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IL GIORNO DELLA MARMOTTA

24/01/2015

 

Napoleone a Marengo? La Banca centrale europea ha finalmente annunciato un aggressivo programma di acquisto di titoli pubblici da oltre 1.000 miliardi di euro che durerà almeno per 18 mesi con il duplice obiettivo di spronare la stagnante economia dell’Eurozona a crescere e di risollevare l’inflazione ormai vicina allo zero (Zampata coraggiosa della Bce). «La vittoria del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, con il lancio del Quantitative easing per 60 miliardi al mese per 18 mesi – ha scritto ieri Francesco Forte sul Foglio - è una vittoria storica come quella di Napoleone a Marengo nel 1800 vicino ad Alessandria contro l’esercito dell’impero austriaco». E anche se la battaglia non è finita, «oggi si può dire che con il varo del Quantitative easing avanza a livello europeo il modello di Mario Draghi – che si può definire di cooperazione monetaria e giuridica – a dispetto dei fautori della disgregazione o della dominazione tout court». Più cauto il New York Times che raccoglie I commenti di Mohamed A. El-Erian e di Gary D. Cohn: «“The E.C.B. will succeed in weakening the euro and maintaining generally low interest rates,” said Mohamed A. El-Erian, the chief economic adviser at the financial services company Allianz. “But this is insufficient to deliver a growth breakthrough,” he added, and “comes with the risk of collateral damage and unintended consequences.” (…) “I am not sure this is a game changer,” Gary D. Cohn, the president of Goldman Sachs, said at the World Economic Forum in Davos, Switzerland. “Monetary policy in itself is one ingredient, not the ultimate solution.” (Stimulus for Eurozone, but It May Be Too Little or Too Late). Resta il fatto che, come ha commentato il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan in un incontro con la stampa a margine del World Economic Forum, «le misure prese dalla Bce sono molto importanti vanno nella giusta direzione. E' importante l'ammontare e la procedura». La decisione della Bce, ha rimarcato Padoan, «avrà una ricaduta positiva sulla crescita economica, perché allontana i rischi di deflazione e permetterà una dinamica dei redditi nominali. Sarà un 'boost' per la crescita (…) Attualmente il quadro economico per l'Italia è migliorato, nel senso che c'è una decisa azione di politica monetaria, il tasso di cambio dell'euro che si continua a deprezzare e il prezzo del petrolio che si è dimezzato. E' una spinta importante per l'economia. L'implicazione che io traggo per il governo italiano è che questa finestra macroeconomica va sfruttata al meglio, accelerando le riforme e continuando il processo di aggiustamento dei conti pubblici, che porterà a una caduta del debito a partire dal 2016». Ovviamente, Mario Draghi sa bene che non basterà il rivolo di denaro dalla Banca centrale per riportare l’economia europea sui giusti binari e che le autorità politiche europee si devono dare, anche loro, una mossa. «Quel che può fare la politica monetaria è creare le basi per la crescita», ha detto in una conferenza stampa a Francoforte. «Ma - ha aggiunto – per riprendere a crescere, servono investimenti. Per investire, serve fiducia. E per la fiducia, servono riforme strutturali». Ora tocca ai governi implementare queste riforme strutturali». Adesso, come ripete il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, per l’Italia si è aperta una «finestra straordinaria». Anche Merkel benedice il Jobs Act (Merkel promuove il Jobs Act di Renzi: «Gli Imprenditori tedeschi mi dicono che ora si può investire in Italia») ed è tempo di spingere, grazie anche all’espansione monetaria, su privatizzazioni e Pubblica amministrazione. Le riforme sono infatti da tempo in calendario. Ed è ora davvero di «mettere il turbo» (Ecco l’agenda di Renzi per sfruttare al meglio il bazooka di Draghi;  Draghi: «Ora serve vera unione Raddoppiare sforzi per riforme»).

Il Giorno della Marmotta. Prosegue lunedì 26 gennaio, alle ore 15, l'esame in Assemblea del ddl n. 1385 e connesso, recante disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati. La discussione andrà avanti anche martedì 27 alle 9,30, come previsto dal calendario dei lavori. Per entrambe le sedute non è previsto orario di chiusura. La discussione è in corso dal 7 gennaio. Identica, ogni giorno. Ed anche dopo l’approvazione, dopo un «ampio dibattito», del «famigerato» emendamento 01.103, del sen. Esposito (PD) che ha precluso circa 35.700 proposte emendative delle 47.000 presentate, di emendamenti ne restano 12.000. Vi ricordate il Giorno della Marmotta? Ricomincio da capo (Groundhog Day) è una commedia del 1993 diretta da Harold Ramis ed interpretato da Bill Murray e Andie MacDowell. Nel film, il protagonista, un meteorologo inviato come reporter al Giorno della Marmotta, si trova intrappolato in un loop temporale che lo costringe a rivivere continuamente la stessa giornata: ogni mattina, alle sei in punto, viene svegliato dalla radio che trasmette sempre lo stesso brano musicale (I Got You Babe di Sonny & Cher), e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo della precedente. Gli eventi si ripetono esattamente uguali ogni giorno. Ecco, la discussione sulla legge elettorale è intrappolata, allo stesso modo, in una specie circolo temporale e si ripete, in aula, esattamente uguale ogni giorno. A ben guardare però, è così dai referendum del ‘91 e del ’93. Il 18 aprile 1993, 11 milioni e 662 elettori (su 14 milioni e 573, quindi l’83,30 per cento) votarono a favore del referendum per abrogare significative parti della legge elettorale del Senato, e consentire così che potesse trasformarsi, grazie alla normativa di risulta, da una legge proporzionale a una legge in grado di introdurre un sistema elettorale a prevalenza maggioritario. In quel giorno gli italiani hanno deciso che la governabilità doveva prevalere rispetto alla rappresentatività e, soprattutto, che il loro voto doveva «contare di più», perché oltre a quello sulla rappresentanza parlamentare ci doveva essere quello a favore dell’investitura del governo, come da tempo avviene nelle grandi democrazie occidentali. Quella domenica di primavera di 22 anni fa è stata e rimane un evento straordinario. Come partecipazione, come esito e come fatto giuridico. Certo, quel voto referendario non poteva scegliere un preciso sistema elettorale, ma indicava chiaramente una filosofia del voto che consegnava agli elettori la libertà di scegliere una maggioranza e un governo. Ma da allora la transizione è incompiuta. Perché una parte del sistema politico non ha mai accettato il sistema bipolare e nella migliore delle ipotesi ha cercato di piegare la situazione alle vecchie logiche proporzionaliste. Ci sono tanti sistemi elettorali nel mondo; anzi, ogni Paese ha il suo. Si pensi alla Francia del doppio turno, alla Gran Bretagna dell’uninominale, alla Germania della clausola di sbarramento, alla Spagna dei collegi provinciali ristretti. Anche l’Italia ha senz’altro diritto ad avere un suo sistema elettorale, e non mancano le soluzioni. L’importante è che sia un sistema elettorale finalizzato a favorire il formarsi di una maggioranza e un governo, scelto e legittimato attraverso il voto degli elettori. E siamo sempre li. Costretti a rivivere continuamente la stessa giornata (rinvio all’intervento che ho svolto nella Seduta del 08/01/2015 e all’interessante intervento di Giorgio Tonini).

 

NOUS SOMMES TOUS CHARLIE

14/01/2015

 

L'esecuzione a Parigi dei giornalisti di Charlie Hebdo e dei poliziotti in servizio per proteggerli è soltanto l'ultimo dei colpi sferrati da un'ideologia che cerca da decenni di ottenere il potere attraverso il terrore. È la stessa ideologia che ha costretto a nascondersi per un decennio Salman Rushdie (condannato a morte per aver scritto un romanzo), che ha poi ucciso il suo traduttore giapponese e che ha cercato di uccidere quello italiano. È la stessa ideologia che ha ucciso 3.000 persone negli Stati Uniti l'11 settembre del 2001 e che ha massacrato Theo Van Gogh nelle strade di Amsterdam nel 2004 per aver fatto un film. È la stessa ideologia che ha dispensato stupri di massa e massacri alle città e ai deserti della Siria e dell'Iraq; che ha massacrato 132 bambini e 13 adulti in una scuola a Peshawar il mese scorso e che regolarmente uccide così tanti nigeriani che ormai nessuno vi presta più attenzione. 

Noi, forse più di altri, sappiamo con che cosa abbiamo a che fare. Tra il 1969 e il 1985, il terrorismo di estrema destra ed estrema sinistra ha prodotto in Italia 428 morti e centinaia di feriti. Si tratta della cifra più rilevante in Europa occidentale. Le Brigate rosse sono poi tornate ad uccidere nel 1988, nel 1999, nel 2000 e nel 2003. Sotto i loro colpi sono caduti Roberto Ruffilli, Massimo D'Antona, Marco Biagi e Emanuele Petri. Il terrorismo di sinistra è un fenomeno che si è manifestato in molti paesi, ma soltanto in Italia è stato così longevo e radicato. Le Brigate rosse hanno goduto di consensi e hanno avuto numerosi ammiratori anche negli ambienti colti. Non mi riferisco soltanto ai «cattivi maestri», ma a decine di cittadini anonimi: studenti, professori di ogni ordine e grado, impiegati, casalinghe, disoccupati e pensionati, uomini politici. In tutte le categorie sociali è possibile, almeno una volta, imbattersi in un interlocutore che, riferendosi alle Brigate rosse, abbia detto: «Si va bene, però». Questa formula iniziale è la premessa a frasi e ragionamenti che non mutano nel tempo: «Uccidere è sbagliato però bisogna calarsi in un contesto particolare»; «mi dispiace per le famiglie delle vittime però D'Antona e Biagi hanno massacrato migliaia di lavoratori con le loro riforme del mercato del lavoro»; «i brigatisti uccidono, però non bisogna dimenticare che in Parlamento siedono un sacco di farabutti». In Italia esistono le Brigate rosse e le «Brigate rosse però». E le «Brigate rosse però» aiutano a comprendere il successo e la longevità del terrorismo rosso nel nostro Paese. 

Le Brigate rosse sono state e sono, innanzitutto, un fenomeno ideologico, e anche oggi l'ideologia, una scismatica ideologia di morte, è l'elemento determinante che motiva il terrorismo jihadista. Un giovane estremista può uccidere soltanto dopo aver imparato che uccidere è lecito e doveroso, attraverso quella che Alessandro Orsini - docente di Sociologia politica alla LUISS e autore di una tesi sulla «mentalità religiosa presente nel terrorismo moderno» e di «Anatomia delle Brigate rosse», un interessante saggio che Foreign Affairs ha classificato tra i libri più importanti del 2011 - ha definito una «pedagogia dell'intolleranza». Secondo Orsini, i brigatisti «si ritenevano detentori di una conoscenza superiore destinata a pochi eletti: un manipolo di giusti, possessori della verità ultima sul significato della storia», nella «tradizione dello gnosticismo rivoluzionario, di cui possiedono tutte le caratteristiche: l’ossessione per la purezza personale; un catastrofismo radicale, secondo cui il mondo sarebbe immerso nel dolore e nella sofferenza; di conseguenza la concezione salvifica della rivoluzione come un’apocalisse che squarcia le tenebre e instaura una “società perfetta”; l’identificazione del nemico come il maligno, un mostro responsabile dell’infelicità umana e dunque da sterminare; infine la mentalità “a codice binario” che riduce tutti gli aspetti della realtà alla contrapposizione tra forze del Bene e forze del Male» (Anatomia delle Brigate Rosse - Orsini Alessandro ...).

Ovviamente, si tratta di un fenomeno che non agisce nel vuoto. La nascita delle Brigate rosse avviene in un'epoca della storia italiana in cui i processi di modernizzazione del Paese sono tanto bruschi da cambiarne il volto nel giro di pochi anni, costringendo gli individui a una rapida «conversione culturale». Esiste una tensione tra la rapidità con cui muta la società e la lentezza con cui ci si adatta, che fa sì che si crei, in alcuni settori sociali, una disponibilità ad accettare soluzioni radicali contro l'ordine esistente. Lo stesso accade oggi nel mondo islamico. E ovviamente tutte quelle che comunemente vengono definite le «cause» del terrorismo (questione nazionale, reazione al sottosviluppo, lotta antimperialista, conflitti etnici e perfino frustrazioni sociali e individuali, ecc.) agiscono come substrato. Inoltre, l'esperienza delle Brigate rosse non piove dal cielo o non spunta dal nulla ma si inserisce in una tradizione rivoluzionaria ben specifica: tutte le categorie interpretative di cui si avvalsero le Brigate rosse sono ricavate, in blocco, dalle opere di Marx e Lenin. Come avviene oggi nel mondo islamico in relazione a quello che il generale ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, presidente dell'Egitto, ha definito «un coacervo di testi e di idee che noi abbiamo sacralizzato nel corso degli ultimi anni».  

Ma dalla nostra esperienza abbiamo appreso, appunto, che a decidere furono l'impegno e lo sforzo dei partiti e delle istituzioni e, soprattutto, le reazioni della società italiana, che continuò a vivere, agire e operare senza entrare nella sindrome da stato di emergenza e che mostrò una eccezionale capacità di tenuta. Furono queste reazioni che riuscirono a battere il terrorismo attraverso il rafforzamento del «consenso istituzionale» verso lo Stato. E un contributo di enorme importanza lo diede, appunto, il PCI che con la sua incondizionata presa di posizione a favore dello Stato repubblicano e delle sue istituzioni, riuscì a convogliare allora vasti settori di quelle che venivano chiamate le «masse lavoratrici» sui binari di un sostegno al sistema. Fu, infatti, Guido Rossa - che aveva denunciato un terrorista che distribuiva volantini all'Italsider - la prima vittima della campagna di terrore contro quella che le BR bollavano come «l'ala riformista dello schieramento politico». 

Oggi siamo allo stesso punto. E oggi tocca all'Islam che vuole vivere e convivere in Europa, manifestare un'esplicita, appassionata e sincera denuncia non solo delle violenze, ma dell'intolleranza e del disprezzo della libertà altrui; esprimere un esplicito e proclamato ostracismo civile e religioso contro il fanatismo che arma le milizie e lupi solitari. Per questo è importante che il generale al-Sīsī abbia fatto un appello all'Università del Cairo per una «rivoluzione religiosa», definendo «inconcepibile» il fatto che l'Islam sia diventato «fonte di ansia, di pericolo, di morte e distruzione per il resto del mondo». «Non mi riferisco alla "religione" - ha detto al-Sīsī - bensì alla "ideologia" - il corpo di testi e di idee che abbiamo santificato nel corpo di secoli (...) Abbiamo raggiunto il punto in cui questa ideologia è ostile al mondo intero». «Voi imam», ha affermato al-Sīsī, «siete responsabili di fronte ad Allah per questa rivoluzione. Il mondo intero sta aspettando il vostro prossimo passo poiché l’umma islamica viene lacerata, viene distrutta e va perduta, per opera delle nostre stesse mani» (La «Rivoluzione religiosa» di al-Sisi | Mondo | www.avvenire.it). Per questo è importante che i milioni di islamici che da Parigi, da Roma, da Londra o da Berlino, hanno assistito con raccapriccio e sgomento all'attentato di mercoledì scorso partecipino alla lotta culturale e politica attiva contro quella violenza che, in nome dell'Islam, punta al cuore dei valori scolpiti nella carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

LEGGE ELETTORALE: LA VERA POSTA IN GIOCO È LA PREMIERSHIP

09/01/2015

Riporto, di seguito, l’intervento che ho svolto in Senato, nella discussione generale svoltasi mercoledì scorso:

Discussione dei disegni di legge nn. 1385e 1449 - Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati. Resoconto stenografico della seduta n. 370 del 08/01/2015

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Maran. Ne ha facoltà.

MARAN (SCpI). Signor Presidente, colleghi, in molti nel corso della discussione e anche alcuni costituzionalisti nel corso delle audizioni in Commissione, si sono esercitati in ricostruzioni storiche e hanno indicato preferenze politiche ovviamente opinabili. Trovo, ad esempio, discutibile ritenere che, come è stato detto da uno degli auditi, l'adattamento del nostro sistema produttivo ai mutamenti strutturali del mercato, il passaggio dalla produzione dei beni all'economia dei servizi, alla società dell'informazione, debba avvenire preferibilmente con un sistema elettorale proporzionale. Si tratta di una preferenza contestabile, che tuttavia, come la tendenza a invocare o minacciare sempre nuove ragioni di potenziale incostituzionalità, ha una premessa, un punto di partenza, un sottointeso. Il presupposto è che il premio è il male e la rappresentanza fotografica è il bene perché democrazia è uguale proporzionale. Più il proporzionale è puro, più la democrazia è ideale; anzi, la democrazia è possibile solo con il sistema proporzionale. Torno perciò, a più di 25 anni di distanza dal crollo del muro di Berlino e dal collasso del vecchio sistema politico, su un nodo irrisolto. Oggi il bipolarismo, il maggioritario, la personalizzazione, l'elezione diretta, tutti indistintamente accomunati sotto l'etichetta del populismo, sono diventati nella narrazione che ha preso piede il segno della fine della democrazia, dell'abdicazione della politica e di altre terribili catastrofi, ma dal crollo della prima Repubblica consentire ai cittadini di scegliere con un voto un leader e una maggioranza è stata la fonte principale di forza e di legittimazione di tutta la strategia riformista sul tema della forma di Governo delle leggi elettorali. Sono passati 22 anni da quando i cittadini hanno risposto inequivocabilmente alla domanda alla base del referendum del 1993: sono i partiti o i cittadini a scegliere il Governo? E questo risponde ai partiti o ai cittadini? È dal 1993 che ci siamo abituati ad eleggere direttamente i sindaci, i Presidenti di Provincia e di Regione; per tacere del fatto che pochi mesi fa alle elezioni europee abbiamo simulato l'elezione diretta del Presidente della Commissione europea indicando per ogni partito un candidato alla poltrona di Presidente.

Il guaio è che, da allora, la competizione bipolare è stata costantemente ipotecata dalla persistenza del precedente sistema istituzionale e da una struttura incoerente e frammentata delle due principali coalizioni. Da allora, però, la nostra Repubblica non è più quella di prima, è già cambiata, ed oggi risulta incompiuta, a metà, ed il nodo irrisolto non riguarda tanto la legge elettorale, quanto la forma di Governo, cioè la qualità della forma di Stato. È da un pezzo che la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco, al punto che si è fatto dell'investitura popolare diretta - o come se lo fosse - il perno attorno al quale ruota il sistema, senza peraltro introdurre alcun serio contrappeso.

Va da sé che, con questo rivestimento istituzionale, l'Italia, prima o poi, sbatterà la testa contro il muro, anche perché - come ha spiegato un po' di tempo fa il professor Sartori - «la costruzione di un sistema di premiership sfugge largamente alla presa dell'ingegneria costituzionale». Infatti, spiega Sartori, «le varianti britannica o tedesca di parlamentarismo limitato funzionano come funzionano soltanto per la presenza di condizioni favorevoli». Come abbiamo visto in questi vent'anni, «un passaggio "incrementale", a piccoli passi, dal parlamentarismo puro a quello con premiership rischia di inciampare ad ogni passo»: non per caso, Sartori ritiene che, in questi casi, la strategia preferibile non sia il gradualismo, ma piuttosto una terapia d'urto, perché le probabilità di riuscita sono minori nella direzione del semiparlamentarismo e maggiori se si salta al semipresidenzialismo.

Il guaio è che oggi in molti prendono atto che non è possibile praticare la vecchia forma della partecipazione alla politica, ma continuano a ritenere che quella particolare e specifica forma della partecipazione alla politica e quel particolare sistema politico siano i migliori e dunque cercano di avvicinarsi a quel modello e di salvare più elementi possibile di quell'esperienza. Questo atteggiamento nasce però da una visione statica e conservatrice: il vecchio sistema dei partiti non tornerà più, neppure ripristinando proporzionale e preferenze. La metamorfosi è già avvenuta: nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello e dello Stato. Adesso che l'identificazione e l'appartenenza - all'ideologia, all'utopia ed alla morale del partito - non vi sono più, l'unica strada praticabile è esaltare la possibilità e la responsabilità della scelta, l'esercizio della cittadinanza dello Stato. Il rispetto della competenza decisionale degli individui non è forse l'unica risposta possibile ad una crisi di fiducia ormai incontenibile? Forse dovremmo guardare di più alle tendenze di fondo della società, comuni peraltro a tutti i Paesi avanzati, dalla struttura economica all'eguaglianza di genere, dalla natura della famiglia all'individualizzazione dei valori: in tutte le società industriali avanzate, le condizioni di prosperità economica raggiunte hanno modificato i nostri valori; ora, rispetto alle generazioni del periodo postbellico, l'autoespressione, la qualità della vita e la scelta individuale sono diventate centrali e questa nuova visione del mondo si accompagna ad una de-enfatizzazione di tutte le forme d'autorità.

Insomma, invece di essere diretti dalle élite, tutti si impegnano in attività dirette a sfidarle. Bisognerà farsene una ragione: oggi nessuno partecipa alla politica come in passato, per questo bisogna passare definitivamente da una concezione ed una pratica politica fondate su una dichiarazione ed una scelta di appartenenza a quelle fondate sulla responsabilità della scelta per il Governo del Paese.

Detto questo, ovviamente ognuno ha in testa il suo sistema elettorale, come ciascuno di noi ha in testa la propria formazione della nazionale. Io avrei preferito fare come in Francia: doppio turno di collegio ed elezione diretta del Presidente. Personalmente, nutro una convinta preferenza per il semipresidenzialismo francese, perché le sue regole e le sue istituzioni contribuiscono in maniera molto significativa alla ristrutturazione dei partiti e delle loro modalità di competizione, all'eventuale formazione delle coalizioni di Governo, nonché a dare potere ai cittadini. In Francia, la ristrutturazione dei partiti - basti pensare all'UMP - ha avuto come principale volano la competizione per la Presidenza della Repubblica ed i partiti sono sopravvissuti.

Ricordo che la possibilità di arrivare ad un accordo accettabile tra la primavera e l'estate del 2012 ci sarebbe stata: il PdL aveva offerto al PD un patto istituzionale vantaggioso, ossia una legge elettorale alla francese, in cambio del semipresidenzialismo alla francese; alcuni di noi, anche allora, provarono a dire che il cambiamento si imponeva, poi le cose sono andate come sono andate.

Ora, però, non è che possiamo tornare indietro riaprendo la discussione sul miglior sistema ipotizzabile in astratto per l'Italia: l'Italicum è già passato alla Camera, quindi dobbiamo cercare di andare avanti con quel che c'è, cercando di migliorare il testo, e prima si fa, meglio è, anche perché, con il passare del tempo - dopo più di vent'anni - alcuni problemi si sono aggravati e richiedono soluzioni più forti, mentre allora, a malattia ancora non così incancrenita, sarebbero bastati rimedi ben più modesti. Mi spiego: forse negli anni Ottanta, quando c'erano i vecchi partiti, cioè organizzazioni robuste, sarebbe bastato introdurre una soglia di sbarramento e la fiducia costruttiva, ora non basta più. Non ci sono quelle organizzazioni e la società è cambiata e va detto anche che, per altro verso, alcuni passi in avanti sono stati compiuti, come la stabilizzazione dei sistemi elettorali e delle forme di Governo a tutti i livelli subnazionali (Regioni, Comuni).

Resta il fatto, però, che la transizione è ancora incompiuta, perché è contraddittoria sia sul piano della forma di Governo nazionale, sia su quello del rapporto centro-periferia. Senza contare che mentre il Governo è un protagonista decisivo nel favorire le riforme, perché senza il suo protagonismo i veti finirebbero per prevalere come finora è accaduto, esso deve già agire come se possedesse ora quella forza e quella coerenza che a regime gli saranno dati dalle nuove regole.

Poste queste premesse, riassumo. Lo scopo della riforma costituzionale è il superamento del bicameralismo perfetto, che comporta la perdita del potere fiduciario e del voto paritario sulle leggi da parte del Senato e la responsabilizzazione in esso dei legislatori regionali. Lo scopo della riforma elettorale è duplice: quello di individuare un chiaro vincitore che ci preservi dalle grandi coalizioni permanenti, che sono naturalmente favorite dalla frammentazione e dall'insorgere di vari populismi, e quello di riavvicinare eletti ed elettori rispettando i paletti della sentenza della Corte.

Le audizioni svolte in Commissione sono state utilissime. Ci hanno dato spunti utili per evitare errori, ma non vanno prese per sentenze anticipate, anche perché le opinioni dei costituzionalisti spesso divergono tra di loro ed i paletti dentro ai quali possiamo scegliere restano molto ampi. Dopo la sentenza n. 1 del 2014, l'andazzo è quello di accusare tutto ciò che non si condivide di incostituzionalità. Ma quella sentenza, a ben vedere, ha solo chiesto una soglia minima per il premio e che le liste bloccate non siano lunghe. Si possono ovviamente prospettare altre conseguenze, ma sono ricostruzioni personali, non stanno dentro la sentenza. Basterebbe ricordare che le leggi elettorali per Camera e Senato sono nate divaricate alla Costituente. Rilevo inoltre che con due schede diverse per Camera e Senato, anche con due sistemi identici, persino se i diciottenni votassero anche al Senato, la governabilità non può essere garantita per principio. Gli elettori potrebbero separare i voti, il che finirebbe col travolgere qualsiasi correzione alla proporzionale. Si finirebbe insomma per costituzionalizzare di fatto la proporzionale, scelta che non è stata fatta alla Costituente. Può essere una posizione culturale, ma non è un obbligo per il legislatore, dato peraltro che il referendum del 1993, che ho ricordato, ha compiuto una scelta in senso diametralmente opposto.

In realtà, il premio alla sola Camera non assicura la governabilità ma la incentiva comunque in modo decisivo: il vincente alla Camera sarebbe comunque inaggirabile, sarebbe comunque il perno del Governo. E questo da solo legittima la disproporzionalità. Per questa ragione, ritengo che il Senato possa tranquillamente approvare l'Italicum con il premio alla sola Camera.

I sistemi elettorali, del resto, vanno valutati in relazione agli obiettivi che ci si prefigge. Resto dell'opinione che l'obiettivo di un sistema bipolare sia l'unico in grado di dare vita ad un Governo legittimato dal corpo elettorale, evitando l'ingovernabilità o il ricorso a grandi coalizioni non omogenee. Alla luce di questo obiettivo trovo, nel complesso, positivo il testo approvato alla Camera, che prevede l'assegnazione di un premio di maggioranza fin dal primo turno e l'eventuale ballottaggio a livello nazionale nel caso di mancato conseguimento del premio.

Ci sono, nel testo della Camera, alcuni punti critici che abbiamo peraltro evidenziato nel corso della discussione. Trovo perciò convincente la proposta della relatrice Finocchiaro di prevedere il premio a favore non di una coalizione di liste, ma a favore della lista vincitrice. Sarebbe inoltre preferibile una soglia più alta per il conseguimento del premio e cioè far scattare il secondo turno solo se nessuna forza politica sia riuscita a raggiungere almeno il 40 per cento dei voti, rendendo così meno eventuale il passaggio al secondo turno di ballottaggio. Condivido inoltre la proposta della presidente Finocchiaro di introdurre un'unica e ragionevole soglia di esclusione. Spetta al premio assicurare la governabilità e, perciò, non è necessario escludere la presenza in parlamento di forze minori. Su tutte queste questioni abbiamo presentato emendamenti.

Infine, per quel che riguarda la scelta dei candidati, dico subito che avrei preferito il ritorno ai collegi uninominali. Non mi persuade il ritorno al voto di preferenza. Le preferenze hanno dato cattiva prova, basti vedere le elezioni regionali e i collegi esteri. Oltretutto, il voto di preferenza richiede disponibilità di risorse finanziarie ingenti, produce frantumazione correntizia all'interno dei partiti e accresce il peso degli interessi. Inoltre, dopo l'abolizione del finanziamento pubblico, la restaurazione del voto di preferenza potrebbe rivelarsi perfino criminogena. Non per caso è un sistema abbandonato da tempo in tutti i Paesi avanzati. L'ipotesi del relatore dei capilista bloccati e per il resto il ricorso al voto di preferenza può rappresentare una mediazione utile, sia pure non entusiasmante.

In conclusione, non c'è nella proposta in discussione l'elezione diretta, che richiederebbe una revisione costituzionale, ma con il ballottaggio tra le due coalizioni o fra i due partiti, il leader è destinato ad avere una legittimazione diretta da parte del corpo elettorale e questo è un nodo centrale. Compito dei sistemi elettorali in un sistema parlamentare, infatti, non è solo quello di rappresentare, ma anche quello di esprimere un Governo. La rappresentanza non è fine a se stessa, ma è in funzione della legittimazione a legiferare e a concorrere al Governo. Da qui l'importanza, a nostro modo di vedere, dei sistemi a doppio turno, perché consentono all'elettore di scegliere direttamente chi è legittimato a governare.

Infine, come Gruppo ci siamo espressi in modo contrario in relazione all'introduzione della clausola di salvaguardia per mettere nel frattempo a sistema la normativa derivante dalla sentenza per due ragioni. In primo luogo, per una ragione di natura costituzionale: trovo che ci sia stato un eccesso di zelo, visto che la Corte non ha invitato il Parlamento ad agire. La Corte non ha scritto niente del genere, al di là dei pareri di insigni costituzionalisti. Senza contare che il presupposto della sentenza, la sua legittimità sta nella sua immediata applicabilità. La norma infatti, anche a seguito del giudizio di costituzionalità, è stata ritenuta dalla stessa Corte idonea a garantire il rinnovo degli organi costituzionali. Se poi dovesse servire intervenire per stabilire dove mettere la riga su cui scrivere la preferenza, può farlo il Governo, anche perché l'eventuale decreto non interviene in materia elettorale, non interviene sulla formula elettorale, ma unicamente su elementi meramente tecnici e applicativi, per dirla con le parole usate dalla Corte. In secondo luogo, ci siamo espressi in modo contrario per una ragione politica. Perfezionare la subordinata significa votare con la subordinata. Resto dell'opinione che il ritorno al sistema proporzionale non sia desiderabile; resto dell'opinione che compito dei sistemi elettorali in un sistema parlamentare non sia, come dicevo prima, solo quello di rappresentare, ma anche quello di esprimere un Governo.

Altra questione è quella di mantenere un rapporto con la riforma costituzionale per cui è ragionevole prevedere una data successiva al suo compimento per l'entrata in vigore della legge elettorale, com'è stato rilevato ieri dal Governo, il che si può fare agevolmente con un emendamento. Sarebbe auspicabile che la discussione sulle formule elettorali tornasse a basarsi sul confronto fra ragioni di politica istituzionale e non su una specie di gara a chi la spara più grossa in termini di legittimità costituzionale, perché sta al Parlamento soppesare le istanze che vengono dalla società ed individuare equilibri tra opzioni altrettanto legittime, assumendosene la responsabilità, che è appunto politica. (Applausi dal Gruppo SCpI. Congratulazioni).

 

FELICE ANNO NUOVO!

28/12/2014

Gli antichi romani l’avrebbero chiamato un annus horribilis, un anno costellato di disgrazie. E va detto che quest’anno non ci siamo proprio fatti mancare nulla. Il catalogo delle atrocità abbraccia il mondo intero. Mi vengono in mente: il recente massacro di 148 persone, quasi tutti bambini e adolescenti, perpetrato dai talebani nella Scuola militare di Peshawar; la conquista di un terzo dell’Iraq da parte del cosiddetto Islamic State, caratterizzata da decapitazioni, stupri diffusi, l’uccisione o l’espulsione di decine di migliaia di cristiani, yazidi e sciti, e il ritorno dell’America e dell’Occidente alla guerra; l’annessione della Crimea da parte della Russia e il sovvertimento dell’Ucraina orientale, con l’abbattimento di un aereo che portava circa 300 civili; il collasso degli ultimi negoziati israelo-palestinesi, seguiti da rappresaglie e omicidi e da un’altra guerra a Gaza, con più di 500 bambini uccisi; le molte migliaia di vite distrutte dall’Ebola nell’Africa occidentale; per non parlare delle difficoltà crescenti della politica democratica (il gap tra aspettative e risultati, la fragilità della democrazia, ecc.) nel gestire qualsiasi cosa, dal cambiamento climatico, all’immigrazione, dalle tasse alla disuguaglianza economica. Questo elenco trascura senza dubbio catastrofi e disgrazie che qualcuno potrebbe considerare peggiori di quelle che ho ricordato (per tacere, in Italia, della crisi economica, della recessione, della deflazione, della disoccupazione, del debito pubblico, delle tasse, dello spread, del credito, del costo del lavoro, ecc.), ma la mia lista personale basta ed avanza.

C’è sempre la tentazione di credere che le cose non sono mai state peggiori di come sono ora. Ma non è mai vero. Tanto per fare un esempio, l’anno 1979 ci ha dato l’invasione sovietica in Afghanistan, cominciando una guerra che continua ancora oggi e che sembra senza fine; la presa del potere totale da parte di Saddam Hussein in Iraq; la rivoluzione iraniana con l’ascesa dell’Ayatollah Khomeini al ruolo di leader supremo e l’inizio della crisi degli ostaggi. Per non parlare di inflazione, disoccupazione crescenti e alti tassi di interesse in tutto l’Occidente. La cronaca del 1979 registrò infatti una seconda crisi petrolifera con dinamiche molto simili a quella del 1973-'74. Senza contare che nel 1979, per quasi nove mesi, l’Italia è allo sbando. E mentre il potere è assente, l’inflazione è al 22%, i vertici della Banca d'Italia sono posti sotto accusa per un'iniziativa che si rivelerà destituita di ogni fondamento, Ambrosoli viene barbaramente assassinato e il «partito armato» continua a seminare cadaveri. La cronologia degli avvenimenti è impressionante. (Anno 1979, cronologia mese per mese).

Il più delle volte, la risposta psicologica alle cattive notizie è quella di ignorare qualsiasi buona notizia, come se non potesse essere vera. Gli orrori, oltretutto, spesso catturano l’attenzione e affascinano più delle prodezze. Almeno finché siamo a distanza di sicurezza. Ma il mondo non sta andando in pezzi. Lo hanno documentato Steven Pinker and Andrew Mack: «The world is not falling apart. The kinds of violence to which most people are vulnerable—homicide, rape, battering, child abuse—have been in steady decline in most of the world. Autocracy is giving way to democracy. Wars between states—by far the most destructive of all conflicts—are all but obsolete. The increase in the number and deadliness of civil wars since 2010 is circumscribed, puny in comparison with the decline that preceded it, and unlikely to escalate (…) Why is the world always “more dangerous than it has ever been”—even as a greater and greater majority of humanity lives in peace and dies of old age? Too much of our impression of the world comes from a misleading formula of journalistic narration. Reporters give lavish coverage to gun bursts, explosions, and viral videos, oblivious to how representative they are and apparently innocent of the fact that many were contrived as journalist bait. Then come sound bites from “experts” with vested interests in maximizing the impression of mayhem: generals, politicians, security officials, moral activists. The talking heads on cable news filibuster about the event, desperately hoping to avoid dead air. Newspaper columnists instruct their readers on what emotions to feel» (The world is not falling apart: The trend lines reveal an ...).

In realtà, ultimamente ci sono state alcune buone notizie e registrarle potrebbe aiutare a combattere la rassegnazione e il fatalismo che accompagna la spettacolarizzazione delle tragedie. Alcuni esempi: dopo due anni di legge islamica, il partito laico tunisino ha vinto le elezioni politiche e Béji Caïd Essebsi ha vinto le prime elezioni presidenziali libere della storia della Tunisia e ha battuto il candidato vicino ai movimenti islamici; in Ucraina i candidati pro Europa hanno conquistato una larga maggioranza di seggi alle elezioni, mentre i nazionalisti di destra sono andati male e i comunisti sono rimasti fuori; i ribelli curdi siriani del PPU, sostenuti dagli strikes aerei americani hanno respinto i (meglio armati) militanti Isis a Kobane, sul confine siriano-turco, in una coraggiosa resistenza che può essere celebrata come la loro Sarajevo; migliaia di operatori sanitari volontari hanno cercato di trattare i pazienti affetti dal virus Ebola in Guinea, Sierra Leone e in Liberia. In fondo, i primi esempi testimoniano che anche l’opinione pubblica democratica sottoposta a cattivi esperimenti ideologici può essere educata, può rinsavire. I tunisini, a differenza della maggioranza del mondo arabo, hanno provato l’ebbrezza di vivere sotto la legge islamica e poi hanno realizzato un cambiamento alle elezioni. E’ venuto fuori che gli islamisti, con tutte le loro promesse generose e le loro capacità organizzative, hanno fallito nel risolvere alcuni problemi (come la disoccupazione) e  hanno finito per peggiorarne altri, come il terrorismo e la criminalità. Gli ucraini, dopo aver visto per mesi come la Russia ha sconvolto la volontà e l’indipendenza del paese, hanno scelto di avvicinarsi di più all’Europa e alla libertà, nonostante i molti limiti del governo di Kiev. I curdi a Kobani sono un caso di coraggio fisico e morale in nome della loro dignità. E i volontari in Africa Occidentale dimostrano di avere un cuore e un coraggio più grandi della norma. Inoltre, anche se le grandi istituzioni sembrano moribonde, anche lo spirito idealistico di riforma e autogoverno non è morto, neppure in Italia. Come ha osservato Donato Speroni sul Corriere della Sera, «... anche se molte delle cose dette dal presidente del consiglio sono solo parole e azioni propagandistiche, non c’è dubbio che Matteo Renzi ha dato una scossa all’azione di governo. Ha commesso errori, ma ha messo in moto un processo di cambiamento che forse riuscirà nell’impresa più difficile: far “cambiar verso” all’atteggiamento degli italiani» (Come saranno i prossimi dieci anni? Abbiamo qualche ...). Prendiamo ispirazione. Come amava dire Bill Clinton, «Follow the trend lines, not the headlines». Forse vedremo che le linee di tendenza sono più incoraggianti di quanto un divoratore di giornali possa immaginare. Felice anno nuovo!

FVG: UN MODELLO INEFFICACE E SBAGLIATO DI POLITICA ATTIVA DEL LAVORO ALTRO CHE LIBERISMO...

12/12/2014

Il Senato ha approvato in via definitiva il Jobs Act (ddl n. 1428-B). Sul  varo di un nuovo ordinamento del lavoro tendente all’universalità e fondato sui principi della flexsecurity si è soffermato Pietro Ichino nella relazione che ha svolto in Aula in Senato e nella sua replica alla discussione generale. Torno, invece, sulle politiche del lavoro della nostra Regione che, come tutti sanno, gode di particolari forme e condizioni di autonomia («DEBORA, ORA SERVONO I FATTI», Messaggero Veneto 15 novembre 2014).

L’assessore Panariti ha fornito dei numeri (CARO MARAN, SUL LAVORO SEI INDIETRO). Ma nella sua risposta - che si concentra sulla quantità degli interventi, tacendo sulla loro qualità - l’esponente della Giunta regionale trascura di trattare l’aspetto più importante: la quota dei ricollocamenti lavorativi andati a buon fine. In quali aziende e settori economici sono occupate o dovrebbero andare a lavorare le 1.500 persone senza lavoro alle quali la Regione ha fornito formazione, alta formazione, tirocinio, mobilità internazionale e servizio civile? Temo che, quand’anche fosse possibile stabilirlo, si tratterebbe di numeri irrisori.

Intendiamoci, i livelli di occupazione dipendono dall’andamento dell’economia e, in un momento di grave crisi come quello attuale, i progetti di reinserimento lavorativo trovano difficoltà in tutta Italia. Con i tempi che corrono, si sa, non è facile per nessuno. Ma questo problema, in Friuli Venezia Giulia, è aggravato dall’adozione di un modello inefficace e culturalmente sbagliato di politica attiva del lavoro. Perché l’assessore Panariti, nella sua risposta, non cita il numero di accordi stipulati dai Centri per l’Impiego con le singole aziende in periodi antecedenti o contestuali all’avvio dei percorsi formativi finanziati dalla Regione? Semplicemente perché, in concreto, «a monte» non c'è, se non occasionalmente (come nel caso dei tirocini), la condivisione con l'universo produttivo dei percorsi suddetti, gran parte dei quali è pensata a tavolino dai Cpi e destinata, di conseguenza, a rimanere scollegata dal mondo reale. Probabilmente, l’assessore ritiene che, come all’Università, l’importante è imparare qualcosa, ché poi si vedrà. Il mondo del lavoro, però, è un’altra cosa. Lì non possono funzionare i sistemi e i metodi della formazione calata dall’alto e, prima di far partire qualsiasi iniziativa pubblica di aggiornamento e riqualificazione, è indispensabile un preciso accordo con gli operatori economici sugli obiettivi e sui contenuti formativi, altrimenti si buttano soltanto via i soldi per produrre numeri senza senso. Insisto: la parte più innovativa del progetto Pipol - per il quale, ricordo ancora, sono stati investiti circa 40 milioni di euro - non è tuttora avviata. Vedremo tra sei mesi o un anno, al riguardo, quanti soggetti ricollocati potremo ricondurre all'efficacia di quel progetto.

L’assessore Panariti inserisce, tra i numeri che ha esibito, le 10.099 persone disoccupate convocate dai Centri per l’Impiego per la fase di accoglienza che precede l’elaborazione dei piani personalizzati dei servizi da erogare a ciascuna di loro. Si tratta di dati che non dicono nulla ed eludono il punto di fondo: gli operatori dei Cpi, per quanto volenterosi, svolgono un lavoro per lo più impiegatizio, cioè non «esplorano» a sufficienza il territorio regionale con visite costanti presso le sedi delle imprese; non sono perciò in grado di rilevare, in modo capillare e dettagliato, i fabbisogni reali del mondo produttivo. E senza una puntuale analisi di tali fabbisogni – che dovrebbe anticipare l’accordo con le stesse imprese sul percorso di reinserimento lavorativo – non può esistere nessuna valida personalizzazione, se non quella appiattita sul mero ascolto dei desideri della persona senza lavoro. Manca, in altre parole, un forte collegamento con la domanda occupazionale, mentre permane uno sbilanciamento sulla sola offerta. E sarebbe questa la collaborazione sistemica di cui parla l’assessore regionale?

Quanto al liberismo, constato che è una strana malattia: miete vittime tra quelli che non ce l’hanno. Tanto meno liberismo c’è nei propri confini nazionali e tanto più lo spettro liberista viene agitato con foga. Così Susanna Camusso accusa Renzi di essere l’incarnazione italiana di Margaret Thatcher ed è sempre il liberismo ad essere additato dall'assessore Panariti come causa di tutti i mali. Il tutto in un paese in cui l’economia è soffocata dalle tasse, schiacciata da un debito pubblico che ha superato il 130 per cento del Pil e ostacolata da fitte maglie di barriere, autorizzazioni e burocrazia. Sarà colpa del liberismo?

JOBS ACT: SÍ DEFINITIVO AL DISEGNO DI LEGGE

05/12/2014

Con 166 voti favorevoli, 112 contrari e un'astensione, l'Assemblea ha rinnovato la fiducia al Governo, approvando in via definitiva il ddl n. 1428-B (Jobs Act), recante «Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell'attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro».

Quella del Jobs Act  (aspettando i decreti attuativi) è una riforma epocale (Una giornata storica). Ne ha parlato anche il New York Times: «Italy needs change; Renzi is right to push for it. New investment will only come when the bureaucratic rigidities that curtail the economy are overcome» (The Consolations of Italy). Sul  varo di un nuovo ordinamento del lavoro tendente all’universalità e fondato sui principi della flexsecurity e sulle precisazioni del disegno di riforma risultanti dalle modifiche apportate al testo legislativo dalla Camera si è soffermato Pietro Ichino nella relazione che ha svolto in Aula in Senato martedì e nella sua replica alla discussione generale, svolta nella seduta di mercoledì: non c’è legge, contratto collettivo, giudice, ispettore, avvocato o sindacalista che possa assicurare dignità e libertà a chi lavora meglio della possibilità effettiva di cambiare azienda. Dal sito di Pietro Ichino segalo ancora:

1.339.730 OCCASIONI DI LAVORO IGNOTE AI DISOCCUPATI (E AI CPI)
Mentre ci lamentiamo che “il cavallo non beve”, un sito web dedicato all’incontro fra domanda e offerta di manodopera censisce 1,3 milioni di ricerche di personale in corso in Italia: leggi il mio editoriale telegrafico per la Nwsl n. 322.

I GIACIMENTI OCCUPAZIONALI CHE NON SAPPIAMO SFRUTTARE
Il fenomeno dello 
skill shortage che affligge le imprese nell’Italia dei tre milioni di disoccupati e del 43 per cento di giovani che non riescono a entrare nel tessuto produttivo; i difetti gravissimi dei servizi di orientamento scolastico e professionale, formazione e collocamento: leggi la mia intervista di venerdì a Libero, a seguito della conferenza che ho svolto lunedì sera a Cittadella.

PERCHÉ IL PROGRAMMA “GARANZIA GIOVANI” GARANTISCE COSÌ POCO
Un risultato non disprezzabile di questa esperienza è consistito nel mettere in luce i gravissimi difetti organizzativi e manageriali delle strutture pubbliche preposte ai servizi nel mercato del lavoro in quasi tutte le Regioni: leggi il mio secondo editoriale telegrafico per la Nwsl n. 322.

DALLA LEGGE FORNERO AL JOBS ACT
Limiti e meriti della riforma del 2012, continuità e discontinuità tra quella e la nuova riforma che sta vedendo la luce in questi giorni: leggi la mia intervista in occasione del convegno promosso lunedì da KPMG e Ruling Companies a Milano: leggi il mio secondo editoriale telegrafico per la Nwsl n. 322.

JOBS ACT: SÍ DEFINITIVO AL DISEGNO DI LEGGE

05/12/2014

Con 166 voti favorevoli, 112 contrari e un'astensione, l'Assemblea ha rinnovato la fiducia al Governo, approvando in via definitiva il ddl n. 1428-B (Jobs Act), recante «Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell'attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro».

Quella del Jobs Act  (aspettando i decreti attuativi) è una riforma epocale (Una giornata storica). Ne ha parlato anche il New York Times: «Italy needs change; Renzi is right to push for it. New investment will only come when the bureaucratic rigidities that curtail the economy are overcome» (The Consolations of Italy). Sul  varo di un nuovo ordinamento del lavoro tendente all’universalità e fondato sui principi della flexsecurit  e sulle precisazioni del disegno di riforma risultanti dalle modifiche apportate al testo legislativo dalla Camera si è soffermato Pietro Ichino nella relazione che ha svolto in Aula in Senato martedì e nella sua replica alla discussione generale, svolta nella seduta di mercoledì: non c’è legge, contratto collettivo, giudice, ispettore, avvocato o sindacalista che possa assicurare dignità e libertà a chi lavora meglio della possibilità effettiva di cambiare azienda. Dal sito di Pietro Ichino segalo ancora:

1.339.730 OCCASIONI DI LAVORO IGNOTE AI DISOCCUPATI (E AI CPI)
Mentre ci lamentiamo che “il cavallo non beve”, un sito web dedicato all’incontro fra domanda e offerta di manodopera censisce 1,3 milioni di ricerche di personale in corso in Italia: leggi il mio editoriale telegrafico per la Nwsl n. 322.

I GIACIMENTI OCCUPAZIONALI CHE NON SAPPIAMO SFRUTTARE
Il fenomeno dello 
skill shortage che affligge le imprese nell’Italia dei tre milioni di disoccupati e del 43 per cento di giovani che non riescono a entrare nel tessuto produttivo; i difetti gravissimi dei servizi di orientamento scolastico e professionale, formazione e collocamento: leggi la mia intervista di venerdì a Libero, a seguito della conferenza che ho svolto lunedì sera a Cittadella.

PERCHÉ IL PROGRAMMA “GARANZIA GIOVANI” GARANTISCE COSÌ POCO
Un risultato non disprezzabile di questa esperienza è consistito nel mettere in luce i gravissimi difetti organizzativi e manageriali delle strutture pubbliche preposte ai servizi nel mercato del lavoro in quasi tutte le Regioni: leggi il mio secondo editoriale telegrafico per la Nwsl n. 322.

DALLA LEGGE FORNERO AL JOBS ACT
Limiti e meriti della riforma del 2012, continuità e discontinuità tra quella e la nuova riforma che sta vedendo la luce in questi giorni: leggi la mia intervista in occasione del convegno promosso lunedì da KPMG e Ruling Companies a Milano: leggi il mio secondo editoriale telegrafico per la Nwsl n. 322.

A braccetto con Salvini?

21/11/2014

Quante volte lo abbiamo ripetuto in questi anni? Lo spartiacque fondamentale della politica italiana non è quello tra la vecchia sinistra e la vecchia destra. Il vero discrimine è tra chi è convinto che la strategia migliore per uscire dalla crisi sia quella (concordata con i nostri partner europei) di realizzare le riforme necessarie per la piena integrazione dell’Italia nella nuova Europa e chi invece (come Vendola, Berlusconi, Salvini e parecchi dirigenti del Pd) è convinto che proprio questa strategia sia la rovina del Paese. In altre parole, tra chi vuole cogliere l’occasione offerta dalla crisi per innescare un processo di rapido allineamento dell’Italia ai migliori standard europei e chi pensa che questo progetto sia irrealizzabile, perché «in Italia queste cose non si possono fare». (L’Italia ha bisogno di cambiamento, ha bisogno di fiducia, ha bisogno di riforme. Il mio intervento a Pordenone;  Maran alla Cgil: «No a posizioni degli anni Cinquanta»)

Ricordate il discorso sul superamento del bipolarismo tradizionale sinistra/destra riproposto da Pietro Ichino nei giorni scorsi? Ricordate che più o meno un anno fa il senatore di Scelta Civica ci ha prospettato una riflessione su quello che sta accadendo nella politica italiana, accompagnata da una rappresentazione grafica? Ricordate che quella riflessione ed il diagramma mettevano a confronto lo spartiacque del bipolarismo tradizionale destra/sinistra con lo spartiacque di un nuovo bipolarismo effettivamente coerente con le scelte di fondo che la politica italiana è chiamata oggi a compiere: pro o contro la «strategia europea dell’Italia», fatta di riforme strutturali incisive, opportune anche per ottenere politiche espansive dall’UE?

Ecco, ora è ufficiale: la Cgil appoggia il referendum abrogativo della riforma delle pensioni promosso dalla Lega di Matteo Salvini, che si propone di tornare a collocare sulle spalle delle nuove generazioni il costo delle pensioni dei cinquantenni e sessantenni di oggi (oltre che di mandare il Paese a gambe all’aria). Ed è probabile che la stessa scelta sarà compiuta nelle prossime settimane da Civati, Cuperlo e  Fassina; insieme a SEL, naturalmente. Oggi Pietro Ichino torna sulla questione con un articolo sul Foglio: Perché Camusso, Grillo e Salvini sono tre facce della stessa conservazione. «Quando ho letto della decisione della Cgil di dare il suo sostegno al referendum promosso dalla Lega nord contro la riforma delle pensioni – scrive il senatore - , mi sono convinto che nella discussione di un anno fa con Franco Debenedetti sullo spartiacque destra/sinistra forse avevo davvero ragione io: oggi non è quello lo spartiacque più rilevante della politica italiana, e non tornerà a esserlo finché non sarà superato il difficile passaggio che il paese sta affrontando».

La cosa non deve sorprendere. È mai possibile che, anche nella discussione in corso sul Jobs Act, sappiano parlare solo delle pensioni (della loro generazione, s’intende) e di articolo 18, ignorando totalmente temi cruciali come quello dei Centri per l’Impiego che non collocano nessuno, del contratto di ricollocazione, del tasso di coerenza infimo in Italia tra formazione e sbocchi occupazionali effettivi, dell’orientamento scolastico e professionale che latita? Come lo stesso Ichino osserva sul suo sito: «Se è “di sinistra” difendere gli interessi dei lavoratori più deboli, in questi giorni ci si sarebbe dovuti aspettare che, nel dibattito sul Jobs Act,  la vecchia sinistra politica e sindacale chiedessero a gran voce misure più severe di controllo sulla qualità e gli esiti della formazione professionale finanziata con il denaro pubblico; misure più incisive per garantire efficienza ed efficacia dei servizi di assistenza offerti ai lavoratori che perdono il posto; una ricostruzione urgente di quasi tutti i sistemi regionali di orientamento scolastico e professionale, la cui gravissima inefficienza è una delle cause principali del maggior tasso di disoccupazione giovanile rispetto al tasso generale. Ci si sarebbe potuti aspettare, ancora, che vecchia sinistra politica e sindacale rivendicassero in modo ultimativo l’affiancamento immediato alle nuove norme in materia di licenziamento, già nel decreto che entrerà in vigore il 1° gennaio, del diritto dei lavoratori licenziati al contratto di ricollocazione. Perché, invece, non una sola parola su questi capitoli cruciali per la sicurezza dei più deboli nel mercato del lavoro? Ve lo dico io: perché controllo sulla formazione e sull’orientamento professionale significa mettere sotto stress i dipendenti delle Regioni preposti a questi servizi; perché contratto di ricollocazione significa rendere contendibile la funzione, costringendo i Centri per l’Impiego pubblici a confrontarsi con le agenzie specializzate che su questo terreno sono mediamente molto più capaci. Dunque, meglio concentrarsi sulla difesa senza se senza ma e senza speranza dell’articolo 18. Anche qui a fianco della Lega di Matteo Salvini. Naturalmente».

 

 

LA BATTAGLIA DEI GIGANTI

14/11/2014

 

Si è molto parlato in questi giorni dell'accordo sul clima tra i due paesi maggiori emettitori di gas serra. Cina e Stati Uniti hanno raggiunto, infatti, un’intesa sulle emissioni inquinanti a Pechino durante un vertice bilaterale tra il presidente cinese, Xi Jinping, e il presidente degli USA, Barack Obama (Obama and Xi Announce Climate DealNOV. 12, 2014). Quello di Obama e Xi Jinping sul clima è annuncio storico. L'intesa di limitare le emissioni di gas serra  molto oltre i precedenti impegni è sia una svolta diplomatica sia un passo avanti enorme nella incerta battaglia contro il cambiamento climatico. L'annuncio ha segnato il punto più alto di un viaggio sorprendentemente produttivo che si è tradotto anche in qualche passo avanti nella cancellazione dei dazi che gravano sui prodotti di tecnologia digitale avanzata, nell'estensione dei visti e nel consolidamento dei rapporti militari con l’obiettivo di accrescere la fiducia e ad evitare scontri ed incidenti nel Mar cinese meridionale.

Va da sé che i due paesi mantengono differenze rilevanti, a cominciare da quelle sul cyberspionaggio e sui diritti umani  (Editorial: A Response to President Xi Jinping). E c'è chi ritiene che, in sostanza, Barack Obama e Xi Jinping stiano costruendo una cornice legale più solida attorno allo status quo militare, con l’obiettivo del mantenimento della pace e della riduzione al minimo delle sorprese nella regione. Il che non minaccia, ma incoraggia, il percorso di formazione di una versione cinese della dottrina Monroe, di cui ha parlato John J. Mearsheimer, studioso delle relazioni internazionali che insegna all’Università di Chicago (Clash of the Titans - Foreign Policy). L'ascesa economica della Cina sta avendo effetti importanti sui rapporti di forza militari globali. In particolare il divario di potenza tra la Cina e gli Stati Uniti si sta attenuando e tutto fa pensare che la "supremazia strategica" regionale degli Stati Uniti non durerà indefinitamente (China's silky road to glory). John J. Mearsheimer, lo ha scritto a chiare lettere: «La Cina probabilmente cercherà di dominare l'Asia allo stesso modo in cui gli Stati Uniti dominano l'emisfero occidentale. In particolare, la Cina cercherà di massimizzare il divario di potere tra se ei suoi vicini, in particolare il Giappone e la Russia, e per assicurarsi che nessuno Stato in Asia possa minacciarla. E’improbabile che la Cina esca di senno e conquisti altri Paesi asiatici. Piuttosto, la Cina vorrà dettare i limiti del comportamento accettabile per i paesi limitrofi, così come gli Stati Uniti fanno nelle Americhe. Una Cina sempre più potente cercherà anche, con ogni probabilità, di spingere gli Stati Uniti fuori dall'Asia, più o meno come gli Stati Uniti hanno spinto le grandi potenze europee fuori dell'emisfero occidentale (...) Perché dovremmo aspettarci che la Cina agisca diversamente dagli agli Stati Uniti? I politici americani, dopo tutto, reagiscono duramente quando altre grandi potenze inviano forze armate nell’emisfero occidentale. Tali forze straniere sono sempre viste come una potenziale minaccia alla sicurezza americana. Sono i cinesi più saggi, più morali, meno nazionalisti, o meno preoccupati per la loro sopravvivenza degli occidentali? Non sono nessuna di queste cose, che è il motivo per cui la Cina rischia di imitare gli Stati Uniti e tenterà di diventare una potenza egemone nella propria regione. La Leadership cinese e la gente ricordano bene quello che è successo nel secolo scorso, quando il Giappone era potente e la Cina era debole. Nel mondo anarchico della politica internazionale, è meglio essere Godzilla che Bambi».

L'ascesa della Cina è la realtà più importante degli ultimi venticinque anni. Sull’argomento ci sono parecchi libri che vale la pena di leggere. A cominciare da «The Beijing Consensus: How China's Authoritarian Model Will Dominate the Twenty-first Century» di Stefan Halper (The Beijing Consensus: How China's Authoritarian Model ...). Mi è piaciuto anche il libro di Evan Osnos, che ho appena finito di leggere e che rende l’idea del processo impetuoso e caotico in corso in Cina. Evan Osnos è un giornalista americano. Scrive sul New Yorker ed è conosciuto in particolare per i suoi servizi dalla Cina. È l'autore di «Age of Ambition. Chasing Fortune, Truth and Faith in the New China» (Age of Ambition: Chasing Fortune, Truth, and Faith in the ...). Il libro è basato sui casi che Osnos ha raccolto durante il periodo che ha trascorso a Beijing prima come reporter per il Chicago Tribune e poi come corrispondente del New Yorker. In questi anni ha visto maturare una trasformazione entusiasmante nelle aspirazioni e nelle attese dei cinesi. Sebbene il boom economico della Cina abbia incoraggiato livelli notevoli di edonismo e di consumismo, inimmaginabili in epoche precedenti, la crescente apertura del paese al mondo prodotto anche un diverso set di valori. Adesso un segmento crescente della società non desidera essere soltanto ben vestito e ben nutrito, ma esprime una domanda di senso e sente anche un desiderio ardente per la verità e l'appagamento spirituale.

All'esterno, spesso vediamo la Cina come una caricatura: una nazione di pragmatici plutocrati e di studenti impegnati allo spasimo, destinata guidare l'economia globale, oppure come un frastornato Golia immerso nella corruzione e sull'orlo della stagnazione. Quello che non vediamo è come, tanto i potenti che la gente comune, stiano modificando la propria vita mentre il loro paese cambia sensibilmente. Come corrispondente da Beijing per il magazine americano, Evan Osnos è stato testimone, sul posto, dei profondi cambiamenti politici, economici e culturali. In «Age of Ambition», Osnos descrive il conflitto più grande che ha luogo in quel paese: lo scontro tra l'ascesa dell'individuo e la lotta del Partito comunista per mantenere il controllo. E si chiede: perché un governo che può rivendicare il più ragguardevole successo nel sollevare la gente dalla miseria di qualunque altra civiltà nella storia (Ricchi, eguali), sceglie di mettere ferree restrizioni alla libertà di espressione? Perché milioni di giovani professionisti cinesi – che parlano inglese correntemente e sono innamorati della cultura occidentale - si considerano «giovani arrabbiati» e sono impegnati nella resistenza all'influenza dell'Occidente? Come possono, i cinesi di tutti gli strati sociali, soddisfare la «domanda di senso» dopo due decenni di incessante ricerca della ricchezza?

Osnos scrive con una certa verve e con grande ironia e rivela, attraverso le storie commoventi e illuminanti della gente comune, che la vita nella nuova Cina è una battaglia tra aspirazioni e autoritarismo, nella quale soltanto uno dei due può prevalere. Evan Osnos ha parlato della nuova Cina anche con Foreing Affairs (Foreign Affairs Focus on Books: Evan Osnos on the New ...). E nella sua intervista ha detto un paio di cose interessanti che riassumo. Sulla strategia: c'è la tendenza ad immaginare che la Cina prenda le sue decisioni sulla base di una grande strategia. La realtà è che la Cina oggi sta operando principalmente sulla base delle sue necessità interne. Che sono molto specifiche e agiscono sia come motivo ispiratore sia come remora nei confronti di azioni più rischiose all'estero. Sulla spiritualità: c'è stato un buco nella vita cinese. La gente ne parla. Lo chiamano vuoto spirituale. E tocca a loro, come individui, riempirlo. Il risultato è questa enorme esplosione della religione e la ricerca di diverse concezioni e dottrine morali. Questa è destinata a diventare una realtà determinante negli anni a venire. Sul giro di vite di Xi: lo vede come un modo per riportare il Partito comunista in una qualche sintonia con i suoi obiettivi politici. Il partito è diventato grande. È diventato arrogante, eccessivo. È andato fuori controllo. E quel che Xi dice in buona sostanza è questo: se vogliamo sopravvivere per altri 30 anni, abbiamo bisogno di essere più sensibili, più reattivi nei confronti di quel che vuole la gente. Sul nazionalismo: la Cina è cresciuta per 30 anni ad un tasso di circa l'8% l'anno. Ma quel periodo è giunto al termine. Perciò sta cercando una nuova fonte di legittimità interna, di crescita, di unità, e ciò ha costretto il governo a ricorrere a nuovi stimoli. Uno dei modi con cui lo sta facendo è, come sempre,  indirizzandosi al nazionalismo. «Di fatto è già guerra», ha scritto ieri Carlo Pelanda (La nuova guerra tra Cina e America passa per due modelli di inclusione), «ma è una guerra di nuovo tipo: nella nuova stagione degli “imperi condivisi” chi vuol fare un impero deve includere con le buone e non con le cattive». C’è da augurarselo.

Le elezioni di Midterm: una «rivoluzione repubblicana»?

09/11/2014

Martedì sera i (risorti) repubblicani hanno preso il controllo del Senato, hanno ampliato la presa sulla Camera dei rappresentanti e conservato i governatori in alcune sfide molto difficili. Il risultato rappresenta una sconfessione del presidente Obama che è destinata a trasformare la mappa politica negli ultimi anni del suo mandato. Favoriti dal malcontento per l’andamento economico e dal risentimento nei confronti del presidente, i repubblicani hanno conquistato i seggi democratici al Senato in North Carolina, Colorado, Iowa, West Virginia, Arkansas, Montana e nel Sud Dakota e ottenuto la loro prima maggioranza al Senato dal 2006. Un'elezione che é cominciata come una guerra di trincea, stato per stato e distretto per distretto, è culminata in una ampia vittoria repubblicana. Competizioni che si pensava fossero incerte non lo sono state, e sfide che si immaginava andassero ai democratici si sono risolte di misura a favore dei repubblicani. Il carattere instabile della ripresa economica ha diffuso un sentimento di inquietudine, lasciando gli elettori di pessimo umore, specie per i democratici negli stati meridionali e dell'Ovest montano, dove la radicalizzazione politica si è accentuata (“Riding Wave of Discontent, G.O.P. Takes Senate,”).

A dire il vero, due cose erano chiare molto prima che si contassero i voti: il presidente Obama avrebbe dovuto fronteggiare negli ultimi due anni di incarico un Congresso con più repubblicani e il risultato sarebbe stato interpretato come un ripudio della sua leadership. Ora Obama fronteggia una scoraggiante sfida per riaffermare la sua rilevanza in una capitale che presto riverserà la sua attenzione alla battaglia per succedergli. Se la fase hope-and-change della sua presidenza è finita da un pezzo, egli vuole almeno stimolare un periodo di trasformazione positiva e di armonia per concludere il suo periodo alla Casa Bianca. Quel che resta da vedere è se i repubblicani saranno davvero  disposti a negoziare con lui l'anno prossimo (President Obama Left Fighting for His Own Relevance - The ...).

Mercoledì scorso Obama si è rifiutato di sottostare alla narrazione dei repubblicani che lasciavano intendere che la sua presidenza fosse terminata concretamente con le elezioni di midterm, si è scrollato di dosso la batosta elettorale e si è detto impaziente di trovare un terreno comune con i Repubblicani durante gli ultimi due anni della sua presidenza. Tuttavia ha prontamente sfidato le loro obiezioni minacciando di scavalcare il Congresso e di usare l’autorità dell’esecutivo per cambiare le politiche migratorie della nazione. Mandando un chiaro segnale su come intenda governare sotto il nuovo ordine politico con i leader repubblicani in ascesa, Obama ha rinnovato il suo impegno ad adoperarsi per consentire a milioni di immigrati senza documenti di restare nel paese. Il suo impegno sull’immigrazione ha sottolineato il profondo disaccordo di parte che permane a Washington. Il senatore Mitch McConnell del Kentucky, un repubblicano che è in procinto di diventare il leader di maggioranza del nuovo Congresso, ha messo in guardia Obama, esortandolo a non agire sull’immigrazione per proprio conto. «É come agitare una bandiera rossa davanti a un toro», ha detto McConnell. Obama sembra comunque determinato a non lasciare che la battuta d’arresto logori quel che resta della sua presidenza. Si è congratulato con i repubblicani per il successo elettorale ed ha offerto parole di conciliazione. Ma non si è molto rattristato. «Non mi riduce a uno straccio. Mi stimola, perche significa che la democrazia funziona», ha detto Obama della sconfitta del suo partito. Ha osservato che i repubblicani hanno avuto una splendida serata e ha riconosciuto l’obbligo, da parte sua, di dissipare le apprensioni degli americani che sono ormai persuasi che Washington sia disfunzionale e indifferente ai loro bisogni (After Election, Obama Vows to Work With, and Without ...). La lezione più importante delle elezioni, ha concluso Obama, è stata che entrambi i partiti dovrebbero fare di più per lavorare insieme.

Il che forse coglie il bersaglio. Certo c’è stato uno tsunami. Ma come ha scritto Frank Luntz, un consulente americano esperto di linguaggio politico, non è stata una «rivoluzione repubblicana» (The Midterms Were Not a Republican Revolution - The New ..). Per capirci, sostiene Luntz, un’onda anti-democratici non è la stessa cosa di un sostegno pro-repubblicani. In molte delle competizioni che sono passate dal blu al rosso, il successo dei repubblicani non ha niente a che fare con quello che il GOP ha ottenuto a Capitol Hill. In realtà, se gli americani potessero parlare con una voce collettiva – tutti 310 milioni – questo è quel che hanno detto martedì sera: «Washington non ascolta, Washington non guida e Washington non realizza». Gli stati rossi hanno bocciato i loro senatori democratici perché troppo vicini a Washington e troppo lontani dalla gente che li aveva messi lì. La spiegazione corrente che le elezioni sono state un ripudio del presidente Obama, non coglie il punto. E così l’idea che si è trattato di un mandato per una agenda conservatrice più radicale. Secondo un’indagine condotta per Each American Dream, un’organizzazione politica «dedicated to defending and promoting the values of economic freedom, economic opportunity and the American Dream» (About Us | Each American Dream), la cosa più importante di tutte era che candidato fosse in grado di scuotere e cambiare il modo in cui opera Whasington. E non serviva un sondaggio per scoprirlo. Dalle cittadine di campagna repubblicane alla grandi città democratiche il sentimento è lo stesso. La gente dice che Washington non funziona e che il governo non lavora più per loro: solo per quelli ricchi e potenti. Così, sostiene Frank Luntz, hanno scelto non quelli che promettevano di fare di più, ma quelli che dicevano avrebbero fatto di meno, ma lo avrebbero fatto meglio. Ecco perche i candidati governatore che hanno criticato i loro avversari perché spendevano poco per l’istruzione, i trasporti e per i programmi per i poveri o i disoccupati hanno perso comunque. Il risultato non ha molto a che vedere con l’entità dell’intervento pubblico ma con il fatto di rendere il governo più efficiente, più efficace e tenuto a rispondere del proprio operato. L’indagine ha dimostrato che il 42 per cento ha scelto il candidato al Senato perche detestava di più il suo avversario. E una ricerca che ha preceduto le elezioni ha registrato che oltre il 70% voleva mandare tutti a casa e ricominciare daccapo.

Tutto il mondo è paese, potremmo concludere. Il punto, in America come a casa nostra, è ristabilire la fiducia nel futuro. I repubblicani ce la faranno? Qui Frank Luntz suggerisce tre punti. Primo: fare in modo che Wahington renda conto di quel che fa. I recenti scandali hanno messo in luce il baratro tra i contribuenti che lavorano duro e Washington. Ma questo, scrive Luntz, significa che anche i tuoi colleghi devono essere «accountable». Significa non fare come se niente fosse di fronte a una promessa mancata. Se sei diverso, devi agire veramente in modo diverso. Secondo, fa’ delle priorità della gente le tue priorità. Nell’indagine, le principali priorità erano rendere l’amministrazione più efficiente e sorvegliare le spese. E così affrontare il deficit ed il debito nazionale, estirpare gli sprechi e gli abusi dai programmi pubblici e ridurre la burocrazia e le regole che stanno strangolando la piccola impresa. Terzo, basta spacconate e litigi. Gli americani si demoralizzano per le pose senza senso, le promesse vuote e le politiche pessime che ne derivano. Mostra che sei più preoccupato della gente che della politica. Non aver paura di lavorare con i tuoi avversari se questo significa raggiungere risultati concreti. La gente è semplicemente stanca delle politiche identitarie che mettono uomini contro donne, neri contro bianchi, ricchi contro poveri. Più che mai, vogliono una guida in grado di unire. Vogliono soluzioni di buon senso che rendano la vita di tutti i giorni un po’ più facile. L’elenco ci suona familiare, no?

Non per caso, mentre nelle elezioni per il Congresso e nelle sfide per i governatori i Democratici sono stati travolti, nei referendum che hanno sollecitato scelte sulle reali politiche, anziché tra candidati con una D o una R accanto al loro nome, gli elettori hanno preso decisioni decisamente liberal, tanto negli stati rossi quanto in quelli blu. In almeno sei questioni di grande rilievo e spesso controverse – il salario minimo, la legalizzazione della marijuana, la riforma penale, i diritti connessi all’aborto, il controllo delle armi e la protezione ambientale – gli elettori hanno approvato, in qualche caso in modo schiacciante, misure sottoposte a referendum che erano in conflitto con le posizioni di molti dei vincitori repubblicani (In Red and Blue States, Good Ideas Prevail by THE ..).  Com’è che i democratici crollano e, nello stesso tempo, passano le iniziative «di sinistra»? È una vecchia storia, la società è cambiata e non è così semplice incasellare i comportamenti della gente nei vecchi contenitori rossi e blu. In America come dappertutto.

Mi viene in mente Leonard. Hap Collins e Leonard Pine sono i protagonisti della serie di romanzi creata dallo scrittore americano Joe Lansdale, un autore amatissimo dai lettori italiani (Joe R. Lansdale - Wikipedia). Si tratta di due detective dai metodi a volte spicci ma dall'etica (a modo loro) immacolata che passano per ogni sorta di avventura, uscendone spesso malconci ma sempre sereni e innamorati della vita (Hap & Leonard: Una stagione selvaggia-Mucho Mojo-Il ...). Hap è bianco, liberal, donnaiolo, riflessivo e con una mira infallibile e Leonard è nero, arrabbiato, repubblicano, omosessuale e picchia forte come un fabbro. Ma come?, si dirà. Nero, conservatore e gay?  Entrambi sono del Texas che, così come dice il loro creatore, altro non è che uno stato mentale. Anche l’idea che le vecchie divisioni figlie del 900 possano proseguire immutabili, come nulla fosse, nella società di oggi.  

 

 

Che cosa abbiamo imparato?

02/11/2014

 

Paolo Gentiloni è il nuovo ministro degli Esteri. Dopo il confronto tra Palazzo Chigi e il Quirinale per individuare la personalità più adatta a succedere a Federica Mogherini, la scelta di Matteo Renzi è caduta su un renziano della prima ora con alle spalle una solida esperienza politica. Gentiloni è stato anche uno dei promotori, nel Pd, della (ricordate?) «Agenda Monti» (I DEMOCRATICI VERSO IL 2013 – LA LETTERA DOCUMENTO ; «Bersani apra a doppio turno e semipresidenzialismo»). Tanti auguri a Paolo, allora.

A proposito di politica estera, segnalo l’ultimo numero di Foreign Affairs. L’autorevole rivista statunitense dedicata alle relazioni internazionali, nel numero di novembre/dicembre si interroga sulle lezioni dall’Afghanistan e dall’Iraq e si chiede: What Have We Learned?  Dopo 13 anni di guerra, la perdita di molte migliaia di vite e l'esborso di migliaia di miliardi di dollari, che cosa hanno imparato gli Stati Uniti?

Naturalmente, la risposta dipende non soltanto da chi si pone la domanda ma anche da quando se la pone. La storia della guerra in Iraq avrebbe conclusioni diverse, e dunque morali diversi, se raccontata nel 2003, nel 2006, nel 2011 o nel 2014, e continuerà a cambiare. Anche per quel che riguarda l’Afganistan, il racconto è mutato col tempo, e anche l’epilogo resta incerto. Nessuno dei due insuccessi è stato assoluto. Ma pochi direbbero che l'approccio di Washington, in entrambi i casi, sia stato un successo che merita di essere imitato. Perciò la domanda fondamentale oggi è che cosa possiamo apprendere dai fallimenti (A Hard Education). Due degli autori della rivista, Max Boot e Richard K. Betts, offrono risposte completamente diverse. Boot sostiene che sebbene Washington sia stufa di counterinsurgencies , non c’è modo di scansarle, di sollevazioni ne dovrà affrontare parecchie e perciò dovrebbe concentrarsi nell'apprendere come combatterle meglio (More Small Wars). Betts, al contrario, ritiene che Washington dovrebbe andare nella direzione opposta: piantarla con la guerra permanente, combattere un numero più ridotto di guerre (e più tradizionali) ed evitare di restare intrappolata nella politica interna dei paesi caotici e periferici (Pick Your Battles). Rick Brennan, per parte sua, ritiene che anche la pianificazione migliore sia superflua se non è eseguita in modo efficiente e se non è aggiornata al cambiare delle condizioni. Il disordine iracheno attuare, scrive, è il risultato prevedibile dell’uscita di scena prematura degli Stati Uniti, e si preoccupa che un destino simile attenda l'Afghanistan (Withdrawal Symptoms).  Peter Tomsen si sofferma sui libri usciti di recente sulla guerra in Afghanistan. Si tratta di lavori che aiutano a spiegare perché nonostante tutti gli sforzi dell'Occidente, il futuro di quel paese rimane incerto, e che condividono la preoccupazione che l'Afganistan possa scivolare in una guerra civile totale a meno che non ottenga un considerevole aiuto da Washington (The Good War? ).

Fatto sta che imbarcandosi nella campagna in Afghanistan e in Iraq, i baldanzosi funzionari americani non si immaginavano certo che, dopo tutti questi anni, i loro più umili successori sarebbero stati alle prese con le stesse fondamentali domande se e come stabilizzare quelle terre. Possiamo solo sperare che gli attuali e futuri policymakers  sappiano apprendere dagli errori e lasciare un'eredità migliore.

Sempre restando al di fuori del nostro beneamato Paese, segnalo il saggio di apertura dell’ultimo numero de il Mulino: Di nuovo sonnambuli? L'Europa e la fine della Pax americana (1914-2014) di Joseph H.H. Weiler. Che cosa l’autore intenda per «Pax» si chiarisce subito: «non assenza di guerre, ma un quadro relativamente stabile e prevedibile di rapporti di forza internazionali. È questo che sta crollando, e non sono good news per noi europei». Noi europei sempre alle prese con l’irresolubile problema della nostra Unione, con «l’Europa necessaria» ma molto, molto difficile.

 

La scissione culturale

26/10/2014

La tre giorni renziana per parlare del futuro dell'Italia si è chiusa oggi a Firenze. Dopo le polemiche interne al Pd e dopo il milione di persone scese in piazza a Roma con la Cgil per protestare contro il Jobs Act, il leader del Pd tira dritto:«Non consentiremo a quella classe dirigente di riprendersi il partito, la memoria senza speranza è per il museo delle cere». Sull'articolo 18 non molla e grida dal palco: «Il posto fisso non c’è più, il mondo è cambiato». «Il lavoro rappresenta la battaglia culturale più grande che ha investito la sinistra. Ci siamo divisi tra quelli che vogliono combattere il precariato con le manifestazioni e quelli che lo vogliono fare con i congressi. Noi pensiamo che il precariato si combatta cambiando la mentalità dell’impresa e dei nostri giovani», spiega.

Matteo Renzi non le manda a dire neppure sulla manifestazione di sabato promossa dalla Cgil: «Se sono manifestazioni politiche io le rispetto. Sarà bello sapere se è più di sinistra rimanere aggrappati alle nostalgie e o se più di sinistra prevedere il futuro. Poi saranno i cittadini a decidere». Ma, prosegue, «rimanere aggrappati all'articolo18 votato nel 1970 è come pensare di mettere un gettone dentro l'iPhone o un rullino dentro una macchina fotografica». E poi conclude: «Di fronte al mondo che cambia a questa velocità, puoi discutere quanto vuoi ma il posto fisso non c’è più. Siccome è cambiato tutto, la monogamia aziendale è in crisi, un partito di sinistra che fa: un dibattito ideologico sulla coperta di Linus o chi perde il posto di lavoro trova uno Stato che si prende carico di lui?» (Renzi: «Il posto fisso non c’è più Il Pd non tornerà al 25%»: I video).

«Per la sinistra sindacale Renzi è un grosso problema», osserva Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore. «Alla Cgil e alla sinistra Pd stare al governo in realtà non interessa. Quindi vincere le elezioni non è una priorità. Anzi è un fastidio. Costringe ad alleanze scomode. E poi vincere vuol dire governare e oggi governare è sinonimo di cambiare. Meglio stare alla opposizione. Per chi deve tutelare lo status quo l'opposizione è il posto ideale, soprattutto di questi tempi. La strategia politica di Renzi invece è completamente diversa. Il premier vuole costruire una nuova sinistra pragmatica, riformista e vincente. Da qui l'obiettivo di fare del Pd un partito aperto, capace di sparigliare il gioco, di mettere in discussione vecchi miti, di attraversare confini oltre i quali la sinistra non è mai andata. Un partito destinato a governare l'Italia a lungo per cambiare veramente le cose. Approfittando anche della crisi della destra».

E il prof. D’Alimonte mette il dito sulla piaga: «Il 25 Febbraio è stato un trauma per milioni di uomini e donne di sinistra. Il nuovo Pd è nato quel giorno. L'accettazione dentro il partito della necessità di un cambiamento radicale nasce da quella drammatica sconfitta che ha aperto la strada a Renzi e alla sua strategia di costruire un partito maggioritario in grado di attrarre consensi oltre il bacino tradizionale della sinistra. L'esito del voto europeo di Maggio dice che almeno per ora ci sta riuscendo. Successo straordinario. Il Pd ha preso addirittura più voti della Cdu-Csu della Markel. Ma come si vede nel grafico in pagina il Pd di Renzi non è quello che ha preso più voti in assoluto. Il record spetta a Veltroni. È lui che si è inventato l'idea del Pd e del partito a vocazione maggioritaria. E se i suoi oppositori ex-Ds non avessero fatto la mossa stupida di costringerlo alle dimissioni oggi ci sarebbe lui al posto di Renzi. Invece il bel risultato del Pd nel 2008 è stato buttato via. E non è un caso che molti dei responsabili della cacciata di Veltroni fossero ieri in Piazza San Giovanni».

«Il Pd di Renzi però – conclude il politologo - è diverso da quello di Veltroni. Quello dell'ex sindaco di Roma era un Pd che aveva fatto il pieno dei voti a sinistra. Invece, come si vede dai dati recentemente pubblicati da Itanes, quello di Renzi è un Pd che ha fatto breccia tra l'elettorato moderato, tra commercianti, artigiani, piccoli imprenditori. Anche in zone del Paese da sempre ostili alla sinistra. Ma sbaglia chi pensa che questi dati servano a dipingere Renzi come un leader di destra, in fondo non dissimile da Berlusconi. Come si fa a dire che non sia di sinistra la riduzione delle tasse ai redditi medio-bassi (gli 80 euro) quando contemporaneamente si sono aumentate le tasse sulle rendite finanziarie? E la semplificazione del divorzio è di destra o di sinistra? E i provvedimenti annunciati su unioni civili e cittadinanza agli immigrati? Senza tener conto del fatto che la maggioranza dei problemi sul tappeto che affliggono questo paese non sono etichettabili in base allo schema sinistra-destra. Sono semplicemente problemi da risolvere superando le resistenze di corporazioni varie, compresi i sindacati. Decisamente Renzi è un grosso problema per Cgil e minoranza Pd». (Le due sinistre).

Forse l'immagine dei due Pd (uno in piazza a Roma con la Cgil e l'altro a Firenze con il premier Renzi che è anche segretario dell'intero partito) è fin troppo ovvia. Sono due mondi. Due popoli e due lingue diverse. Due modi diversi di intendere la sinistra. Due mondi che tendono a essere sempre meno conciliabili. Ma non è da oggi che ci sono due punti di vista diversi su cosa sia la sinistra in Italia – e non solo in Italia. Di più, nella cultura della sinistra ci sono due anime nettamente distinte, anzi contrapposte. E non da oggi. Gli interventi raccolti nel libro di Pietro Reichlin e Aldo Rustichini, («Pensare la sinistra.Tra equità e libertà», Laterza) del 2012 (sul quale mi ero soffermato qualche tempo fa: Le differenze che è bene esplicitare), evidenziano le differenze radicali – analitiche e ideali – che percorrono la sinistra italiana. Insomma, «la divisione che è andata in scena nel week end con accenti anche drammatici è fondamentalmente la stessa che attraversa il maggior partito della sinistra italiana da almeno vent’anni. E, a ben vedere, affonda le sue radici nella ricorrente contrapposizione novecentesca tra riformisti e massimalisti, tra sinistra di governo e sinistra di lotta. Non aiuta la lettura di quanto sta avvenendo sottovalutare la contrapposizione tra i due mondi» (Sul lavoro necessario un chiarimento definitivo tra le due sinistre).

Ciò considerato però, non credo possibile una scissione a sinistra del Pd. Per dirla con Stefano Folli: «Non s'intravedono spazi politici per una simile, temeraria operazione. Tanto meno si possono immaginare spazi elettorali» (Due Pd, oltre il Pd di S. Folli). E’ appena il caso di sottolineare che dal palco della Leopolda hanno parlato l’ex leader di Sel Gennaro Migliore e Andrea Romano (Migliore e il ragù della mamma: “C’è chi pensa che sia l’unico”: Guarda; Romano e un Pd che va da Che Guevara a Madre Teresa: Guarda). Insomma, come scrive sul Foglio Claudio Cerasa (Nella pancia del renzismo. Foto, messaggi in codice, guerra tra mondi), «mai come oggi il messaggio delle due piazze è chiaro. Da una parte il Pd con le bandiere di forza Susanna e dall’altra il Pd senza bandiere di forza Matteo. La scissione culturale c’è. Per il resto c’è tempo. Con calma. Senza fretta. C’è tempo, almeno, fino alle prossime elezioni».

A proposito, ho letto su Repubblica un’intervista allo scrittore e saggista israeliano Amos Oz per l’uscita del suo nuovo romanzo Giuda (Amos Oz - Giuda - Libro Feltrinelli Editore - I Narratori ...). Lo scrittore è intervistato da Wlodek Goldkorn, il responsabile culturale de L’Espresso, che scrive: «Oz, attraverso le voci e i silenzi dei suoi personaggi, mette in scena una specie di thriller esistenziale e ideologico: dalla riflessione sul senso dell'esistenza dello Stato d'Israele e su ogni utopia di redenzione che finisce inevitabilmente nel sangue, al rapporto tra ebrei e Cristo (…) Ma prima di tutto Giuda è un potente elogio del tradimento. "Perché", dice l'autore in questa conversazione, "solo chi tradisce, chi esce fuori dalle convenzioni della comunità cui appartiene, è capace di cambiare se stesso e il mondo"». «E per quanto riguarda il tradimento: chi porta al mondo una cosa nuova, tradisce le cose vecchie», aggiunge Amos Oz. «Traditore era il profeta Geremia, e per gli ebrei Gesù. E lo sono stati Lincoln, De Gaulle, Ben Gurion agli occhi della destra, perché il fondatore del nostro Stato ha rinunciato nel 1948 a metà della Terra d'Israele. Traditore è stato Rabin. E l'hanno ammazzato. Anche io sono stato più volte accusato di essere un traditore. Per me è come una medaglia al merito» (Amos Oz: "Chi tradisce è capace di cambiare il mondo"). Non vedo l’ora di leggerlo.

Mario Vargas Llosa e la manovra del governo Renzi

20/10/2014

LA MANOVRA DEL GOVERNO RENZI

Alla fine, la Finanziaria  - come ha rilevato ilRetroscena.it  (Il Retroscena - Informazione e Retroscena Politico On-Line), il sito dedicato esclusivamente ai dietro le quinte più rilevanti della politica e delle istituzioni del panorama nazionale - piace un po’ a tutti, anche a quelli che magari in pubblico criticano le scelte del premier, ma che in privato non hanno nascosto il loro apprezzamento per una manovra coraggiosa e non elettorale che fotografa il vero obiettivo di Renzi: innescare la fiducia nella ripresa già nei prossimi mesi. «La verità è che una legge di stabilità come questa non è per nulla una manovra “elettorale”. Ma è proprio l’opposto, dal momento che ha un obbiettivo chiaro: rimettere in moto, anche se di pochi millimetri, i consumi e gli investimenti nel Paese già nei prossimi mesi. Una prospettiva che potrebbe anche arrivare se fra gli italiani, come spera il premier, riprenderà a crescere poco a poco la fiducia nel futuro, anche grazie al fatto di vedere che i famosi 80 euro sono una misura strutturale e non episodica, come temuto fino ad ora. Stessa cosa per quanto riguarda gli investimenti degli imprenditori italiani ed esteri. Il combinato disposto tra taglio dell’Irap e la riforma del lavoro, dovrebbe creare un segnale inequivocabile sulla direttrice di supportare chi decide di investire, che è una priorità per questo governo»(E la legge di stabilità allontana anche le urne). Infine, vale la pena ricordare, la strategia comunicativa di Matteo Renzi ha bisogno di un avversario contro cui battersi per rafforzare la sua azione di scardinamento del sistema. E le Regioni sembrano prestarsi alla perfezione. Specie se si considera che, dopo i casi Lazio e Lombardia, oggi non godono più di una grande reputazione (Le regioni sul piede di guerra e la guerra del petrolio ).

 

MARIO VARGAS LLOSA HA RICEVUTO IL PREMIO BRUNO LEONI 2014

Quest’anno l’Istituto Bruno Leoni, il think tank diretto da Alberto Mingardi, ha conferito il suo premio annuale a Mario Vargas Llosa. Il premio Nobel peruviano non è soltanto uno dei più brillanti scrittori contemporanei, è anche un intellettuale convinto che l'iniziativa privata, la cooperazione spontanea e il mercato siano essenziali alla libertà e alla dignità delle persone. Per questa sua lezione di libertà tra vita e scrittura, l'Istituto Bruno Leoni gli ha consegnato il Premio Bruno Leoni 2014.

Nei suoi romanzi e nell'impegno concreto, Mario Vargas Llosa ci ricorda che vegliare sulle nostre libertà deve essere una disposizione costante delle persone. E in una intervista sul Corriere della Sera, l’autore de «La civilización del espectáculo» (Mario Vargas Llosa, La civiltà dello... < Libri < Einaudi) ha detto a Danilo Taino di non condividere l’idea che la democrazia sia in affanno e che modelli autoritari come quello cinese possano essere attraenti perché efficienti, ha sottolineato che grazie alla diffusione dei valori liberali, la nostra più di ogni altra è un’epoca di pace e di benessere condivisi e ha ricordato (agli europei) che «il disarmo morale che vivono, il cinismo, l’idea che tutto sia corrotto e vada male fa perdere quel dinamismo che in passato è stato il grande fattore di cambiamento e di riforma. È un problema profondamente culturale, di spirito critico» (Basta pessimismo, la democrazia non è stanca. Sono i ...).

Anche il Foglio ha ospitato uno straordinario colloquio dello scrittore con Marco Valerio Lo Prete (Liberali ma contenti - Il Foglio): «una rassegna elegante e allegra di idee non banali, preziose, equilibrate, sul mondo dei media, sulla politica e l’antipolitica, sull’evoluzione difficile delle democrazie di stampo occidentale, e su molte altre cose (compresa una augusta diffidenza verso le forme sofisticate e frivole del nuovo intrattenimento per fiction) e altre materie di antropologia applicata alla realtà e a uno schema di mondo chiaro ma non trasparente e vuoto. Una boccata d’aria buona».

 

Le regioni sul piede di guerra e la guerra del petrolio

18/10/2014

«Diciotto miliardi di tasse in meno. La più grande riduzione mai fatta da un governo in un anno». Così Matteo Renzi, al termine del Consiglio dei ministri che ha approvato la legge di stabilità, una manovra da  36 miliardi .«Abbassare le tasse non è di sinistra né di destra, ma da persone normali perché si era arrivati a un livello pazzesco» ha aggiunto il premier. E va detto che, per la prima volta dall’inizio della crisi, vengono tagliati 18 miliardi di imposte, finanziati con una riduzione delle spese per 15 miliardi di euro e maggiore deficit.

Ora si aspetta la decisione della Commissione europea sulla legge di stabilità varata mercoledì dal governo Renzi e, nel frattempo, continua il dibattito sia all’interno del Partito democratico sia fuori di esso (Mondi in manovra). Le Regioni sono sul piede di guerra. «La manovra è insostenibile per le Regioni a meno di non incidere sulla spesa sanitaria o compensare con nuove entrate». Lo ha affermato giovedì mattina il presidente della conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino. Il fronte dei governatori è praticamente unanime. E il presidente del Consiglio ha risposto alle critiche avanzate sulla legge di stabilità via Twitter: «Una manovra da 36 miliardi e le regioni si lamentano di uno in più? Comincino dai loro sprechi anziché minacciare di alzare le tasse #no alibi». «Incontreremo i presidenti di regione. Ma non ci prendiamo in giro. Se vogliamo ridurre le tasse, tutti devono ridurre spese e pretese», dice ancora, su Twitter, Renzi («Manovra insostenibile». «Riduce gli sprechi»: è guerra Renzi-Regioni).

Ora sembra che, come scrive il Corriere della Sera, sia pure tra i distinguo polemici di alcuni governatori (in primis Maroni che paventa la chiusura degli ospedali) si aprano spiragli di dialogo tra governo e Regioni. Il presidente della Regione Piemonte Chiamparino parla di «soluzione da trovare». «Da Renzi andiamo con delle proposte concrete, che non toccano i quattro miliardi - dice il governatore - ma che li articolano in modo tale da consentire di reggerli. La polemica è inevitabile, ma è indispensabile un incontro per raggiungere l’obiettivo. Noi da una parte abbiamo sollevato il problema, dall’altra abbiamo cercato la soluzione, che è complessa». Ma Renzi ribatte («non ci sono troppi manager o primari? E’ impossibile risparmiare su acquisti o consigli regionali?») e non molla: “Le famiglie hanno pagato ora spetta anche alle Regioni”.

Ma davvero su 445 miliardi di trasferimenti dello stato alle regioni non se ne possono tagliare quattro, come previsto dalla legge di stabilità del governo Renzi? Scrive oggi Il Foglio: «La cifra complessiva dei trasferimenti, l’ultima disponibile a consuntivo, è quella del Documento di economia e finanza del 2013 su dati del 2012, che mette anche a confronto i due anni precedenti. Ebbene, dal 2010 al 2011 l’importo totale girato dallo stato alle regioni è aumentato di 11 miliardi, frutto di una riduzione in conto capitale, cioè per acquisti e investimenti, e di un aumento per quelle correnti, essenzialmente personale. Si tratta del 56 per cento della spesa pubblica italiana, della quale dunque le regioni sono le principali destinatarie. Nel 2013 le regioni ne hanno poi spesi 163 di miliardi, dove la parte del leone la fa notoriamente la sanità. Le province, tanto bistrattate, ne hanno spesi dieci, i comuni invece si sono dati anche loro da fare con altri 66 miliardi. Il resto della spesa statale è composto da pensioni, interessi sul debito, investimenti, contributi europei, poste straordinarie e appunto da quei fatidici 445 miliardi di trasferimenti regionali» (Ecco, torna il Fus).

«Forse si può capire che un Maroni e uno Zaia fatichino a seguire un percorso riformatore, date le posizioni estreme e antisistema della Lega. Ma che si costituisca un fronte unanime spendaccione con Chiamparino, Zingaretti, Caldoro, questo è un segno di pigrizia e di rassegnazione al tran tran», così anche ieri Il Foglio. Che non le manda a dire: «I governatori delle regioni (di sinistra come Chiamparino e Zingaretti, di destra come Caldoro, di area leghista come Zaia e Maroni) devono scegliere anche loro. Possono comportarsi come parte di una seria classe dirigente o in un certo senso da cacicchi, ma i capitribù controllavano il villaggio, mentre loro sono controllati a vista da un ceto amministrativo che promette quel che non può e spreca tutto quel che può. Oppure possono cercare di cambiare l’ordine del discorso, e dei fatti, prendersi la responsabilità che gli tocca, adesso. Il governo non agisce nel vuoto della decisione politica indipendente, autarchica: fa i conti con i patti europei, con la logica della moneta unica, con le forze di mercato che danno segnali chiari di nervosismo finanziario, più o meno speculativo (il Foglio ne ha parlato con allarme prima delle turbolenze di queste ore). I dati sullo sviluppo economico sono duri per tutti, anche per questo paese, e non esistono per l’Italia e l’Europa soluzioni sorprendenti e nuove alla Tsipras, alla Farage o altre versioni sviluppiste di sinistra classista e di destra nazionalista o populista. I trasferimenti dello stato alle regioni vanno tagliati, la foresta va disboscata» (Governatori o cacicchi).

E vale la pena, già che ci siamo, di dare un’occhiata ai dati europei che smentiscono la lagna dei giudici sulle risorse. E’ uscito da pochi giorni il rapporto biennale della Commissione per l’efficacia della giustizia (Cepej - The European Commission for the Efficiency of Justice) sulla qualità e l’efficienza della giustizia, che confronta i dati di oltre 40 paesi del Consiglio d’Europa. Secondo i dati appena pubblicati, la spesa in Italia è passata dai circa 4 miliardi di euro del 2004 ai 4 miliardi e 600 milioni del 2012, portandola ai livelli più alti d’Europa, senza che i tempi e le inefficienze si siano ridotti granché. Certo, il numero di nuove cause civili diminuisce. E quelle chiuse registrano livelli record. Ma lo stock rimane impressionante e la durata dei processi continua a rimanere tra le più alte in Europa (Report).

Non sarebbe male, infine, richiamare l'attenzione sul fatto che l’agitazione del mercato globale dei giorni scorsi è un chiaro remainder del fatto che la crisi europea non è sparita, stava solo sonnecchiando, e non è più così scontato che l’Eurozona, seppure con l’ormai noto ritardo, seguirà la strada della ripresa percorsa dagli Stati Uniti (Large Nations in Europe Balk at German Gospel). Consiglio, inoltre, la lettura di un articolo di Thomas Friedman (A Pump War?). L'opinionista americano ritiene che una guerra sotterranea globale del petrolio sia già in corso. E non è il solo a pensare che Stati Uniti e Arabia Saudita stiano cercando di portare alla bancarotta Russia e Iran mantenendo i prezzi del petrolio a livelli bassi, molto al di sotto di quanto è necessario a  Mosca e a Tehran per finanziare i loro bilanci. Fateci caso: quattro produttori di petrolio (Libia, Iraq, Nigeria e Siria) sono oggi nei guai e l’Iran è azzoppato dalle sanzioni. Dieci anni fa, queste condizioni avrebbero portato rapidamente alle stelle il prezzo del petrolio. Oggi succede il contrario. E il prezzo globale del petrolio è precipitato per settimane (Oil Prices Continue Decline, Pressured by Saudi Action to Defend ..). La guerra, insomma, con altri mezzi…

 

 

Le regioni sul piede di guerra e la guerra del petrolio

18/10/2014

«Diciotto miliardi di tasse in meno. La più grande riduzione mai fatta da un governo in un anno». Così Matteo Renzi, al termine del Consiglio dei ministri che ha approvato la legge di stabilità, una manovra da  36 miliardi .«Abbassare le tasse non è di sinistra né di destra, ma da persone normali perché si era arrivati a un livello pazzesco» ha aggiunto il premier. E va detto che, per la prima volta dall’inizio della crisi, vengono tagliati 18 miliardi di imposte, finanziati con una riduzione delle spese per 15 miliardi di euro e maggiore deficit.

Ora si aspetta la decisione della Commissione europea sulla legge di stabilità varata mercoledì dal governo Renzi e, nel frattempo, continua il dibattito sia all’interno del Partito democratico sia fuori di esso (Mondi in manovra). Le Regioni sono sul piede di guerra. «La manovra è insostenibile per le Regioni a meno di non incidere sulla spesa sanitaria o compensare con nuove entrate». Lo ha affermato giovedì mattina il presidente della conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino. Il fronte dei governatori è praticamente unanime. E il presidente del Consiglio ha risposto alle critiche avanzate sulla legge di stabilità via Twitter: «Una manovra da 36 miliardi e le regioni si lamentano di uno in più? Comincino dai loro sprechi anziché minacciare di alzare le tasse #no alibi». «Incontreremo i presidenti di regione. Ma non ci prendiamo in giro. Se vogliamo ridurre le tasse, tutti devono ridurre spese e pretese», dice ancora, su Twitter, Renzi («Manovra insostenibile». «Riduce gli sprechi»: è guerra Renzi-Regioni).

Ora sembra che, come scrive il Corriere della Sera, sia pure tra i distinguo polemici di alcuni governatori (in primis Maroni che paventa la chiusura degli ospedali) si aprano spiragli di dialogo tra governo e Regioni. Il presidente della Regione Piemonte Chiamparino parla di «soluzione da trovare». «Da Renzi andiamo con delle proposte concrete, che non toccano i quattro miliardi - dice il governatore - ma che li articolano in modo tale da consentire di reggerli. La polemica è inevitabile, ma è indispensabile un incontro per raggiungere l’obiettivo. Noi da una parte abbiamo sollevato il problema, dall’altra abbiamo cercato la soluzione, che è complessa». Ma Renzi ribatte («non ci sono troppi manager o primari? E’ impossibile risparmiare su acquisti o consigli regionali?») e non molla: “Le famiglie hanno pagato ora spetta anche alle Regioni”.

Ma davvero su 445 miliardi di trasferimenti dello stato alle regioni non se ne possono tagliare quattro, come previsto dalla legge di stabilità del governo Renzi? Scrive oggi Il Foglio: «La cifra complessiva dei trasferimenti, l’ultima disponibile a consuntivo, è quella del Documento di economia e finanza del 2013 su dati del 2012, che mette anche a confronto i due anni precedenti. Ebbene, dal 2010 al 2011 l’importo totale girato dallo stato alle regioni è aumentato di 11 miliardi, frutto di una riduzione in conto capitale, cioè per acquisti e investimenti, e di un aumento per quelle correnti, essenzialmente personale. Si tratta del 56 per cento della spesa pubblica italiana, della quale dunque le regioni sono le principali destinatarie. Nel 2013 le regioni ne hanno poi spesi 163 di miliardi, dove la parte del leone la fa notoriamente la sanità. Le province, tanto bistrattate, ne hanno spesi dieci, i comuni invece si sono dati anche loro da fare con altri 66 miliardi. Il resto della spesa statale è composto da pensioni, interessi sul debito, investimenti, contributi europei, poste straordinarie e appunto da quei fatidici 445 miliardi di trasferimenti regionali» (Ecco, torna il Fus).

«Forse si può capire che un Maroni e uno Zaia fatichino a seguire un percorso riformatore, date le posizioni estreme e antisistema della Lega. Ma che si costituisca un fronte unanime spendaccione con Chiamparino, Zingaretti, Caldoro, questo è un segno di pigrizia e di rassegnazione al tran tran», così anche ieri Il Foglio. Che non le manda a dire: «I governatori delle regioni (di sinistra come Chiamparino e Zingaretti, di destra come Caldoro, di area leghista come Zaia e Maroni) devono scegliere anche loro. Possono comportarsi come parte di una seria classe dirigente o in un certo senso da cacicchi, ma i capitribù controllavano il villaggio, mentre loro sono controllati a vista da un ceto amministrativo che promette quel che non può e spreca tutto quel che può. Oppure possono cercare di cambiare l’ordine del discorso, e dei fatti, prendersi la responsabilità che gli tocca, adesso. Il governo non agisce nel vuoto della decisione politica indipendente, autarchica: fa i conti con i patti europei, con la logica della moneta unica, con le forze di mercato che danno segnali chiari di nervosismo finanziario, più o meno speculativo (il Foglio ne ha parlato con allarme prima delle turbolenze di queste ore). I dati sullo sviluppo economico sono duri per tutti, anche per questo paese, e non esistono per l’Italia e l’Europa soluzioni sorprendenti e nuove alla Tsipras, alla Farage o altre versioni sviluppiste di sinistra classista e di destra nazionalista o populista. I trasferimenti dello stato alle regioni vanno tagliati, la foresta va disboscata» (Governatori o cacicchi).

E vale la pena, già che ci siamo, di dare un’occhiata ai dati europei che smentiscono la lagna dei giudici sulle risorse. E’ uscito da pochi giorni il rapporto biennale della Commissione per l’efficacia della giustizia (Cepej - The European Commission for the Efficiency of Justice) sulla qualità e l’efficienza della giustizia, che confronta i dati di oltre 40 paesi del Consiglio d’Europa. Secondo i dati appena pubblicati, la spesa in Italia è passata dai circa 4 miliardi di euro del 2004 ai 4 miliardi e 600 milioni del 2012, portandola ai livelli più alti d’Europa, senza che i tempi e le inefficienze si siano ridotti granché. Certo, il numero di nuove cause civili diminuisce. E quelle chiuse registrano livelli record. Ma lo stock rimane impressionante e la durata dei processi continua a rimanere tra le più alte in Europa (Report).

Non sarebbe male, infine, richiamare l'attenzione sul fatto che l’agitazione del mercato globale dei giorni scorsi è un chiaro remainder del fatto che la crisi europea non è sparita, stava solo sonnecchiando, e non è più così scontato che l’Eurozona, seppure con l’ormai noto ritardo, seguirà la strada della ripresa percorsa dagli Stati Uniti (Large Nations in Europe Balk at German Gospel). Consiglio, inoltre, la lettura di un articolo di Thomas Friedman (A Pump War?). L'opinionista americano ritiene che una guerra sotterranea globale del petrolio sia già in corso. E non è il solo a pensare che Stati Uniti e Arabia Saudita stiano cercando di portare alla bancarotta Russia e Iran mantenendo i prezzi del petrolio a livelli bassi, molto al di sotto di quanto è necessario a  Mosca e a Tehran per finanziare i loro bilanci. Fateci caso: quattro produttori di petrolio (Libia, Iraq, Nigeria e Siria) sono oggi nei guai e l’Iran è azzoppato dalle sanzioni. Dieci anni fa, queste condizioni avrebbero portato rapidamente alle stelle il prezzo del petrolio. Oggi succede il contrario. E il prezzo globale del petrolio è precipitato per settimane (Oil Prices Continue Decline, Pressured by Saudi Action to Defend ..). La guerra, insomma, con altri mezzi… 

 

 

Il (diverso) mondo di Obama

05/10/2014

Ballad Of A Thin Man. Mi è capitato di vedere alla televisione l'intervento che Massimo D'Alema ha svolto alla riunione della direzione del Pd di lunedì scorso (qui il video). D’Alema mi è sembrato al solito sentenzioso, e tuttavia molto invecchiato e pieno di rancore. Sarà la stizza (avrebbe dato chissà che cosa per stare al posto di Renzi), sarà che l'età accentua i tic nervosi e i gesti e le espressioni verbali che si ripetono senza rendersene conto, fatto sta che sembrava Sabina Guzzanti nell’imitazione di D’Alema. Ha detto bene Giuliano Ferrara: «Il piagnisteo comincia a diventare fastidioso. Ci sono dei ragazzi e delle ragazze in Italia che hanno preso il potere con i voti, succede, e vogliono esercitarlo a modo loro, senza chiedere troppe autorizzazioni, senza la supervisione occhiuta degli adulti. Come ha detto D’Ormesson ad Avvenire, niente è più borioso e noioso dei vecchi che danno lezioni. Vedere D’Alema che cita Stiglitz alla direzione del Pd, per sostenere la tesi che non bisogna fare nulla di nulla quando ci sia la recessione, altro che riforma del mercato del lavoro, e quando gli altri lo sfottono (Stiglitz chi?) risponde che prima di parlare si procurino un Nobel anche loro, che banalità, che pena, che subalternità culturale, che sciocchezza. Tremendo lo spettacolo della piccola invidia rancorosa, dell’incomprensione verso un processo così evidente di tentato rinnovamento e di tentato rilancio, che può non riuscire, ma genererà, come è successo dopo Berlusconi, qualcosa di diverso, non quel che c’era prima ...». Il passato non si può ricreare. Puoi fare finta. Puoi illuderti, ma ciò che è finito non torna. Lo ha scritto Chuck Palahniuk e lo sanno tutti: ogni lasciata é persa. Ma quel che più colpisce é l'incomprensione verso un tentativo di rinnovamento così lampante. Nessuno che sfidi Renzi sulla modernità. Tutti a piagnucolare sulla conservazione di miti arrugginiti. Incapaci di comprendere quanto sta accadendo attorno a noi. Come il Mr. Jones di una vecchia canzone di Bob Dylan (D’Alema aveva allora 16 anni):«Because something is happening here but you don’t know what it is. Do you, Mister Jones?».


Obama

Il mondo di Obama è diverso. E’ da un pezzo che qualcosa qui sta succedendo. Thomas Friedman è un celebre giornalista americano. Ha vinto tre premi Pulitzer e ha scritto, tra gli altri, The World Is Flat, 3.0, un libro fondamentale per comprendere meglio quanto sta accadendo attorno a noi e che cosa ci riserverà il prossimo futuro, nel quale ha spiegato l'effetto che i mutamenti in corso hanno sulle nazioni, sulle aziende, sulle comunità e sui singoli individui (Il mondo è piatto. Breve storia del ventunesimo secolo ... - Ibs). Qualche giorno fa, sul New York Times, Thomas Friedman è tornato a dirci che le cose sono cambiate. E dopo aver letto la storia affascinante che Ken Aldeman (diplomatico americano che ha diretto la U.S. Arms Control and Disarmament Agency durante l’amministrazione Reagan ed ha accompagnato Ronald Reagan nel corso del summit in Islanda del 1986 con il presidente sovietico Mikhail Gorbachev) ha raccontato nel libro «Reagan a Reykjavik: le quarantotto ore che misero fine alla guerra fredda» (Amazon.com: Reagan at Reykjavik: Forty-Eight Hours That ...), si è chiesto «chi ce l'ha avuta più facile, Reagan oppure Obama?» (Who Had It Easier, Reagan or Obama?).

Ovviamente, si imparano un sacco di cose sulla leadership di Reagan nel libro. Secondo l’opinion leader americano, tuttavia, «la cosa più straordinaria non è stata tanto la dedizione di Reagan alle ‘Guerre Stellari’», l’iniziativa di difesa strategica che ha messo fine (pare) alla Guerra fredda. «Quel che più colpisce è che Reagan abbia intuito subito che Gorbachev era un tipo di leader sovietico molto diverso - uno con il quale avrebbe potuto fare la storia - ben prima che lo avvertisse la comunità dell'Intelligence. E questo ha fatto la differenza». Ora, osserva Thomas Friedman, «i conservatori non fanno che ripetere: ‘se solo Obama potesse guidare come Reagan’. Toccherà agli storici stabilire tra qualche anno chi è stato il miglior presidente. Ma quel che voglio dire è questo: in parecchie aree decisive, Reagan aveva un mondo molto più semplice da gestire di quello che ha Obama oggi. ‘Molto più facile, stai scherzando?’, dicono i conservatori. ‘Reagan doveva fronteggiare una superpotenza comunista che aveva migliaia di missili nucleari puntati verso di noi! Come puoi dire questo?’. Ecco come: lo scontro principale ai tempi di Reagan era la Guerra fredda, e la caratteristica più importante della Guerra fredda era che fu la guerra tra due diversi sistemi di ordine: comunismo contro capitalismo democratico. Ma entrambi i sistemi competevano per costruire un ordine - per consolidare gli stati deboli nel mondo attraverso l'aiuto economico e militare e guadagnare il loro sostegno nella Guerra fredda. E quando Mosca o Washington telefonavano ad un altro stato, c'era quasi sempre qualcuno in grado di rispondere al telefono. Si sono perfino garantiti che le loro guerre per procura - come il Vietnam e l'Afghanistan - fossero relativamente contenute. Il mondo di Obama è diverso. È sempre più diviso in regioni dell'ordine e regioni del disordine, dove non c'è nessuno che possa rispondere al telefono, e la competizione principale non è tra due superpotenze organizzate, ma tra una superpotenza e molti uomini superpotenti imbestialiti. L'11 settembre siamo stati attaccati, e feriti orribilmente, da una persona: Osama Bin Laden e la sua gang superpotente».

Con questi abbiamo oggi a che fare. Con uomini infuriati che dispongono di un grande potere e di grandi mezzi, che hanno grandi possibilità d'azione, uno spazio aperto maggiore nel quale operare e armi potenti e potenti strumenti di comunicazione. Ma c'è di più, sostiene Friedman. «Gorbachev, il principale rivale di Reagan, ha vinto il premio Nobel per la pace nel 1990 per aver fatto qualcosa che non avrebbe mai voluto fare: lasciò che l'Europa orientale se ne andasse pacificamente. I nemici di Obama, come lo Stato Islamico, non vinceranno mai il premio Nobel per la pace. Reagan poteva tranquillamente sfidare Gorbachev a Berlino a ‘buttare giù questo muro’ perché dall'altra parte del muro c'era un sistema inefficiente - il comunismo - che stava annullando una civiltà dell'Europa centro-orientale, e parte della Russia, che era naturalmente e storicamente incline al capitalismo democratico. E laggiù c'erano dei leader - come Lech Walesa, un'altro vincitore del premio Nobel per la pace - capaci di guidare la transizione. Dovevamo solo dare una mano a rimuovere il sistema insoddisfacente e farci da parte». Del resto, lo ha spiegato Michael Mandelbaum, lo specialista di politica estera della John Hopkins University e autore di «The Road to Global Prosperity» (The Road to Global Prosperity: Amazon.it: Michael ...):«i paesi dell'Europa centro-orientale furono loro malgrado parte di un impero comunista ma culturalmente facevano parte da sempre della civiltà occidentale (…) Non si sono mai concepiti come comunisti, ma piuttosto come occidentali che sono stati sequestrati». Dunque, insiste Friedman, «dopo che Gorbachev, sotto la pressione di Reagan e dell'Occidente, li rimise in libertà, corsero ad abbracciare le istituzioni occidentali più velocemente che poterono. Nel Medio Oriente, che ha consumato molta dell'energia di Obama, la gente ha abbattuto i loro muri – i loro sistemi - ma sotto non c'era una civiltà con un'esperienza interrotta, abitudini e aspirazioni di democrazia e di libero mercato. C'era invece un miscuglio tossico di islamismo, tribalismo e settarismo e un'aspirazione alla democrazia in una fase iniziale. La sfida della leadership di Reagan fu quella di abbattere un muro e raccogliere i dividendi della pace lasciando che la natura facesse il suo corso. La sfida di Obama è che dall'altra parte del muro che gli arabi hanno buttato giù c'è un programma colossale di nation-building, con una civiltà traumatizzata, divisa e spesso culturalmente ostile ai valori e alle istituzioni occidentali. Un lavoro enorme che solo gli abitanti del posto possono guidare».

E’ capitato anche a Reagan di affrontare, un’unica volta, una versione più ridotta della sfida di Obama: in Libano. Il Libano era diventato una base fondamentale dell’OLP che proprio dalle postazioni create nelle zone del sud scatenava le sue incursioni armate in territorio israeliano. Allora (nel 1982) le Forze di Difesa Israeliane invasero il sud del Paese dei Cedri e l’OLP sgomberò le sue forze dal Libano. E Reagan sperò che ciò avrebbe prodotto naturalmente un ordine democratico, con un piccolo aiuto da parte dei marines americani a fare da levatrice. Ma il 23 ottobre 1983, 241 marines morirono nell'esplosione di un camion bomba contro una caserma all'aeroporto di Beirut. Reagan comprese allora che in quel un miscuglio di islamisti, cristiani faziosi, siriani, milizie scite, rifugiati palestinesi e democratici ci voleva molto di più che gli americani a fare la guardia. «Ci voleva un nation-building». C'era bisogno, insomma, di uno sforzo enorme, quello di ricostruire una nazione. «E cosa fece Reagan? Se ne andò», conclude Friedman. «Ero lì a salutare gli ultimi marines sulle spiagge di Beirut. Per questo confrontare Reagan con Obama, in politica estera è inevitabile. Ma quando lo si fa, bisogna comparare anche i loro rispettivi contesti. La differenza è significativa».

Rolling

Assemblea parlamentare della Nato. Per farsi un'idea del nuovo contesto e dello sforzo enorme di nation-building che oggi sarebbe necessario (paragonabile allo sforzo che ha condotto alla trasformazione della Germania e del Giappone in paesi democratici) rinvio alla lettura degli interventi di Arturo Varvelli (ISPI) (Ancora un'ultima chance per la Libia; Libia: la strada tortuosa del compromesso; Libia: perché un appoggio a Hiftar non è la soluzione; Libia: perché un appoggio a Hiftar non è la soluzione) e Florence Gaub (EUISS) (After the Spring: Reforming Arab Armies; A Libyan Receipe for Disaster | Florence Gaub - Academia ...; The North Atlantic Treaty Organization and Libya: Reviewing Operation UNIFIED PROTECTOR) sulla crisi libica e di Fawaz A. Gerges (LSE) (BBC News - Islamic State: Can its savagery be explained?; Obama and the Middle East: The End of America’s Moment?; The Far Enemy: Why Jihad Went Global) sulla crisi siriana e irachena. Sono solo alcuni degli studiosi che sono intervenuti nel corso dell'Assemblea parlamentare della NATO che si è conclusa ieri a Catania (CATANIA, ITALIA). Non molto lontano dai luoghi di crisi della sponda sud del Mediterraneo. Come cantava un'altra immarcescibile rock band:«…War, children, it’s just a shot away. It’s just a shot away…». Era il 1969 e anche allora le cose stavano cambiando. Come sempre.

 

 

La fine di un'epoca, probabilmente...

29/09/2014

Alternative für Deutschland sta impazzando in tutta la Germania. Dopo il successo in Sassonia, ha ottenuto il 12.6% dei voti nel Brandeburgo e il 10.6% in Turingia. E dopo aver sistematicamente distrutto il FDP, ora l'AFD sta dilaniando la base (di sinistra) del Partito Die Linke. Ha fatto irruzione in tre parlamenti regionali e ha conquistato sette seggi al Parlamento europeo. Ne abbiamo visto gli effetti quando il capo del partito Bernd Lucke ha messo sotto pressione il governatore della BCE Mario Draghi durante la sessione della commissione sugli affari economici e monetari. Ora Standard & Poor's ammonisce che la crescita del partito anti-euro tedesco mette in discussione il meccanismo di salvataggio dell'euro e qualsiasi forma di QE, stimolo che è già stato scontato in anticipo dai mercati. Inoltre, scrive l’agenzia di rating, costringerà Angela Merkel ad adottare una linea più dura nei confronti dell'Europa, e complicherà ulteriormente la gestione di una unione monetaria già claudicante. Lo scrive Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph (Germany’s Eurosceptic AfD spells end to Europe's false calm, warns S&P; Germany's Ukip threatens to paralyse eurozone rescue efforts).

L’articolo si trova tradotto sul blog Voci dall’estero (Voci dall'estero: Standard & Poor's: gli Euroscettici tedeschi ...). Ecco, di seguito, alcuni stralci del rapporto di S&P (S&P Rpt:German Eurosceptic Party Complicates Eurozone ...; Warnung vor Alternative für Deutschland: Standard & Poor's ...):

«Come più grande governo dell'area dell'euro e sicuro punto di riferimento per gli investitori, il ruolo della Germania nella gestione della crisi è stato fondamentale. La posizione relativamente forte in politica interna del governo federale tedesco ha facilitato il necessario compromesso.

Fino a poco tempo fa, nessun partito dichiaratamente euroscettico in Germania era in grado di galvanizzare gli oppositori dei "salvataggi" europei e della assunzione di potenziali rischi finanziari da parte dei contribuenti tedeschi. Ma questa comoda situazione ora sembra essere arrivata alla fine.

AFD ha presentato un programma, sembra godere di una leadership disciplinata, ed è un partito ben finanziato che fa appello in generale ai conservatori, anche oltre le sue fondamentali radici eurofobiche. La maggior parte degli analisti politici concordano sul fatto che l'ascesa di AFD è improbabile che sia un fenomeno di breve durata. E potrebbe anche avere ripercussioni al di là della politica tedesca.

Questo cambiamento nel panorama dei partiti potrebbe avere implicazioni sulle politiche dell'area dell'euro, limitando lo spazio di manovra del governo tedesco. Il cancelliere Angela Merkel e il suo partito conservatore CDU hanno a lungo beneficiato della mancanza di una valida opposizione di destra. Cosa che ha permesso loro di spostarsi verso il centro dello spettro politico.

Se la popolarità di AFD nei sondaggi dovesse persistere, ci si può aspettare che il CDU tenterà di rioccupare lo spazio politico precedentemente abbandonato. Di conseguenza, dovremmo considerare la forte probabilità che l'orientamento politico del CDU (e quindi della Germania) sarà di un irrigidimento verso i compromessi nell'area dell'euro. Questo potrebbe comportare una minore flessibilità nel ritmo di risanamento dei conti pubblici degli altri paesi europei, o una certa resistenza verso il piano coordinato pan-europeo di investimenti verso il quale stanno puntando alcuni governi. Potrebbe anche portare ad una retorica più apertamente critica contro le politiche della BCE, che complicherebbe ulteriormente la politica monetaria non convenzionale.

Niente di tutto questo avrebbe importanza se potessimo considerare che la crisi dell'euro è ormai dietro le spalle. Tuttavia, è improbabile che sia così. La produzione in Eurozona è ancora a livelli inferiori al 2007 e nel 2014 la debole ripresa ha subìto una battuta d'arresto in gran parte della zona euro. La disoccupazione rimane pericolosamente alta e le pressioni di disinflazione sono in crescita. Gli oneri del debito pubblico continuano a crescere in tutti i grandi Paesi dell'area dell'euro tranne la Germania.

Terremo sotto monitoraggio ogni eventuale segno di irrigidimento della Germania. Un tale cambiamento potrebbe ridurre la fiducia degli investitori nella solidità del sostegno multilaterale nei confronti di qualsiasi paese sovrano dell'eurozona in caso di necessità. Un tale cambiamento nel “sentiment” potrebbe contribuire a delle condizioni di finanziamento meno favorevoli per i paesi a basso rating dell'area dell'euro, rispetto ai tassi di interesse storicamente bassi sui titoli sovrani che oggi osserviamo».

Luigi De Magistris, ex magistrato oggi sindaco di Napoli, è stato condannato mercoledì 24 settembre in primo grado a un anno e tre mesi di reclusione per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta Why Not.  (De Magistris e la fine dei manettari). Così De Magistris ha reagito alla condanna: «Se mi sospenderanno farò il sindaco in mezzo alla gente. Se decideranno che non devo più stare a Palazzo San Giacomo, vorrà dire che scenderò in strada e starò con i cittadini. Ma non credo che andrà così, perché penso che questa sia una sentenza politica» (Dario Del Porto, Rep 26/9/2014).  Forse, è davvero la fine di un’epoca (De Magistris, la fine di un’epoca). Ha scritto Cesare Martinetti sulla Stampa: «De Magistris è uno di quei personaggi la cui popolarità si deve a una distorsione tutta italiana che nasce dalla sensazione diffusa di vivere in un Paese con un tasso di ingiustizia insanabile dalla naturale fisiologia istituzionale e che richiede l’intervento di attori eccezionali che rompano la crosta dell’impunità (…) Le parole resistere o resistenza vanno maneggiate con molta cura. Ora, che il sindaco di Napoli parli di “resistenza” e di “lotta per la giustizia” per difendere la sua poltrona, è inaccettabile. È stato eletto sulla spinta di una popolarità ottenuta su inchieste costruite su abusi che sono stati accertati dal tribunale» (De Magistris, il giustizialista che non accetta le sentenze). Ma, si è chiesto Giuliano Ferrara, «Come fanno a passarla liscia. Non i Di Pietro o i De Magistris, che sono iconucce warholiane, come scriveva sabato Guido Vitiello, con i loro trattori e le loro bandane. Come fanno a passarla liscia i loro tifosi, sostenitori, bardi, propalatori sulla stampa e in tv. Come fanno a passarla liscia quelli del pubblico, stupidi fra gli stupidi, che non sanno identificare a prima vista un truffaldo, o quelli meno stupidi, che sanno come servirsi del truffaldo nella loro coscienza e nel loro comportamento pubblico. Quelli che hanno dialogato con loro nei tocsciò, li hanno intervistati nei telegiornali, li hanno spacciati come cocaina pura della questione morale e dell’attacco alla casta. Vergognarsi non è un dovere, non sono moralista, ma passarla liscia è molto inelegante» (Non la faccia di Giggino, ma chi me la fece sniffare mi spaventa).

Jobs Act. Oggi, nel Pd, ci sarà il confronto sul Jobs Act in direzione. Ma non sarà un conflitto dirompente, sostiene Pietro Ichino. Perché anche l’ala sinistra dei democratici incomincia a rendersi conto della necessità di non ripetere i gravi errori commessi in passato sulle politiche del lavoro (Lo scontro sul Jobs Act fuori e dentro il Pd). Ovviamente, all’interno del Pd uno scontro sull’art. 18 c’è, eccome. Ma, sostiene Ichino, «anche questo verrà superato senza morti né feriti. Perché anche all’interno dell’attuale minoranza del Pd c’è ormai una consapevolezza diffusa del rischio di ripetere un errore gravissimo, nel quale la vecchia sinistra è già caduta troppe volte (…) Quello di impedire l’allineamento del nostro Paese rispetto a uno standard europeo in materia di lavoro, in nome della difesa dei “diritti fondamentali dei lavoratori”, la loro libertà e dignità, salvo poi accorgersi ogni volta, a battaglia persa, di quanto essa fosse sbagliata. È accaduto così per il riconoscimento legislativo del part-time: la Cgil vi si oppose e il Pci votò contro nel 1984; poi di nuovo per il superamento della scala mobile, per l’abrogazione del monopolio statale dei servizi di collocamento, per l’introduzione in Italia del lavoro temporaneo tramite agenzia. Due o tre anni dopo che ciascuna di queste vicende si è conclusa, sempre con la sconfitta di una molto drammatizzata opposizione della sinistra politica e sindacale, quest’ultima ha sempre archiviato definitivamente la questione e nessun suo esponente si è più sognato di chiedere di tornare indietro».

Matteo Renzi. Nel «sonoro ribollire di mugugni contro Matteo Renzi» scrive Luca Sofri (Il lato oscuro della Forza contro Renzi ): «ci sono molte considerazioni fondate (…) Ma ciò che toglie molto senso a queste letture – e ne rivela un altro – è che si accompagnano a salti logici e forzature cospicue (Scalfari che indica come elemento “a carico” di Renzi che sia costretto a fare delle riforme; De Bortoli che non si trattiene da battute sulle camicie o sui toscani); e a riferimenti a un’idea di Italia, di politica – e forse di mondo – che non esistono più; e infine a una palese insofferenza personale. Cose che rivelano un intrattenibile messaggio di queste opinioni (una sorta di sottotitolazione) che è: “il potere che conosco e con cui andavo a pranzo non esiste più: ne è arrivato un altro che non si sa ancora se sia meglio o peggio, ma quello che è chiaro è che non ci vado più a pranzo, parla altre lingue, e ne sto perdendo la comprensione e la familiarità”».

Tutto sommato, forse è davvero la fine di un'epoca.

 

 

Fino alle porte dell'Inferno...

21/09/2014

 

I caccia francesi di Parigi venerdì hanno compiuto operazioni militari mirate a colpire le postazioni dei miliziani dello Stato islamico e nei giorni scorsi i caccia americani sono tornati a colpire vicino alla capitale Baghdad. Il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, in un’audizione al Senato ha annunciato che i raid Usa sulle postazioni Isis in Iraq sono stati già più di 160, spiegando come i bombardamenti siano serviti a indebolire le forze degli estremisti e a dare più tempo al governo di Baghdad di costruire una coalizione più ampia. «L'Isis ha aspirazioni globali - ha detto il capo del Pentagono - il loro obiettivo è diventare l'avanguardia dell'estremismo islamico nel mondo», prima di aggiungere: «Colpiremo i santuari dell'Isis in Siria».

Nelle ultime settimane il dibattito sulla politica estera americana è radicalmente cambiato. La chiave per capirne le ragioni, ha spiegato Peter Beinart (Pursuing ISIS to the Gates of Hell) si trova in un libro che si intitola Special Providence (Special Providence: American Foreign Policy and How It ...). Lo ha scritto 13 anni fa Walter Russell Mead e resta la migliore analisi sulla politica estera americana di questi anni. Mead sostiene che l’America ha quattro tradizioni di politica estera. La prima, che chiama «Wilsonianism». rappresenta la smania missionaria dell’America di diffondere la civiltà nel mondo. Una volta diffondere la civiltà voleva dire diffondere la Cristianità; ora significa diffondere la democrazia e i diritti umani. La seconda tradizione è l’«Hamiltonianism». Si riferisce alla convinzione che l’America, come nazione mercantile separata dai mercati più grandi da vasti oceani, deve rendere il mondo sicuro per il commercio americano; per conservare la prosperità interna deve, cioè, mantenere un ordine mondiale economicamente aperto e politicamente stabile. La terza è il «Jeffersonianism». Esso riflette una radicata paura: se l’America si fa coinvolgere in avventure imperiali all’estero, finirà per distruggere la libertà a casa propria. La quarta è il «Jacksonianism». Si riferisce al miscuglio peculiare di sciovinismo e di isolazionismo forgiato sulla frontiera americana. I Jacksoniani non vogliono modellare gli altri paesi ad immagine e somiglianza dell’America. Non gli importa neppure dei bilanci aziendali. Ma se te la prendi con loro, infangandone l’onore, ti daranno la caccia fino alle porte dell’inferno.

Se la frase ci suona familiare è proprio perché Joe Biden l’ha pronunciata nei giorni scorsi in relazione allo Stato Islamico di Iraq e Siria (ISIS). E’probabile che l’abbia fatto perché nelle ultime settimane il dibattito sulla politica estera americana è diventato improvvisamente  Jacksoniano e potrebbe causare un sacco di guai all’amministrazione Obama. Va detto che da tempo le élite erano su una posizione dura ed interventista. Almeno da quando Obama aveva abbandonato il piano di bombardare la Siria per aver usato armi chimiche e la Russia aveva inghiottito la Crimea. Ma, si sa che le élite, per usare la terminologia di Mead, sono largamente Wilsoniane e Hamiltoniane. L’opinione pubblica, invece, restava indifferente; o meglio, restava fortemente Jeffersoniana. Per la maggioranza degli americani, il loro governo è già fin troppo coinvolto oltre oceano. Ma le decapitazioni di James Foley, Steven Sotloff e David Haines hanno cambiato tutto. E la settimana scorsa quando yougov.com  ha chiesto agli americani se avrebbero sostenuto gli strikes aerei contro i militanti dell’ISIS in Siria, il 63% ha risposto di si. Ovviamente, in termini strettamente politici, le ragioni per un intervento militare non sono accresciute in queste settimane. Non è chiaro ancora se il governo dell’Iraq sia abbastanza inclusivo per trarre vantaggio degli attacchi americani e staccare i sunniti dall’ISIS. Ed è ancor meno chiaro se gli Usa possano bombardare l’ISIS in Siria senza allo stesso tempo rafforzare Assad o altri gruppi di ribelli jihadisti sunniti. Si veda L’incerto pendolo tra guerra e contro-terrorismo, Roberto Aliboni e I rischi della strategia di Obama contro lo Stato islamico di Roberto Iannuzzi)

Ma tutto questo non conta. Quel che sta causando quest’eruzione Jacksoniana è la vista dei due americani terrorizzati in ginocchio in procinto di essere decapitati da fanatici mascherati. Poche immagini possono alimentare più vigorosamente una rabbia Jacksoniana. Molti lamentano la mancanza di strategia contro l’ISIS da parte di Obama. Ma quando il senatore del Texas, Ted Cruz, esclama «Dovremmo bombardarli fino a riportarli all’età della pietra», non esprime una prescrizione politica, né una strategia: é un urlo che chiede vendetta. E la fredda e misurata retorica di Obama, che parla di far «arretrare» l’ISIS e renderlo «gestibile», può irritare le orecchie Jacksoniane. Per loro, non si fiacca un gruppo che decapita gli americani. Lo si annienta. Obama sa bene che è proprio in momenti come questo, quando opinionisti e politici domandano vendetta, che i presidenti sono più propensi a fare «stupid stuff». Ma come osserva oggi Romano Prodi  (Solo una grande alleanza potrà fermare il nuovo terrorismo ) un fatto è certo:«la politica americana si sta allontanando sempre di più dalle solitarie prove di forza per fondarsi sulla diplomazia, le alleanze e gli accordi. Il soft-power e il cervello si sostituiscono progressivamente ai muscoli. Solo con questa strategia Obama potrà affrontare con possibilità di successo anche la sfida con la Cina che, come egli stesso ha dichiarato, sarà il punto di riferimento della politica del secolo che stiamo vivendo. Non avendo per ora alcuna prospettiva che a questa grande gara partecipi l’Europa, ci limitiamo a sperare che questa sfida sia pacifica».

 

Il diritto del lavoro secondo Renzi

17/09/2014

 

Quello italiano è «un mondo del lavoro basato sull'apartheid» ha detto ieri Matteo Renzi alla Camera dei deputati, usando le stesse parole che aveva adoperato durante le primarie del 2012, quando, nei suoi discorsi e nel suo programma, il sindaco di Firenze aveva ripreso le idee-chiave della sinistra liberale e con quelle idee aveva provato a sfidare la maggioranza del Pd; e quando a dargli una mano nel Pd, con il giuslavorista Pietro Ichino, oggi senatore di Scelta Civica, eravamo in quattro gatti ( Perché voto Renzi, l’unica alternativa possibile a questa sinistra fallimentare ). 

«Al termine dei mille giorni - ha detto ieri il Capo del Governo - il diritto del lavoro non potrà essere quello di oggi. Io ritengo, assumendomi la responsabilità di quello che dico, che non ci sia cosa più iniqua in Italia di un diritto del lavoro che divide in cittadini di serie A e di serie B: tu sei una mamma di 30 anni, sei una dipendente pubblica o privata, hai la maternità; sei una partita IVA, non conti niente; tu sei un lavoratore, stai sotto i 15 dipendenti, non hai alcuna garanzia, stai sopra sì; tu sei uno che ha diritto alla cassa integrazione, ma dipende dall'entità, dall'importanza, dalle modalità della cassa integrazione ordinaria, di quella straordinaria, di quella in deroga. Questo è un mondo del lavoro basato sull'apartheid. Personalmente dico a quella parte di sinistra più dura rispetto alle necessitá di cambiare le regole del gioco sul lavoro che, per come la interpreto io, la sinistra è combattere l'ingiustizia, non difenderla, e dico però contemporaneamente a chi oggi dà poteri taumaturgici alla riforma del mercato del lavoro e del diritto del lavoro che, per recuperare posti di lavoro, occorre una politica industriale, occorre avere il coraggio di andare a raccontare che la dorsale siderurgica di questo Paese, da Genova a Taranto, passando per Terni e per Piombino, non soltanto non si chiude, ma viene aperta e spalancata ai mercati internazionali. Occorre avere il coraggio e la forza di andare laddove ci sono le aziende in crisi, e noi stiamo andando dappertutto, perché si potrà dire tutto del nostro Governo, tranne che abbia voglia di sgattaiolare via. Non so da quanti anni è che non c''era un Presidente del Consiglio che andava a Gela o a Termini Imerese o a Taranto, ma ci andiamo convinti di una cosa: che la politica in questi anni ha talvolta eluso le questioni reali e che dal nostro punto di vista i mille giorni sono l'occasione per definire una missione, un orizzonte. Questa missione e questo orizzonte hanno dei tempi serrati.

Io rispetto il dibattito parlamentare, rispetto però anche le esigenze che ci arrivano, non soltanto dalle pressioni, che sono naturali, degli imprenditori che vogliono investire o dei lavoratori che chiedono soluzioni e garanzie diverse, ma anche dalle pressioni di noi stessi, perché si tratta di un tema che tiene insieme gli ammortizzatori sociali, la maternità, la modifica stessa dei controlli delle aziende, che può sembrare un tema banale, ma che è un primo elemento di credibilità della politica: riuscire a scegliere un meccanismo per il quale, quando entri in un'azienda, non entrano tutti sette volte di fila nel giro di un mese, ma entrano tutti insieme; riuscire a fare soltanto questo significa dare finalmente un messaggio di semplificazione delle regole, passando dalle attuali 2.100 a 60, 70, 100 regole chiare, che impediscano le diversità tra il tribunale del lavoro di Prato e il tribunale del lavoro di Arezzo. Guardate i numeri e capite che il tema del reintegro o non reintegro dipende dalla conformazione geografica e non dalla fattispecie giuridica: guardate i numeri! Bene, se noi saremo nelle condizioni di avere dei tempi certi e serrati, noi rispetteremo il lavoro del Parlamento e ci attrezzeremo per la delega, altrimenti siamo pronti anche ad intervenire con misure di urgenza, perché sul tema del lavoro non possiamo perdere un secondo di più».

Insomma, ieri Matteo Renzi, ha indossato finalmente i panni di Gerhard Schröder ( Renzi e la lezione di Schröder ) e ha detto a chiare lettere che l'esperienza di governo è legata a due questioni cruciali: il mercato del lavoro (sul quale ha detto di essere disposto ad intervenire anche con un decreto se il Parlamento - e cioè il Pd - tentennerà troppo sul disegno di legge delega) e la giustizia (tema sul quale il segretario del Pd ha proclamato - vedi il caso Eni - la sua visione garantista: «...noi non accettiamo che uno strumento a difesa di un indagato, l'avviso di garanzia, costituisca un vulnus all'esperienza politica o imprenditoriale di una persona (...) Io dico qui, in Parlamento, di fronte a voi, che noi aspettiamo le indagini e rispettiamo le sentenze, ma non consentiamo a nessuno scoop di mettere in difficoltà o in crisi decine di migliaia di posti di lavoro e non consentiamo che avvisi di garanzia, più o meno citofonati sui giornali, consentano di cambiare la politica aziendale di questo Paese! ...»).

Va da sé che Renzi ha dato uno scossone all'albero del lavoro perché spera di raccogliere i frutti che cadranno dai rami. Chiaramente, come ha detto ieri il premier al Senato, «dobbiamo dare un messaggio, non già all'Europa, non già a soggetti esterni a noi, ma innanzitutto a noi stessi». Giusto. Ma, ovviamente, dobbiamo dare un messaggio anche all'Europa. Sulla scrivania di Palazzi Chigi c'è ancora la celebre lettera della Bce con un lungo elenco di cose da fare. E per contrattare con l'Unione europea una maggiore flessibilità sui conti pubblici, una delle poche carte che abbiamo a disposizione è quella di approvare una riforma strutturale che ci chiedono da diversi anni.

Vedremo come andrà a finire. È on line il testo dell’emendamento del Governo sostitutivo dell’articolo 4 del ddl-delega. Manco a dirlo, Stefano Fassina oggi è tornato alla carica denunciando che il diritto del lavoro secondo Renzi «è una linea opposta a quella sulla quale i parlamentari del Pd sono stati eletti e è anche opposta al programma congressuale e di governo di Renzi. E' una linea inaccettabile». E bisognerà fare attenzione anche ai gattopardi annidati nelle strutture ministeriali, pronti a tradurre questi obiettivi in burocratese per insabbiare i propositi di riforma. Ma, ovviamente, come ha detto ieri Gianluca Susta nella dichiarazione di voto di Scelta Civica, «abbiamo molto apprezzato la conferma, che abbiamo sentito nel suo discorso, dell'impegno del Governo di dare finalmente all'Italia un nuovo codice del lavoro, e con esso un nuovo diritto che sia davvero diritto di tutti i lavoratori e non soltanto, come oggi, di metà di essi». 

Dai e dai, alla fine le cose vanno come devono andare. Sulla crescita e sul tramonto, comunque inevitabile, del regime di Job property che ha caratterizzato il sistema italiano di protezione del lavoro nell'ultimo mezzo secolo, Pietro Ichino si è soffermato nell'articolo pubblicato nel numero di settembre del mensile Mondoperaio. Certo, adesso che in tanti sono pronti a saltare sul carro del vincitore andrebbero ricordate le battaglie dei riformisti, dentro e fuori il Pd. Anche perché avevamo ragione. Ma sappiamo come vanno le cose, ce lo ha spiegato Federico Caffè, un po' di tempo fa in un celebre articolo intitolato «La solitudine del Riformista» ( Federico Caffè , La solitudine del riformista - ). « Il riformista - scriveva l'economista - è ben consapevole d'essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo». Ma, concludeva Caffè, «il riformista si rincuora prendendo un libro che gli è caro e rileggendone alcune righe famose: "Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente. (...) giacché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie fanno presa prima che abbiano venticinque o trent'anni di et à , cosicché le idee che funzionari di Stato e uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli avvenimenti correnti non è probabile che siano le più recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male"». E se le cose andranno per il verso giusto, il riformista è pronto a stappare lo spumante.    

 

Renzi e la lezione di Schröder

04/09/2014

Dario Nardella, sindaco di Firenze, successore di Matteo Renzi a Palazzo Vecchio e amico del presidente del Consiglio, intervistato ieri sul Foglio da Claudio Cerasa, non le ha mandate a dire. Ha invitato l’amico e premier a far sua la lezione di Schröder. Gli ha ricordato che «ci sono delle fasi storiche in cui è necessario essere impopolari», che «la priorità oggi è far vincere il paese» e che «per far vincere il paese qualche volta occorre muoversi sfidando il vento». Insomma, ha detto a Renzi che deve correre anche il rischio di perdere le elezioni, ma deve usare «il martello pneumatico» come ha fatto a suo tempo Gerhard Schröder in Germania; deve fare le riforme prendendosi tutto il tempo necessario, pure più dei famosi mille giorni, ma deve farle anche a costo di «sacrificare la sinistra interna» (Oskar Lafontaine allora uscì dall’Spd) e soprattutto deve tagliare la spesa pubblica con coraggio (il cancelliere tedesco, ricorda Nardella, sfidò l'impopolarità andando a rivedere la spesa sulla sanità: un’operazione pari a circa 10 miliardi l’anno) e costringere con i fatti le corporazioni ad  autoriformarsi. Ma, insiste Nardella, «per fare le cose grandi, e credo sia questa la lezione che ci ha lasciato in eredità Schröder, bisogna non aver paura di utilizzare il consenso come un mezzo e non come un fine». Per far vincere il paese, anche a scapito della popolarità. Secondo Stefano Folli, Nardella coglie un punto centrale del «renzismo» oggi: la necessità di scegliere fra consenso popolare ed efficacia del progetto riformatore (Il dilemma irrisolto di Renzi: tenersi il consenso o trasformare il paese?). E c’è da sperare, come osserva Giuliano Ferrara, «che in molti seguano il sindaco di Firenze nel suo assunto principale: la democrazia si fonda sul consenso, ma non si esaurisce nel consenso, non è una conta, è un’arte sociale, un sistema complesso. Il peggiore possibile ad eccezione di tutti gli altri, come si dice» (Il consenso come mezzo). 

 

Vertice Nato. Una sessantina di capi di Stato e di governo sono riuniti oggi a Newport, in Galles, per il vertice della Nato che cercherà di trovare una strategia comune per rispondere alla crisi in Ucraina e all'offensiva militare jihadista in Iraq e Siria. Si tratta di uno dei summit più importanti nei 65 anni di storia dell'Alleanza che sembrava relegata a essere solo un relitto della Guerra Fredda. Come ha scritto oggi sul Sole 24 Ore Vittorio Emanule Parsi, è «In gioco la credibilità dell'Alleanza». E il suo svuotamento «accelererebbe e acuirebbe il tramonto dell’intero Liberal World Order». «Oggi il concetto di globalizzazione – rileva Parsi - è spesso evocato in un'accezione negativa, dimenticando che le modalità di organizzazione del mercato globale possono essere state anche sbagliate, ma l'idea di un mondo aperto alla circolazione di idee, persone, merci e capitale ha avuto formidabili ricadute positive sulla vita di miliardi di esseri umani. È la globalizzazione quella che è in gioco nelle pianure dell'Ucraina orientale. È l'idea che esistano standard di comportamenti che valgono ovunque e che non possono essere impunemente violati. Tanto più in Europa, in Occidente, nel Nord del mondo (…) Quanto vale e quanto costerebbe all'Italia, all'Europa, al mondo la frantumazione dell'ordine liberale globale? Quanto la fine della possibilità per idee, persone, merci e capitali di muoversi in relativa sicurezza per il mondo, per un mondo in cui i patti devono essere rispettati, gli impegni onorati e le parole mantenute? Sicuramente molto più del temporaneo danno arrecato dalle reciproche sanzioni che l'Occidente e la Russia si stanno scagliando addosso».

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