento per gli investitori, il ruolo della Germania nella gestione della crisi è stato fondamentale. La posizione relativamente forte in politica interna del governo federale tedesco ha facilitato il necessario compromesso.

Fino a poco tempo fa, nessun partito dichiaratamente euroscettico in Germania era in grado di galvanizzare gli oppositori dei "salvataggi" europei e della assunzione di potenziali rischi finanziari da parte dei contribuenti tedeschi. Ma questa comoda situazione ora sembra essere arrivata alla fine.

AFD ha presentato un programma, sembra godere di una leadership disciplinata, ed è un partito ben finanziato che fa appello in generale ai conservatori, anche oltre le sue fondamentali radici eurofobiche. La maggior parte degli analisti politici concordano sul fatto che l'ascesa di AFD è improbabile che sia un fenomeno di breve durata. E potrebbe anche avere ripercussioni al di là della politica tedesca.

Questo cambiamento nel panorama dei partiti potrebbe avere implicazioni sulle politiche dell'area dell'euro, limitando lo spazio di manovra del governo tedesco. Il cancelliere Angela Merkel e il suo partito conservatore CDU hanno a lungo beneficiato della mancanza di una valida opposizione di destra. Cosa che ha permesso loro di spostarsi verso il centro dello spettro politico.

Se la popolarità di AFD nei sondaggi dovesse persistere, ci si può aspettare che il CDU tenterà di rioccupare lo spazio politico precedentemente abbandonato. Di conseguenza, dovremmo considerare la forte probabilità che l'orientamento politico del CDU (e quindi della Germania) sarà di un irrigidimento verso i compromessi nell'area dell'euro. Questo potrebbe comportare una minore flessibilità nel ritmo di risanamento dei conti pubblici degli altri paesi europei, o una certa resistenza verso il piano coordinato pan-europeo di investimenti verso il quale stanno puntando alcuni governi. Potrebbe anche portare ad una retorica più apertamente critica contro le politiche della BCE, che complicherebbe ulteriormente la politica monetaria non convenzionale.

Niente di tutto questo avrebbe importanza se potessimo considerare che la crisi dell'euro è ormai dietro le spalle. Tuttavia, è improbabile che sia così. La produzione in Eurozona è ancora a livelli inferiori al 2007 e nel 2014 la debole ripresa ha subìto una battuta d'arresto in gran parte della zona euro. La disoccupazione rimane pericolosamente alta e le pressioni di disinflazione sono in crescita. Gli oneri del debito pubblico continuano a crescere in tutti i grandi Paesi dell'area dell'euro tranne la Germania.

Terremo sotto monitoraggio ogni eventuale segno di irrigidimento della Germania. Un tale cambiamento potrebbe ridurre la fiducia degli investitori nella solidità del sostegno multilaterale nei confronti di qualsiasi paese sovrano dell'eurozona in caso di necessità. Un tale cambiamento nel “sentiment” potrebbe contribuire a delle condizioni di finanziamento meno favorevoli per i paesi a basso rating dell'area dell'euro, rispetto ai tassi di interesse storicamente bassi sui titoli sovrani che oggi osserviamo».

Luigi De Magistris, ex magistrato oggi sindaco di Napoli, è stato condannato mercoledì 24 settembre in primo grado a un anno e tre mesi di reclusione per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta Why Not.  (De Magistris e la fine dei manettari). Così De Magistris ha reagito alla condanna: «Se mi sospenderanno farò il sindaco in mezzo alla gente. Se decideranno che non devo più stare a Palazzo San Giacomo, vorrà dire che scenderò in strada e starò con i cittadini. Ma non credo che andrà così, perché penso che questa sia una sentenza politica» (Dario Del Porto, Rep 26/9/2014).  Forse, è davvero la fine di un’epoca (De Magistris, la fine di un’epoca). Ha scritto Cesare Martinetti sulla Stampa: «De Magistris è uno di quei personaggi la cui popolarità si deve a una distorsione tutta italiana che nasce dalla sensazione diffusa di vivere in un Paese con un tasso di ingiustizia insanabile dalla naturale fisiologia istituzionale e che richiede l’intervento di attori eccezionali che rompano la crosta dell’impunità (…) Le parole resistere o resistenza vanno maneggiate con molta cura. Ora, che il sindaco di Napoli parli di “resistenza” e di “lotta per la giustizia” per difendere la sua poltrona, è inaccettabile. È stato eletto sulla spinta di una popolarità ottenuta su inchieste costruite su abusi che sono stati accertati dal tribunale» (De Magistris, il giustizialista che non accetta le sentenze). Ma, si è chiesto Giuliano Ferrara, «Come fanno a passarla liscia. Non i Di Pietro o i De Magistris, che sono iconucce warholiane, come scriveva sabato Guido Vitiello, con i loro trattori e le loro bandane. Come fanno a passarla liscia i loro tifosi, sostenitori, bardi, propalatori sulla stampa e in tv. Come fanno a passarla liscia quelli del pubblico, stupidi fra gli stupidi, che non sanno identificare a prima vista un truffaldo, o quelli meno stupidi, che sanno come servirsi del truffaldo nella loro coscienza e nel loro comportamento pubblico. Quelli che hanno dialogato con loro nei tocsciò, li hanno intervistati nei telegiornali, li hanno spacciati come cocaina pura della questione morale e dell’attacco alla casta. Vergognarsi non è un dovere, non sono moralista, ma passarla liscia è molto inelegante» (Non la faccia di Giggino, ma chi me la fece sniffare mi spaventa).

Jobs Act. Oggi, nel Pd, ci sarà il confronto sul Jobs Act in direzione. Ma non sarà un conflitto dirompente, sostiene Pietro Ichino. Perché anche l’ala sinistra dei democratici incomincia a rendersi conto della necessità di non ripetere i gravi errori commessi in passato sulle politiche del lavoro (Lo scontro sul Jobs Act fuori e dentro il Pd). Ovviamente, all’interno del Pd uno scontro sull’art. 18 c’è, eccome. Ma, sostiene Ichino, «anche questo verrà superato senza morti né feriti. Perché anche all’interno dell’attuale minoranza del Pd c’è ormai una consapevolezza diffusa del rischio di ripetere un errore gravissimo, nel quale la vecchia sinistra è già caduta troppe volte (…) Quello di impedire l’allineamento del nostro Paese rispetto a uno standard europeo in materia di lavoro, in nome della difesa dei “diritti fondamentali dei lavoratori”, la loro libertà e dignità, salvo poi accorgersi ogni volta, a battaglia persa, di quanto essa fosse sbagliata. È accaduto così per il riconoscimento legislativo del part-time: la Cgil vi si oppose e il Pci votò contro nel 1984; poi di nuovo per il superamento della scala mobile, per l’abrogazione del monopolio statale dei servizi di collocamento, per l’introduzione in Italia del lavoro temporaneo tramite agenzia. Due o tre anni dopo che ciascuna di queste vicende si è conclusa, sempre con la sconfitta di una molto drammatizzata opposizione della sinistra politica e sindacale, quest’ultima ha sempre archiviato definitivamente la questione e nessun suo esponente si è più sognato di chiedere di tornare indietro».

Matteo Renzi. Nel «sonoro ribollire di mugugni contro Matteo Renzi» scrive Luca Sofri (Il lato oscuro della Forza contro Renzi ): «ci sono molte considerazioni fondate (…) Ma ciò che toglie molto senso a queste letture – e ne rivela un altro – è che si accompagnano a salti logici e forzature cospicue (Scalfari che indica come elemento “a carico” di Renzi che sia costretto a fare delle riforme; De Bortoli che non si trattiene da battute sulle camicie o sui toscani); e a riferimenti a un’idea di Italia, di politica – e forse di mondo – che non esistono più; e infine a una palese insofferenza personale. Cose che rivelano un intrattenibile messaggio di queste opinioni (una sorta di sottotitolazione) che è: “il potere che conosco e con cui andavo a pranzo non esiste più: ne è arrivato un altro che non si sa ancora se sia meglio o peggio, ma quello che è chiaro è che non ci vado più a pranzo, parla altre lingue, e ne sto perdendo la comprensione e la familiarità”».

Tutto sommato, forse è davvero la fine di un'epoca.

 

 

Fino alle porte dell'Inferno...

21/09/2014

 

I caccia francesi di Parigi venerdì hanno compiuto operazioni militari mirate a colpire le postazioni dei miliziani dello Stato islamico e nei giorni scorsi i caccia americani sono tornati a colpire vicino alla capitale Baghdad. Il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, in un’audizione al Senato ha annunciato che i raid Usa sulle postazioni Isis in Iraq sono stati già più di 160, spiegando come i bombardamenti siano serviti a indebolire le forze degli estremisti e a dare più tempo al governo di Baghdad di costruire una coalizione più ampia. «L'Isis ha aspirazioni globali - ha detto il capo del Pentagono - il loro obiettivo è diventare l'avanguardia dell'estremismo islamico nel mondo», prima di aggiungere: «Colpiremo i santuari dell'Isis in Siria».

Nelle ultime settimane il dibattito sulla politica estera americana è radicalmente cambiato. La chiave per capirne le ragioni, ha spiegato Peter Beinart (Pursuing ISIS to the Gates of Hell) si trova in un libro che si intitola Special Providence (Special Providence: American Foreign Policy and How It ...). Lo ha scritto 13 anni fa Walter Russell Mead e resta la migliore analisi sulla politica estera americana di questi anni. Mead sostiene che l’America ha quattro tradizioni di politica estera. La prima, che chiama «Wilsonianism». rappresenta la smania missionaria dell’America di diffondere la civiltà nel mondo. Una volta diffondere la civiltà voleva dire diffondere la Cristianità; ora significa diffondere la democrazia e i diritti umani. La seconda tradizione è l’«Hamiltonianism». Si riferisce alla convinzione che l’America, come nazione mercantile separata dai mercati più grandi da vasti oceani, deve rendere il mondo sicuro per il commercio americano; per conservare la prosperità interna deve, cioè, mantenere un ordine mondiale economicamente aperto e politicamente stabile. La terza è il «Jeffersonianism». Esso riflette una radicata paura: se l’America si fa coinvolgere in avventure imperiali all’estero, finirà per distruggere la libertà a casa propria. La quarta è il «Jacksonianism». Si riferisce al miscuglio peculiare di sciovinismo e di isolazionismo forgiato sulla frontiera americana. I Jacksoniani non vogliono modellare gli altri paesi ad immagine e somiglianza dell’America. Non gli importa neppure dei bilanci aziendali. Ma se te la prendi con loro, infangandone l’onore, ti daranno la caccia fino alle porte dell’inferno.

Se la frase ci suona familiare è proprio perché Joe Biden l’ha pronunciata nei giorni scorsi in relazione allo Stato Islamico di Iraq e Siria (ISIS). E’probabile che l’abbia fatto perché nelle ultime settimane il dibattito sulla politica estera americana è diventato improvvisamente  Jacksoniano e potrebbe causare un sacco di guai all’amministrazione Obama. Va detto che da tempo le élite erano su una posizione dura ed interventista. Almeno da quando Obama aveva abbandonato il piano di bombardare la Siria per aver usato armi chimiche e la Russia aveva inghiottito la Crimea. Ma, si sa che le élite, per usare la terminologia di Mead, sono largamente Wilsoniane e Hamiltoniane. L’opinione pubblica, invece, restava indifferente; o meglio, restava fortemente Jeffersoniana. Per la maggioranza degli americani, il loro governo è già fin troppo coinvolto oltre oceano. Ma le decapitazioni di James Foley, Steven Sotloff e David Haines hanno cambiato tutto. E la settimana scorsa quando yougov.com  ha chiesto agli americani se avrebbero sostenuto gli strikes aerei contro i militanti dell’ISIS in Siria, il 63% ha risposto di si. Ovviamente, in termini strettamente politici, le ragioni per un intervento militare non sono accresciute in queste settimane. Non è chiaro ancora se il governo dell’Iraq sia abbastanza inclusivo per trarre vantaggio degli attacchi americani e staccare i sunniti dall’ISIS. Ed è ancor meno chiaro se gli Usa possano bombardare l’ISIS in Siria senza allo stesso tempo rafforzare Assad o altri gruppi di ribelli jihadisti sunniti. Si veda L’incerto pendolo tra guerra e contro-terrorismo, Roberto Aliboni e I rischi della strategia di Obama contro lo Stato islamico di Roberto Iannuzzi)

Ma tutto questo non conta. Quel che sta causando quest’eruzione Jacksoniana è la vista dei due americani terrorizzati in ginocchio in procinto di essere decapitati da fanatici mascherati. Poche immagini possono alimentare più vigorosamente una rabbia Jacksoniana. Molti lamentano la mancanza di strategia contro l’ISIS da parte di Obama. Ma quando il senatore del Texas, Ted Cruz, esclama «Dovremmo bombardarli fino a riportarli all’età della pietra», non esprime una prescrizione politica, né una strategia: é un urlo che chiede vendetta. E la fredda e misurata retorica di Obama, che parla di far «arretrare» l’ISIS e renderlo «gestibile», può irritare le orecchie Jacksoniane. Per loro, non si fiacca un gruppo che decapita gli americani. Lo si annienta. Obama sa bene che è proprio in momenti come questo, quando opinionisti e politici domandano vendetta, che i presidenti sono più propensi a fare «stupid stuff». Ma come osserva oggi Romano Prodi  (Solo una grande alleanza potrà fermare il nuovo terrorismo ) un fatto è certo:«la politica americana si sta allontanando sempre di più dalle solitarie prove di forza per fondarsi sulla diplomazia, le alleanze e gli accordi. Il soft-power e il cervello si sostituiscono progressivamente ai muscoli. Solo con questa strategia Obama potrà affrontare con possibilità di successo anche la sfida con la Cina che, come egli stesso ha dichiarato, sarà il punto di riferimento della politica del secolo che stiamo vivendo. Non avendo per ora alcuna prospettiva che a questa grande gara partecipi l’Europa, ci limitiamo a sperare che questa sfida sia pacifica».

 

Il diritto del lavoro secondo Renzi

17/09/2014

 

Quello italiano è «un mondo del lavoro basato sull'apartheid» ha detto ieri Matteo Renzi alla Camera dei deputati, usando le stesse parole che aveva adoperato durante le primarie del 2012, quando, nei suoi discorsi e nel suo programma, il sindaco di Firenze aveva ripreso le idee-chiave della sinistra liberale e con quelle idee aveva provato a sfidare la maggioranza del Pd; e quando a dargli una mano nel Pd, con il giuslavorista Pietro Ichino, oggi senatore di Scelta Civica, eravamo in quattro gatti ( Perché voto Renzi, l’unica alternativa possibile a questa sinistra fallimentare ). 

«Al termine dei mille giorni - ha detto ieri il Capo del Governo - il diritto del lavoro non potrà essere quello di oggi. Io ritengo, assumendomi la responsabilità di quello che dico, che non ci sia cosa più iniqua in Italia di un diritto del lavoro che divide in cittadini di serie A e di serie B: tu sei una mamma di 30 anni, sei una dipendente pubblica o privata, hai la maternità; sei una partita IVA, non conti niente; tu sei un lavoratore, stai sotto i 15 dipendenti, non hai alcuna garanzia, stai sopra sì; tu sei uno che ha diritto alla cassa integrazione, ma dipende dall'entità, dall'importanza, dalle modalità della cassa integrazione ordinaria, di quella straordinaria, di quella in deroga. Questo è un mondo del lavoro basato sull'apartheid. Personalmente dico a quella parte di sinistra più dura rispetto alle necessitá di cambiare le regole del gioco sul lavoro che, per come la interpreto io, la sinistra è combattere l'ingiustizia, non difenderla, e dico però contemporaneamente a chi oggi dà poteri taumaturgici alla riforma del mercato del lavoro e del diritto del lavoro che, per recuperare posti di lavoro, occorre una politica industriale, occorre avere il coraggio di andare a raccontare che la dorsale siderurgica di questo Paese, da Genova a Taranto, passando per Terni e per Piombino, non soltanto non si chiude, ma viene aperta e spalancata ai mercati internazionali. Occorre avere il coraggio e la forza di andare laddove ci sono le aziende in crisi, e noi stiamo andando dappertutto, perché si potrà dire tutto del nostro Governo, tranne che abbia voglia di sgattaiolare via. Non so da quanti anni è che non c''era un Presidente del Consiglio che andava a Gela o a Termini Imerese o a Taranto, ma ci andiamo convinti di una cosa: che la politica in questi anni ha talvolta eluso le questioni reali e che dal nostro punto di vista i mille giorni sono l'occasione per definire una missione, un orizzonte. Questa missione e questo orizzonte hanno dei tempi serrati.

Io rispetto il dibattito parlamentare, rispetto però anche le esigenze che ci arrivano, non soltanto dalle pressioni, che sono naturali, degli imprenditori che vogliono investire o dei lavoratori che chiedono soluzioni e garanzie diverse, ma anche dalle pressioni di noi stessi, perché si tratta di un tema che tiene insieme gli ammortizzatori sociali, la maternità, la modifica stessa dei controlli delle aziende, che può sembrare un tema banale, ma che è un primo elemento di credibilità della politica: riuscire a scegliere un meccanismo per il quale, quando entri in un'azienda, non entrano tutti sette volte di fila nel giro di un mese, ma entrano tutti insieme; riuscire a fare soltanto questo significa dare finalmente un messaggio di semplificazione delle regole, passando dalle attuali 2.100 a 60, 70, 100 regole chiare, che impediscano le diversità tra il tribunale del lavoro di Prato e il tribunale del lavoro di Arezzo. Guardate i numeri e capite che il tema del reintegro o non reintegro dipende dalla conformazione geografica e non dalla fattispecie giuridica: guardate i numeri! Bene, se noi saremo nelle condizioni di avere dei tempi certi e serrati, noi rispetteremo il lavoro del Parlamento e ci attrezzeremo per la delega, altrimenti siamo pronti anche ad intervenire con misure di urgenza, perché sul tema del lavoro non possiamo perdere un secondo di più».

Insomma, ieri Matteo Renzi, ha indossato finalmente i panni di Gerhard Schröder ( Renzi e la lezione di Schröder ) e ha detto a chiare lettere che l'esperienza di governo è legata a due questioni cruciali: il mercato del lavoro (sul quale ha detto di essere disposto ad intervenire anche con un decreto se il Parlamento - e cioè il Pd - tentennerà troppo sul disegno di legge delega) e la giustizia (tema sul quale il segretario del Pd ha proclamato - vedi il caso Eni - la sua visione garantista: «...noi non accettiamo che uno strumento a difesa di un indagato, l'avviso di garanzia, costituisca un vulnus all'esperienza politica o imprenditoriale di una persona (...) Io dico qui, in Parlamento, di fronte a voi, che noi aspettiamo le indagini e rispettiamo le sentenze, ma non consentiamo a nessuno scoop di mettere in difficoltà o in crisi decine di migliaia di posti di lavoro e non consentiamo che avvisi di garanzia, più o meno citofonati sui giornali, consentano di cambiare la politica aziendale di questo Paese! ...»).

Va da sé che Renzi ha dato uno scossone all'albero del lavoro perché spera di raccogliere i frutti che cadranno dai rami. Chiaramente, come ha detto ieri il premier al Senato, «dobbiamo dare un messaggio, non già all'Europa, non già a soggetti esterni a noi, ma innanzitutto a noi stessi». Giusto. Ma, ovviamente, dobbiamo dare un messaggio anche all'Europa. Sulla scrivania di Palazzi Chigi c'è ancora la celebre lettera della Bce con un lungo elenco di cose da fare. E per contrattare con l'Unione europea una maggiore flessibilità sui conti pubblici, una delle poche carte che abbiamo a disposizione è quella di approvare una riforma strutturale che ci chiedono da diversi anni.

Vedremo come andrà a finire. È on line il testo dell’emendamento del Governo sostitutivo dell’articolo 4 del ddl-delega. Manco a dirlo, Stefano Fassina oggi è tornato alla carica denunciando che il diritto del lavoro secondo Renzi «è una linea opposta a quella sulla quale i parlamentari del Pd sono stati eletti e è anche opposta al programma congressuale e di governo di Renzi. E' una linea inaccettabile». E bisognerà fare attenzione anche ai gattopardi annidati nelle strutture ministeriali, pronti a tradurre questi obiettivi in burocratese per insabbiare i propositi di riforma. Ma, ovviamente, come ha detto ieri Gianluca Susta nella dichiarazione di voto di Scelta Civica, «abbiamo molto apprezzato la conferma, che abbiamo sentito nel suo discorso, dell'impegno del Governo di dare finalmente all'Italia un nuovo codice del lavoro, e con esso un nuovo diritto che sia davvero diritto di tutti i lavoratori e non soltanto, come oggi, di metà di essi». 

Dai e dai, alla fine le cose vanno come devono andare. Sulla crescita e sul tramonto, comunque inevitabile, del regime di Job property che ha caratterizzato il sistema italiano di protezione del lavoro nell'ultimo mezzo secolo, Pietro Ichino si è soffermato nell'articolo pubblicato nel numero di settembre del mensile Mondoperaio. Certo, adesso che in tanti sono pronti a saltare sul carro del vincitore andrebbero ricordate le battaglie dei riformisti, dentro e fuori il Pd. Anche perché avevamo ragione. Ma sappiamo come vanno le cose, ce lo ha spiegato Federico Caffè, un po' di tempo fa in un celebre articolo intitolato «La solitudine del Riformista» ( Federico Caffè , La solitudine del riformista - ). « Il riformista - scriveva l'economista - è ben consapevole d'essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo». Ma, concludeva Caffè, «il riformista si rincuora prendendo un libro che gli è caro e rileggendone alcune righe famose: "Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente. (...) giacché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie fanno presa prima che abbiano venticinque o trent'anni di et à , cosicché le idee che funzionari di Stato e uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli avvenimenti correnti non è probabile che siano le più recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male"». E se le cose andranno per il verso giusto, il riformista è pronto a stappare lo spumante.    

 

Renzi e la lezione di Schröder

04/09/2014

Dario Nardella, sindaco di Firenze, successore di Matteo Renzi a Palazzo Vecchio e amico del presidente del Consiglio, intervistato ieri sul Foglio da Claudio Cerasa, non le ha mandate a dire. Ha invitato l’amico e premier a far sua la lezione di Schröder. Gli ha ricordato che «ci sono delle fasi storiche in cui è necessario essere impopolari», che «la priorità oggi è far vincere il paese» e che «per far vincere il paese qualche volta occorre muoversi sfidando il vento». Insomma, ha detto a Renzi che deve correre anche il rischio di perdere le elezioni, ma deve usare «il martello pneumatico» come ha fatto a suo tempo Gerhard Schröder in Germania; deve fare le riforme prendendosi tutto il tempo necessario, pure più dei famosi mille giorni, ma deve farle anche a costo di «sacrificare la sinistra interna» (Oskar Lafontaine allora uscì dall’Spd) e soprattutto deve tagliare la spesa pubblica con coraggio (il cancelliere tedesco, ricorda Nardella, sfidò l'impopolarità andando a rivedere la spesa sulla sanità: un’operazione pari a circa 10 miliardi l’anno) e costringere con i fatti le corporazioni ad  autoriformarsi. Ma, insiste Nardella, «per fare le cose grandi, e credo sia questa la lezione che ci ha lasciato in eredità Schröder, bisogna non aver paura di utilizzare il consenso come un mezzo e non come un fine». Per far vincere il paese, anche a scapito della popolarità. Secondo Stefano Folli, Nardella coglie un punto centrale del «renzismo» oggi: la necessità di scegliere fra consenso popolare ed efficacia del progetto riformatore (Il dilemma irrisolto di Renzi: tenersi il consenso o trasformare il paese?). E c’è da sperare, come osserva Giuliano Ferrara, «che in molti seguano il sindaco di Firenze nel suo assunto principale: la democrazia si fonda sul consenso, ma non si esaurisce nel consenso, non è una conta, è un’arte sociale, un sistema complesso. Il peggiore possibile ad eccezione di tutti gli altri, come si dice» (Il consenso come mezzo). 

 

Vertice Nato. Una sessantina di capi di Stato e di governo sono riuniti oggi a Newport, in Galles, per il vertice della Nato che cercherà di trovare una strategia comune per rispondere alla crisi in Ucraina e all'offensiva militare jihadista in Iraq e Siria. Si tratta di uno dei summit più importanti nei 65 anni di storia dell'Alleanza che sembrava relegata a essere solo un relitto della Guerra Fredda. Come ha scritto oggi sul Sole 24 Ore Vittorio Emanule Parsi, è «In gioco la credibilità dell'Alleanza». E il suo svuotamento «accelererebbe e acuirebbe il tramonto dell’intero Liberal World Order». «Oggi il concetto di globalizzazione – rileva Parsi - è spesso evocato in un'accezione negativa, dimenticando che le modalità di organizzazione del mercato globale possono essere state anche sbagliate, ma l'idea di un mondo aperto alla circolazione di idee, persone, merci e capitale ha avuto formidabili ricadute positive sulla vita di miliardi di esseri umani. È la globalizzazione quella che è in gioco nelle pianure dell'Ucraina orientale. È l'idea che esistano standard di comportamenti che valgono ovunque e che non possono essere impunemente violati. Tanto più in Europa, in Occidente, nel Nord del mondo (…) Quanto vale e quanto costerebbe all'Italia, all'Europa, al mondo la frantumazione dell'ordine liberale globale? Quanto la fine della possibilità per idee, persone, merci e capitali di muoversi in relativa sicurezza per il mondo, per un mondo in cui i patti devono essere rispettati, gli impegni onorati e le parole mantenute? Sicuramente molto più del temporaneo danno arrecato dalle reciproche sanzioni che l'Occidente e la Russia si stanno scagliando addosso».

Un’estate particolare?

29/08/2014

Siccome la memoria, in particolare la memoria storica, tradisce fatalmente, quest’estate sembra una stagione insolitamente orribile di distruzione e di sangue. Dovunque il mondo è in fiamme. Gary Samore (ex assistente per la sicurezza nazionale nell’amministrazione Obama) ha detto a Peter Baker del New York Times: «C’è sempre una miscela complicata di interessi. Non è strano. Quel che è inconsueto è questo scoppio di instabilità e violenza dovunque» (Crises Cascade and Converge, Testing Obama - NYTimes ...).

Il mondo in fiamme. Va da sé che la supposta tranquillità delle stagioni passate è quasi sempre un mito prodotto dalla distanza nel tempo. E tuttavia il «dovunque» di Gary Samore è una iperbole comprensibile. Nell’Ucraina dell’est, dove centinaia di cadaveri e una dozzina di aeroplani marciscono sparpagliati nei campi di grano e di girasoli, il presidente russo Vladimir Putin ha reso evidente la sua intenzione di basare la sua legittimazione interna su un atteggiamento di sfida all’estero. In Nigeria, il paese più popoloso dell’Africa, il governo del presidente Goodluck Jonathan sembra incapace di fermare Boko Haram, che ha rapito centinaia di ragazze per testimoniare la sua devota opposizione ai valori del secolarismo e dell’istruzione. Gli uomini dell’Isis, una forza islamica radicale che ha origini in Al Qaeda, hanno piantato la loro bandiera nera nella Siria orientale e nell’Iraq nord occidentale. Al principio dell’anno, quando chiesero al presiedente Obama come poteva affermare che Al Qaeda era stata «decimata» se le bandiere della Jihad erano piantate in alto a Falluja, egli se la cavò con una battuta: «La metafora che qui usiamo a volte, e penso sia corretta, è se i ragazzi della squadra del college indossano la maglia dei Lakers questo non fa di loro Kobe Bryant». Ora il tono alla Casa Bianca non è più così rilassato. Ma l’unica costante della politica dell’amministrazione Obama in Siria resta la volontà di non immischiarsi (Obama Urges Calm in Face of Crises in Ukraine and Syria). Il che ha a che fare con le tendenze descritte da Michael Mandelbaum in The Frugal Superpower: potrà anche non piacere, ma l’invecchiamento della popolazione e l’enorme debito ridurranno il coinvolgimento americano negli affari globali (The Frugal Superpower: America's Global Leadership in a ...). E non è chiaro chi riempirà il vuoto. Rinvio al saggio molto dibattuto di Robert Kagan su New Republic (What America Still Owes the World - The New Republic) e al pezzo che ho scritto per il numero di agosto di Limes : TTIP: SE DUE DEBOLEZZE FANNO UNA FORZA.

Poi c’è il conflitto tra israeliani e palestinesi. Dove collocare l’origine della più recente esplosione tra le due parti? Il rapimento e la morte di tre giovani israeliani – Naftali Fraenkel, Gilad Shaar e Eyal Yifrach - ha portato alla vendetta e all’assassinio, con il bastone ed il fuoco, del ragazzo palestinese – Abu Khdeir -, che ha condotto al fuoco di fila dei razzi da Gaza a Israele, che ha condotto all’assalto israeliano dall’aria, da terra e dal mare. Come ha scritto nel suo sito web Berbard Avishai, «si può riavvolgere questa vendetta indietro fino alla Dichiarazione Balfour, nel 1917» (Watching Gaza). E il modo in cui si cerca di mettere ordine e di dare un senso a questo degradante conflitto dipende da chi siamo. Quel che nessuno può fare è guardare dall’altra parte. Non è possibile ignorare il cinismo di Hamas, che governa Gaza e sa bene quanta paura e che rappresaglia procuri sparando migliaia di razzi in Israele e nascondendo le sue armi nelle scuole e nelle moschee. Questi razzi hanno aumentato la portata, se non la precisione, e sono riusciti a terrorizzare Ashodod, Tel Aviv, Gerusalemme, Eliat, e in modo determinante, l’aeroporto Ben Gurion. E non è nemmeno possibile ignorare il bagno di sangue che Israele ha imposto a Gaza. Nel frattempo, nel conflitto, gli elementi – israeliani e palestinesi – più estremisti e ostili accrescono la loro forza e la loro convinzione (che si fa strada tra la gente) che non c’è alcuna possibilità di intesa ('Post’ poll: IDF, not Israel, won in Gaza). E forse bisogna davvero Put Gaza Under a U.N. Mandate.

L’estate italiana. Oggi pomeriggio, dopo le «chiacchiere di agosto», c’è il Consiglio dei ministri, il primo della ripresa estiva, in cui il premier Matteo Renzi dovrebbe illustrare il programma dei mille giorni. Come ha detto Nicola Rossi, economista, ex parlamentare, autore di un paper sulla «spending review» pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni di cui è stato presidente, «l’Italia sa da circa vent’anni cosa dovrebbe fare per mettersi in condizione di affrontare i mercati e giocare un ruolo nelle istituzioni che hanno preso forma negli ultimi decenni. La lettera della Bce del 2011 ne è certamente una buona sintesi, e Renzi farebbe bene a tenere quel testo sulla sua scrivania di Palazzo Chigi. Il problema è che il passaggio del tempo non è indifferente e questo è particolarmente vero in una situazione complessiva caratterizzata da molte criticità che possono, anche improvvisamente, far risaltare la estrema vulnerabilità italiana (di cui il debito pubblico è l’espressione più evidente). Spiace dirlo, ma continuiamo a perder tempo. Spesso in questi mesi ho avuto l’impressione che sono stati rottamati gli uomini ma non ancora le vecchie idee. E questo, solitamente, non ha molto a che fare con il cambiamento» (Renzi e i necessari tagli alla spesa per resistere alla frusta di Schäuble). Rinvio all’Occasional Paper «Conoscere per non deliberare», nel quale Nicola Rossi ricostruisce i diversi cicli di «spending review» per arrivare ai più recenti, rintracciando le cause degli insuccessi nella timidezza degli sforzi (PDF).

Una leadership «trasformativa». Antonio Funiciello ha ricordato ieri sul Foglio, in un articolo dedicato a Lyndon Baines Johnson, la definizione di «redefining leader» (una definizione coniata per LBJ, il prototipo del leader trasformativo, da Archie Brown in un libro uscito prima dell’estate: «The Myth of the Strong Leader» - The Myth of the Strong Leader: Political Leadership in the ... ). «Un  leader – spiega Funiciello - il cui operato di governo è di tale innovazione da produrre una radicale modificazione nei meccanismi di funzionamento della società del suo paese (...) Per Brown, LBJ è un redefining leader perché ha apportato cambiamenti così fondamentali e duraturi che la società e la politica americana non avrebbero potuto in alcun modo tornare indietro, anche se avessero voluto farlo» (Leader dell'estate). Non per caso, in questi giorni Johnathan Dartman ha scritto, sull’Atlantic, «What Hillary can learn from LBJ» (What Hillary Can Learn From LBJ). Che cosa può imparare, appunto. Perché un «redefining leader», dopo un’estate come questa, è quel che occorre. Un po’ dovunque. Non sarebbe male se anche a Palazzo Chigi (e, che so, perfino a Trieste) gli dessero un’occhiata.

La prima tappa...

09/08/2014

Matteo Renzi ha incassato ieri la prima delle quattro votazioni previste per la riforma del Senato: 188 voti a favore, nessun contrario e 4 astenuti. Gal, Sel, Lega e M5S non hanno partecipato al voto. Su questo importante passaggio parlamentare, per un bilancio della maratona costituente, rimando all’editoriale telegrafico di Pietro Ichino per la Nwsl n. 308.

«E’ appena l’inizio. L’Italia comincia a muoversi» ha detto Renzi. E c’è da augurarselo. A Palazzo Chigi stanno lavorando al «programma dei mille giorni», un piano articolato di interventi e riforme che il premier intende presentare settembre. La riforma, sottolinea Renzi, è solo «la prima tappa di un passaggio che prevede la rivoluzione nella pubblica amministrazione, il Jobs Act e la riforma della giustizia». Per l'appunto quel che chiede da tempo Bruxelles e che la nuova Commissione europea tornerà a chiedere tra non molto. Ed ora Matteo Renzi, su lavoro, giustizia e pubblica amministrazione, deve mostrare la stessa determinazione che ha ostentato nel corso della battaglia al Senato.

Intanto, suggerisco di approfittare della pausa estiva e di portare due libri sotto l’ombrellone. Il primo: «In difesa della politica, Perché credere nella democrazia oggi» di Matthew Flinders.( il Mulino - Volumi - MATTHEW FLINDERS, In difesa della ...). In Italia, si sa, sentire qualcuno che si pronunci in difesa della politica è quasi uno scandalo. Ma Flinders è convinto che «la politica democratica ha più importanza di quanto in genere si immagini e si ammetta. Ha importanza perché da più di quanto chiede». Il libro del politologo inglese vuole fare cambiare idea a quanti sono ormai scettici circa le istituzioni democratiche, dimostrando che la politica democratica mantiene molte più promesse di quante siamo disposti ad ammettere. La nostra disillusione deriva dal fatto che diamo per scontato ciò che la democrazia faticosamente assicura. E che attribuiamo ai diritti individuali un peso assai maggiore di quello accordato alle responsabilità verso la società e le generazioni future. Avversione e disprezzo per la politica peraltro fanno presa in chi dimentica i terribili costi delle alternative – autoritarie, populiste, tecnocratiche – alla democrazia. Un libro che, come avverte il curatore Gianfranco Baldini, «non parla del’Italia, ma all’Italia come nessun altro paese europeo». Flinders afferma il suo ottimismo senza idealizzare ciò che difende: «la politica democratica è caotica, faticosa, e volte frustrante, ed è così perche anche la vita ed il mondo lo sono. Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi (…) ma vi sono buone ragioni per amare e decantare le conquiste e le potenzialità della democrazia».

Specie se si considera che la democrazia ha spezzato il legame tra la politica e la paura che continua ad affliggere gran parte del mondo. E (in particolare) chi afferma che della politica democratica rimarrebbero solo macerie farebbe bene a leggere «Fiume di sangue» di Tim Butcher. (Amazon.it: Fiume di sangue. Un viaggio nel cuore infranto ...). Il racconto, appassionante e istruttivo, del suo avventurosissimo recente viaggio in Africa mette in luce la violenza brutale, la manipolazione, la povertà e i ricatti, i frutti della politica della paura, che in genere la politica democratica riesce a prevenire.

«Una grande caotica palude mal governata, mal funzionante, i governanti tradizionalmente preoccupati di razziare anziché governare; un esercito tronfio, parassitario, sleale, che in genere non serve ad altro che a minacciare la vita e il benessere di una popolazione civile vittima dei loro imbrogli». Questa recente descrizione di uno stato africano nel XXI secolo potrebbe consigliare una pausa di riflessione a certi critici che piangono su ciò che la politica democratica offre.

 

 

Diventa finalmente legge la riforma della cooperazione allo sviluppo

03/08/2014

Dopo quasi trent’anni e tre tentativi in sei legislature, la riforma della cooperazione internazionale è legge. La Commissione Affari Esteri del Senato, riunita venerdì scorso in sede deliberante, ha approvato in via definitiva il Disegno di Legge di riforma della cooperazione italiana allo sviluppo, già approvato dalla Camera dei Deputati lo scorso 17 luglio e, in prima lettura, dall'Aula di Palazzo Madama il 25 giugno.

Il Ddl, dal titolo Disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo, riforma integralmente il precedente assetto istituzionale della Cooperazione allo sviluppo ed adegua la normativa italiana ai nuovi principi ed orientamenti emersi nella comunità internazionale sulle problematiche dell'aiuto allo sviluppo negli ultimi venti anni. Il provvedimento ha l'obiettivo, da un lato, di aggiornare in modo sistematico la fotografia del sistema dopo 27 anni dall'approvazione della legge 49 del 1987 sulla Cooperazione allo sviluppo, rimettendo in ordine soggetti, strumenti, modalità di intervento e principi di riferimento maturati nel frattempo nella comunità internazionale; dall'altro, quello di adeguare il sistema italiano di cooperazione allo sviluppo ai modelli prevalenti nei paesi partner dell'Unione europea.

“Con questa riforma la cooperazione non sarà più solo "parte integrante" della politica estera, ma ne diventerà parte qualificante”. Così il vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli ha commentato l’approvazione della legge di riforma della cooperazione. “Con il nuovo testo” ha aggiunto Pistelli – “si punta a una maggiore partecipazione degli stakeholder non istituzionali (società civile, profit e no profit), nel sistema della cooperazione italiana e a un dialogo strutturato, mutuato dall'esperienza europea, fatto di un più stretto coordinamento tra gli attori, una maggiore efficacia e minori sprechi e sovrapposizioni. Un ringraziamento - ha detto Pistelli - va a tutti i gruppi parlamentari e alla rete dell’ONG che hanno dato un contributo fondamentale al successo di questa iniziativa”.

 

Perché professori e ricercatori dovrebbero andare in pensione prima?

01/08/2014

 

Perché professori e ricercatori dovrebbero andare in pensione prima? Se lo chiedono Giampiero Dalla Zuanna e Pietro Ichino nell'articolo pubblicato oggi dal quotidiano Europa che riporto di seguito: 

L’EMENDAMENTO PASSATO ALLA CAMERA RISPONDE ANCORA UNA VOLTA ALL’IDEA SBAGLIATA CHE SIA UTILE PER FAR POSTO AI GIOVANI ABBASSARE L’ETÀ DELLA QUIESCENZA PER GLI ANZIANI

Non si fa più spazio ai giovani universitari mandando prima in pensione i sessantenni

Nascono da un'idea sbagliata le nuove disposizioni inserite dalla camera nel decreto sulla pubblica amministrazione, che riducono l’età del pensionamento nel settore dell’impiego pubblico rispetto al settore privato 

Le nuove disposizioni inserite dalla camera nel decreto sulla pubblica amministrazione che riducono l’età del pensionamento nel settore dell’impiego pubblico rispetto al settore privato nascono da un’idea sbagliata: quella secondo cui il modo migliore per “far spazio ai giovani” consista nel mandare in pensione prima i sessantenni (quando non addirittura i cinquantenni): tutti gli studi mostrano come i paesi nei quali è più alto il tasso di occupazione dei sessantenni siano quelli nei quali è anche più alto quello dei ventenni.

La realtà è che, per un verso, nella maggior parte dei casi non c’è piena fungibilità tra il lavoratore anziano e il giovane; per altro verso, le risorse destinate ai pensionamenti anticipati vengono sottratte proprio alla possibilità di attivazione di nuovi servizi nei quali verrebbero occupati soprattutto i più giovani. Queste disposizioni, oltretutto, vanno in controtendenza rispetto all’aumento generale dell’età pensionabile, conseguenza inevitabile dell’allungamento della vita media (la quale – giova ricordarlo – dal 1974 a oggi è passata da 76 a 85 anni per le donne, da 70 a 80 anni per gli uomini).

L’inopportunità di queste disposizioni ci sembra ancor più marcata nella parte in cui esse consentono alle università di collocare d’ufficio a riposo i ricercatori universitari con più di 62 anni, e i professori con più di 68 anni, così abbassando le soglie che oggi sono di 65 e 70. Innanzitutto, non si comprende la ratio della differenziazione tra professori e ricercatori, dal momento che questi ultimi sono quasi sempre anche docenti a tutti gli effetti, pur se talvolta con carico didattico un po’ inferiore.

Osserviamo poi che, in Italia come in tutto il mondo, la vita media delle persone più istruite è più elevata di 3-4 anni rispetto a quella delle persone meno istruite; e che la carriera di ricercatori e professori universitari incomincia solitamente in un’età più avanzata rispetto alle altre carriere nel mondo produttivo. Non si comprende dunque il senso del mandare in pensione gli operai maschi di imprese private a 67 anni (con un’aspettativa di vita residua di 10) e i ricercatori universitari a 62 anni (con 20 anni di vita davanti a sé). In questo modo, saranno gli operai a pagare le pensioni ai professori…

In terzo luogo, i risparmi consentiti da questa norma sono di entità trascurabile, perché i docenti collocati a riposo – anche se escono dal bilancio delle università – passano a carico dell’Inps, restando in ultima analisi a carico dello Stato; e per gran parte di loro le pensioni saranno vicine agli attuali stipendi, perché calcolate per lo più con il metodo retributivo.

L’assunzione di giovani ricercatori o giovani docenti non è dunque facilitata sul piano finanziario dal pensionamento anticipato di chi li ha preceduti in queste funzioni. Semplicemente, così facendo si aumenta la spesa pubblica, scaricando i costi sul sistema pensionistico, come si è fatto dagli anni ’60 fino alla riforma Fornero, contribuendo in modo sostanziale ad accumulare gli oltre 2.000 miliardi di debito pubblico che ci affliggono. Noi riteniamo giusto assumere nuovi ricercatori e nuovi professori, perché investendo sulla ricerca di qualità si investe sul futuro, ma bisogna farlo razionalizzando la spesa, non attraverso “partite di giro”.

Quanto, infine, all’esigenza di ringiovanire le strutture di governance degli atenei, la legge 240 sull’università già impedisce di eleggere come direttore di dipartimento o come rettore un docente che andrebbe in pensione durante il mandato. Per diminuire l’influenza dei docenti più anziani, sarebbe sufficiente estendere questa norma alle commissioni di concorso (sia nazionali sia locali), escludendo dall’elettorato passivo i docenti ordinari con più di 65 anni.

Per tornare al discorso generale su queste disposizioni, osserviamo che esse eludono il vero problema: quello di adattare la qualità del sistema pensionistico all’invecchiamento progressivo della popolazione. Da più parti sono stati proposti – e non solo per il settore universitario e neppure solo per il settore delle amministrazioni pubbliche – meccanismi di uscita “dolce” dal lavoro, in particolare forme di combinazione di lavoro a tempo parziale e pensione. Ma la sede per l’introduzione di una innovazione di questa natura, se si vuole fare le cose per bene, non è il decreto-legge, bensì semmai i disegni di legge-delega sulle amministrazioni pubbliche e sul lavoro privato, contenenti la nuova disciplina organica della materia.

Arriva l'art bonus...

29/07/2014

 

È legge il decreto cultura, che prevede sconti fiscali al mecenatismo per i beni culturali e per il turismo. L’approvazione definitiva da parte del Senato del decreto proposto dal Ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini, introduce novità significative per il settore, a cominciare dall’ArtBonus, che prevede la deducibilità del 65% delle donazioni devolute per il restauro di beni culturali pubblici, le biblioteche e gli archivi, gli investimenti dei teatri pubblici e delle fondazioni lirico sinfoniche, fino a arrivare alle agevolazioni fiscali per favorire la competitività del settore turistico attraverso la sua digitalizzazione e la ristrutturazione e riqualificazione degli alberghi. Tra le maggiori innovazioni le misure per Pompei, la Reggia di Caserta, il recupero delle periferie, le semplificazioni amministrative in campo turistico, le foto libere nei musei, il riesame dei pareri delle soprintendenze, la Capitale italiana della Cultura.

Secondo Franceschini la "legge abbatte due barriere: quella del rapporto tra pubblico e privato e quella della separazione tra la tutela e la valorizzazione che per troppo tempo hanno monopolizzato il dibattito italiano. Adesso non ci sono più scuse: veniamo da anni di tagli, è arrivato il momento di investire”. 

Sul sito del Mibac (http://www.beniculturali.it) l'abc del decreto cultura, dall'art bonus agli sconti fiscali per ristrutturare gli alberghi. 

 

 

Arriva l'art bonus...

29/07/2014

 

È legge il decreto cultura, che prevede sconti fiscali al mecenatismo per i beni culturali e per il turismo. L’approvazione definitiva da parte del Senato del decreto proposto dal Ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini, introduce novità significative per il settore, a cominciare dall’ArtBonus, che prevede la deducibilità del 65% delle donazioni devolute per il restauro di beni culturali pubblici, le biblioteche e gli archivi, gli investimenti dei teatri pubblici e delle fondazioni lirico sinfoniche, fino a arrivare alle agevolazioni fiscali per favorire la competitività del settore turistico attraverso la sua digitalizzazione e la ristrutturazione e riqualificazione degli alberghi. Tra le maggiori innovazioni le misure per Pompei, la Reggia di Caserta, il recupero delle periferie, le semplificazioni amministrative in campo turistico, le foto libere nei musei, il riesame dei pareri delle soprintendenze, la Capitale italiana della Cultura.

Secondo Franceschini la "legge abbatte due barriere: quella del rapporto tra pubblico e privato e quella della separazione tra la tutela e la valorizzazione che per troppo tempo hanno monopolizzato il dibattito italiano. Adesso non ci sono più scuse: veniamo da anni di tagli, è arrivato il momento di investire”. 

Sul sito del Mibac (http://www.beniculturali.it) l'abc del decreto cultura, dall'art bonus agli sconti fiscali per ristrutturare gli alberghi. 

 

 

L'intervento della senatrice a vita Elena Cattaneo

26/07/2014

Elena Cattaneo, ricercatrice di fama mondiale, è senatrice a vita dal 2013, terza donna dopo Camilla Ravera e Rita Levi Montalcini. Una donna che ha fatto della scienza e dello studio per la cura di malattie neurodegenerative grazie all'uso di cellule staminali anche embrionali, la motivazione della vita e che si è sempre schierata in prima fila nell'avanzamento degli studi scientifici. Dopo le recenti prese di posizione (I pregiudizi sulle colture rallentano l'innovazione - Corriere.it - No al Medioevo sulla ricerca Ogm), ieri è intervenuta nel corso della discussione del disegno di legge n. 1541 di conversione del cosiddetto «decreto competitività»  sul rogo degli organismi geneticamente modificati (Ogm), riaprendo il dibattito su un tema che vede l'Italia in difficoltà e ritardo rispetto al mondo avanzato (OGM e Scienza italiana - Salmone.org). Riporto, di seguito, il resoconto stenografico del suo intervento.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Cattaneo. Ne ha facoltà.

CATTANEO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signora Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio il Gruppo Per le autonomie per darmi la possibilità di intervenire sulla fiducia ben sapendo che io non rappresenterò l'indirizzo politico del Gruppo su questo voto di fiducia.

Benché siamo in sede di fiducia, mi permetto di intervenire su un singolo comma, l'ex comma 8 dell'articolo 4 del decreto in esame. Sulla base di questo comma vorrei spiegarvi perché, a mio avviso, anche una singola norma possa essere paradigmatica di un modo di legiferare che a me sembra contraddittorio con gli obiettivi promessi dal decreto e anche, a mio sommesso parere, antiscientifico.

Premetto che anche secondo me il testo del decreto è stato notevolmente migliorato dal lavoro dei Senato. Pertanto ringrazio i colleghi senatori e i relatori, ma anche la Commissione sanità che, come ha ricordato stamani il senatore Dalla Zuanna ha proposto un emendamento, poi accolto, che elimina la pena della reclusione per chi pratica legittimamente la libertà d'impresa. Ma nell'ex comma 8 dell'articolo 4, restano sanzioni pesanti, che a mio avviso criminalizzano chi legittimamente vuole coltivare piante OGM autorizzate. Vorrei quindi spiegarvi in quattro punti perché questo comma, invece di promuoverla, secondo me va contro la competitività italiana.

II primo punto: il comma sanziona gli agricoltori che seminano piante OGM. Nel farlo sanziona non solo chi pianta OGM non autorizzati (come è giusto che sia), ma anche chi pianta gli OGM autorizzati al commercio con legge europea, che l'Italia è tenuta a rispettare. Quindi il comma dice no a una pianta Ogm autorizzata alla coltivazione in tutta Europa, l'unica: il mais OGM del tipo Bt. Quindi, parlo solo di questa varietà di mais, perché voglio usarlo come esempio paradigmatico. Sicuramente è una varietà tecnologicamente anche superata, che proteggendosi dall'attacco di dannosi parassiti evita l'uso di insetticidi tossici per l'uomo, gli animali e l'ambiente. È difficile, cari colleghi, avere l'approvazione con legge europea di una pianta Ogm, perché i controlli sono giustamente severi ed eseguiti da un'agenzia autorevole come l'EFSA (European food safety Authority). Ebbene, fino a cinque giorni fa la quota di suolo italiano coltivato a mais Bt, ufficialmente, era pari a un campo di calcio. È stata distrutta con il dispiegamento di ingenti Forze dell'ordine e costi per lo Stato. La contraddizione sta nel fatto che buona parte di quello stesso mais noi lo importiamo, cioè buona parte di quei 4 milioni di tonnellate, oltre a tutta la soia o il cotone, è OGM. Quindi, non capisco quale sia il vantaggio competitivo di sanzionare chi coltiva quel mais OGM che importiamo. È oggettivamente un controsenso.

Passo alla seconda ragione. A me sembra oggettivamente un controsenso, anche dal punto di vista economico. Infatti, nemmeno per il futuro il decreto-legge mi pare metta i nostri coltivatori nella condizione di avere un recupero di competitività per ciò che riguarda la resa per ettaro di quel mais. Per fare un paragone concreto e citando fonti come Eurostat ed ISTAT, elaborati da Dario Frisio dell'Università di Milano, la Spagna, nel 1995, prima di coltivare OGM, aveva una resa che era del 20 per cento inferiore alla nostra. Oggi la resa della Spagna, che coltiva per un terzo del suo terreno OGM, è superiore alla nostra del 41 per cento. Oggi noi produciamo 78 quintali per ettaro, a fronte dei 110 della Spagna. Oltre a questa minor produttività, noi spendiamo ogni anno più di 2 miliardi di euro per procurarci mangimi OGM dall'estero. Cioè, invece di dare questi soldi ai nostri agricoltori, li diamo alle aziende agricole straniere.

Alcuni economisti mi hanno fatto avere i loro calcoli, che dimostrano che spenderemo in questo modo due terzi della valuta che dovrebbe entrare vendendo all'estero tutti i nostri più prestigiosi prosciutti e formaggi prodotti dai grandi consorzi di tutela. A me sembra difficile sostenere che si possa commerciare meglio vantandosi del fatto che prosciutti o formaggi sono prodotti in una Nazione che non coltiva piante OGM, ma che alimenta, con mangimi OGM importati, tutto il parco zootecnico che li genera.

Il terzo punto su cui richiamo la vostra attenzione è il comma che sanziona la libertà delle nostre imprese agricole e, quindi, non ne favorisce la competitività, ostacolando anzi investimenti in innovazioni su terreni di proprietà con OGM ovviamente autorizzati, impedendo loro di fare ciò che le imprese agricole, per esempio spagnole, realizzano con successo.

Il quarto argomento è di natura giuridica. Ammetto che ho dovuto rileggere il comma 8 dell'articolo 4 molte volte e farmelo spiegare anche di più, perché faticavo a capirne la costruzione. Il comma, nonostante quanto dica il Governo, non introduce affatto delle sanzioni per chi viola i divieti previsti dal regolamento europeo n. 178 del 2002, ma prevede sanzioni per chi viola dei divieti nazionali alla coltivazione, che sappiamo, in base al citato regolamento, i singoli Stati possono introdurre, ma solo in via cautelare. Ma se pensiamo al mais Bt, quello che citavo prima, di fatto l'unico autorizzato, può qualcuno spiegarmi cosa significhi un divieto cautelare rispetto ad un OGM già autorizzato a livello europeo? Proprio non capisco. Insomma, in questo decreto-legge il comma anti-OGM spunta nell'articolo dedicato alle mozzarelle. In realtà, mi sembra che quel comma sia contro gli agricoltori friulani, che hanno osato rompere pubblicamente un tabù, piantando l'unica pianta OGM autorizzata per legge europea. Legge, quella europea, contro la quale l'Italia vorrebbe andare con leggi regionali che puniscono quegli agricoltori, senza che quelle stesse leggi regionali siano mai state notificate in Europa. Quindi, ci sono leggi regionali non notificate in Europa e, pertanto, fuori legge. Chiedo a voi: possibile sia davvero così?

PRESIDENTE. La prego di concludere, senatrice Cattaneo.

CATTANEO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Ho quasi finito.

Quei campi in Friuli, con la norma oggi richiamata, sono stati distrutti e d'ora in poi si vogliono aggiungere anche sanzioni per bloccare la coltivazione di ciò che importiamo pagando. Quel mais è andato all'incenerimento. Credo non vi sia immagine più simbolica di un rogo per rappresentare cosa c'è a monte. Bruciare conoscenza significa bruciare d'ignoranza: quei campi potevano dare dei dati all'Italia e un Ministro proteggerli per capire e verificare i numeri che stavano raccogliendo sulla biodiversità, sulla resa e sulla possibilità di coesistenza tra vari tipi di agricoltura, dati che magari dimostrano solo ciò che altri Paesi che usano OGM hanno già verificato. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e dei senatori Giovanardi e Susta).

Sulla base di questi quattro argomenti, io concludo che il comma in questione non dovrebbe essere parte integrante di un decreto che vuol richiamare il concetto di competitività: si va in direzione opposta e ciò non mi trova d'accordo. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Ovviamente, mi son chiesta il perché di questo comma: credo ci sia un estremo bisogno di riforme in questo Paese, ma la prima da fare è una riforma virtuale, che parta dalla consapevolezza di tutti che in questo Paese c'è un estremo bisogno di vero, in ogni ambito, e di solida cultura.

Mi rendo conto che il tema OGM susciti sensibilità diverse e posizioni contrapposte: non si può essere superficiali in niente.

Signora Presidente, vorrei lasciare agli atti la parte restante delle mie riflessioni, se sono autorizzata a farlo.

PRESIDENTE. Sì, senz'altro, senatrice.

CATTANEO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). E ora concludo davvero, ricordando che da cinque mesi l'Italia è sotto procedura d'infrazione.

Per tutti questi motivi e non senza qualche dubbio, ero intenzionata ad esprimere un voto di astensione alla richiesta di fiducia posta dal Governo, ben sapendo cosa l'astensione significhi in quest'Aula. Dopo la variazione apportata al comma, che ha eliminato la reclusione per chi coltiva piante OGM autorizzate, ho deciso di non partecipare al voto di fiducia. (Applausi dai Gruppi PD e LN-Aut e dei senatori Barani, Giovanardi, Sangalli e Susta).

 

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