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Lady Pesc ed il gasdotto

18/07/2014

Il vertice Ue si è chiuso con un nulla di fatto sulla partita delle nomine a cominciare da quella di Federica Mogherini a Lady Pesc. I leader si riuniranno di nuovo il 30 agosto. In sé, nulla di grave: gli incarichi da rinnovare scadono il 1° novembre e di tempo per scegliere ce n’è (Flop delle nomine, Italia sulla difensiva).

Non c’è dubbio che la candidatura italiana di Federica Mogherini ad Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza europea esce ammaccata dal Vertice. Secondo il Daily Telegraph «l’Italia spinge un ministro senza esperienza a succedere alla Ashton» (Italy pushes inexperienced minister as successor to ...) e per The Guardian «a failure to push Mogherini into the post will mark a serious blow to Renzi's prestige» (EU in east-west power struggle over who should become foreign ...). Ma, a ben guardare, al centro della disputa sulla candidatura del nostro ministro degli esteri Federica Mogherini ad Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, c’è il futuro del gasdotto South Stream e le relazioni con la Russia, che continuano a dividere gli stati dell’Unione europea. Rassicurando il collega russo Sergei Lavrov sul sostegno italiano al gasdotto guidato da Gazprom, Federica Mogherini ha infatti scatenando la reazione dei paesi dell’Europa orientale, pronti a fare muro contro la sua candidatura  (Il pomo della discordia di South Stream). That is the question, direbbe un grande poeta inglese.

 

 

 

 

 

La riforma del Senato si farà, dunque...

11/07/2014

Ieri sera, la Commissione affari costituzionali ha licenziato, dopo tre mesi di discussione, il testo per l'aula. Lunedì prossimo il disegno di legge di riforma della Parte II della Costituzione che sancisce la fine del bicameralismo perfetto arriverà in aula al Senato. Martedì 15 scade il termine per presentare gli emendamenti e dal giorno dopo si comincerà a votare. Il via libera di Palazzo Madama è atteso entro la prossima settimana. 

La riforma del Senato si farà, dunque. Nonostante le polemiche e i dissensi. Sicuramente, il testo è perfettibile. Il disegno di riforma costituzionale del Governo presenta novità interessanti, qualche soluzione decisamente condivisibile e, com'è naturale, anche alcuni punti criticabili che, per parte mia, ho evidenziato nel corso della discussione (Seduta del 22 aprile 2014) e sui giornali (ISPIRIAMOCI AL BUNDESRAT PER VALORIZZARE LE REGIONI; Il Senato di cui abbiamo bisogno). Ma va detto che il testo in discussione si ispira alle soluzioni adottate dalle grandi democrazie europee e alle conclusioni più largamente condivise del dibattito italiano sulle riforme, da ultimo con la commissione nominata dal governo Letta.

La mia impressione è che le critiche di principio all'impianto (che ripropongono vecchie anomalie nazionali) nascano da un modo nostalgico di atteggiarsi di fronte al tema delle riforme: si prende atto, cioè, che non è più possibile praticare la vecchia forma della partecipazione alla politica, ma si ritiene che quella forma della partecipazione politica e il relativo sistema politico-istituzionale siano i migliori; si cerca dunque di avvicinarsi il più possibile a quel modello e di salvare più elementi possibile di quella esperienza. Ma questo atteggiamento nasce da una visione statica e conservatrice. Chi ha questo atteggiamento, anche quando dichiara disponibilità ad emancipare la politica dall’ipoteca ideologica, non lo fa con effettiva consapevolezza, e la sua disponibilità è precaria, reversibile.

Le critiche sembrano ruotare, in particolare, attorno alla composizione del Senato e al fatto che i senatori saranno eletti dai consigli regionali. Vediamo di capirci: la riforma del bicameralismo è necessaria. La presenza di due Camere investite degli stessi poteri non ha eguali in altre democrazie parlamentari: è un relitto di quando ciascuno degli schieramenti temeva il 18 aprile dell'altro.

Non ha alcun senso ipotizzare che la seconda Camera debba avere la sua giustificazione in un ruolo politico di contrappeso rispetto alla prima. La ragione fondamentale di una seconda Camera è quella di essere luogo di raccordo con i territori completando e correggendo il disegno iniziato con la riforma del Titolo V del 2001. La realizzazione di un «sistema regionale» richiede, infatti, un cambiamento della struttura del Parlamento. Fuori da questo schema non si giustifica nessuna seconda Camera. Il modello più sensato, non per caso, è quello del federalismo tedesco, nel quale la seconda Camera, il Bundesrat, non è elettiva ma è formata dai rappresentanti dei governi regionali. La Legge fondamentale precisa infatti che tanto i partiti (attraverso i loro parlamentari al Bundestag) quanto i Länder (grazie ai componenti degli esecutivi  regionali) collaborano («mitwirken») alla realizzazione della politica tedesca a livello federale. E se vogliamo far funzionar il nostro sistema regionale (e dunque prevenire il contenzioso tra stato e regioni) dobbiamo fare il Bundesrat o qualcosa che gli somigli molto. 

Andrebbe inoltre sottolineato che la riforma (tutte le riforme) non è un atto, è un processo. Non accade in un istante, ma comporta una successione di fasi conseguenti che producono, più o meno gradualmente, un cambiamento. Perciò quel che davvero conta è andare nella giusta direzione; poi strada facendo alcune cose andranno necessariamente riviste. Per capirci, in Germania la Legge fondamentale è stata oggetto di numerose revisioni parziali periodiche (51 leggi dal 1951 fino al 2002) e l’incisiva riforma del federalismo tedesco, approvata nel 2006 e diretta ad un miglioramento della capacità decisionale della Federazione e dei Länder, ha modificato 25 articoli della Legge fondamentale. Se i tedeschi, per assestare il loro sistema federale, hanno dovuto modificare la Costituzione più di 50 volte (e sono tedeschi…), perché stupirsi se noi (che oltretutto siamo italiani) dovremmo probabilmente rimetterci mano? Come ricorda Gazebos, «ne abbiamo fatto un feticcio, ma la Costituzione non può essere un totem da venerare, deve essere uno strumento vivo e operante, capace di assicurare coesione e regolare il pieno svolgimento della vita democratica. È proprio la fedeltà allo spirito della Carta Costituzionale che ci fa riconoscere la necessità e l’attualità di aggiornarne la Seconda Parte, quella relativa agli organi e ai poteri dello Stato. La nostra inazione, il nostro spirito di conservazione, potrebbero infatti nuocere al rafforzamento delle istituzioni democratiche concorrendo al loro indebolimento, mentre c’è bisogno di istituzioni autorevoli, rappresentative, credibili, tali che i cittadini, indipendentemente dalla propria appartenenza politica, possano, se non identificarsi in chi ne incarna pro-tempore il ruolo, riconoscerne almeno l’autorevolezza» (Gazebos.it - L'Idea).

 

 

La relazione transatlantica: meglio insieme che da soli...

07/07/2014

Matt Browne e Brian Katulis, sono senior fellows del Center for American Progress, un’organizzazione nonpartisan «dedicated to improving the lives of Americans through progressive ideas and action» che ha il suo quartier generale a Washington, D.C. Il CPA propone un punto di vista progressista (in Italia diremmo «di sinistra») sulle principali questioni al centro del dibattito. Il primo presidente del CPA è stato John Podesta (capo di gabinetto dell’allora presidente Bill Clinton) e ora il presidente del think tank americano è Neera Tanden, che ha lavorato per le amministrazioni Obama e Clinton.

Relazione Transatlantica

Il mese scorso, subito dopo il viaggio del presidente Obama in Europa, Matt Browne (che è anche l'ex direttore di Policy Network ) e Brian Katulis, con un articolo pubblicato sui principali giornali europei, hanno parlato della relazione transatlantica (LA STAMPA - Apiceuropa.eu - La relación transatlántica | Opinión | EL PAÍS - Europe and America will achieve more together than alone ...). Un’alleanza che negli ultimi anni è stata trascurata, ma che oggi è tornata più che mai al centro dell’attenzione (si veda il mio intervento al Senato: Resoconto stenografico della seduta n. 268 del 24/06/2014 (Bozze non corrette redatte in corso di seduta). Non c’è dubbio che la relazione transatlantica ha bisogno di essere aggiornata. Ne ha parlato Obama a West Point (Remarks by the President at the United States Military ...) lo scorso 28 maggio.

Quella che è stata la spina dorsale dell'alleanza delle democrazie liberali nel mondo e il fondamento dell'ordine postbellico, ora fronteggia sfide inedite. Ma una rinnovata alleanza transatlantica è essenziale per garantire che i nostri valori si affermino sulla scena mondiale e che i nostri interessi strategici e commerciali siano protetti. E, come scrivono Browne e Katulis, la base «deve essere costruita attorno a tre pilastri comuni: sicurezza, prosperità e diplomazia». «Dobbiamo risolvere le nostre divergenze politiche interne e i nostri dissidi – scrivono i due ricercatori - perche l’Europa e gli Stati Uniti hanno un enorme interesse comune nel fissare le prossime regole dell’economia globale. In futuro le industrie e i servizi prospereranno esclusivamente a livello globale e creeranno in patria buoni posti di lavoro per la classe media aiutando a combattere le disuguaglianze di reddito, se saremo uniti e lavoreremo sodo per diffondere e far rispettare norme condivise in tutto il mondo». Meglio insieme che da soli, insomma. Come ha detto il presidente Obama, «l’America deve sempre essere preminente nello scenario mondiale». Ma l’Europa e l’America otterranno di più insieme che da sole. E dovranno governare insieme. Se non lo faranno, nessun altro lo farà al posto loro.

Perchè Frank Underwood è un Democratico?

20/06/2014

House of Cards - Gli intrighi del potere è una serie televisiva statunitense adattata da Beau Willimon per il servizio di streaming Netflix e basata sull'omonima miniserie televisiva britannica. È interpretata da Kevin Spacey, nel ruolo di Frank Underwood, un politico senza scrupoli che mira ai vertici politici di Washington. In America è finita la seconda stagione e in Italia la prima stagione va in onda sul canale satellitare Sky Atlantic.

House of Cards propone un punto di vista meravigliosamente cinico della «sausage factory» (così la chiamano gli americani, da una frase attribuita a Otto von Bismarck: «Se ti piacciono le leggi e le salsicce, non guardare mai come vengono fatte») più importante del mondo: il Congresso degli Stati Uniti.

Naturalmente, le complicazioni dell’intreccio sono perlopiù  irrealistiche, ma la trama cattura davvero i tratti (l’interesse egoistico, il doppio gioco, ecc.), corrispondenti alla teoria economica nota come Public choice: una teoria che considera i politici non come benevoli «monarchi illuminati» che hanno a cuore prima di tutto il benessere collettivo, ma come attori razionali guidati da interessi egoistici. In altre parole, reputa i politici molto simili a tutti noi: un miscuglio di egoismo e di nobili sentimenti.

Al centro dello spettacolo c'è Frank Underwood, interpretato con sfrontatezza da Kevin Spacey. In superficie, Underwood è un classico insider di Washington. Quel che vuole più di ogni altra cosa è il potere. Ma la sua ambizione è senza limiti. Underwood è pronto a fare qualsiasi cosa gli possa servire ad accumulare potere e lo vediamo fare cose terribili mentre cerca di scalare i vertici politici della capitale. In breve, Underwood non ė solo una persona sgradevole, è uno psicopatico. Perché allora, si è chiesto Russ Roberts (Why Frank Underwood  Is a Democrat - Russ ... - Politico), gli autori della serie televisiva ne fanno un Democratico? Perché vogliono che ci piaccia. Certo, è un verme. Ma c'è qualcosa di lui che ci affascina. E lo show non avrebbe funzionato se Underwood fosse stato del tutto spregevole. E per molti spettatori ciò significa che non può essere un Repubblicano. Perché, spiega Roberts, per un numero significativo di spettatori i Repubblicani sono automaticamente rivoltanti, in un modo in cui i Democratici non potranno mai esserlo. Perché? Molto semplicemente, i Democratici (anche in America) vantano una sorta di superiorità morale nei confronti dei Repubblicani. Si sa, i Democratici vogliono aiutare i bambini, le madri single, i lavoratori a basso reddito, mentre i Repubblicani vogliono ridurre la spesa per l'istruzione, i poveri, gli anziani, ecc. Del resto, oggi il GOP è il partito dello «Stato minimo», o almeno più contenuto.

Tuttavia, come osserva Roberts, «finché i repubblicani non avranno una visione positiva di dove ci può condurre uno Stato più leggero, avranno tempi duri. Perché senza questa visione positiva, è facile dipingerli come meri avversari dei Democratici. E se i Democratici vogliono usare l'intervento pubblico per aiutare le donne, i bambini e i poveri, che cosa implica per i Repubblicani? È davvero singolare. House of Cards lascia intendere che l'amministrazione pubblica ed il processo politico siano una fogna. Eppure, la maggior parte dei suoi sostenitori continuano a chiedere di incanalare più soldi proprio attraverso quel letamaio». Tradotto in italiano: non ci sarà alcuna ristrutturazione del centrodestra, non ci sarà alcuna riforma dello Stato, e la sinistra riformista non spezzerà davvero le sue catene se anche dalle nostre parti non si farà strada l’idea che bisogna ridurre gli spazi dell’intermediazione politica in tutta la società; che uno «Stato leggero» ci può restituire lo spazio per lavorare insieme in tutti i modi davvero significativi che si possono trovare in una società libera: costruendo solidarietà, no profit e imprese. Se non si farà strada la consapevolezza che la presenza diffusa di intermediazioni politiche, la crescita costante dell’interposizione pubblica, ossia dell’attività di intermediazione dello Stato, di regioni, province e comuni, soffoca i molti modi con i quali ci possiamo aiutare a vicenda con scelte volontarie; che ciò strangola la società civile (la rete di connessioni che emerge tra la gente quando viene meno l’interposizione pubblica); che le iniziative dal basso possono contribuire a fare del mondo un posto migliore, con migliori risultati di quelle calate dall'alto e dell'approccio coercitivo del big government.

Lo scrive Yuval Levin nella nuova agenda politica della destra americana:«La premessa del conservatorismo è sempre stata che quel che più conta nella società accade nello spazio tra l’individuo e lo Stato. Lo spazio occupato dalle famiglie, dalle comunità, dalle istituzioni civiche e religiose e dall’economia privata. E creare, sostenere, proteggere quello spazio e aiutare tutti gli americani a prendere parte attiva in quel che là accade sono tra i principali obiettivi del governo». (Conservative reforms for a limited government and a thriving middle class. Room to Grow - YG Network). Che è come dire: dateci l'opportunità di scoprire il modo migliore per aiutarci a vicenda. Finché i Repubblicani (e la destra di casa nostra) non troveranno il modo di spiegare la battaglia per uno «Stato leggero» come un modo per promuovere lo sviluppo umano e non solo per tagliare le tasse, cederanno il terreno morale ai Democratici. Ma vale anche (nei Democratici) per la sinistra riformista. Lo diceva Tony Blair:«L’annoso problema del vecchio socialismo era la tendenza a sottomettere l’individuo, i diritti e i doveri, all’idea del bene pubblico che nel momento peggiore divenne semplicemente lo Stato. L’errore della destra odierna è quello di credere che l’assenza di comunità equivalga alla presenza di libertà. Il compito è quello di recuperare la nozione di comunità, svincolarla dal concetto di Stato e farla ritornare ad essere qualcosa a vantaggio di noi tutti. E’ ora di costruire una nuova comunità con una visione moderna della cittadinanza» (Un Viaggio - Tony Blair - Rizzoli).

Lo stallo sul successore di Barroso continua. Apparentemente...

13/06/2014

Apparentemente lo stallo sul successore di Barroso continua. In pubblico Angela Merkel sostiene Jean-Claude Junker, mentre David Cameron torna a minacciare l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea se l'ex presidente lussemburghese diventerà presidente della Commissione.

La battaglia di questi giorni, come sappiamo (Domenica 25 maggio, scegli l’Europa), è anche il riflesso di una Europa al crocevia tra federalismo e confederalismo. La scelta del nuovo presidente dell'esecutivo comunitario avviene a maggioranza qualificata e deve essere poi approvata dal Parlamento europeo (Vedi L'Appello). E l'obiettivo dei Ventotto è quello di trovare un accordo entro la fine di giugno, quando si svolgerà una riunione del Consiglio europeo.

I leader europei sono alla ricerca di una soluzione. Nei giorni scorsi, i capi di governo (e leader del centrodestra) di Olanda, Svezia, Gran Bretagna e Germania si sono incontrati a Horesund, vicino a  Stoccolma per cercare di raggiungere un'intesa. Girano parecchi nomi. Come, ad esempio, il direttore generale del FMI Christine Legarde e la prima ministra danese Helle Thorning- Schmidt. E anche l'ex direttore dell'Organizzazione mondiale del commercio, il socialista francese Pascal Lamy, soddisfa molti dei criteri che servono per dirigere l'esecutivo comunitario. Tuttavia, non é un mistero per nessuno che alcuni leader europei (e David Cameron è tra questi) tengono duro: bisogna ridefinire le priorità della Commissione prima di scegliere un candidato appropriato. Il premier inglese si oppone fortemente all’idea di Junker che serva una più stretta unione politica tra gli Stati membri della Ue e ha descritto Bruxelles come too big e too bossy.

Al di la dei nomi, ancora una volta, uno snodo cruciale nella vita comunitaria provoca una divisione Nord-Sud tra i paesi dell'Unione; e, al di la dei nomi, la sfida per il Nord, che promuove politiche liberali, è quella di tenere il Regno Unito dentro l'Unione per non diventare minoritario di fronte ad un Sud tentato da soluzioni protezionistiche. Ma questa volta, per convincer gli inglesi ci vuole una cura dimagrante. Cameron lo dice abbastanza chiaramente:«La decisione sulla permanenza in Europa la prenderanno i cittadini britannici in un referendum, entro la fine del 2017. Naturalmente l’approccio adottato dall’Unione europea tra oggi e quella data conterà molto. Se adotterà le riforme, dimostrerà apertura, competitività, flessibilità, meno interferenze, questo aiuterà. Se invece non andrà in quella direzione, la cosa inciderà negativamente». Non a caso, Michel Rocard (ancien premier ministre) ha preso carta e penna e ha scritto su Le Monde, Amis Anglais, sortez de l'Union européenne ... - Le Monde . Il che, naturalmente, ha provocato un dibattito ( Non, M. Rocard ! Les Anglais doivent rester ... - Le Monde).

Resta il fatto che con il Trattato di Lisbona, a differenza del 2004, il Regno Unito non ha più il potere di veto sulla scelta del presidente della commissione. Il premier inglese non ha nemmeno i numeri per fare una minoranza di blocco in seno al Consiglio europeo. E stavolta i voti dell'Italia sono decisivi. Matteo Renzi ha già spiegato che «questo non è il tempo dei diktat» da parte dell'Europarlamento e che «nessun candidato ha ottenuto la maggioranza». E ha lasciato intendere che Junker non è l'uomo giusto per cambiare la Ue.

Il risultato strepitoso di Matteo Renzi e l’insuccesso di Scelta Civica

30/05/2014

Diciamoci la verità: in parecchi stavolta abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Il successo di Matteo Renzi è andato oltre ogni più rosea aspettativa. L'attuale maggioranza esce consolidata dalle elezioni europee grazie allo straordinario successo personale del Capo del governo; e la vittoria dello schieramento europeista sul (molto) variegato schieramento contrario (che raggiunge comunque un risultato cospicuo) è netta.

Condizioni mai così favorevoli. Certo, ora Renzi ha la responsabilità di usare bene il patrimonio di consenso che ha conquistato; certo, occorre far uscire al più presto il Paese dal guado, ma le condizioni non sono mai state così favorevoli. Il formidabile consenso ottenuto dal governo apre un periodo di stabilità, allontana le urne e rilancia le riforme. E Renzi può perfino giocare una sua personale partita sul piano dello standing internazionale, visto che non solo ha contribuito a stabilizzare un Paese da sempre osservato speciale come l'Italia, ma ha anche ottenuto la migliore performance continentale contro le schiere anti europee. La vetrina del semestre europeo sarà, in questo senso, decisiva.

Smorzate le resistenze. Inoltre, le opposizioni a Renzi sono destinate ad attenuarsi un po’ dappertutto, ed il premier ha l'opportunità di portare a casa, prima di un nuovo voto, i risultati che ha promesso: dalla riforma del Senato all'accelerazione della riforma del mercato del lavoro, dalle liberalizzazioni all'incentivazione della produttività. All'interno del suo partito la minoranza ribelle è stata completamente «asfaltata». Dopo un simile risultato sarà molto difficile per i dissidenti tentare brutti scherzi (o tirarla per le lunghe) sulle riforme. Ma anche all'esterno del Pd la strada sembra ormai sgombra. Forza Italia è sopravvissuta, ma è uscita dal voto parecchio ammaccata, ed in queste condizioni non potrà accampare pretese di sorta e dovrà badare a rimettersi in sesto e a riorganizzare le fila. Oltretutto, molto probabilmente, la ricomposizione del centrodestra italiano, sarà un processo lungo e faticoso, che verosimilmente richiederà parecchi cambiamenti (a cominciare dalla leadership), l'avvio di una fase costituente, la riconciliazione tra i diversi frammenti del centrodestra usciti malconci dalla prova elettorale: in Parlamento è tutto un movimento e lo scenario potrebbe cambiare ancora con la nascita di nuovi gruppi parlamentari. Insomma, per un po' Berlusconi cercherà di tenersi alla larga dalle urne. Per non parlare di Grillo che, dopo il flop, sembra avere parecchi problemi da risolvere.

La batosta di Scelta Civica. Vale anche per Scelta Civica. Quello di Scelta Civica è un risultato ampiamente al di sotto anche delle previsioni più caute. Stando all'analisi dei flussi elettorali svolta dall'Istituto Cattaneo, il Pd di Matteo Renzi ha prosciugato Scelta Civica. I voti che Berlusconi e Grillo hanno lasciato per strada sono andati invece a perdersi nell'astensione. Come ha scritto Pietro Ichino, ci sono due lezioni da imparare. La prima lezione da trarne è che oggi nessun partito può vivere senza un leader. Scelta Civica ha perso il suo leader, Mario Monti, già nei suoi primi mesi di vita. La seconda lezione è che l’onestà e la competenza professionale non bastano perché una formazione nuova possa avere successo. Ma dobbiamo riconoscere che se il Pd fosse stato quello di Renzi (se cioè Renzi avesse vinto le primarie contro Bersani), Scelta Civica molto probabilmente non sarebbe nemmeno nata. «Sul finire del 2013 ho chiesto a Bersani: 'Saresti disposto a costruire un Pd non preda di Fassina e della Cgil?'. In quel caso io non avrei sentito il bisogno di lanciare una proposta elettorale come Scelta civica, ma Bersani mi rispose di no». Lo ha detto ieri l'ex presidente del Consiglio Mario Monti, intervenendo ad Agorà (Rai3). Detto questo, vanno precisate però altre due cose. La prima: senza Scelta Civica, nel febbraio 2013 Silvio Berlusconi avrebbe conquistato il premio di maggioranza alla Camera. Il che significa che avremmo rischiato di ritrovarcelo Presidente della Repubblica. Seconda cosa: senza Scelta Civica nel 2013, il grande successo di Matteo Renzi oggi non sarebbe stato possibile. Se avesse vinto l’asse Bersani-Vendola, le cose si sarebbero trascinate come ai tempi dell'Unione; il che avrebbe rinviato alle calende greche la trasformazione del Pd in un partito capace di conquistare voti al «centro» dello schieramento politico, e quindi capace di oltrepassare il «muro» del 33 per cento (la «quota Veltroni») arrivando addirittura a superare il 40. E pensare che quando nel Pd parlavamo di «vocazione maggioritaria» ci prendevano in giro... (tanto per esemplificare, rinvio solo ad alcuni degli articoli sull’argomento: Il governo ombra non è uno strumento di tregua interna, Europa, 13 maggio 2008; La malattia democratica, Europa, 17 ottobre 2008; Altro che continuisti e nuovisti, al Pd serve una rivoluzione culturale, Europa, 30 giugno 2009; Cambiamo, come fece il Labour, Europa, 22 settembre 2010; Autorevole esponente del Pd spiega cosa sbaglia Bersani nella sfida al Cav., Il Foglio, 14 gennaio 2011, ecc.). Oggi, siglando il miglior risultato di sempre per il Pd, Renzi ha posto le basi per costruire in Italia quel grande partito a vocazione maggioritaria a lungo vagheggiato (Sognando il Labour, 2006) che ora sembra essere davvero l'obiettivo del leader del Pd. Renzi sembra essersi persuaso, infatti, che per cambiare davvero, per rivoltare  il paese come un calzino, bisogna avere alle spalle un partito solido e forte alle urne sul modello del Labour Party inglese. E il risultato conforta questa prospettiva.

Il travaglio di Scelta Civica. Scelta Civica dovrà fare i conti con questo scenario. Uno scenario che potrebbe anche rivelarsi Triste, solitario y final, per richiamare il titolo del celebre romanzo di Osvaldo Soriano. L'Assemblea di Scelta Civica che si è riunita martedì ha avviato una discussione che ovviamente proseguirà nei prossimi giorni, e ha preso atto delle dimissioni presentate dalla segretaria Stefania Giannini a seguito del risultato elettorale. Si tratta, a questo punto, di verificare (onestamente) se ci sono le condizioni per un rilancio dell'esperienza di Scelta Civica; e tirare (onestamente) le somme. Mariano Rabino auspica la costruzione «di una nuova casa dei liberali e democratici italiani, una casa grande solida e ospitale in modo da far recuperare all'esperienza di Scelta europea una funzione costruttiva portatrice di una visione politica di più ampio respiro per il futuro». Ma non tutti la pensano così. E non da adesso. C'è chi ritiene semplicemente che lo spazio per un soggetto liberaldemocratico autonomo, ma strategicamente collocato nel centrosinistra e alleato con il Pd, semplicemente non esista (in sostanza, sia già occupato dal Pd di Matteo Renzi) e sembra intenzionato ad andare prima o poi ad ingrossare le file renziane nel Pd, passando magari prima per la formazione di un intergruppo. Altri ritengono invece che Scelta Civica debba concorrere alla ristrutturazione di un centrodestra alternativo a Renzi (e per questa via, archiviare la stagione berlusconiana) e sono dunque intenzionati a confluire nel prossimo «cantiere» del centrodestra. Va da se che la «rifondazione» del centrodestra va presa sul serio: il problema della destra è il problema storico dell'Italia. Si vedrà. Comunque sia, i parlamentari di Scelta Civica porteranno a compimento il mandato elettorale che hanno ricevuto cercando di favorire e di stimolare lo sforzo riformatore del governo e la trasformazione del quadro politico avviata dalle elezioni del febbraio 2013 (e rafforzata da queste elezioni), con l’orgoglio di esserne stati in qualche misura un fattore decisivo.

Il sollievo di Giorgio Napolitano. È lecito pensare che anche Giorgio Napolitano abbia tirato un sospiro di sollievo dopo la grande affermazione del governo. Il risultato avvicina ancora di più quelle «condizioni di stabilità» (tanto auspicate) che potrebbero mettere fine al compito (di messa in sicurezza delle istituzioni) che il Capo dello Stato si era prefissato.

Domenica 25 maggio, scegli l’Europa

22/05/2014

Come sempre, giornali e televisione raccontano le elezioni europee come una sorta di sondaggio sul livello di popolarità dei partiti. Eppure, quest'anno è in gioco qualcosa di più importante: un censimento pro o contro il tentativo di procedere (e insistere) sulla strada dell'unità europea.

Era il tempo migliore e il tempo peggiore. Molti ricorderanno l'incipit suggestivo del celebre romanzo di Charles Dickens «Una storia di due città»:«Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte…». Forse è sempre così. Fatto sta che è il peggiore dei tempi ed il migliore dei tempi per l’Unione europea. Il sostegno per l’integrazione europea non è mai stato così basso. La ripresa economica del continente è a dir poco tiepida. Un’intera generazione nell’Europa meridionale è colpita da tassi di disoccupazione giovanile che vanno dal 30 al 50 per cento. L’estrema destra e i partiti anti-europei stanno beneficiando di livelli di consenso senza precedenti in Francia, Grecia, Ungheria, Olanda, Danimarca, nel Regno Unito. In Italia la protesta potrebbe assicurare un trionfo strepitoso al Movimento 5 Stelle e perfino la Germania eleggerà per la prima volta eurodeputati euroscettici (Alternative für Deutschland e qualche neonazista). A livello internazionale, l’Unione europea si è mostrata incapace di prevenire l’aggressione russa in Ucraina. A livello interno, la Ue non sembra ugualmente all'altezza di arrestare lo slittamento dell’Ungheria verso l’autocrazia o di fermare le discussioni nel Regno Unito circa una suo possibile distacco dall’Unione. In poche parole, raramente l’Unione europea è sembrata più debole e meno popolare.

Allo stesso tempo, tuttavia, l’Unione europea è riuscita a destreggiarsi attraverso la crisi dell’euro, il test più impegnativo nella sua storia lunga sessant’anni, preservando la moneta comune e stabilizzando il settore finanziario del continente. Anziché mandare la Ue in pezzi, come molti avevano pronosticato, la crisi ha consolidato l’autorità di Bruxelles sulle economie nazionali in forme che sarebbero state impensabili solo cinque anni fa. A livello internazionale, Bruxelles sta pilotando i negoziati in corso con gli Stati Uniti su un accordo commerciale molto ambizioso; e i dimostranti della Euromaidan di Kiev rammentano al mondo quando sia robusto ancora l’allure continentale della membership europea. Infine, nonostante i cali recenti nel sostegno pubblico all'Unione europea, le più recenti inchieste di Eurobaromentro mostrano che la maggioranza dei cittadini europei (53%) restano fiduciosi sul suo futuro.

Un potere più grande crea aspettative più grandi. Queste vicende possono sembrare contraddittorie. In realtà, rappresentano due facce della stessa medaglia. La lezione in questa «storia delle due Europe» è semplice: un potere più grande crea aspettative più grandi. Negli anni passati, gli Stati membri della Ue hanno affidato sempre maggiori responsabilità all’Unione  - dalla gestione della moneta al monitoraggio dei loro bilanci, dal mantenimento della stabilità dei loro vicini alla protezione dei diritti fondamentali dei cittadini europei. Di conseguenza, gli europei si aspettano di più dall’Unione – e la ritengono responsabile per la riuscita delle sue politiche molto più di prima. E, messe così le cose, molti europei mettono in discussione alcuni aspetti della gestione della crisi da parte di Bruxelles: l’austerità è stata molto impopolare tra gli europei del sud e i salvataggi sono altrettanto sgraditi al nord.

Insomma, è proprio l’espansione dell’autorità dell'Unione a suscitare nuove domande circa il disegno ed il funzionamento delle sue istituzioni. Il vecchio (debole) sistema di accountability democratica è ormai obsoleto. E ora che l’Unione ha una influenza determinante sui bilanci nazionali ed un ruolo visibilmente crescente nelle politiche che determinano la vita delle persone comuni, non ha altra scelta che costruire legami più stetti con la gente. A dire il vero, anche i governi nazionali devono cominciare ad essere più onesti con i loro cittadini su come funziona davvero l’Unione europea. Devono smettere di fingere che le politiche che arrivano da Bruxelles siano il prodotto di qualche informe mostro burocratico. Devono ammettere che proprio loro – i leader nazionali eletti democraticamente – giocano un ruolo decisivo nel definire le politiche della Ue e che la vera accountability per queste decisioni comincia a casa propria. La posta in gioco ormai è troppo alta per continuare ad usare la Ue per risolvere i problemi mentre si indebolisce il sostegno all’Unione con recriminazioni continue, scavando solchi di diffidenza e ostilità tra un Paese e l'altro. Ora, la crisi dell’Eurozona ha aperto una fase di incertezza in cui le istituzioni europee sono spinte in diverse direzioni da forze sociali e politiche che competono per la ridefinizione della natura e del funzionamento dell’Unione; e si sta per aprire un capitolo importante di questo processo di ridefinizione.

The day after: la vera battaglia che si prepara. Il 25 di maggio, tireremo le somme. Molto probabilmente ci sarà una bassa partecipazione al voto e un exploit dei partiti euroscettici. Ma, nello stesso tempo, gli anti-europei sono troppo pochi e troppo divisi tra loro per imporsi davvero sull'Unione. Certo, il loro miglior risultato di sempre consentirà la formazione di uno o due gruppi parlamentari rumorosi, ma una «grande coalizione» tra socialisti, popolari e liberali potrebbe arrivare comunque ben oltre il 60 per cento: una maggioranza a prova di bomba euroscettica.  Sia chiaro: il voto non sarà senza conseguenze (un successo che gli euroscettici possono già rivendicare è la deriva nazionalista e anti-europea  dei governi nazionali), ma non sarà un fattore decisivo nella direzione futura dell’Europa (An ELN Quick-Guide - European Leadership Network).

Specie se si considera che queste elezioni potrebbero dare inizio ad una nuova fase della vita politica europea, nella quale sarà il voto parlamentare, e non le trattative riservate tra i governi, a determinare finalmente il presidente dell’esecutivo della Ue, la Commissione europea. In queste elezioni, infatti, per la prima volta scegliamo indirettamente, con il voto per la lista, anche il futuro presidente della Commissione europea. E si sta preparando una grande battaglia che opporrà il Parlamento europeo alla cancelliera tedesca Angela Merkel e ai suoi colleghi nelle capitali nazionali d’Europa. Il Parlamento europeo e i federalisti insisteranno affinché sia il candidato del partito che ha ottenuto più seggi a guidare il prossimo esecutivo dell'Unione europea. Il Consiglio europeo (il consesso dei capi di governo degli Stati membri), per bocca del suo presidente, Van Rompuy, ha già detto invece di voler seguire la vecchia procedura, riservando la scelta ai capi di Stato e di governo. E Angela Merkel farà appello al realismo e al senso di responsabilità: meno del 30% dei seggi non basta per dare legittimità democratica e, soprattutto, serve un presidente francese per non lasciare un grande Paese fondatore in balia di Le Pen. Una «soluzione all’italiana» (un compromesso per una situazione «in cui nessuno ha vinto») è indicata, infatti, come l’esito più probabile delle elezioni (e si fanno già i nomi di possibili candidati di riserva come il direttore generale del FMI Christine Legarde e la prima ministra danese Helle Thorning- Schmidt). Va da se che uno scenario «all’italiana» segnerebbe una vittoria del Consiglio sul Parlamento e del modello intergovernativo su quello sovranazionale. Stabilire invece il principio che è il Parlamento e non il Consiglio a decidere il nome del presidente e che sono gli elettori ad avere l’ultima parola, contribuirebbe a spingere la Commissione verso un modello di esecutivo tradizionale e ad innalzare il profilo politico delle elezioni europee, e pertanto, a ridurre il deficit democratico della Ue. In altre parole, il vincitore di questa battaglia conquisterà il diritto di dar forma al sistema politico europeo dei prossimi anni.

Scelta europea. Le elezioni europee sembra interessino, poco o tanto, il 53% degli italiani, appena più della metà. E la campagna, che sembrava doversi giocare tutta sull’Unione e sull’euro, sul futuro dell’integrazione e sulle tentazioni dell’arretramento, si é rapidamente trincerata nel gioco delle parti consueto della politica italiana. Ma c’è un’eccezione, ed è Scelta Europea. Siamo i soli a scegliere l’Europa. A dire Europa federale, subito; e a dare una risposta concreta e propositiva all’Italia. Senza se e senza ma. Come pensiamo di riuscire a battere le resistenze che si oppongono alla modernizzazione dell’Italia, da sinistra come da destra, se non compiamo una scelta forte e univoca per l’integrazione piena del nostro Paese in Europa? (leggi il terzo editoriale telegrafico per la Nwsl n. 297 di Pietro Ichino).

È arrivato il momento di potenziare il progetto iniziato con la nascita della Ue e di superare i confini nazionali, indirizzandoci verso un'unione federale che permetta all'Europa di rialzarsi e di guardare nuovamente con fiducia al futuro. Un'Europa federale, subito. Dei tre candidati principali, il belga Guy Verhofstadt (ALDE) è il più convinto sostenitore della necessità di accelerare il processo di costruzione dell’Europa federale.

Nel libro “Per l’Europa! Manifesto per una rivoluzione unitaria“ (“Debout l’Europe ! Manifeste pour une révolution postnationale en Europe“), che qualche anno fa Guy Verhofstadt ha scritto con Daniel Cohn-Bendit, i due fondatori del Gruppo Spinelli (fondato nel 2010 per il rilancio dell'integrazione europea), illustrano il loro progetto per l'Europa di domani: un'Europa di domani che sia federata, sia dal punto di visto economico sia da quello fiscale, ma soprattutto dal punto di vista politico. Insomma, l'Europa che vogliamo noi, di Scelta Europea.

È questa la chiave proposta fondamentalmente da Verhofstadt e dall'ALDE, la chiave che potrebbe spalancare la porta della crescita e del rilancio europeo. «Dobbiamo anzitutto guardarci - scriveva Altiero Spinelli - dal cadere, per disgusto dinanzi a certe colossali turlupinature, in un estremismo dottrinario. Nessuno di noi pensa che la Federazione europea debba uscire armata e perfetta come Minerva dal cervello di Giove. Noi sappiamo che il chiodo della Federazione potrà entrare nel durissimo legno delle sovranità nazionali un po' alla volta, con una lunga serie di successivi colpi...»  Ecco, vediamo di assestarne almeno un paio di colpi. A cominciare da domenica prossima.

Per questo ti invito a votare Scelta Europea ed il nostro candidato Tiziano Cucinella.

Quel mare di petrolio...

19/05/2014

Riporto integralmente l’articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 18 maggio 2014.

Perchè importare petrolio e metano invece di aumentare la produzione interna?

Quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia

Come i governi precedenti anche l’attuale governo non sa dove  trovare i soldi per fare fronte ai suoi molteplici impegni. Eppure una parte modesta ma non trascurabile di questi soldi la può semplicemente trovare scavando – non scherzo – sotto terra. Ci troviamo infatti in una situazione curiosa, per non dire paradossale, che vede il nostro Paese al primo posto per riserve di petrolio in Europa, esclusi i grandi produttori del Mare del Nord (Norvegia e UK). Nel gas ci attestiamo in quarta posizione per riserve e solo in sesta per produzione. Abbiamo quindi risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle. In poche parole: vogliamo continuare a farci del male.

Nonostante l’attività di esplorazione delle nuove riserve sia ormai bloccata da un decennio, con un numero di metri perforati inferiori a un decimo di quelli del dopoguerra, l’Italia potrebbe – sulla base dei progetti già individuati – almeno raddoppiare la sua produzione di idrocarburi (petrolio e metano) a circa 22 milioni di tonnellate equivalenti petrolio entro il 2020.

Solo con questo significherebbe alleggerire la nostra bilancia dei pagamenti di circa 5 miliardi di euro  ed aumentare le entrate fiscali dello Stato di 2,5 miliardi ogni anno. Si attiverebbero inoltre investimenti  per oltre 15 miliardi, dando lavoro alle decine di nostre imprese che operano in ogni angolo del mondo ma sono impossibilitate a farlo nel loro paese.
Parlo naturalmente di produzione potenziale perché, per mille ragioni, petrolio e metano restano dove sono.

Mi rendo evidentemente conto che tra le mille ragioni ve ne sono parecchie che debbono essere prese seriamente in considerazione perché la sicurezza e la protezione dell’ambiente sono per tutti una priorità. Il principio di precauzione ha la precedenza su tutto. La risposta ai rischi industriali non è tuttavia l’impedimento a fare, ma la capacità di governarli. Il nostro Paese ha conoscenze, tecnologia, esperienza per riuscirvi ed ha una delle più severe legislazioni a tutela dell’ambiente e della sicurezza dei territori.

Nel nostro caso ci troviamo invece di fronte a situazioni incomprensibili perché il principio di precauzione viene usato in modo da proibire qualsiasi utilizzazione delle risorse del sottosuolo e viene adottato per difendere l’idea che ciascuno abbia il diritto di veto nei confronti di qualsiasi iniziativa.

Questo comportamento impedisce in primo luogo la possibilità di ricavare un ulteriore quantità di energia dai giacimenti di terraferma della Basilicata e delle regioni limitrofe.

L’esempio più clamoroso riguarda tuttavia i giacimenti in mare.

Non intendo prendere in considerazione risorse energetiche che si trovano vicino alla costa e che potrebbero quindi provocare ipotetici danni agli equilibri geologici del territorio. Mi limito ai giacimenti in mare aperto, dove questo pericolo non sussiste. Il caso più clamoroso riguarda tutta la dorsale dell’Adriatico, così promettente da essere oggetto di un grandioso piano di sfruttamento da parte del governo croato, che ha recentemente chiamato a gara le grandi compagnie energetiche internazionali per sfruttare un giacimento che, come ha dichiarato il ministro degli esteri del paese a noi vicino, può fare della Croazia il “gigante energetico d’Europa“.

La gran parte di queste potenziali trivellazioni si trova lungo la linea di confine delle acque territoriali italiane, al di qua delle quali ogni attività di perforazione è bloccata. Si tratta di giacimenti che si estendono nelle acque territoriali di entrambi i paesi ma che, se non cambierà la nostra strategia, verranno sfruttati dalla sola Croazia.

Visto che il bicchiere è uno solo non vedo perché, come è stato ironicamente scritto, la bibita debba esse succhiata da una sola parte.
Gli esperti sono concordi nel dire che non vi è nessun rischio ma, in ogni caso le conseguenze dell’estrazione del metano non possono essere diverse se essa viene fatta dagli italiani o dai croati. Se siamo convinti  che vi siano pericoli, abbiamo l’obbligo di fare appello a un tribunale o a un arbitrato internazionale. Se questo non è il caso non vedo perché non dovremmo affrettarci a fare quello che stanno facendo i nostri vicini.

Identica è la situazione delle sostanziose risorse petrolifere molto probabilmente sepolte nel mare tra la Sicilia e Malta.

Come ho già sottolineato non si tratta di energia immediatamente disponibile perchè occorrono alcuni anni di lavoro per poterla utilizzare. Tuttavia gli investimenti comincerebbero subito, mentre i recenti eventi in Ucraina e in Libia dovrebbero spingerci ad aumentare la nostra futura sicurezza energetica, sia attraverso la produzione interna sia facilitando l’arrivo di gasdotti, oleodotti e la costruzione di impianti di gassificazione.

Abbiamo deciso di essere fuori dal nucleare, stiamo gettando una quantità di risorse non certo aumentabili nelle energie rinnovabili e siamo tuttavia lontani dalla sufficienza energetica. Cerchiamo perciò di utilizzare in fretta gli strumenti che abbiamo. L’Italia non è povera di petrolio e di metano, ma assurdamente, preferisce importarli piuttosto che aumentare la produzione interna. Nell’ultimo decennio abbiamo pagato all’estero 500 miliardi di euro per procurarci la necessaria energia. Un lusso che non possiamo più permetterci.

«Frustrazione»

16/05/2014

«Frustrazione» è forse il termine che più ricorre in questi giorni.

Siria. «Frustrazione» è la parola che più si è sentita ripetere dalle delegazioni diplomatiche che si sono incontrate a Londra per discutere della crisi siriana. Bashar al Assad è saldo al suo posto a Damasco, impegnato a farsi rieleggere il 3 giugno alle presidenziali; la violenza continua e la strategia del regime di Assad è, se possibile, sempre più feroce e punitiva. Secondo il ministro degli esteri francese, Laurent Fabius (che ha criticato con una franchezza «inusuale» la decisione dell'Amministrazione Obama di non usare la forza contro Assad, alla fine dell'agosto 2013, dopo che erano stati documentati gli attacchi al sarin), Assad ha portato a termine almeno 14 attacchi chimici. Secondo Mark Landler del New York Times, l'Amministrazione Obama sta avendo il suo «Rwanda Moment», quel momento in cui capisci che il prezzo dell'inazione è il più alto di tutti (U.S. Envoys See a Rwanda Moment in Syria's Escalating Crisis ...).

Populismo espiatorio. La «frustrazione» diffusa che si accumula nelle democrazie, specie nei momenti di crisi è alla base della avanzata dei populisti (i partiti anti establishment, euroscettici e arrabbiati, dal Front national di Marine Le Pen allo United Kingdom Independence Party di Nigel Farage, fino Movimento 5 stelle di Beppe Grillo) e, secondo il politologo inglese Matthew Flinders, di cui il Mulino ha appena tradotto «In difesa della politica» ( il Mulino - M. FLINDERS, In difesa della politica), origina da aspettative sempre più esorbitanti e fuori luogo alle quali è normale che i politici non possano rispondere. «Dai politici, invece, noi cittadini esigiamo che continuino a farci promesse e a realizzarle. Salvo poi restare sistematicamente delusi quando i loro limiti diventano evidenti». Così finiamo per sperare in movimenti populistici che promettono «soluzioni semplici e immediate ai nostri problemi». «Oggi il pubblico domanda servizi pubblici migliori, ma poi non è disposto a pagare imposte più alte o ad andare in pensione più tardi. E’ come voler mangiare dolciumi senza però voler ingrassare», sostiene Flinders. Complice la crisi economica iniziata nel 2008 e più in generale «la fine dell’età dell’abbondanza», il «gap delle aspettative» tra elettori ed eletti è destinato ad allargarsi. (Populismo espiatorio - [ Il Foglio.it › La giornata ])


Jobs Act. La «frustrazione» fa capolino nelle parole di Pietro Ichino che racconta la vicenda parlamentare del decreto-legge su contratti a termine e apprendistato nel suo editoriale telegrafico per la Nwsl n. 295. Nonostante l'assunzione della leadership da parte di Matteo Renzi, nel Pd ci sono ancora moltissime resistenze alla riforma del diritto e del mercato del lavoro che Pietro Ichino ha elaborato e proposto in Parlamento fin dal 2009 insieme a molti parlamentari del Pd e poi dal 2003 con i gruppi parlamentari di Scelta Civica. In altre parole, il Pd non sembra in sintonia con la politica del lavoro del capo del governo (e del Pd). Considerato allora che il Jobs Act, quello vero, è ancora da scrivere, chi lo farà in Parlamento? Chi gli darà le gambe che gli occorrono per camminare? Siamo sicuri che Matteo Renzi, su questo punto, avrà la forza di mantenere la rotta? Siamo sicuri che Renzi, per non correre il rischio di ritrovarsi con un pezzo di sinistra sindacale fuori dal Pd, non si senta costretto a fare un passo indietro e a seguire le stesse strade dei suoi predecessori?

Giustizia. È «frustrante» venire a sapere che, a più di vent'anni di distanza da Mani Pulite (cioè dalle indagini che portarono alla luce un sistema di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti ai livelli più alti del mondo politico e finanziario italiano), non è cambiato nulla. Riemergono gli appalti pilotati e le mazzette per i lavori di Expo, di Sogin e di parecchi ospedali lombardi. È l'imprenditore vicentino Enrico Maltauro avrebbe confermato l'ipotesi della Procura di Milano (Expo, Maltauro 9 ore in procura «La cupola voleva 1,2 milioni»). È «frustrante» anche assistere allo scontro interno alla Procura di Milano e ad una lotta di potere tra gruppi di magistrati che ora è venuta allo scoperto e che si intreccia con le inchieste in corso e vi proietta effetti confusi e domande importanti. E la «frustrazione» fa capolino nella rubrica di Massimo Bordin del 15 maggio 2014  il cui contenuto, per quel che vale, sottoscrivo integralmente. Una «frustrazione»  che il penoso dibattito sull’autorizzazione all’arresto di Francantonio Genovese ha confermato.

Complotto!  Anche dietro le parole di Giorgio Napolitano si intuiscono il biasimo, l'irritazione e anche la «frustrazione». «Le dimissioni di Berlusconi furono motivate dagli eventi italiani», ha scritto il Capo dello Stato in uno di quei suoi pignoli comunicati, descrivendo «libere» e «responsabili» le dimissioni di Berlusconi del 12 novembre 2011 (Sulle vicende che condussero alle dimissioni dell'on. Berlusconi nel novembre del 2011). Sia chiaro: dietro la battuta «Silvio is right», riportata nel libro di memorie dell’ex ministro del Tesoro della prima Amministrazione Obama  (Stress Test: Reflections on Financial Crises: Timothy F ...) c’era (e c’è, perché siamo ancora lì), una questione vera e seria: quella dello scontro tra le posizioni americane e le posizioni tedesche sulla gestione della crisi europea (la gestione della crisi greca che mise in moto la crisi dell’euro e dei debiti sovrani dei paesi più grossi come l’Italia). E l’opposizione americana alla politica dell’austerity come strumento di soluzione della crisi dei debiti sovrani, non è un mistero per nessuno. Ma si è mai visto il capo del governo spodestato rimanere nello stesso partito (il PPE) di chi (Angela Merkel) è (da lui) accusato di aver organizzato il colpo di Stato per toglierselo dai piedi?  Il complottismo, si sa, è «una malattia che corrompe la politica italiana rendendola ancora più inaffidabile di come già gli italiani la considerino». Ne scrivono Massimo Teodorico e Massimo Bordin nel loro recente volume «Complotto!» (Complotto!, libro di Massimo Teodori, Massimo Bordin su ...). Il virus ha talmente inquinato la vita pubblica che nessuno crede più a quel che vede, e molti davvero pensano che siamo governati da forze occulte e imponderabili. Il fatto è che «quando la politica si degrada a puro gioco di potere senza contenuti, e le iniziative giudiziarie vanno oltre la ricerca delle responsabilità individuali, le forze interessate a rafforzare le proprie prerogative fanno ricorso al semplicismo del complotto per scaricare su altri le proprie insufficienze e proporsi all'opinione pubblica come vittime». Come sempre.

 

 

 

In fondo alla Palude...

08/05/2014

Si sapeva che il voto in Commissione affari costituzionali non sarebbe stato una passeggiata e che non sarebbero mancati i colpi bassi, gli sgambetti; si sapeva anche (eppure si tende a dimenticarlo), che a differenza della Camera, al Senato il Pd non ha la maggioranza. ( Riforme, sì al testo base del governo: vota anche Fi. Ma esecutivo va sotto su eleggibilità dei senatori ).

Fatto sta che il governo ha messo un piede in fallo ed è scivolato sull'elettività dei senatori. L'ordine del giorno Calderoli (cioè un testo che contiene alcune «linee di indirizzo» assunte a maggioranza dalla Commissione) prevede «che il Senato delle Autonomie sia composto da senatori regionali eletti in ciascuna Regione in proporzione alla popolazione, contestualmente all'elezione del rispettivo Consiglio regionale o di Provincia autonoma. La legge regionale, sulla base della legge dello Stato, disciplina il sistema di elezione dei senatori e la loro sostituzione, prevedendo altresì la corrispondente riduzione del numero dei consiglieri regionali». Il testo del leghista Roberto Calderoli, a dire il vero, prevede molte altre cose ( Riforme, Maran: "Con odg Calderoli si torna a federalismo ...), ma i senatori che lo hanno votato erano disposti a ingoiare anche la «devolution» ( Chi ha votato l'odg Calderoli, ha votato per uno Stato leghista ) senza andare troppo per il sottile. Più che manifestare un dissenso, infatti, con il loro voto, alcuni senatori hanno voluto - a cominciare dall'ex ministro Mario Mauro  - marcare il loro ruolo di ago della bilancia, anche per regolare conti interni alla propria (ex) area. 

Va da se che lo smacco c'è stato, anche se un ordine del giorno contiene solo indirizzi generici. Tuttavia l'imboscata rischia di produrre effetti imprevisti. Matteo Renzi, nonostante lo slittamento dei tempi, ha incassato l'adozione del testo base del governo, che ora può spendere in campagna elettorale:«un punto contro la Palude». Renzi ora potrà dire che lui è l'unico che le riforme le vuole davvero; e che aveva ragione da vendere a trattare con Berlusconi. Infatti, il patto con Berlusconi ha retto: lunedì in commissione Forza Italia ha sostenuto con i suoi voti il governo e la stampella del Cavaliere si è dimostrata necessaria, oltre il perimetro della maggioranza di governo (messe così le cose, quella di Mauro non mi pare una grande mossa). 

La campagna elettorale in corso rende (fatalmente) l'atteggiamento del Cavaliere piuttosto ondivago, ma Berlusconi sa di non potersi sfilare dal processo riformatore che anche i suoi elettori apprezzano; e almeno fino alle elezioni, Berlusconi rispetterà il patto del Nazareno. Poi, una volta chiuse le urne, si capirà se la legislatura é destinata a durare davvero e se si metterà mano a quelle riforme (rinvio al mio intervento in commissione: Seduta del 22 aprile 2014 ) che tutti ritengono necessarie e che finora, dopo più di trent'anni di dibattiti sull'argomento, nessuno è riuscito a realizzare. 

Modi come Milosevic?

06/05/2014

Quando Jörg Haider, il leader del Partito della Libert à (FPÖ), nel 2000, entrò nel governo, in coalizione con i popolari austriaci (ÖVP), la reazione del resto dell'Unione europea fu fulminea e tutti gli Stati membri decisero di comune accordo di introdurre sanzioni diplomatiche contro l'Austria.

Il partito di estrema destra austriaco, coniugava il populismo con l'anti-europeismo, la xenofobia e una componente razzista e antisemita (una formula collaudata e oggi piuttosto diffusa). In fondo, Haider proclamava cose non molto diverse da quelle strombazzate da Bossi e Borghezio, ma quelle cose Haider le proferiva in tedesco e a molti vennero i sudori freddi.

Di fronte all'ascesa al potere di Haider, il premier francese Jospin e quello italiano D'Alema si dissero «preoccupati», Schroeder aggiunse che non lo tranquillizzava affatto «vedere andare al governo in un paese confinante un uomo che non si è mai distanziato da Hitler» e il ministro degli esteri inglese di allora, Robin Cook, espresse «deep distaste».

Ma ora, quattordici anni dopo, se come suggeriscono i sondaggi, Narendra Modi del Bharatiya Janata Party (BJP), dopo il 12 maggio, sarà proclamato Primo ministro di un paese in possesso di armi nucleari come l'India, il ministro degli esteri inglese William Hague esprimer à « deep distaste» ? Che diranno il presidente francese, il premier italiano, la cancelliera tedesca? E l'Unione europea avrà il coraggio di guastare i legami diplomatici con la più grande democrazia del mondo? No, naturalmente. Anche se - come scrive sul New Statesman Mehdi Hasan, direttore politico dell' Hufffington Post UK - «Modi fa sembrare l'Haider di allora un liberal che indossa i sandali e mangia müesli. Se volessimo fare una qualche analogia con i leader europei, Modi, il governatore del Gujarat dal 2001, è della stessa pasta di Milosevic più che di Haider». 

Il candidato del Bjp, Narendra Modi, è una figura molto controversa.

Modi, che ha 63 anni, ha militato nel Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), un gruppo di estrema destra, nazionalista Hindu. «Il RSS è una setta riservata, militarista, maschilista; una forma distinta di fascismo che fu ispirata direttamente dai movimenti giovanili del fascismo italiano», sostiene il professor Chetan Bhatt, direttore del Centro studi sui diritti umani alla LSE, che racconta: «i suoi fondatori ammiravano moltissimo Hitler e Mussolini». Nel Gujarat di Modi, Adolfo Hitler è infatti esaltato nei testi scolastici della scuola secondaria.

Modi è anche l'uomo che è riuscito a trasformate il Gujarat nella «risposta indiana alla Cina», grazie a una politica di industrializzazione massiccia che ha permesso di mantenere il tasso di crescita all'8,5 per cento anche negli anni della crisi. I suoi sostenitori, tra i quali ci sono molti giovani e uomini d'affari, sono convinti che il governatore del Gujarat (che ora rappresenta un modello di sviluppo anche fuori dai confini indiani) riuscirà ad estendere la sua «ricetta miracolosa» al resto del paese.

Modi è inoltre accusato di aver giocato un ruolo importante (e di averlo, secondo alcuni, perfino incitato) nel massacro che nel 2002 in Gujarat provocò la morte di almeno un migliaio di persone, e dal quale si è sempre dissociato. Resta il fatto che la polizia non fece nulla per fermare le violenze contro la popolazione della minoranza musulmana del Gujarat. Un agghiacciante rapporto pubblicato dallo Human Rights Watch (HRW) nell'aprile del 2002 documenta come la sequela di uccisioni, roghi, stupri e saccheggi sia stata «sostenuta attivamente da agenti del governo statale». La Commissione nazionale per i diritti umani ha concluso che «c'è stato un totale fallimento da parte del governo statale nel controllare la persistente violazione del diritto alla vita (...) e della dignità della popolazione dello stato». Al punto che la Corte suprema indiana, ha descritto Modi come un «Nerone moderno» che, mentre Gujarat bruciava, suonava la lira.

Modi non si è mai scusato per la violenza e l'incapacità di evitare, in qualità di Primo Ministro del Gujarat, che gli scontri degenerassero e non ha neppure espresso rimorso. Al contrario, ha giustificato le uccisioni come conseguenza della «naturale e giustificata rabbia della gente» dopo l'incendio, attribuito a terroristi musulmani, che, su un treno, uccise 59 passeggeri, in maggioranza pellegrini Hindu.

Mehdi Hasan ritiene che un'India guidata da Modi non sarà sicura per i 176 milioni di mussulmani del paese o per i 25 milioni di cristiani. Dall'inizio della campagna elettorale uno dei suoi alleati della destra più tosta ha detto che gli oppositori del governatore dovranno lasciare l'India e andarsene nel Pakistan una volta eletto primo ministro. Un'altro ha suggerito che ai mussulmani dovrebbe essere impedito di comprare proprietà nelle aeree dominate dagli Hindu.

Di recente, tuttavia, la comunità internazionale ha messo da parte ogni perplessità di carattere etico, stabilendo legami diretti con quello che potrebbe essere il futuro leader dell'India. Toccherà adesso agli elettori indiani decidere se assecondare la trionfale cavalcata di Modi ai vertici del potere. Ma Mehdi Hasan scrive «come persona di origine indiana, mi vergogno che la patria dei miei genitori sia sul punto di incoronare come prossimo capo del governo un populista autoritario, col sangue musulmano sulle mani (...) Come cittadino britannico, mi vergogno inoltre che il mio governo sia disponibile a scendere a patti con gli alfieri del fascismo religioso. A quanto pare, purché non siano mussulmani».

Certo la realpolitik ci obbliga ad avere a che fare comunque con i capi di governo degli altri paesi. Ma c'è modo e modo. Sarà bene tenerlo a mente. Anche perché, come ha ricordato qualche giorno fa il ministro della Difesa americano, Chuck Hagel, «as the world expands, opportunities expand, but threats, challenges expand».

Il futuro (in rapida evoluzione) dell'energia

28/04/2014

Con la crisi ucraina, il tema della sicurezza energetica è tornato prepotentemente al centro del dibattito italiano ed europeo. Era ora.

L’Istituto Affari Internazionali ha riflettuto sul tema, anche nella presentazione del suo Rapporto sulla politica estera italiana in vista del semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione europea (Ue). E anche AffarInternazionali, la rivista on-line di politica, strategia ed economia internazionale realizzata dall’Istituto Affari Internazionali (IAI), è tornata sull’argomento (Sull'energia l'Europa si muove, Valeria Termini Gas, Italia pivot per le nuove strategie europee ) anche in vista del Summit del G7 dell’energia che si terrà a Roma il 5 e il 6 maggio, che, come ha scritto Daniele Fattibene, «rappresenta un’occasione unica e imperdibile per ribadire la necessità di mantenere un dialogo costruttivo con Mosca, ma di proseguire al contempo in modo deciso verso strategie di diversificazione energetica veramente efficaci».

Eppure, al solito, nel nostro paese stenta a farsi strada la consapevolezza che le cose sono destinate a cambiare, anche perché una rivoluzione tecnologica sta cambiando il mondo dell’energia. In pochi anni, l’America ha avviato una grande rivoluzione tecnologica nell’estrazione del gas e del petrolio non convenzionale utilizzando le tecniche della fratturazione idraulica (fracking) e della perforazione orizzontale con l’iniezione di fluidi ad alta pressione: i risultati sono stati straordinari.

Segnalo l'ultimo numero di Foreign Affairs  (un'autorevole rivista statunitense, pubblicata dal Council on Foreign Relations, dedicata alle relazioni internazionali) che è rivolto, appunto, al futuro (in rapida evoluzione) dell'energia. Come racconta il suo direttore, Gideon Rose (Power to the People), la rivista sulle prime pensava di analizzare le entusiasmanti innovazioni in corso nel settore, ma strada facendo si sono resi conto che una cosa eccezionale dominava su tutte le altre: lo shale, lo scisto, l'argillite petrolifera. E, visto che, come si usa dire, «la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una  grande», hanno deciso di realizzare il dossier di conseguenza.

Edward Morse, uno dei principali esperti di energia del mondo spiega semplicemente quanto l’estrazione di idrocarburi non convenzionali (shale gas e shale oil) degli Stati Uniti è cresciuta negli anni recenti, perché la crescita continuerà e come questa condurrà ad un cambiamento decisivo nei mercati energetici globali. Poi Robert Hefner (GHK Companies), che ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo del settore americano del gas naturale, descrive perché la rivoluzione poteva decollare unicamente negli Stati Uniti e perché altri paesi faticheranno a replicare il successo americano. E Fred Krupp, il presidente del Enviromental Defense Fund, tratteggia i veri pericoli ambientali che la rivoluzione dello shale comporta e mostra come possono (e devono) essere affrontati con successo.

Può darsi che lo shale sia oggi la più importante realtà energetica, ma non è l'unica. Per la prima volta in un secolo, grazie alle nuove tecnologie, la domanda su come alimentare automobili, autobus, camion e aeroplani, sta per trovare una risposta. Il dominio, un tempo incontrastato, del motore a combustione interna, è stato sfidato da più parti. E manco a dirlo, sapere chi o che cosa ne uscirà vincitore, avrà implicazioni enormi, e David Levinson dell'Università del Minnesota assegna gli handicap alla corsa. Nel frattempo, anche l'energia nucleare - a lungo raccomandata come la sorgente energetica potenzialmente più verde del mondo - è in trasformazione, e Per Peterson, Michael Laufer e Edward Blanford, descrivono le promesse e le insidie del settore. Per completare il numero, alla fine, la rivista ricorre a Sharon Burke, U.S. Assistant Secretary of Defense, che spiega il ruolo cruciale del Ministero della Difesa, nello stesso tempo come più grande consumatore di energia degli Stati Uniti e come più grande incubatoio di tecnologie all'avanguardia.

L'obiettivo della rivista non è quello di distinguere vincitori o perdenti (il mercato sta già prendendo queste decisioni, in tempo reale), ma quello di offrire ai lettori una guida accurata di cosa alimenterà il futuro e perché. Una guida che dovrebbe interessare anche (e forse soprattutto) noi italiani. Anche perché, come ha osservato Alberto Clò, la shale devolution potrebbe consolidare scenari futuri molto diversi da quelli del passato, «con un’America energeticamente più indipendente, economicamente meno vulnerabile, politicamente più isolazionista e un’Europa in condizioni esattamente opposte e molto più perigliose».

 

I candidati e il programma di Scelta Europea

18/04/2014

Dopo l’intesa raggiunta tra Scelta Civica, Centro Democratico e Fare per la presentazione di una lista comune per le prossime europee, Scelta Europea  ha presentato ieri la lista di candidati alle elezioni europee del 25 maggio 2014. (Le liste complete dei candidati di Scelta Europea alle elezioni europee, 25 Maggio 2014. #sceglileuropa).
Perché la lista Scelta Europea?
Perché come hanno scritto Lorenzo Bini Smaghi, Franco Bruni, Marcello De Cecco, Jean-Paul Fitoussi, Marcello Messori, Stefano Micossi, Antonio Padoa Schioppa, Fabrizio Saccomanni, Gianni Toniolo nel loro appello (Uscire dall'euro, una tentazione pericolosa - Corriere.it), «L’Europa, e l’euro, non sono certo costruzioni perfette. Ma si possono migliorare solo partecipandovi a pieno titolo».
Nel programma “Scegli l’Europa” deriviamo le conseguenze pratiche dei principi esposti nell’appello degli otto economisti in difesa della strategia europea dell’Italia ed esprimiamo in modo stringato la ragion d’essere della coalizione di forze liberal-democratiche unite nella lista dell’Alde, come primo passo per la costruzione del polo liberal-democratico di cui il nostro Paese oggi ha bisogno. E ne ha bisogno per parecchi motivi.
In primo luogo, perché nel nostro Paese c’è un’ampia area di opinione pubblica (che SWG valuta intorno al 15% dell’elettorato), che è tenacemente convinta della necessità di procedere con determinazione nella strategia di integrazione europea e che coincide con un’area che possiamo definire come “liberal-democratica”, che è poco e male rappresentata da una parte del Pd e da una parte del Centrodestra, entrambe relegate ai margini dei rispettivi partiti. Per questo è necessario costruire un robusto polo liberal-democratico, capace di unire tutta la galassia delle associazioni, movimenti, gruppi che si collocano in quest’area, anche per rafforzare la scelta europeista nel centrosinistra e nel centrodestra.
In secondo luogo, perché, a parole, destra e sinistra dichiarano sì, in astratto, di voler difendere la libertà di accesso a professioni e mestieri, ma nei singoli casi finiscono sempre col sostenere le istanze di chiusura avanzate dagli insiders per difendersi dalla concorrenza degli outsiders: rinvio, tanto per fare un esempio, ai due brevi interventi svolti in Senato da Pietro Ichino il 23 marzo scorso.
In terzo luogo, perché il comportamento dei senatori di Beppe Grillo appare troppo spesso ispirato a un rifiuto a priori nei confronti dell’istituzione a cui appartengono: rifiuto di cui, peraltro, essi non sembrano neppure in grado di verbalizzare il motivo. Rinvio di nuovo a Pietro Ichino e al suo intervento in Aula del 15 aprile.
Perché, infine, la politica non tornerà «normale» con l'uscita di scena di Berlusconi. E non è affatto scontato che dalle macerie del berlusconismo spunti improvvisamente il profilo di una Merkel. (Rinvio all’articolo che ho scritto nel novembre scorso: Non tornerà l'età dell'oro).
Certo,  è vero, come ha rimarcato Michele Magno, «che la grande forza manipolativa sull’immaginario collettivo dell’ex Cavaliere, compresa la stessa carica ironica che caratterizzava la sua esibita esuberanza della carne, si sta spegnendo. Ma è anche vero che il blocco moderato che egli rappresenta ha radici profonde, e resta permeabile al fascino di una alleanza nazional-populista a sostegno di un euroscetticismo “morbido”, da giocare alla roulette elettorale» (Berlusconi resterà la croce e la delizia degli italiani).
In fondo, insiste Magno, del Berlusconi odierno si potrebbe ripetere quanto Marx scrisse su Lord Palmerston: «Benché settantenne e dopo aver occupato senza interruzione la scena politica fin dal 1807, egli riesce a rimanere una novità e a suscitare tutte quelle speranze che di solito si accentrano su un giovane promettente e alle prime armi… Se non è un buon statista tuttofare, è almeno un attore buono per tutte le parti. Ha successo nel genere comico come nell’eroico, nel patetico come nel familiare, nella tragedia come nella farsa, benché quest’ultima è la più congeniale alle sue inclinazioni».
Intanto, un accordo per «ridurre la tensione» in Ucraina (per fermare cioè la rapida deriva verso la guerra civile nell’oriente ucraino) è stato raggiunto - giovedì - al vertice a quattro di Ginevra tra rappresentanti della stessa Kiev, della Russia, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.  L’ intesa prevede tra l’altro lo «scioglimento dei gruppi armati illegali» in tutte le regioni ucraine, la «riconsegna» degli edifici governativi occupati, lo «sgombero» di strade e piazze presidiate e una «amnistia per tutti i manifestanti», tranne per coloro che hanno commesso «gravi reati». Inoltre, «tutte le parti devono evitare ogni violenza, ogni intimidazione e ogni atto provocatorio, e devono condannare tutte le espressioni di estremismo e razzismo, incluso l’antisemitismo». Vediamo se l’accordo regge.
Nel frattempo, Buona Pasqua.

 

 
 

Chissà che Putin non ci aiuti davvero....

08/04/2014

In un articolo apparso lunedì scorso su La Stampa (Ecco perché la sfida di Putin aiuta l’Europa), Marta Dassù ha svolto le stesse considerazioni che ho proposto nell'ultimo post al mio rientro da Washington. 

C'è, in primo luogo, un nuovo elemento a cui guardare: la crisi ucraina ha portato gli Stati Uniti a concentrarsi di nuovo sull'Europa. «Un ritorno americano in Europa - ha scritto Marta Dassù -, che potrà rafforzarsi se gli europei smetteranno di eludere il problema delle politiche di difesa – Obama lo ha ripetuto una ennesima volta – e se il negoziato transatlantico su commercio e investimenti, il TTIP, verrà condotto sapendo di cosa si tratta: una grande occasione politica per l’Occidente. Forse l’ultima per riuscire ancora a influenzare in modo determinante, attraverso un accordo che interessa quasi la metà del Pil mondiale, regole e principi di funzionamento dell’economia globale». 

Non è detto, ovviamente, che la Transatlantic Trade and Investment Partnership si possa siglare già nel 2014. Non mancano le difficoltà. Da un lato, gli americani sono riluttanti a compiere passi significativi prima delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Ci saranno poi le presidenziali nel 2016. E va da se che i politici americani di entrambi gli schieramenti non vogliono essere accusati di avere aperto con troppa leggerezza il mercato interno alla concorrenza europea o di aver introdotto nuovi vincoli burocratici per il business americano. Dall'altro lato, nel prossimo Parlamento europeo l'avanzata degli euroscettici (rilevata per ora dai sondaggi), potrebbe incrinare la maggioranza necessaria ad approvare l'intesa con gli Stati Uniti. Tuttavia, nonostante le difficoltà, nel 2015 potrebbe materializzarsi una possibile finestra per finalizzare l'accordo di libero scambio.

«La questione energetica, nel dopo Ucraina - aggiunge Marta Dassù -, è il secondo elemento da considerare con molta attenzione. Se c’era bisogno di una scusa per spingere gli Stati Uniti a fare cadere vecchie riserve sull’export di energia; e se ci volevano degli incentivi per convincere l’Europa a porsi finalmente il problema di una politica di sicurezza energetica degna di questo nome, scusa e incentivi oggi ci sono». Un altro fronte su cui il continente dovrà ragionare e agire presto, e di concerto, come suggeriscono gli americani.

Infine, ma non in ultimo, «l’Europa è per una volta riuscita a non dividersi troppo sulla risposta immediata alla crisi ucraina. Ma conterà – il ministro Mogherini è stata esplicita su questo punto in un recente «Dialogo di Aspen» - la visione di medio termine: che lo si voglia o no, storia, geografia, energia, economia, indicano che la Russia resterà un interlocutore strategico dell’Ue. Che rapporto intendiamo costruire con Mosca? E che aspettative abbiamo sul futuro della Russia?». 

Riepiloghiamo: «uno spazio euro-atlantico rafforzato dal TTIP; una politica energetica comune; un rapporto più coeso e maturo verso l’Est: se gli europei si muoveranno in questo senso, la risposta alla crisi ucraina potrebbe segnare il passaggio dal vecchio ordine europeo, ormai andato in frantumi, a un ordine adatto al XXI secolo».  

Ci siamo, insomma. Come continuano ad incalzarci gli Stati Uniti e la comunità internazionale (basterebbe ricordare gli interventi del direttore generale del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde), il vecchio continente non può puntare soltanto sulla somma degli sforzi nazionali e quindi sui pur necessari «compiti a casa». È il momento di tentare uno sforzo corale, altrimenti l'Europa rimarrà un fattore di rischio globale. È la posta in gioco delle prossime elezioni europee. 

 

Putin e il nuovo ordine mondiale

28/03/2014

Torno dagli Stati Uniti (dopo tre giorni a Washington interamente dedicati ad una fitta serie di incontri: dai membri del Foreign Affairs Commitee del Congresso al Department of State, dal Johns Hopkins SAIS al Democratic National Commitee, dal German Marshall Fund e Pew center al Center for American Progress, dal Fmi alla Banca Mondiale) con l’impressione che gli americani abbiano riscoperto  l’Europa. Sarà merito (si fa per dire) di Putin, saranno le imminenti elezioni europee (un assaggio lo si è avuto qualche giorno fa in Francia col trionfo della destra di Marine Le Pen), sarà il Mediterraneo in subbuglio, dalla Libia alla Siria, sarà la discussione del Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) (il nuovo accordo di libero scambio tra Europa ed America), fatto sta che, dopo tanto parlare dell’Asia e del Pacifico, l’Europa e l’Atlantico sembrano essere tornati al centro della storia.

Ovviamente, c’entra anche Putin e quello che The Economist ha chiamato The new world order, il nuovo ordine mondiale.

Proprio la settimana scorsa, in una sala riccamente decorata che rievocava il passato imperiale, Vladimir Puntin ha sentenziato che «la Crimea è sempre stata una parte inseparabile della Russia». Putin ha annesso (illegalmente) la penisola con efficienza e velocità sorprendenti, a seguito di una referendum controverso nel quale, stando ai funzionari crimeani, il 97% dei votanti avrebbe sostenuto la secessione dall’Ucraina. A suo dire, si tratta di una vittoria per l'ordine e la legalità e un colpo all’ingerenza occidentale. La realtà è che Putin è un fattore di instabilità e di conflitto.

L'atto costitutivo del suo «nuovo ordine» è stato quello di ridisegnare una frontiera usando argomenti che potrebbero essere adoperati per infiammare dispute territoriali in dozzine di posti in giro per il mondo. Anche se la maggioranza dei crimeani vogliono davvero congiungersi alla Russia, il referendum è stato una farsa. Si è parlato dell’inizio di una nuova guerra fredda con l'America. In realtà, la condotta della Russia pone una minaccia più a largo raggio, che riguarda paesi situati in qualunque luogo perché, come ha scritto The Economist, «Putin ha guidato un carro armato sopra l'ordine mondiale esistente».

Ovviamente, l'ordine mondiale post-sovietico era tutt'altro che perfetto. Il mondo «unipolare» - poco più di un decennio di supremazia incontrastata degli Stati Uniti - si è incagliato nella sabbia dell'Iraq. Da allora Obama ha cercato di costruire un approccio più collaborativo, nella convinzione che l'America può fare causa comune con altri paesi per affrontare problemi comuni ed isolare i trasgressori. Un tentativo fallito miseramente in Siria e che (forse) potrebbe funzionare con l'Iran. Resta però il fatto che sono l’influenza, il peso e il prestigio americani che mantengono le rotte marittime aperte, i confini rispettati e la legge internazionale generalmente e largamente osservata. 

Putin quest’ordine lo sta distruggendo. Ha confezionato la presa della Crimea in barba al diritto internazionale, sostenendo, ad esempio, che con la sostituzione del governo a Kiev egli non é più tenuto al rispetto del Trattato che garantisce i confini dell'Ucraina - che la Russia ha firmato nel 1994, quando l'Ucraina ha rinunciato agli ordigni nucleari. Ma il diritto internazionale si fonda sul fatto che i governi ereditano i diritti e i doveri dei loro predecessori.

Allo stesso modo, ha invocato il principio che egli deve proteggere i suoi compatrioti - vale a dire chiunque egli scelga di definire come russo - dovunque siano insediati. Contro ogni evidenza, ha negato che le truppe senza insegne che hanno preso controllo della Crimea fossero russe. Questo impasto, che mescola tutela ed inganno, è una formula per intervenire in ogni paese con una minoranza, non necessariamente una minoranza russa. Esibendo racconti fabbricati di fascisti ucraini che minacciavano la Crimea, ha aggirato il principio che l'intervento dovrebbe essere l'ultima risorsa di fronte ad autentiche sofferenze. Ha citato il bombardamento  NATO  del Kosovo del 1999 come precedente, ma quello venne dopo terribili violenze e larghi sforzi alle Nazioni Unite – che fu proprio la Russia a bloccare. E anche il Kosovo non fu, come la Crimea, annesso immediatamente, ma si separò nove anni più tardi.

Il nuovo ordine di Putin é insomma costruito sul revanscismo, una sfrontata indifferenza per la verità e una torsione del diritto in modo da favorire qualunque cosa faccia il suo gioco. In questo modo, non si costruisce nessun ordine. Sfortunatamente, non sono in molti a comprenderlo. È pieno di paesi che respingono la supremazia americana e il moralismo dell'Occidente. Ma troveranno il nuovo ordine di Putin di gran lunga peggiore. Se l'unica regola è la forza, i paesi piccoli avranno parecchio da temere, specie se dovranno confrontarsi con potenze regionali aggressive. Senza contare che un mondo anarchico e inaffidabile danneggerà anche i nuovi giganti del mondo emergente. «Se gli accordi internazionali sono privi di significato, l'India potrebbe facilmente venire risucchiata in uno scontro armato con la Cina circa l’Arunachal Pradesh o con il Pakistan sul Ladakh. Se la secessione unilaterale è accettabile, la Turchia faticherà a persuadere i suoi curdi che il futuro sta nel fare la pace. Senza contare che l'Egitto o l'Arabia Saudita vorrebbero che le ambizioni regionali dell'Iran venissero controllate e non alimentate dal principio che l’Iran può intervenire ad aiutare i musulmani sciti in giro per tutto il Medio Oriente». Così scrive The Economist.

Nel mondo di Putin la pace è sfuggente, perché ogni cosa può diventare un pretesto per l'azione, e ogni aggressione (anche solo avvertita come tale) richiede una risposta. È questo l'ordine mondiale sotto il quale vogliamo vivere? L’Occidente si prepara ad assumere misure serie contro Putin. Ma stavolta farebbero bene a meditare anche le nuove potenze emergenti del mondo.

 

 

La svolta di Renzi e «La fine del potere»

14/03/2014

«La guerra è finita», ha scritto ieri, su Il Foglio, Lanfranco Pace. «E’ vero che vivremo per un po’ con un modello istituzionale sghembo, avvitato come la scala di Escher, ma chi ha in memoria tutto quello che è successo nei quasi cinquanta anni, dalla Commissione Bozzi in poi, in cui la politica ha pensato bene di cambiare e non cambiare insieme la forma dello stato, non può che ammirare cotanto spirito di iniziativa e il cammino fatto in poche settimane».

Certo, siamo ancora ai titoli; e il governo ha meno di un mese di tempo per passare dalle presentazioni in PowerPoint agli atti, rendendo davvero possibile il taglio delle tasse. Ma al di là degli annunci roboanti, si sta diffondendo la percezione di un «movimento virtuoso». E non c’è dubbio che i provvedimenti per la crescita approvati dal Governo mercoledì, pur con qualche difetto, segnano una svolta importante. Lo hanno evidenziato l’editoriale di Pietro Ichino, responsabile del programma di SC, e l’editoriale di Giannino pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni. Lo ha rilevato anche Casini: «Dobbiamo aiutarlo. Ha una vena di follia, sembra un po’ pazzarello, ma ha anche una straordinaria capacità di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda dell’opinione pubblica».

Inoltre, è stato reso noto nei dettagli il disegno di legge di riforma costituzionale del Governo Renzi che collega giustamente in modo inscindibile bicameralismo e Titolo Quinto. Anche qui, resta qualche limite nella composizione del Senato, pur ricalibrata rispetto allo schema originario troppo spostato sui sindaci, ma, come ha scritto Stefano Ceccanti, il passo in avanti c’è e si vede. (La riforma costituzionale di Senato e Titolo V convince: il balzo in avanti c'è e si vede). Ad ogni buon conto, abbiamo depositato il testo (primo firmatario Giorgio Tonini) con la proposta riforma del Senato sul modello del Bundesrat tedesco (S. 1310 Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo e alla ripartizione delle competenze legislative tra lo Stato e le Regioni).

Ma in questi giorni di «primato della politica» soffermarsi, come ha fatto Giuseppe De Rita in un editoriale sul Corriere della Sera, anche sulle ragioni che rendono oggi il primato della politica del tutto irrealistico, male non fa. «Disporre di una adeguata potenza decisionale ed operativa – ha scritto De Rita - sta diventando per la politica un obiettivo altamente improbabile. E per tre motivi. Il primo è relativo al fatto che oggi è crollata l’identificazione fra potere della politica e potere dello Stato. Oggi assistiamo alla crisi irrevocabile della sovranità statuale e alla crescita consistente dei poteri formali e informali delle istituzioni europee, delle cancellerie internazionali, della grande finanza mondiale. Siamo un sistema sempre più eterodiretto, spesso in modo mortificante per chi lo governa. Altro che primato della politica…».

Ma c’è di più. Consiglio la lettura del libro di Moisés Naím, La fine del potere (l'ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, lo ha consigliato al vice ministro inglese Nick Clegg durante la celebrazione in ricordo di Nelson Mandela che si è tenuta a Johannesburg).Sappiamo che il potere si sta spostando: da Ovest a Est e da Nord a Sud, dai palazzi presidenziali alle piazze e al cyberspazio, dai formidabili colossi industriali alle agili start-up e, in modo lento ma inesorabile, dagli uomini alle donne. Chi oggi si trova in posizioni di potere è più vincolato, ha meno margini operativi e rischia di perdere il posto come mai prima d'ora. Il potere sta diventando più debole ed effimero: è divenuto più facile da conquistare, ma più difficile da esercitare e più semplice da perdere.

Ne La fine del potere, Moisés Naím, giornalista pluripremiato ed ex direttore di «Foreign Policy», illustra la lotta tra i grandi protagonisti un tempo dominanti e i nuovi micropoteri che li sfidano in ogni ambito dell'azione umana. Una contrapposizione, quella tra micropoteri ed establishment, che può sfociare nel rovesciamento dei tiranni o nell'eliminazione dei monopoli, ma anche condurre al caos e alla paralisi. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, nell'ambito degli affari come in quello della religione, dell'istruzione o della famiglia, in pace come in guerra: nel 1977, ottantanove paesi erano governati da autocrati, mentre oggi oltre la metà della popolazione mondiale vive in regimi democratici; nella seconda metà del 2010, i primi dieci fondi speculativi del mondo hanno registrato profitti superiori a quelli complessivi delle sei banche più importanti; gli amministratori delegati sono sottoposti a maggiori vincoli e rimangono in carica per un periodo più breve rispetto ai loro predecessori; i moderni strumenti di guerra sono più economici e accessibili, tanto che gruppi come Hezbollah possono permettersi di acquistare droni. Chi detiene il potere lo conserva erigendo imponenti barriere, ma oggi le forze rivali smantellano quelle barriere più rapidamente e facilmente che mai. Per poi scoprire, una volta conquistato il comando, la loro stessa vulnerabilità.

Come ha spiegato l’autore , «le tendenze che espongo nel libro vanno più in là della crisi economica e delle circostanze attuali. Si tratta di un più profondo cambiamento del mondo, che ha a che vedere con il fatto che gli scudi che proteggono chi ha potere, le barriere che impediscono ai rivali o ai soggetti del potere di ribellarsi, stanno diventando meno efficaci. Questo crollo delle barriere, questa minore capacità di protezione e difesa che hanno coloro che possiedono il potere è dovuta a molti fattori, che io elenco in una lunga lista e che raggruppo in tre categorie (…) Io chiamo queste categorie le “tre rivoluzioni”: la “rivoluzione del più”, la “rivoluzione della mobilità” e la “rivoluzione della mentalità”. La rivoluzione del più spiega il concetto per cui viviamo in una società in cui vi è più di tutto: ci sono più persone, e queste persone in media sono molto più giovani rispetto al passato. Sono molto più urbani: dal 2007 ad oggi per la prima volta nella storia più persone abitano in città che in un ambito rurale. Ci sono più partiti politici, più ideologie, più religioni, più aziende, più armi, più medicine, c’è più di tutto. E questo più travolge gli scudi che proteggono i potenti. Ma non solo siamo di più, ma tutto quello che c’è di più si muove maggiormente. Abbiamo il 37% in più di migranti nel mondo negli ultimi vent’anni, per non parlare del numero di turisti. Si muovono le persone, si muove il denaro, si muovono le associazioni non governative, si muovono le religioni, l’informazione, tutto si muove di più. E il potere ha bisogno di avere circoscritto il campo d’azione. Quando bisogna esercitare il potere su soggetti che si muovono, questo diventa molto più difficile, perché più alta è la possibilità di evadere. Quando la “rivoluzione del più“ e questa “rivoluzione della mobilità“ si uniscono, creano la molto più profonda “rivoluzione della mentalità“: cambi nelle aspirazioni, nelle aspettative, nei valori della gente» (Moisés Naìm, ''Oggi il potere è diventato più facile da ottenere, ). In questi anni abbiamo visto cambiamenti rivoluzionari che hanno riguardato quasi tutto ciò che facciamo o viviamo nel quotidiano. Ora siamo alla vigilia di un’ondata rivoluzionaria di innovazioni nella politica e nelle istituzioni. Anin, varin fortune.

 

 

 

 

 

Il Sindaco d'Italia, l'Attualità e la Fortuna

26/02/2014

Dài e dài, al «Sindaco d'Italia» ci siamo arrivati. Manco a dirlo, nel modo ipocrita, disordinato e confuso di casa nostra: si fa ma non si dice.

Il bello è che a lamentare oggi che il nuovo governo non è stato eletto dal popolo, sono gli stessi che non vogliono saperne di toccare la «Costituzione più bella del mondo». Peccato che la nostra Costituzione affidi la scelta del governo al Parlamento e non agli elettori.

Fatto sta che siamo passati dal «governo del presidente» al «governo del sindaco», o meglio, «dei sindaci» (Renzi, Delrio, Lanzetta, ecc.). Doveva succedere. Sono più di vent'anni che siamo usciti dal vecchio sistema parlamentare senza approdare da nessuna parte; e anche stavolta, com'è accaduto ai tempi di Tangentopoli, la rivolta (la protesta contro ciò che appare iniquo o illegittimo, la volontà di rottura é una costante nella storia italiana) si è fermata sull'uscio dei municipi, grazie alla (finora) più felice delle riforme: l'elezione diretta del sindaco del 1993. 

E non ha molto senso, dopo almeno vent'anni di banalizzazione della politica (ridotta ormai a meccanismo di intrattenimento e di distrazione), analizzare la qualità del discorso di Matteo Renzi in Parlamento e lamentare «il discorso più brutto del dopoguerra». Basterebbe ricordare i «sound bites» di Tony Blair.

Oltretutto, lunedì Renzi non si è rivolto ai senatori. Ha parlato ai telespettatori; ed ha usato i senatori come parametro negativo, contrapponendoli alla gente comune. In altre parole, ha contrapposto il Palazzo alla gente. Come si fa da anni nei talk show televisivi. 

Certo che é un luogo comune; certo che «è un po' troppo auto consolatoria l'idea di un Palazzo del potere lento e sconnesso da una società italiana raffigurata come dinamica» (Massimo Franco). Ma davvero ci si aspettava, nell'epoca della politica spettacolo, «meno narcisismo, meno ammiccamenti, più concretezza. Meno fuochi mediatici e qualche cifra più solida» (Stefano Folli)? 

Nel suo pamphlet, La civilización del espectáculo, Mario Vargas Llosa lo scrive senza mezzi termini:«En la civilización del espectáculo la política ha experimentado una banalización acaso tan pronunciada como la literatura, el cine y las artes plásticas, lo que significa que en ella la publicidad y sus enslóganes, lugares comunes, frivolidades, modas y tics, ocupan casi enteramente el quehacer antes dedicado a razones, programas, ideas y doctrinas. El político de nuestros días, si quiere conservar su popularidad, está obligado a dar una atención primordial al gesto y a la forma, que importan más que sus valores, convicciones y principios».

Ricorro alle riflessioni che il Nobel peruviano ha dedicato alla metamorfosi che la cultura (la letteratura, il cinema, l'arte, la politica, ecc.) ha subito da tempo, perché non si dica che é tutta colpa di Silvio Berlusconi (di cui Matteo Renzi sarebbe ovviamente l'erede). È la cultura del nostro tempo. Dappertutto. Basterebbe ricordare il fuoco d'artificio mediatico che ha accompagnato (nella sussiegosa Francia) l'entrata di Carla Bruni (modella e cantante) all'Eliseo come Madame Sarkozy, per non parlare dello scoop di Closer che ha ricostruito gli appuntamenti tra il presidente Françoise Hollande e Julie Gayet. 

Matteo Renzi ha formato un governo che può vantare molti record: è il governo  più giovane della storia italiana; è composto da 16 ministri e per metà da donne. Ovviamente, nel governo del Sindaco ci sono si novità e giovinezza, ma ci sono anche parecchi problemi. L'allontanamento di Enzo Moavero Milanesi, per fare un solo esempio, non mi sembra una grande mossa. Specie se si considera che ha a che fare (come la sostituzione di Emma Bonino) con un punto cruciale: i rapporti fra l'Italia e il mondo. Infatti, l'assenza nel suo discorso di ogni riferimento alla politica estera è una mancanza piuttosto grave. 

Tuttavia, tutti incrociamo le dita e speriamo che ce la faccia. Il Paese ha disperato bisogno di quelle riforme istituzionali che tutti ritengono indispensabili ma che finora è stato impossibile realizzare. È questo - la riforma di una democrazia parlamentare che non funziona più - il programma di cui c'è più bisogno. Sbaglierò, ma continuo a pensare che solo un patto esplicito (in grado di reggere perché apertamente rivendicato e argomentato) che contenga riforme istituzionali e costituzionali condivise, può restituire una prospettiva al Paese;  e che solo una riforma che tenga insieme in modo coerente nuova forma di governo e nuovo sistema elettorale può fornire un nuovo impulso per il rinnovamento dei partiti e consentire quella riorganizzazione efficace del sistema politico che tutti vogliamo.

Matteo Renzi è stato paragonato a Tony Blair per la sua determinazione a modernizzare la sinistra ed il Paese, ma non sono così sicuro che il paragone sia calzante. Dietro a Blair c'erano la sua sensibilità religiosa, l'eredità di Margaret Thatcher, una profonda revisione ideologica, il riposizionamento strategico operato con il New Labour, il cambiamento impresso al partito, il sostegno di Bill Clinton, l'apporto di Anthony Giddens, Peter Mandelson, Alastair Campbell, ecc. Dietro a Renzi non c'è niente di comparabile. Anzi, quel che manca in Italia (tanto a destra che a sinistra) è proprio la produzione, la circolazione e il dibattito delle idee nuove; la ricerca anche ideale di cornici politico-economiche per programmi (e partiti) innovativi.

Matteo Renzi è, tuttavia, spontaneamente «contemporaneo»; vive naturalmente nel tempo presente. Il che non va banalizzato. Ha scritto il filosofo ceco Vaclav Belohradsky: «Le egemonie si svuotano quando cessano di essere attuali. La parola attualità è oggi banalizzata, significa “notizia del giorno”. In realtà questa è uno dei concetti fondanti della civiltà occidentale, indica infatti la forza che rende il futuro molto diverso dal passato. Il modello di questa visione del tempo è il vangelo – la buona novella, la rivelazione che il futuro degli uomini sarà diverso dal passato, nuovo. Oggi non è la rivelazione, ma la tecno-scienza a rendere il futuro radicalmente diverso dal passato costringendo la società nel suo insieme ad adattarsi a ritmi e possibilità nuove. Ogni egemonia è legata all’attualità, alla capacità dei gruppi dirigenti di far fronte all’attualità nel senso di controllare o governare quel fattore che di volta in volta rende il futuro radicalmente diverso dal passato – pensiamo ad esempio alla new economy resa possibile dall’espansione di Internet o alle biotecnologie. Diventa “portatore di un’egemonia alternativa” quel gruppo che riesce a rappresentare l’attualità, a convincere gli elettori di saper governare la minacciosa differenza tra il passato e il futuro che costringe la maggioranza dei cittadini a ridefinire i loro progetti di vita».

Ma diciamoci la verità: Matteo Renzi piace soprattutto perché si tratta di un giocatore coraggioso e spregiudicato. E visto che l'anno scorso si sono celebrati i 500 anni della composizione originaria de «Il Principe», val la pena ricordare che il capitolo XXV del libro è dedicato alla Fortuna: «Quanto possa la Fortuna nelle cose umane, et in che modo se li abbia a resistere«.

«E' non mi è incognito come molti hanno avuto et hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate dalla fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno; e per questo, potrebbono iudicare che non fussi da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare alla sorte. Questa opinione è suta più creduta ne' nostri tempi, per la variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dí, fuora d'ogni umana coniettura. A che pensando io qualche volta, mi sono in qualche parte inclinato nella opinione loro. Non di manco, perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi.»

Nel suo libro più recente (Machiavelli, Tupac e la Principessa), Adriano Sofri non ha dubbi sul significato di quel «presso»: non «quasi» o «circa» ma «poco meno». Riconoscendo dunque la Fortuna come azionista di maggioranza.

La Fortuna, manco a dirlo, si accanisce nei punti deboli, dove non è stata preparata nessuna resistenza. Nel capitolo c’è l’immagine del fiume in piena: 

«Et assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s'adirano, allagano è piani, ruinano li arberi e li edifizii, lievono da questa parte terreno, pongono da quell'altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E, benché sieno cosí fatti, non resta però che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti, e con ripari et argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbono per uno canale, o l'impeto loro non sarebbe né si licenzioso né si dannoso. Similmente interviene della fortuna: la quale dimonstra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla. E se voi considerrete l'Italia, che è la sedia di queste variazioni e quella che ha dato loro el moto, vedrete essere una campagna sanza argini e sanza alcuno riparo: ché, s'ella fussi reparata da conveniente virtù, come la Magna, la Spagna e la Francia, o questa piena non arebbe fatte le variazioni grandi che ha, o la non ci sarebbe venuta.»

Poi c’è la fortuna dei singoli. Un principe passa dal successo alla rovina, eppure era rimasto lo stesso uomo: perché chi si affida alla propria fortuna, rovina appena il vento cambia direzione. Riesce chi ha un carattere appropriato ai tempi, e fallisce chi non è in sintonia con i tempi: 

«Ma, restringendomi più a' particulari, dico come si vede oggi questo principe felicitare, e domani ruinare, sanza averli veduto mutare natura o qualità alcuna: il che credo che nasca, prima, dalle cagioni che si sono lungamente per lo adrieto discorse, cioè che quel principe che s'appoggia tutto in sulla fortuna, rovina, come quella varia. Credo, ancora, che sia felice quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualità de' tempi; e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si discordano è tempi. Perché si vede li uomini, nelle cose che li 'nducano al fine, quale ciascuno ha innanzi, cioè glorie e ricchezze, procedervi variamente: l'uno con respetto, l'altro con impeto; l'uno per violenzia, l'altro con arte; l'uno per pazienzia, l'altro con il suo contrario: e ciascuno con questi diversi modi vi può pervenire. Vedesi ancora dua respettivi, l'uno pervenire al suo disegno, l'altro no; e similmente dua egualmente felicitare con dua diversi studii, sendo l'uno respettivo e l'altro impetuoso: il che non nasce da altro, se non dalla qualità de' tempi, che si conformano o no col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto, che dua, diversamente operando, sortiscano el medesimo effetto; e dua egualmente operando, l'uno si conduce al suo fine, e l'altro no. Da questo ancora depende la variazione del bene: perché, se uno che si governa con respetti e pazienzia, è tempi e le cose girono in modo che il governo suo sia buono, è viene felicitando; ma, se è tempi e le cose si mutano, rovina, perché non muta modo di procedere. Né si truova uomo sí prudente che si sappi accomodare a questo; sí perché non si può deviare da quello a che la natura l'inclina; sí etiam perché, avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si può persuadere partirsi da quella. E però lo uomo respettivo, quando elli è tempo di venire allo impeto, non lo sa fare; donde rovina: ché, se si mutassi di natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna.»

Il guaio è che gli uomini non sanno spogliarsi della propria inclinazione naturale come ci si cambia d’abito, e per di più stentano a convincersi che il modo di procedere che fino a ieri andava bene ora, improvvisamente, non vada più bene. Secondo Machiavelli, chi fosse capace di adeguare il proprio carattere alla variazione dei tempi e delle cose, sarebbe al sicuro dai rovesci. Ma non succede. Non si può.

Poi c’è l’ultimo periodo, il brano più famoso: 

«Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna, et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano. E però sempre, come donna, è amica de' giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano.»

Se lo augurano tutti. Per l'Italia.

 

La trasformazione del Senato: «Cet obscure objet du désir».

15/02/2014

Il Pd ha scelto «la strada meno battuta, la strada più difficile». La Smart di Renzi ha sfanalato e sorpassato il pandino di Letta e ha rottamato le ormai fragili intese. Matteo Renzi ora «prova ad aprire una pagina nuova», prova a «cambiare l’orizzonte, cambiare l’intensità, cambiare il ritmo» e a «trasformare questa legislatura in legislatura costituente».

Bene. Ci voleva. Tuttavia, far apparire le cose più semplici di quanto non siano, in realtà le complica. Come è stato detto da Mencken, «Per ogni problema umano esiste una soluzione che è semplice, chiara, e sbagliata».

Il risultato è che (da tempo) il vecchio macchinario della politica riceve continue mazzate, ma nessun serio consiglio su come ripararlo o cambiarlo in meglio. E più lo scassiamo, e meno siamo capaci di aggiustarlo.

Ho letto le indicazioni (sommarie) sulla linea che Matteo Renzi pensa di seguire per traformare l'attuale Senato in un «Senato dei sindaci» e, per quel che vale, non mi convincono. Il segretario del Pd immagina, infatti, per il nuovo Senato, «150 persone, di cui 108 sindaci di comuni capoluogo, 21 presidenti di Regione e 21 esponenti della società civile». Inoltre, il Senato non sarà elettivo e «sarà senza indennità»; gli esponenti della società civile «saranno scelti temporaneamente dal presidente della Repubblica per un mandato»; il Senato «non vota il bilancio, non dà la fiducia, ma concorre all'elezione del presidente della Repubblica e contribuisce all'elezione dei rappresentanti degli organi europei».

Devo dire che anche a dar retta all'idea di riformare il Senato facendolo diventare il luogo della competenza e del «sapere per saper fare» (una proposta del supplemento culturale Domenica del Sole 24 Ore), o alla proposta di «trentuno o trentasei nuove regioni a statuto speciale per ‘ridisegnare’ l’assetto territoriale, amministrativo e giuridico dell’Italia» (elaborata dalla Società Geografica Italiana in collaborazione con il ministero per gli Affari regionali e le Autonomie), è difficile sfuggire alla sensazione che non si sappia davvero che cosa riformare e in che modo.

Vediamo di ricapitolare.

C’era una volta il «federalismo»; la domanda, cioè, di autonomia e di riforme istituzionali. Dopo anni di mancate promesse, la credibilità del federalismo è sfumata. Ma oggi che il federalismo non gode di grandissima popolarità e sembra diventato un problema, non sarebbe male tenere a mente che, per dirla con Ilvo Diamanti, quella di nuove regole e di nuove istituzioni è una strada «imposta da emergenze e fratture» che abbiamo scelto proprio «per sanare il contrasto fra società e Stato, fra società e politica» e, soprattutto, che con la legge costituzionale n°3 del 18 ottobre 2001 è stato completamente riformato il Capo V, parte seconda della Costituzione italiana, recante norme sulle Regioni, le Province e i Comuni.

C’è chi la ritiene «la più sciagurata riforma della Costituzione mai realizzata» (si veda un punto di vista più equilibrato: Il regionalismo visto da Augusto Barbera | Diritti regionali ). Ma, comunque la si consideri, «la sgangherata riforma del  Titolo V» (così l’ha definita Barbera) voluta dal centrosinistra, al termine della legislatura, sotto il secondo governo di Giuliano Amato, e confermata dal voto popolare del referendum del 7 ottobre 2001, ha inciso in modo netto sui rapporti tra gli enti costitutivi della Repubblica e tra lo Stato, le Regioni e l’Unione europea.

La riforma è basata soprattutto sull’ampliamento dei poteri delle Regioni e sulla diminuzione di quelli statali. La qualità del federalismo è stata affidata al maggior peso specifico della legge regionale rispetto a quella statale. Il capovolgimento dei poteri previsto dall’art.117 Cost. è una novità assoluta per il nostro ordinamento, mentre il principio di sussidiarietà dell’art.118 Cost. ha recepito una regola già penetrata in legge ordinaria a Costituzione invariata e da tempo vigente nel diritto comunitario.

Che il Titolo V presenti seri difetti di funzionamento è ormai opinione condivisa. Il primo punto critico sta proprio nell’eccessiva fede riposta nel riparto per materie, non completato da una clausola flessibile di competenza statale da valorizzare in un apposito luogo di mediazione istituzionale (una camera federale, appunto). L’ordinamento e le sue leggi non si prestano infatti ad essere incasellate in apposite materie; e, in ogni caso,  la predeterminazione delle materie non può essere esaustiva e rassicurante: emergeranno materie sempre nuove e sempre nuovi saranno gli intrecci tra l’una e l’altra di esse. La linea di confine tra materie è dunque incerta per definizione. La mobilità del confine di per se non è un male, dato che gli ordinamenti federali moderni propendono per un riparto flessibile delle competenze, per «un sottile gioco di interferenze». Questa mobilità si trasforma in un problema molto difficile da risolvere quando mancano gli strumenti del coordinamento: in particolare, quando manca un ramo del Parlamento che possa assumere un ruolo di mediazione e di assorbimento dei conflitti tra Stato e autonomie (Rinvio al dibattito della XIV legislatura e ai miei interventi alla Camera: Modificazione di articoli della parte II della Costituzione Sedute del 14 settembre, 16 settembre, 21 settembre, 22 settembre 2004 )

La mancanza del luogo parlamentare di mediazione è, dunque, il secondo punto critico della riforma. Senza contare che in carenza di una stanza di compensazione istituzionale degli interessi, l’incertezza genera numerosissimi conflitti. Che sono devoluti alla Corte costituzionale, la quale si ritrova costretta a dirimere questioni che hanno un considerevole tasso di opinabilità interpretativa e di politicità. Il che non favorisce la fisiologica composizione degli interessi, ma incoraggia l’emersione del conflitto e la giurisdizionalizzaione dei rapporti tra interessi centrali e interessi del territorio. Insomma, non disponendo il Parlamento degli strumenti necessari, il luogo nel quale si sono sciolti i primi nodi si è spostato presso la Corte Costituzionale. E questa metamorfosi della politica in contenzioso giuridico ha imposto alla Corte, come ha sottolineato il suo Presidente, «un ruolo di supplenza non richiesto e non gradito».

Resta il fatto che l’attuale bicameralismo è insostenibile. Si può anche tornare indietro, si possono  fare scelte diverse dal nostro «federalismo» («alle vongole», come sempre), ma quel che non è sostenibile è il mantenimento dell’attuale bicameralismo disfunzionale.

Dunque, primo punto: si vuole mantenere l’impianto del Titolo V? Se si, allora bisogna fare una camera federale. Come? Il modello più sensato è quello del federalismo tedesco, nel quale la seconda camera, il Bundesrat, non è elettiva ma è formata da rappresentanti dei governi regionali.

Bundestag e Bundesrat, infatti, oltre ad essere espressione di due ambiti distinti di cui si compone la realtà politica federale tedesca, si fondano anche su due principi rappresentativi distinti (Rinvio all’intervento di Andrea De Petris, disponibile sul sito dell’Associazione italiana dei costituzionalisti: Bundesrat: istruzioni per l'uso - Dibattiti - AIC ).

Sintetizziamo: «Da un lato abbiamo infatti il Bundestag composto da Deputati eletti con voto “generale, diretto, libero, uguale e segreto" che sono "rappresentanti di tutto il popolo, non soggetti a direttive e subordinati solo alla loro coscienza" (Art. 38 I 1, 2 GG): esso risulta pertanto il fulcro della rappresentanza politica partitica, in quanto è appunto tramite i partiti che, in primo luogo, i cittadini tedeschi nella loro totalità sono chiamati ad esprimere le loro preferenze politiche (Art. 21 I GG). La natura della rappresentanza attuata nel Bundestag, pertanto, vede il rappresentante (il Deputato) libero da istruzioni del rappresentato (l'elettore) in quanto non rappresenta solamente una porzione di cittadini (concretamente: coloro che lo hanno materialmente eletto), ma per l'appunto il popolo nel suo complesso».

«Se invece il Bundesrat, è formato da membri dei Governi regionali, ovvero da soggetti non eletti direttamente dal popolo e che non agiscono in proprio conto ma come mezzi di espressione di una volontà non propria - ovvero quella dei Länder -, ne deriva che anche la natura della sua forma di rappresentanza deve essere differente: in questo caso il rappresentante (i componenti degli Esecutivi regionali) può esercitare legittimamente il proprio compito solamente conformandosi alle direttive che gli provengono dal rappresentato (i Länder), ovvero il mandato attribuito ai membri del Bundesrat è di tipo imperativo».

«La Legge Fondamentale precisa però che tanto i partiti (principalmente attraverso l'opera dei loro Parlamentari al Bundestag) quanto i Länder (grazie ai componenti degli Esecutivi regionali) collaborano ("mitwirken") alla realizzazione della politica tedesca a livello federale (Cfr. Art. 21 I 1 e 50 GG). "Collaborare" ovvero, etimologicamente parlando, "lavorare insieme", il che esclude qualunque posizione di preminenza di uno dei due organi, ma anche ogni ipotesi di superiorità di una forma di rappresentanza sull'altra: non è forse in questo che si sostanzia l'essenza di un ordinamento federale?»

«Pretendere dunque che le logiche della responsabilità politica debbano trovare applicazione anche nelle modalità di attuazione della funzione attribuita ai componenti del Bundesrat comporterebbe un inaccettabile stravolgimento della natura stessa del loro mandato. Non è un caso, infatti, che la seconda Camera non sia organizzata in Gruppi parlamentari come il Bundestag, e che di norma nelle sue commissioni prevalgano gli orientamenti più propriamente tecnici su quelli partitici. Ai componenti della seconda Camera spetta quindi in primo luogo il compito, costituzionale prima ancora che partitico, di tentare di raggiungere compromessi tra le differenti opinioni partitiche - legittimamente presenti nell'ambito politico regionale - onde poterne trarre una linea di indirizzo comune da presentare al Bundesrat come la posizione nella quale il Land in quanto tale possa riconoscersi».

«Dunque, il caso in esame mostra infatti chiaramente quale funzione debba rivestire l'assise senatoriale di un Parlamento nazionale in un assetto propriamente federale: non solo "Camera di riflessione" rispetto alle deliberazioni assunte nel primo ramo dell'assemblea elettiva, ma anche, e soprattutto, istanza di rappresentanza nel processo decisionale della Federazione degli enti territoriali che la compongono (indipendentemente dalla loro denominazione di "Stati" o "Regioni")».

«A contrario, si può desumere ciò che un tale organo non dovrebbe mai divenire, ovvero uno strumento sottoposto alle logiche della negoziazione tra formazioni partitiche che nei singoli "Stati" sono fautori di orientamenti politici differenti. Con ciò non si intende sostenere che le influenze e le appartenenze partitiche non debbano trovare spazio nelle dinamiche politiche esperite a livello regionale: una pretesa del genere sarebbe assolutamente illegittima, prima ancora che irrealistica. Quello che invece non può essere consentito è che la posizione degli enti statuali di una Federazione venga piegata agli interessi propri della rappresentanza partitica tout court, di per sé del tutto leciti, ma assolutamente fuori posto in un Senato federale».

Qual è il rischio? «Nell'immediato – chiarisce De Petris -, la riproposizione anche nella seconda Camera delle stesse contrapposizioni che caratterizzano la quotidianità del ramo direttamente elettivo di un Parlamento federale; in prospettiva, l'ancor più grave pericolo di uno snaturamento del Senato in un improprio strumento di opposizione alla linea politica della maggioranza parlamentare, più probabile nell'eventualità in cui l'orientamento politico prevalente nella seconda Camera risulti di segno diverso da quello rappresentato nella prima. A farne le spese sarebbe nientemeno che la duplice natura (partitica e federale) della rappresentanza parlamentare o, in parole povere, lo stesso assetto federalistico dell'organizzazione statuale». «Sarebbe bene non dimenticarlo - aggiunge -  in un ordinamento caratterizzato da un panorama partitico e da un sistema elettorale come quelli disponibili in Italia attualmente».

Dunque, vogliamo mantenere un assetto federale (e dunque far funzionare meglio) il Titolo V? Dobbiamo fare il Bundesrat o qualcosa che gli somigli molto. L’articolo 50 della Legge fondamentale recita infatti che “Per mezzo del Bundesrat i Länder concorrono alla legislazione e all’amministrazione della Federazione ed agli affari dell’Unione Europea.”  (Rinvio a due utili dossier: senato.it - Dossier n. 36/1 - Servizio Studi - 17ª legislatura Dossier n. 36/1 n. 36/1 Le Camere alte in Europa e negli Stati Uniti - Parte I: i Paesi Luglio 2013;  senato.it - Dossier n. 54 - Servizio Studi - 17ª legislatura Dossier n. 54 n. 54 Le Camere alte in Europa e negli Stati Uniti. Parte I: i Paesi. Parte II: struttura e funzioni Settembre 2013)

Abbiamo cambiato idea? Le Regioni non funzionano? Non le vogliamo più? Allora facciamo un’unica Camera e riportiamo le competenze in capo allo Stato. Ma smettiamola, come dicono a Napoli, di fare Ammuina («tutti chilli che stanno a prora vann' a poppa e chilli che stann' a poppa vann' a prora: chilli che stann' a dritta vann' a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann' a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann' ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann' bascio passann' tutti p'o stesso pertuso: chi nun tene nient' a ffà, s' aremeni a 'cca e a 'll à»).Che c’entrano gli «esponenti della società civile»? Che c’entrano i 110 sindaci (che oltretutto dovrebbero svolgere gratuitamente un impegnativo «secondo lavoro» in un organo che dovrebbe lavorare con grande intensità)? Lo so bene che il mito delle 100 città è un mito antico della politica italiana. Ma, come ha scritto Ugo De Siervo (ex presidente della Corte Costituzionale), «Un senato fatto essenzialmente da sindaci sarebbe inadeguato in modo palese a rappresentare al centro le esigenze di un serio Stato regionale».

Si è fatta strada la consapevolezza che non esiste una riforma elettorale «fast food» e che bisogna mettere mano all’assetto istituzionale e all’attuale bicameralismo disfunzionale. Era ora. (a dire il vero, lo andiamo ripetendo da tempo : Resoconto stenografico della seduta n. 093 del 08/08/2013Weblog EntryRobert Musil e la legge elettorale  ;  Weblog EntrySiamo tornati al 1991? ).Ora deve farsi strada la coscienza che la politica è tenuta a rinnovare le sue parole d’ordine (le idee, e non solo le facce) se vuole fare fronte alle sfide del futuro.

Scelta Civica per l'Europa

11/02/2014

SCELTA CIVICA PER L'EUROPA

 

 

EUROPA

Mozione approvata (con una astensione) dall’assemblea dei parlamentari di Scelta Civica il 5 febbraio 2014

Scelta Civica considera le elezioni per il Parlamento Europeo come una occasione preziosa di rilancio dell’iniziativa politica per la riforma europea dell’Italia e al tempo stesso di coinvolgimento in questa iniziativa di tutte le associazioni, i gruppi e i movimenti liberali, democratici, popolari, riformatori, che si ispirano agli ideali del liberalismo europeo.

In questo spirito Scelta Civica apre le proprie liste a esponenti di quei gruppi, associazioni e movimenti, stringendo con gli stessi un’intesa che apra la strada a uno stabile allargamento dell’organizzazione politica impegnata nel perseguimento dell’obiettivo comune, e in particolare del programma nazionale già concordato il 3 dicembre con numerose associazioni liberal-democratiche, integrato con gli obiettivi politico-programmatici che verranno perseguiti al livello europeo.

Scelta Civica concorderà con le stesse associazioni il regolamento di una consultazione diretta dei militanti ed elettori che si riconoscono negli stessi ideali e obiettivi, per la composizione delle liste elettorali. A tal fine presenterà anche un simbolo che contenga quello di Scelta Civica, iscritto in un campo che rechi anche un’espressione idonea a rappresentare questa intesa.

Roma, 5 febbraio 2014

 

Fascisti «inconsapevoli»? Fascismo «elettronico»?

03/02/2014

«Grillo è un fuorilegge della democrazia», scrive oggi sul Foglio Giuliano Ferrara (Grillo è un fuorilegge della democrazia, va punito). «Grillo vuole abolire i partiti, che considera morti, se ne sente erede testamentario e si proclama tale come becchino plebiscitario, magari fosse semplicemente un populista democratico. E’ il Führerprinzip incarnato, comanda senza esserci, è monolitico e unico e assente, si sente il rilascio di una certa puzza mistica della cattiva politica di sempre».  «È il parassita malato – scrive Ferrara - delle polemiche e dei ritrovati anticasta dei ricchi e famosi che come sempre in Italia giocano allo sfascio. È  il prodotto della subordinazione dei mass media, televisioni più deboli in primis(l’increscioso caso Mentana), alla sua dittatura d’opinione, alla sua convinzione malfidata di essere nel giusto di una campagna di distruzione dell’esistente democratico , magari con false locuzioni di difesa della Costituzione (il nazismo politico ha sempre un fondo legittimista che irrora il suo spirito eversivo)».

 

Anche il presidente della Camera Laura Boldrini, ospite della trasmissione Che Tempo che Fa di Fabio Fazio su Raitre, è tornata ieri sugli incidenti in aula a Montecitorio e nelle commissioni degli ultimi giorni. Il video postato sul blog di Grillo, secondo Boldrini, era «istigazione alla violenza, basta vedere i commenti, tutti a sfondo sessista. Chi segue quel blog non vuole il confronto ma offendere e umiliare. Sono potenziali stupratori». «Tutto questo - dice ancora Boldrini - non era mai accaduto e mi fa venire in mente qualcosa di brutto, quando il Parlamento era esautorato e si cercava di bloccare la democrazia. Questo non è accettabile, sono atti eversivi, non è tollerabile, c'è un'emergenza democratica, questa cosa deve essere trattata con la massima serietà»(Boldrini da Fazio: video su blog Grillo era istigazione a violenza).

 

Anche il giornalista e scrittore Corrado Augias, intervistato da Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche ha usato parole forti per denunciare quanto accaduto negli ultimi giorni a Montecitorio. «Quello che hanno fatto in questi giorni in Parlamento è squadrismo. È squadrismo inconsapevole. Loro che sono giovani non lo sanno, ma il fascismo era così. Era anti-parlamentarista, movimentista, voleva la piazza e voleva portare la piazza in Parlamento. E molti di loro, che non sanno cosa è stato il fascismo, ripetono quegli stilemi» ( L'intervista a Corrado Augias | LA7.it - Video e notizie su programmi ...).

Anche per Alessandro Dal Lago (sociologo, già Preside della Facoltà di Scienze della Formazione all’Università di Genova), non siamo solo davanti a un caso di populismo (che spesso si tinge di reazione:come quando i due si oppongono allo ius soli, alle amnistie e all'abolizione del reato di immigrazione clandestina).  Siamo di fronte, anche se in potenza, a una vera minaccia mortale a quella cosa imperfetta che si chiama democrazia. Una sorta di «fascismo elettronico». Specie se si considera che Casaleggio e Grillo hanno inventato un movimento politico che dipende da un blog, il quale a sua volta è in mano a Grillo (con Casaleggio alle spalle). «Clic! Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica»  è il titolo dell’ultimo saggio di Alessandro Dal LagoClicca qui per ascoltare l’intervista. [Downloadsu Radio Onda d’Urto.

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