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Chissà che Putin non ci aiuti davvero....

08/04/2014

In un articolo apparso lunedì scorso su La Stampa (Ecco perché la sfida di Putin aiuta l’Europa), Marta Dassù ha svolto le stesse considerazioni che ho proposto nell'ultimo post al mio rientro da Washington. 

C'è, in primo luogo, un nuovo elemento a cui guardare: la crisi ucraina ha portato gli Stati Uniti a concentrarsi di nuovo sull'Europa. «Un ritorno americano in Europa - ha scritto Marta Dassù -, che potrà rafforzarsi se gli europei smetteranno di eludere il problema delle politiche di difesa – Obama lo ha ripetuto una ennesima volta – e se il negoziato transatlantico su commercio e investimenti, il TTIP, verrà condotto sapendo di cosa si tratta: una grande occasione politica per l’Occidente. Forse l’ultima per riuscire ancora a influenzare in modo determinante, attraverso un accordo che interessa quasi la metà del Pil mondiale, regole e principi di funzionamento dell’economia globale». 

Non è detto, ovviamente, che la Transatlantic Trade and Investment Partnership si possa siglare già nel 2014. Non mancano le difficoltà. Da un lato, gli americani sono riluttanti a compiere passi significativi prima delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Ci saranno poi le presidenziali nel 2016. E va da se che i politici americani di entrambi gli schieramenti non vogliono essere accusati di avere aperto con troppa leggerezza il mercato interno alla concorrenza europea o di aver introdotto nuovi vincoli burocratici per il business americano. Dall'altro lato, nel prossimo Parlamento europeo l'avanzata degli euroscettici (rilevata per ora dai sondaggi), potrebbe incrinare la maggioranza necessaria ad approvare l'intesa con gli Stati Uniti. Tuttavia, nonostante le difficoltà, nel 2015 potrebbe materializzarsi una possibile finestra per finalizzare l'accordo di libero scambio.

«La questione energetica, nel dopo Ucraina - aggiunge Marta Dassù -, è il secondo elemento da considerare con molta attenzione. Se c’era bisogno di una scusa per spingere gli Stati Uniti a fare cadere vecchie riserve sull’export di energia; e se ci volevano degli incentivi per convincere l’Europa a porsi finalmente il problema di una politica di sicurezza energetica degna di questo nome, scusa e incentivi oggi ci sono». Un altro fronte su cui il continente dovrà ragionare e agire presto, e di concerto, come suggeriscono gli americani.

Infine, ma non in ultimo, «l’Europa è per una volta riuscita a non dividersi troppo sulla risposta immediata alla crisi ucraina. Ma conterà – il ministro Mogherini è stata esplicita su questo punto in un recente «Dialogo di Aspen» - la visione di medio termine: che lo si voglia o no, storia, geografia, energia, economia, indicano che la Russia resterà un interlocutore strategico dell’Ue. Che rapporto intendiamo costruire con Mosca? E che aspettative abbiamo sul futuro della Russia?». 

Riepiloghiamo: «uno spazio euro-atlantico rafforzato dal TTIP; una politica energetica comune; un rapporto più coeso e maturo verso l’Est: se gli europei si muoveranno in questo senso, la risposta alla crisi ucraina potrebbe segnare il passaggio dal vecchio ordine europeo, ormai andato in frantumi, a un ordine adatto al XXI secolo».  

Ci siamo, insomma. Come continuano ad incalzarci gli Stati Uniti e la comunità internazionale (basterebbe ricordare gli interventi del direttore generale del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde), il vecchio continente non può puntare soltanto sulla somma degli sforzi nazionali e quindi sui pur necessari «compiti a casa». È il momento di tentare uno sforzo corale, altrimenti l'Europa rimarrà un fattore di rischio globale. È la posta in gioco delle prossime elezioni europee. 

 

Putin e il nuovo ordine mondiale

28/03/2014

Torno dagli Stati Uniti (dopo tre giorni a Washington interamente dedicati ad una fitta serie di incontri: dai membri del Foreign Affairs Commitee del Congresso al Department of State, dal Johns Hopkins SAIS al Democratic National Commitee, dal German Marshall Fund e Pew center al Center for American Progress, dal Fmi alla Banca Mondiale) con l’impressione che gli americani abbiano riscoperto  l’Europa. Sarà merito (si fa per dire) di Putin, saranno le imminenti elezioni europee (un assaggio lo si è avuto qualche giorno fa in Francia col trionfo della destra di Marine Le Pen), sarà il Mediterraneo in subbuglio, dalla Libia alla Siria, sarà la discussione del Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) (il nuovo accordo di libero scambio tra Europa ed America), fatto sta che, dopo tanto parlare dell’Asia e del Pacifico, l’Europa e l’Atlantico sembrano essere tornati al centro della storia.

Ovviamente, c’entra anche Putin e quello che The Economist ha chiamato The new world order, il nuovo ordine mondiale.

Proprio la settimana scorsa, in una sala riccamente decorata che rievocava il passato imperiale, Vladimir Puntin ha sentenziato che «la Crimea è sempre stata una parte inseparabile della Russia». Putin ha annesso (illegalmente) la penisola con efficienza e velocità sorprendenti, a seguito di una referendum controverso nel quale, stando ai funzionari crimeani, il 97% dei votanti avrebbe sostenuto la secessione dall’Ucraina. A suo dire, si tratta di una vittoria per l'ordine e la legalità e un colpo all’ingerenza occidentale. La realtà è che Putin è un fattore di instabilità e di conflitto.

L'atto costitutivo del suo «nuovo ordine» è stato quello di ridisegnare una frontiera usando argomenti che potrebbero essere adoperati per infiammare dispute territoriali in dozzine di posti in giro per il mondo. Anche se la maggioranza dei crimeani vogliono davvero congiungersi alla Russia, il referendum è stato una farsa. Si è parlato dell’inizio di una nuova guerra fredda con l'America. In realtà, la condotta della Russia pone una minaccia più a largo raggio, che riguarda paesi situati in qualunque luogo perché, come ha scritto The Economist, «Putin ha guidato un carro armato sopra l'ordine mondiale esistente».

Ovviamente, l'ordine mondiale post-sovietico era tutt'altro che perfetto. Il mondo «unipolare» - poco più di un decennio di supremazia incontrastata degli Stati Uniti - si è incagliato nella sabbia dell'Iraq. Da allora Obama ha cercato di costruire un approccio più collaborativo, nella convinzione che l'America può fare causa comune con altri paesi per affrontare problemi comuni ed isolare i trasgressori. Un tentativo fallito miseramente in Siria e che (forse) potrebbe funzionare con l'Iran. Resta però il fatto che sono l’influenza, il peso e il prestigio americani che mantengono le rotte marittime aperte, i confini rispettati e la legge internazionale generalmente e largamente osservata. 

Putin quest’ordine lo sta distruggendo. Ha confezionato la presa della Crimea in barba al diritto internazionale, sostenendo, ad esempio, che con la sostituzione del governo a Kiev egli non é più tenuto al rispetto del Trattato che garantisce i confini dell'Ucraina - che la Russia ha firmato nel 1994, quando l'Ucraina ha rinunciato agli ordigni nucleari. Ma il diritto internazionale si fonda sul fatto che i governi ereditano i diritti e i doveri dei loro predecessori.

Allo stesso modo, ha invocato il principio che egli deve proteggere i suoi compatrioti - vale a dire chiunque egli scelga di definire come russo - dovunque siano insediati. Contro ogni evidenza, ha negato che le truppe senza insegne che hanno preso controllo della Crimea fossero russe. Questo impasto, che mescola tutela ed inganno, è una formula per intervenire in ogni paese con una minoranza, non necessariamente una minoranza russa. Esibendo racconti fabbricati di fascisti ucraini che minacciavano la Crimea, ha aggirato il principio che l'intervento dovrebbe essere l'ultima risorsa di fronte ad autentiche sofferenze. Ha citato il bombardamento  NATO  del Kosovo del 1999 come precedente, ma quello venne dopo terribili violenze e larghi sforzi alle Nazioni Unite – che fu proprio la Russia a bloccare. E anche il Kosovo non fu, come la Crimea, annesso immediatamente, ma si separò nove anni più tardi.

Il nuovo ordine di Putin é insomma costruito sul revanscismo, una sfrontata indifferenza per la verità e una torsione del diritto in modo da favorire qualunque cosa faccia il suo gioco. In questo modo, non si costruisce nessun ordine. Sfortunatamente, non sono in molti a comprenderlo. È pieno di paesi che respingono la supremazia americana e il moralismo dell'Occidente. Ma troveranno il nuovo ordine di Putin di gran lunga peggiore. Se l'unica regola è la forza, i paesi piccoli avranno parecchio da temere, specie se dovranno confrontarsi con potenze regionali aggressive. Senza contare che un mondo anarchico e inaffidabile danneggerà anche i nuovi giganti del mondo emergente. «Se gli accordi internazionali sono privi di significato, l'India potrebbe facilmente venire risucchiata in uno scontro armato con la Cina circa l’Arunachal Pradesh o con il Pakistan sul Ladakh. Se la secessione unilaterale è accettabile, la Turchia faticherà a persuadere i suoi curdi che il futuro sta nel fare la pace. Senza contare che l'Egitto o l'Arabia Saudita vorrebbero che le ambizioni regionali dell'Iran venissero controllate e non alimentate dal principio che l’Iran può intervenire ad aiutare i musulmani sciti in giro per tutto il Medio Oriente». Così scrive The Economist.

Nel mondo di Putin la pace è sfuggente, perché ogni cosa può diventare un pretesto per l'azione, e ogni aggressione (anche solo avvertita come tale) richiede una risposta. È questo l'ordine mondiale sotto il quale vogliamo vivere? L’Occidente si prepara ad assumere misure serie contro Putin. Ma stavolta farebbero bene a meditare anche le nuove potenze emergenti del mondo.

 

 

La svolta di Renzi e «La fine del potere»

14/03/2014

«La guerra è finita», ha scritto ieri, su Il Foglio, Lanfranco Pace. «E’ vero che vivremo per un po’ con un modello istituzionale sghembo, avvitato come la scala di Escher, ma chi ha in memoria tutto quello che è successo nei quasi cinquanta anni, dalla Commissione Bozzi in poi, in cui la politica ha pensato bene di cambiare e non cambiare insieme la forma dello stato, non può che ammirare cotanto spirito di iniziativa e il cammino fatto in poche settimane».

Certo, siamo ancora ai titoli; e il governo ha meno di un mese di tempo per passare dalle presentazioni in PowerPoint agli atti, rendendo davvero possibile il taglio delle tasse. Ma al di là degli annunci roboanti, si sta diffondendo la percezione di un «movimento virtuoso». E non c’è dubbio che i provvedimenti per la crescita approvati dal Governo mercoledì, pur con qualche difetto, segnano una svolta importante. Lo hanno evidenziato l’editoriale di Pietro Ichino, responsabile del programma di SC, e l’editoriale di Giannino pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni. Lo ha rilevato anche Casini: «Dobbiamo aiutarlo. Ha una vena di follia, sembra un po’ pazzarello, ma ha anche una straordinaria capacità di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda dell’opinione pubblica».

Inoltre, è stato reso noto nei dettagli il disegno di legge di riforma costituzionale del Governo Renzi che collega giustamente in modo inscindibile bicameralismo e Titolo Quinto. Anche qui, resta qualche limite nella composizione del Senato, pur ricalibrata rispetto allo schema originario troppo spostato sui sindaci, ma, come ha scritto Stefano Ceccanti, il passo in avanti c’è e si vede. (La riforma costituzionale di Senato e Titolo V convince: il balzo in avanti c'è e si vede). Ad ogni buon conto, abbiamo depositato il testo (primo firmatario Giorgio Tonini) con la proposta riforma del Senato sul modello del Bundesrat tedesco (S. 1310 Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo e alla ripartizione delle competenze legislative tra lo Stato e le Regioni).

Ma in questi giorni di «primato della politica» soffermarsi, come ha fatto Giuseppe De Rita in un editoriale sul Corriere della Sera, anche sulle ragioni che rendono oggi il primato della politica del tutto irrealistico, male non fa. «Disporre di una adeguata potenza decisionale ed operativa – ha scritto De Rita - sta diventando per la politica un obiettivo altamente improbabile. E per tre motivi. Il primo è relativo al fatto che oggi è crollata l’identificazione fra potere della politica e potere dello Stato. Oggi assistiamo alla crisi irrevocabile della sovranità statuale e alla crescita consistente dei poteri formali e informali delle istituzioni europee, delle cancellerie internazionali, della grande finanza mondiale. Siamo un sistema sempre più eterodiretto, spesso in modo mortificante per chi lo governa. Altro che primato della politica…».

Ma c’è di più. Consiglio la lettura del libro di Moisés Naím, La fine del potere (l'ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, lo ha consigliato al vice ministro inglese Nick Clegg durante la celebrazione in ricordo di Nelson Mandela che si è tenuta a Johannesburg).Sappiamo che il potere si sta spostando: da Ovest a Est e da Nord a Sud, dai palazzi presidenziali alle piazze e al cyberspazio, dai formidabili colossi industriali alle agili start-up e, in modo lento ma inesorabile, dagli uomini alle donne. Chi oggi si trova in posizioni di potere è più vincolato, ha meno margini operativi e rischia di perdere il posto come mai prima d'ora. Il potere sta diventando più debole ed effimero: è divenuto più facile da conquistare, ma più difficile da esercitare e più semplice da perdere.

Ne La fine del potere, Moisés Naím, giornalista pluripremiato ed ex direttore di «Foreign Policy», illustra la lotta tra i grandi protagonisti un tempo dominanti e i nuovi micropoteri che li sfidano in ogni ambito dell'azione umana. Una contrapposizione, quella tra micropoteri ed establishment, che può sfociare nel rovesciamento dei tiranni o nell'eliminazione dei monopoli, ma anche condurre al caos e alla paralisi. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, nell'ambito degli affari come in quello della religione, dell'istruzione o della famiglia, in pace come in guerra: nel 1977, ottantanove paesi erano governati da autocrati, mentre oggi oltre la metà della popolazione mondiale vive in regimi democratici; nella seconda metà del 2010, i primi dieci fondi speculativi del mondo hanno registrato profitti superiori a quelli complessivi delle sei banche più importanti; gli amministratori delegati sono sottoposti a maggiori vincoli e rimangono in carica per un periodo più breve rispetto ai loro predecessori; i moderni strumenti di guerra sono più economici e accessibili, tanto che gruppi come Hezbollah possono permettersi di acquistare droni. Chi detiene il potere lo conserva erigendo imponenti barriere, ma oggi le forze rivali smantellano quelle barriere più rapidamente e facilmente che mai. Per poi scoprire, una volta conquistato il comando, la loro stessa vulnerabilità.

Come ha spiegato l’autore , «le tendenze che espongo nel libro vanno più in là della crisi economica e delle circostanze attuali. Si tratta di un più profondo cambiamento del mondo, che ha a che vedere con il fatto che gli scudi che proteggono chi ha potere, le barriere che impediscono ai rivali o ai soggetti del potere di ribellarsi, stanno diventando meno efficaci. Questo crollo delle barriere, questa minore capacità di protezione e difesa che hanno coloro che possiedono il potere è dovuta a molti fattori, che io elenco in una lunga lista e che raggruppo in tre categorie (…) Io chiamo queste categorie le “tre rivoluzioni”: la “rivoluzione del più”, la “rivoluzione della mobilità” e la “rivoluzione della mentalità”. La rivoluzione del più spiega il concetto per cui viviamo in una società in cui vi è più di tutto: ci sono più persone, e queste persone in media sono molto più giovani rispetto al passato. Sono molto più urbani: dal 2007 ad oggi per la prima volta nella storia più persone abitano in città che in un ambito rurale. Ci sono più partiti politici, più ideologie, più religioni, più aziende, più armi, più medicine, c’è più di tutto. E questo più travolge gli scudi che proteggono i potenti. Ma non solo siamo di più, ma tutto quello che c’è di più si muove maggiormente. Abbiamo il 37% in più di migranti nel mondo negli ultimi vent’anni, per non parlare del numero di turisti. Si muovono le persone, si muove il denaro, si muovono le associazioni non governative, si muovono le religioni, l’informazione, tutto si muove di più. E il potere ha bisogno di avere circoscritto il campo d’azione. Quando bisogna esercitare il potere su soggetti che si muovono, questo diventa molto più difficile, perché più alta è la possibilità di evadere. Quando la “rivoluzione del più“ e questa “rivoluzione della mobilità“ si uniscono, creano la molto più profonda “rivoluzione della mentalità“: cambi nelle aspirazioni, nelle aspettative, nei valori della gente» (Moisés Naìm, ''Oggi il potere è diventato più facile da ottenere, ). In questi anni abbiamo visto cambiamenti rivoluzionari che hanno riguardato quasi tutto ciò che facciamo o viviamo nel quotidiano. Ora siamo alla vigilia di un’ondata rivoluzionaria di innovazioni nella politica e nelle istituzioni. Anin, varin fortune.

 

 

 

 

 

Il Sindaco d'Italia, l'Attualità e la Fortuna

26/02/2014

Dài e dài, al «Sindaco d'Italia» ci siamo arrivati. Manco a dirlo, nel modo ipocrita, disordinato e confuso di casa nostra: si fa ma non si dice.

Il bello è che a lamentare oggi che il nuovo governo non è stato eletto dal popolo, sono gli stessi che non vogliono saperne di toccare la «Costituzione più bella del mondo». Peccato che la nostra Costituzione affidi la scelta del governo al Parlamento e non agli elettori.

Fatto sta che siamo passati dal «governo del presidente» al «governo del sindaco», o meglio, «dei sindaci» (Renzi, Delrio, Lanzetta, ecc.). Doveva succedere. Sono più di vent'anni che siamo usciti dal vecchio sistema parlamentare senza approdare da nessuna parte; e anche stavolta, com'è accaduto ai tempi di Tangentopoli, la rivolta (la protesta contro ciò che appare iniquo o illegittimo, la volontà di rottura é una costante nella storia italiana) si è fermata sull'uscio dei municipi, grazie alla (finora) più felice delle riforme: l'elezione diretta del sindaco del 1993. 

E non ha molto senso, dopo almeno vent'anni di banalizzazione della politica (ridotta ormai a meccanismo di intrattenimento e di distrazione), analizzare la qualità del discorso di Matteo Renzi in Parlamento e lamentare «il discorso più brutto del dopoguerra». Basterebbe ricordare i «sound bites» di Tony Blair.

Oltretutto, lunedì Renzi non si è rivolto ai senatori. Ha parlato ai telespettatori; ed ha usato i senatori come parametro negativo, contrapponendoli alla gente comune. In altre parole, ha contrapposto il Palazzo alla gente. Come si fa da anni nei talk show televisivi. 

Certo che é un luogo comune; certo che «è un po' troppo auto consolatoria l'idea di un Palazzo del potere lento e sconnesso da una società italiana raffigurata come dinamica» (Massimo Franco). Ma davvero ci si aspettava, nell'epoca della politica spettacolo, «meno narcisismo, meno ammiccamenti, più concretezza. Meno fuochi mediatici e qualche cifra più solida» (Stefano Folli)? 

Nel suo pamphlet, La civilización del espectáculo, Mario Vargas Llosa lo scrive senza mezzi termini:«En la civilización del espectáculo la política ha experimentado una banalización acaso tan pronunciada como la literatura, el cine y las artes plásticas, lo que significa que en ella la publicidad y sus enslóganes, lugares comunes, frivolidades, modas y tics, ocupan casi enteramente el quehacer antes dedicado a razones, programas, ideas y doctrinas. El político de nuestros días, si quiere conservar su popularidad, está obligado a dar una atención primordial al gesto y a la forma, que importan más que sus valores, convicciones y principios».

Ricorro alle riflessioni che il Nobel peruviano ha dedicato alla metamorfosi che la cultura (la letteratura, il cinema, l'arte, la politica, ecc.) ha subito da tempo, perché non si dica che é tutta colpa di Silvio Berlusconi (di cui Matteo Renzi sarebbe ovviamente l'erede). È la cultura del nostro tempo. Dappertutto. Basterebbe ricordare il fuoco d'artificio mediatico che ha accompagnato (nella sussiegosa Francia) l'entrata di Carla Bruni (modella e cantante) all'Eliseo come Madame Sarkozy, per non parlare dello scoop di Closer che ha ricostruito gli appuntamenti tra il presidente Françoise Hollande e Julie Gayet. 

Matteo Renzi ha formato un governo che può vantare molti record: è il governo  più giovane della storia italiana; è composto da 16 ministri e per metà da donne. Ovviamente, nel governo del Sindaco ci sono si novità e giovinezza, ma ci sono anche parecchi problemi. L'allontanamento di Enzo Moavero Milanesi, per fare un solo esempio, non mi sembra una grande mossa. Specie se si considera che ha a che fare (come la sostituzione di Emma Bonino) con un punto cruciale: i rapporti fra l'Italia e il mondo. Infatti, l'assenza nel suo discorso di ogni riferimento alla politica estera è una mancanza piuttosto grave. 

Tuttavia, tutti incrociamo le dita e speriamo che ce la faccia. Il Paese ha disperato bisogno di quelle riforme istituzionali che tutti ritengono indispensabili ma che finora è stato impossibile realizzare. È questo - la riforma di una democrazia parlamentare che non funziona più - il programma di cui c'è più bisogno. Sbaglierò, ma continuo a pensare che solo un patto esplicito (in grado di reggere perché apertamente rivendicato e argomentato) che contenga riforme istituzionali e costituzionali condivise, può restituire una prospettiva al Paese;  e che solo una riforma che tenga insieme in modo coerente nuova forma di governo e nuovo sistema elettorale può fornire un nuovo impulso per il rinnovamento dei partiti e consentire quella riorganizzazione efficace del sistema politico che tutti vogliamo.

Matteo Renzi è stato paragonato a Tony Blair per la sua determinazione a modernizzare la sinistra ed il Paese, ma non sono così sicuro che il paragone sia calzante. Dietro a Blair c'erano la sua sensibilità religiosa, l'eredità di Margaret Thatcher, una profonda revisione ideologica, il riposizionamento strategico operato con il New Labour, il cambiamento impresso al partito, il sostegno di Bill Clinton, l'apporto di Anthony Giddens, Peter Mandelson, Alastair Campbell, ecc. Dietro a Renzi non c'è niente di comparabile. Anzi, quel che manca in Italia (tanto a destra che a sinistra) è proprio la produzione, la circolazione e il dibattito delle idee nuove; la ricerca anche ideale di cornici politico-economiche per programmi (e partiti) innovativi.

Matteo Renzi è, tuttavia, spontaneamente «contemporaneo»; vive naturalmente nel tempo presente. Il che non va banalizzato. Ha scritto il filosofo ceco Vaclav Belohradsky: «Le egemonie si svuotano quando cessano di essere attuali. La parola attualità è oggi banalizzata, significa “notizia del giorno”. In realtà questa è uno dei concetti fondanti della civiltà occidentale, indica infatti la forza che rende il futuro molto diverso dal passato. Il modello di questa visione del tempo è il vangelo – la buona novella, la rivelazione che il futuro degli uomini sarà diverso dal passato, nuovo. Oggi non è la rivelazione, ma la tecno-scienza a rendere il futuro radicalmente diverso dal passato costringendo la società nel suo insieme ad adattarsi a ritmi e possibilità nuove. Ogni egemonia è legata all’attualità, alla capacità dei gruppi dirigenti di far fronte all’attualità nel senso di controllare o governare quel fattore che di volta in volta rende il futuro radicalmente diverso dal passato – pensiamo ad esempio alla new economy resa possibile dall’espansione di Internet o alle biotecnologie. Diventa “portatore di un’egemonia alternativa” quel gruppo che riesce a rappresentare l’attualità, a convincere gli elettori di saper governare la minacciosa differenza tra il passato e il futuro che costringe la maggioranza dei cittadini a ridefinire i loro progetti di vita».

Ma diciamoci la verità: Matteo Renzi piace soprattutto perché si tratta di un giocatore coraggioso e spregiudicato. E visto che l'anno scorso si sono celebrati i 500 anni della composizione originaria de «Il Principe», val la pena ricordare che il capitolo XXV del libro è dedicato alla Fortuna: «Quanto possa la Fortuna nelle cose umane, et in che modo se li abbia a resistere«.

«E' non mi è incognito come molti hanno avuto et hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate dalla fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno; e per questo, potrebbono iudicare che non fussi da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare alla sorte. Questa opinione è suta più creduta ne' nostri tempi, per la variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dí, fuora d'ogni umana coniettura. A che pensando io qualche volta, mi sono in qualche parte inclinato nella opinione loro. Non di manco, perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi.»

Nel suo libro più recente (Machiavelli, Tupac e la Principessa), Adriano Sofri non ha dubbi sul significato di quel «presso»: non «quasi» o «circa» ma «poco meno». Riconoscendo dunque la Fortuna come azionista di maggioranza.

La Fortuna, manco a dirlo, si accanisce nei punti deboli, dove non è stata preparata nessuna resistenza. Nel capitolo c’è l’immagine del fiume in piena: 

«Et assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s'adirano, allagano è piani, ruinano li arberi e li edifizii, lievono da questa parte terreno, pongono da quell'altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E, benché sieno cosí fatti, non resta però che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti, e con ripari et argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbono per uno canale, o l'impeto loro non sarebbe né si licenzioso né si dannoso. Similmente interviene della fortuna: la quale dimonstra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla. E se voi considerrete l'Italia, che è la sedia di queste variazioni e quella che ha dato loro el moto, vedrete essere una campagna sanza argini e sanza alcuno riparo: ché, s'ella fussi reparata da conveniente virtù, come la Magna, la Spagna e la Francia, o questa piena non arebbe fatte le variazioni grandi che ha, o la non ci sarebbe venuta.»

Poi c’è la fortuna dei singoli. Un principe passa dal successo alla rovina, eppure era rimasto lo stesso uomo: perché chi si affida alla propria fortuna, rovina appena il vento cambia direzione. Riesce chi ha un carattere appropriato ai tempi, e fallisce chi non è in sintonia con i tempi: 

«Ma, restringendomi più a' particulari, dico come si vede oggi questo principe felicitare, e domani ruinare, sanza averli veduto mutare natura o qualità alcuna: il che credo che nasca, prima, dalle cagioni che si sono lungamente per lo adrieto discorse, cioè che quel principe che s'appoggia tutto in sulla fortuna, rovina, come quella varia. Credo, ancora, che sia felice quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualità de' tempi; e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si discordano è tempi. Perché si vede li uomini, nelle cose che li 'nducano al fine, quale ciascuno ha innanzi, cioè glorie e ricchezze, procedervi variamente: l'uno con respetto, l'altro con impeto; l'uno per violenzia, l'altro con arte; l'uno per pazienzia, l'altro con il suo contrario: e ciascuno con questi diversi modi vi può pervenire. Vedesi ancora dua respettivi, l'uno pervenire al suo disegno, l'altro no; e similmente dua egualmente felicitare con dua diversi studii, sendo l'uno respettivo e l'altro impetuoso: il che non nasce da altro, se non dalla qualità de' tempi, che si conformano o no col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto, che dua, diversamente operando, sortiscano el medesimo effetto; e dua egualmente operando, l'uno si conduce al suo fine, e l'altro no. Da questo ancora depende la variazione del bene: perché, se uno che si governa con respetti e pazienzia, è tempi e le cose girono in modo che il governo suo sia buono, è viene felicitando; ma, se è tempi e le cose si mutano, rovina, perché non muta modo di procedere. Né si truova uomo sí prudente che si sappi accomodare a questo; sí perché non si può deviare da quello a che la natura l'inclina; sí etiam perché, avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si può persuadere partirsi da quella. E però lo uomo respettivo, quando elli è tempo di venire allo impeto, non lo sa fare; donde rovina: ché, se si mutassi di natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna.»

Il guaio è che gli uomini non sanno spogliarsi della propria inclinazione naturale come ci si cambia d’abito, e per di più stentano a convincersi che il modo di procedere che fino a ieri andava bene ora, improvvisamente, non vada più bene. Secondo Machiavelli, chi fosse capace di adeguare il proprio carattere alla variazione dei tempi e delle cose, sarebbe al sicuro dai rovesci. Ma non succede. Non si può.

Poi c’è l’ultimo periodo, il brano più famoso: 

«Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna, et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano. E però sempre, come donna, è amica de' giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano.»

Se lo augurano tutti. Per l'Italia.

 

La trasformazione del Senato: «Cet obscure objet du désir».

15/02/2014

Il Pd ha scelto «la strada meno battuta, la strada più difficile». La Smart di Renzi ha sfanalato e sorpassato il pandino di Letta e ha rottamato le ormai fragili intese. Matteo Renzi ora «prova ad aprire una pagina nuova», prova a «cambiare l’orizzonte, cambiare l’intensità, cambiare il ritmo» e a «trasformare questa legislatura in legislatura costituente».

Bene. Ci voleva. Tuttavia, far apparire le cose più semplici di quanto non siano, in realtà le complica. Come è stato detto da Mencken, «Per ogni problema umano esiste una soluzione che è semplice, chiara, e sbagliata».

Il risultato è che (da tempo) il vecchio macchinario della politica riceve continue mazzate, ma nessun serio consiglio su come ripararlo o cambiarlo in meglio. E più lo scassiamo, e meno siamo capaci di aggiustarlo.

Ho letto le indicazioni (sommarie) sulla linea che Matteo Renzi pensa di seguire per traformare l'attuale Senato in un «Senato dei sindaci» e, per quel che vale, non mi convincono. Il segretario del Pd immagina, infatti, per il nuovo Senato, «150 persone, di cui 108 sindaci di comuni capoluogo, 21 presidenti di Regione e 21 esponenti della società civile». Inoltre, il Senato non sarà elettivo e «sarà senza indennità»; gli esponenti della società civile «saranno scelti temporaneamente dal presidente della Repubblica per un mandato»; il Senato «non vota il bilancio, non dà la fiducia, ma concorre all'elezione del presidente della Repubblica e contribuisce all'elezione dei rappresentanti degli organi europei».

Devo dire che anche a dar retta all'idea di riformare il Senato facendolo diventare il luogo della competenza e del «sapere per saper fare» (una proposta del supplemento culturale Domenica del Sole 24 Ore), o alla proposta di «trentuno o trentasei nuove regioni a statuto speciale per ‘ridisegnare’ l’assetto territoriale, amministrativo e giuridico dell’Italia» (elaborata dalla Società Geografica Italiana in collaborazione con il ministero per gli Affari regionali e le Autonomie), è difficile sfuggire alla sensazione che non si sappia davvero che cosa riformare e in che modo.

Vediamo di ricapitolare.

C’era una volta il «federalismo»; la domanda, cioè, di autonomia e di riforme istituzionali. Dopo anni di mancate promesse, la credibilità del federalismo è sfumata. Ma oggi che il federalismo non gode di grandissima popolarità e sembra diventato un problema, non sarebbe male tenere a mente che, per dirla con Ilvo Diamanti, quella di nuove regole e di nuove istituzioni è una strada «imposta da emergenze e fratture» che abbiamo scelto proprio «per sanare il contrasto fra società e Stato, fra società e politica» e, soprattutto, che con la legge costituzionale n°3 del 18 ottobre 2001 è stato completamente riformato il Capo V, parte seconda della Costituzione italiana, recante norme sulle Regioni, le Province e i Comuni.

C’è chi la ritiene «la più sciagurata riforma della Costituzione mai realizzata» (si veda un punto di vista più equilibrato: Il regionalismo visto da Augusto Barbera | Diritti regionali ). Ma, comunque la si consideri, «la sgangherata riforma del  Titolo V» (così l’ha definita Barbera) voluta dal centrosinistra, al termine della legislatura, sotto il secondo governo di Giuliano Amato, e confermata dal voto popolare del referendum del 7 ottobre 2001, ha inciso in modo netto sui rapporti tra gli enti costitutivi della Repubblica e tra lo Stato, le Regioni e l’Unione europea.

La riforma è basata soprattutto sull’ampliamento dei poteri delle Regioni e sulla diminuzione di quelli statali. La qualità del federalismo è stata affidata al maggior peso specifico della legge regionale rispetto a quella statale. Il capovolgimento dei poteri previsto dall’art.117 Cost. è una novità assoluta per il nostro ordinamento, mentre il principio di sussidiarietà dell’art.118 Cost. ha recepito una regola già penetrata in legge ordinaria a Costituzione invariata e da tempo vigente nel diritto comunitario.

Che il Titolo V presenti seri difetti di funzionamento è ormai opinione condivisa. Il primo punto critico sta proprio nell’eccessiva fede riposta nel riparto per materie, non completato da una clausola flessibile di competenza statale da valorizzare in un apposito luogo di mediazione istituzionale (una camera federale, appunto). L’ordinamento e le sue leggi non si prestano infatti ad essere incasellate in apposite materie; e, in ogni caso,  la predeterminazione delle materie non può essere esaustiva e rassicurante: emergeranno materie sempre nuove e sempre nuovi saranno gli intrecci tra l’una e l’altra di esse. La linea di confine tra materie è dunque incerta per definizione. La mobilità del confine di per se non è un male, dato che gli ordinamenti federali moderni propendono per un riparto flessibile delle competenze, per «un sottile gioco di interferenze». Questa mobilità si trasforma in un problema molto difficile da risolvere quando mancano gli strumenti del coordinamento: in particolare, quando manca un ramo del Parlamento che possa assumere un ruolo di mediazione e di assorbimento dei conflitti tra Stato e autonomie (Rinvio al dibattito della XIV legislatura e ai miei interventi alla Camera: Modificazione di articoli della parte II della Costituzione Sedute del 14 settembre, 16 settembre, 21 settembre, 22 settembre 2004 )

La mancanza del luogo parlamentare di mediazione è, dunque, il secondo punto critico della riforma. Senza contare che in carenza di una stanza di compensazione istituzionale degli interessi, l’incertezza genera numerosissimi conflitti. Che sono devoluti alla Corte costituzionale, la quale si ritrova costretta a dirimere questioni che hanno un considerevole tasso di opinabilità interpretativa e di politicità. Il che non favorisce la fisiologica composizione degli interessi, ma incoraggia l’emersione del conflitto e la giurisdizionalizzaione dei rapporti tra interessi centrali e interessi del territorio. Insomma, non disponendo il Parlamento degli strumenti necessari, il luogo nel quale si sono sciolti i primi nodi si è spostato presso la Corte Costituzionale. E questa metamorfosi della politica in contenzioso giuridico ha imposto alla Corte, come ha sottolineato il suo Presidente, «un ruolo di supplenza non richiesto e non gradito».

Resta il fatto che l’attuale bicameralismo è insostenibile. Si può anche tornare indietro, si possono  fare scelte diverse dal nostro «federalismo» («alle vongole», come sempre), ma quel che non è sostenibile è il mantenimento dell’attuale bicameralismo disfunzionale.

Dunque, primo punto: si vuole mantenere l’impianto del Titolo V? Se si, allora bisogna fare una camera federale. Come? Il modello più sensato è quello del federalismo tedesco, nel quale la seconda camera, il Bundesrat, non è elettiva ma è formata da rappresentanti dei governi regionali.

Bundestag e Bundesrat, infatti, oltre ad essere espressione di due ambiti distinti di cui si compone la realtà politica federale tedesca, si fondano anche su due principi rappresentativi distinti (Rinvio all’intervento di Andrea De Petris, disponibile sul sito dell’Associazione italiana dei costituzionalisti: Bundesrat: istruzioni per l'uso - Dibattiti - AIC ).

Sintetizziamo: «Da un lato abbiamo infatti il Bundestag composto da Deputati eletti con voto “generale, diretto, libero, uguale e segreto" che sono "rappresentanti di tutto il popolo, non soggetti a direttive e subordinati solo alla loro coscienza" (Art. 38 I 1, 2 GG): esso risulta pertanto il fulcro della rappresentanza politica partitica, in quanto è appunto tramite i partiti che, in primo luogo, i cittadini tedeschi nella loro totalità sono chiamati ad esprimere le loro preferenze politiche (Art. 21 I GG). La natura della rappresentanza attuata nel Bundestag, pertanto, vede il rappresentante (il Deputato) libero da istruzioni del rappresentato (l'elettore) in quanto non rappresenta solamente una porzione di cittadini (concretamente: coloro che lo hanno materialmente eletto), ma per l'appunto il popolo nel suo complesso».

«Se invece il Bundesrat, è formato da membri dei Governi regionali, ovvero da soggetti non eletti direttamente dal popolo e che non agiscono in proprio conto ma come mezzi di espressione di una volontà non propria - ovvero quella dei Länder -, ne deriva che anche la natura della sua forma di rappresentanza deve essere differente: in questo caso il rappresentante (i componenti degli Esecutivi regionali) può esercitare legittimamente il proprio compito solamente conformandosi alle direttive che gli provengono dal rappresentato (i Länder), ovvero il mandato attribuito ai membri del Bundesrat è di tipo imperativo».

«La Legge Fondamentale precisa però che tanto i partiti (principalmente attraverso l'opera dei loro Parlamentari al Bundestag) quanto i Länder (grazie ai componenti degli Esecutivi regionali) collaborano ("mitwirken") alla realizzazione della politica tedesca a livello federale (Cfr. Art. 21 I 1 e 50 GG). "Collaborare" ovvero, etimologicamente parlando, "lavorare insieme", il che esclude qualunque posizione di preminenza di uno dei due organi, ma anche ogni ipotesi di superiorità di una forma di rappresentanza sull'altra: non è forse in questo che si sostanzia l'essenza di un ordinamento federale?»

«Pretendere dunque che le logiche della responsabilità politica debbano trovare applicazione anche nelle modalità di attuazione della funzione attribuita ai componenti del Bundesrat comporterebbe un inaccettabile stravolgimento della natura stessa del loro mandato. Non è un caso, infatti, che la seconda Camera non sia organizzata in Gruppi parlamentari come il Bundestag, e che di norma nelle sue commissioni prevalgano gli orientamenti più propriamente tecnici su quelli partitici. Ai componenti della seconda Camera spetta quindi in primo luogo il compito, costituzionale prima ancora che partitico, di tentare di raggiungere compromessi tra le differenti opinioni partitiche - legittimamente presenti nell'ambito politico regionale - onde poterne trarre una linea di indirizzo comune da presentare al Bundesrat come la posizione nella quale il Land in quanto tale possa riconoscersi».

«Dunque, il caso in esame mostra infatti chiaramente quale funzione debba rivestire l'assise senatoriale di un Parlamento nazionale in un assetto propriamente federale: non solo "Camera di riflessione" rispetto alle deliberazioni assunte nel primo ramo dell'assemblea elettiva, ma anche, e soprattutto, istanza di rappresentanza nel processo decisionale della Federazione degli enti territoriali che la compongono (indipendentemente dalla loro denominazione di "Stati" o "Regioni")».

«A contrario, si può desumere ciò che un tale organo non dovrebbe mai divenire, ovvero uno strumento sottoposto alle logiche della negoziazione tra formazioni partitiche che nei singoli "Stati" sono fautori di orientamenti politici differenti. Con ciò non si intende sostenere che le influenze e le appartenenze partitiche non debbano trovare spazio nelle dinamiche politiche esperite a livello regionale: una pretesa del genere sarebbe assolutamente illegittima, prima ancora che irrealistica. Quello che invece non può essere consentito è che la posizione degli enti statuali di una Federazione venga piegata agli interessi propri della rappresentanza partitica tout court, di per sé del tutto leciti, ma assolutamente fuori posto in un Senato federale».

Qual è il rischio? «Nell'immediato – chiarisce De Petris -, la riproposizione anche nella seconda Camera delle stesse contrapposizioni che caratterizzano la quotidianità del ramo direttamente elettivo di un Parlamento federale; in prospettiva, l'ancor più grave pericolo di uno snaturamento del Senato in un improprio strumento di opposizione alla linea politica della maggioranza parlamentare, più probabile nell'eventualità in cui l'orientamento politico prevalente nella seconda Camera risulti di segno diverso da quello rappresentato nella prima. A farne le spese sarebbe nientemeno che la duplice natura (partitica e federale) della rappresentanza parlamentare o, in parole povere, lo stesso assetto federalistico dell'organizzazione statuale». «Sarebbe bene non dimenticarlo - aggiunge -  in un ordinamento caratterizzato da un panorama partitico e da un sistema elettorale come quelli disponibili in Italia attualmente».

Dunque, vogliamo mantenere un assetto federale (e dunque far funzionare meglio) il Titolo V? Dobbiamo fare il Bundesrat o qualcosa che gli somigli molto. L’articolo 50 della Legge fondamentale recita infatti che “Per mezzo del Bundesrat i Länder concorrono alla legislazione e all’amministrazione della Federazione ed agli affari dell’Unione Europea.”  (Rinvio a due utili dossier: senato.it - Dossier n. 36/1 - Servizio Studi - 17ª legislatura Dossier n. 36/1 n. 36/1 Le Camere alte in Europa e negli Stati Uniti - Parte I: i Paesi Luglio 2013;  senato.it - Dossier n. 54 - Servizio Studi - 17ª legislatura Dossier n. 54 n. 54 Le Camere alte in Europa e negli Stati Uniti. Parte I: i Paesi. Parte II: struttura e funzioni Settembre 2013)

Abbiamo cambiato idea? Le Regioni non funzionano? Non le vogliamo più? Allora facciamo un’unica Camera e riportiamo le competenze in capo allo Stato. Ma smettiamola, come dicono a Napoli, di fare Ammuina («tutti chilli che stanno a prora vann' a poppa e chilli che stann' a poppa vann' a prora: chilli che stann' a dritta vann' a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann' a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann' ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann' bascio passann' tutti p'o stesso pertuso: chi nun tene nient' a ffà, s' aremeni a 'cca e a 'll à»).Che c’entrano gli «esponenti della società civile»? Che c’entrano i 110 sindaci (che oltretutto dovrebbero svolgere gratuitamente un impegnativo «secondo lavoro» in un organo che dovrebbe lavorare con grande intensità)? Lo so bene che il mito delle 100 città è un mito antico della politica italiana. Ma, come ha scritto Ugo De Siervo (ex presidente della Corte Costituzionale), «Un senato fatto essenzialmente da sindaci sarebbe inadeguato in modo palese a rappresentare al centro le esigenze di un serio Stato regionale».

Si è fatta strada la consapevolezza che non esiste una riforma elettorale «fast food» e che bisogna mettere mano all’assetto istituzionale e all’attuale bicameralismo disfunzionale. Era ora. (a dire il vero, lo andiamo ripetendo da tempo : Resoconto stenografico della seduta n. 093 del 08/08/2013Weblog EntryRobert Musil e la legge elettorale  ;  Weblog EntrySiamo tornati al 1991? ).Ora deve farsi strada la coscienza che la politica è tenuta a rinnovare le sue parole d’ordine (le idee, e non solo le facce) se vuole fare fronte alle sfide del futuro.

Scelta Civica per l'Europa

11/02/2014

SCELTA CIVICA PER L'EUROPA

 

 

EUROPA

Mozione approvata (con una astensione) dall’assemblea dei parlamentari di Scelta Civica il 5 febbraio 2014

Scelta Civica considera le elezioni per il Parlamento Europeo come una occasione preziosa di rilancio dell’iniziativa politica per la riforma europea dell’Italia e al tempo stesso di coinvolgimento in questa iniziativa di tutte le associazioni, i gruppi e i movimenti liberali, democratici, popolari, riformatori, che si ispirano agli ideali del liberalismo europeo.

In questo spirito Scelta Civica apre le proprie liste a esponenti di quei gruppi, associazioni e movimenti, stringendo con gli stessi un’intesa che apra la strada a uno stabile allargamento dell’organizzazione politica impegnata nel perseguimento dell’obiettivo comune, e in particolare del programma nazionale già concordato il 3 dicembre con numerose associazioni liberal-democratiche, integrato con gli obiettivi politico-programmatici che verranno perseguiti al livello europeo.

Scelta Civica concorderà con le stesse associazioni il regolamento di una consultazione diretta dei militanti ed elettori che si riconoscono negli stessi ideali e obiettivi, per la composizione delle liste elettorali. A tal fine presenterà anche un simbolo che contenga quello di Scelta Civica, iscritto in un campo che rechi anche un’espressione idonea a rappresentare questa intesa.

Roma, 5 febbraio 2014

 

Fascisti «inconsapevoli»? Fascismo «elettronico»?

03/02/2014

«Grillo è un fuorilegge della democrazia», scrive oggi sul Foglio Giuliano Ferrara (Grillo è un fuorilegge della democrazia, va punito). «Grillo vuole abolire i partiti, che considera morti, se ne sente erede testamentario e si proclama tale come becchino plebiscitario, magari fosse semplicemente un populista democratico. E’ il Führerprinzip incarnato, comanda senza esserci, è monolitico e unico e assente, si sente il rilascio di una certa puzza mistica della cattiva politica di sempre».  «È il parassita malato – scrive Ferrara - delle polemiche e dei ritrovati anticasta dei ricchi e famosi che come sempre in Italia giocano allo sfascio. È  il prodotto della subordinazione dei mass media, televisioni più deboli in primis(l’increscioso caso Mentana), alla sua dittatura d’opinione, alla sua convinzione malfidata di essere nel giusto di una campagna di distruzione dell’esistente democratico , magari con false locuzioni di difesa della Costituzione (il nazismo politico ha sempre un fondo legittimista che irrora il suo spirito eversivo)».

 

Anche il presidente della Camera Laura Boldrini, ospite della trasmissione Che Tempo che Fa di Fabio Fazio su Raitre, è tornata ieri sugli incidenti in aula a Montecitorio e nelle commissioni degli ultimi giorni. Il video postato sul blog di Grillo, secondo Boldrini, era «istigazione alla violenza, basta vedere i commenti, tutti a sfondo sessista. Chi segue quel blog non vuole il confronto ma offendere e umiliare. Sono potenziali stupratori». «Tutto questo - dice ancora Boldrini - non era mai accaduto e mi fa venire in mente qualcosa di brutto, quando il Parlamento era esautorato e si cercava di bloccare la democrazia. Questo non è accettabile, sono atti eversivi, non è tollerabile, c'è un'emergenza democratica, questa cosa deve essere trattata con la massima serietà»(Boldrini da Fazio: video su blog Grillo era istigazione a violenza).

 

Anche il giornalista e scrittore Corrado Augias, intervistato da Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche ha usato parole forti per denunciare quanto accaduto negli ultimi giorni a Montecitorio. «Quello che hanno fatto in questi giorni in Parlamento è squadrismo. È squadrismo inconsapevole. Loro che sono giovani non lo sanno, ma il fascismo era così. Era anti-parlamentarista, movimentista, voleva la piazza e voleva portare la piazza in Parlamento. E molti di loro, che non sanno cosa è stato il fascismo, ripetono quegli stilemi» ( L'intervista a Corrado Augias | LA7.it - Video e notizie su programmi ...).

Anche per Alessandro Dal Lago (sociologo, già Preside della Facoltà di Scienze della Formazione all’Università di Genova), non siamo solo davanti a un caso di populismo (che spesso si tinge di reazione:come quando i due si oppongono allo ius soli, alle amnistie e all'abolizione del reato di immigrazione clandestina).  Siamo di fronte, anche se in potenza, a una vera minaccia mortale a quella cosa imperfetta che si chiama democrazia. Una sorta di «fascismo elettronico». Specie se si considera che Casaleggio e Grillo hanno inventato un movimento politico che dipende da un blog, il quale a sua volta è in mano a Grillo (con Casaleggio alle spalle). «Clic! Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica»  è il titolo dell’ultimo saggio di Alessandro Dal LagoClicca qui per ascoltare l’intervista. [Downloadsu Radio Onda d’Urto.

Legge elettorale: la Costituzione non c'entra nulla...

27/01/2014

«È politicamente comprensibile – scrive oggi Stefano Ceccanti su L’Huffingotn Post - che alcuni costituzionalisti, oltre ad altre personalità di altre discipline giuridiche e ad altri intellettuali - a partire da un nucleo duro ben riconoscibile dell'estrema sinistra - che risultarono sconfitti dalle sentenze dei primi anni '90 sui referendum elettorali, quelle che spianarono la strada alla democrazia maggioritaria, vogliano oggi prendersi una rivincita». E aggiunge: «Si tratta con tutta chiarezza di una battaglia politica, in senso lato di politica istituzionale, contro i sistemi selettivi e contro il Pd, di fatto a favore delle grandi coalizioni fino a Berlusconi compreso anche nella prossima legislatura, che però non ha strettamente a che fare con la Costituzione. Chi ci crede fa bene a mobilitarsi in quella chiave, ma è pura lotta politica, non altro. È importante svelare questo equivoco: si fa una battaglia sulle regole ma l'obiettivo è politico non costituzionale». Sottoscrivo e rinvio all’articolo di Stefano:

Chi non condivide politicamente l'Italicum ed è contro il Pd eviti di utilizzare la Costituzione

 

I Tea Party europei

18/01/2014

L’Economist ha dedicato il primo numero di gennaio ai Tea Party europei. Secondo il magazine questi partiti in rivolta dovrebbero ottenere il risultato più alto dalla seconda Guerra mondiale: «Insurgent parties are likely to do better in 2014 than at any time since the second world war». Non per caso, in vista delle elezioni europee, anche la Lega Nord, che oggi langue attorno alla soglia del 4 per cento, ha scelto di agganciarsi al carro di Marine Le Pen e di Geert Wilders.

Ovviamente, gli «Europe’s Tea Parties» sono molto diversi dal Tea Party americano. Le Pen vede lo stato nazionale centrale come la soluzione a tutti i mali e Wilders è pronto ad ampliare all’infinito la spesa pubblica per difendere i pensionati olandesi. Ciò che li unisce è la «sovranità nazionale» e una politica di immigrazione «giusta».

Insomma, come scrive il magazine britannico, «Whereas the Tea Party’s factions operate within one of America’s mainstream parties, and have roots in a venerable tradition of small-government conservatism, their counterparts in Europe are small, rebellious outfits, some from the far right. The Europeans are even more diverse than the Americans. Norway’s Progress Party is a world away from Hungary’s thuggish Jobbik. Nigel Farage and the saloon-bar bores of the United Kingdom Independence Party (UKIP) look askance at Marine Le Pen and her Front National (FN) across the Channel».

Che cosa li accomuna, allora, al Tea party? Prosegue l’Economist: «But there are common threads linking the European insurgents and the Tea Party. They are angry people, harking back to simpler times. They worry about immigration. They spring from the squeezed middle—people who feel that the elite at the top and the scroungers at the bottom are prospering at the expense of ordinary working people. And they believe the centre of power—Washington or Brussels—is bulging with bureaucrats hatching schemes to run people’s lives».

Il periodico inglese non nasconde la propria simpatia nei confronti dei Tea Party. «This newspaper is sympathetic to the Tea Parties’ insight that the modern state often seems designed to look after itself, rather than the citizens it is supposed to serve». Ed è vero che la Ue non ha una risposta adeguata al fatto che manca di legittimità – una minaccia che grava sull’euro. Ma gli «insurgents» vanno molto più in là, perfino per il settimanale. «When Geert Wilders, leader of the PVV, calls the Koran “a fascist book” and Islam “a totalitarian religion”, he is endorsing intolerance. When Ms Le Pen demands protection for French firms from foreign competition, she is threatening to impoverish her compatriots. When UKIP promises British people prosperity outside the European Union, but within a free-trade zone of its own devising, it is peddling an illusion. Increasing inequality and growing immigration are the corollary of technological progress and economic freedoms that most people would not willingly give up. Such details do not detain Ms Le Pen who, with the swagger of a politician on the rise, predicts that she will be in the Elysée within a decade. That is highly unlikely, partly because national elections are less susceptible to protest votes than European elections are, and partly because as they get closer to power almost all Europe’s Tea Parties are likely to reveal themselves as incompetent and factional. Yet the insurgents do not need victory to set the agenda or to put up barriers to reforms. That is why Europeans need to see them off». La campagna elettorale per le europee è cominciata.

La sfida principale del nostro tempo. Parola di Obama.

08/01/2014

La diseguaglianza non è una novità. A volte ha nutrito rivoluzioni violente, mentre in altre occasioni è stata semplicemente accettata come un fatto della vita. Negli ultimi anni, comunque, le crisi economiche negli Stati Uniti e in Europa, e le dolorose politiche di austerity che ne sono derivate, hanno reso il mondo più consapevole dell’estensione a cui è giunto il divario tra ricchi e poveri. E come conseguenza gli appelli per combattere la disuguaglianza sono diventati molto più frequenti. 

Papa Francesco ha ammaliato il mondo con un messaggio di giustizia sociale e di tolleranza ed è diventato una presenza nel dibattito politico di Washington: "Pope's words on inequality stike a chord in Congress", scrive l'International New York Times. Il presidente Obama ha definito la disuguaglianza la «sfida principale del nostro tempo» e politici, giornalisti, scienziati sociali e perfino imprenditori, ora richiamano abitualmente l’attenzione sulle crescenti disparità nei guadagni e nella ricchezza. E sempre più, governi, istituzioni e cittadini cercano di ribaltare la tendenza. 

E’ una buona notizia. Ma la sfida sarà quella di combattere contro la diseguaglianza senza dare potere ai demagoghi che sostengono politiche che potrebbero finire per aggravarla. L’America latina e l’Africa sono piene di esempi di leader populisti che, alla fine, hanno dato una spinta ancor maggiore alla diseguaglianza imponendo politiche economiche che hanno soffocato gli investimenti, distrutto i posti di lavoro, accresciuto l’inflazione e nutrito una oligarchia che ha prosperato sul clientelismo.

 

Felice Anno Nuovo

26/12/2013

Un altro anno è passato. Silvio Berlusconi è uscito di scena (forse), Matteo Renzi si è preso il Pd (forse). Angela Merkel è stata rieletta. Nelson Mandela e Hugo Chavez sono passati a miglior vita. La gente è scesa in piazza a Kiev, Bangkok, Cairo e Khartoum. La Cina ha eletto un nuovo leader e ne ha imprigionato un altro.

Anche quest'anno, manco a dirlo, l'attenzione dei media di casa nostra si è concentrata soprattutto su Silvio Berlusconi e sulla sua espulsione dal Senato. Eppure, l'ascesa al potere di Xi Jinping in Cina e quel che accade a Beijing (proprio negli stessi giorni, al Terzo Plenum del Partito Comunista, i dirigenti cinesi hanno presentato le principali riforme economiche) avrà un impatto enormemente più grande sulla vita degli italiani dei guai dell’ex premier e delle sue relazioni col potere e, inevitabilmente, con le donne. Ma quel che accade in Cina o nel «resto del mondo» sembra essere, sempre di più, solo un blip sul radar di molti italiani. E, purtroppo, «il resto» include l’Europa.

Tuttavia, alcuni degli avvenimenti di quest'anno (le manifestazioni di piazza contro il governo a Istanbul e a San Paolo non hanno ovviamente lo stesso impatto di quelle del Cairo dove un presidente democraticamente eletto è stato deposto; un disgelo nelle relazioni tra Washington e Tehran cambierà necessariamente il mondo più dei massacri in Siria, ecc.) avranno conseguenze di lunga durata.

Pochi sviluppi, ad esempio, sono destinati a ridisegnare il paesaggio geopolitico del mondo quanto il boom attuale nella produzione di energia del Nord America; e la decisione del Messico di porre fine al monopolio statale sul petrolio durato 75 anni e permettere alle compagnie straniere di investire nel proprio settore petrolifero e del gas non potrà che accelerare questa tendenza. Secondo un rapporto della International Energy Agency (IEA) del 2013, la produzione di petrolio del Nord America aumenterà di circa 4 milioni di barili al giorno dal 2012 al 2018: il che corrisponde a più della metà dell'aumento previsto per i paesi non OPEC. In parallelo, le importazioni di  petrolio in Nord America diminuiranno da circa 6 milioni di barili al giorno nel 2012 a circa 3,5 milioni di barili al giorno nel 2018, mentre si intensificheranno le spedizioni intercontinentali di gas e petrolio.

La IEA definisce questi cambiamenti «rivoluzionari», e non ha torto. Diminuirà la dipendenza degli Stati Uniti dagli esportatori del Medio Oriente e, con essa, il peso di quella regione negli affari mondiali. La IEA stima che la capacità produttiva petrolifera globale crescerà a 120 milioni di barili al giorno entro il 2017, un volume ben oltre la domanda prevista di 96 milioni di barili al giorno. Un tale eccesso di produzione farà scendere i prezzi nel medio termine e assesterà un colpo all’economia (fondata sul petrolio) della Russia e alla sua influenza politica e al suo prestigio. Un analista come Nikolas Gvosdev sostiene che la ritrovata capacità energetica dell'America significa che «una robusta presenza militare americana all’estero non sarà più vista come vitale per la prosperità in casa propria…». E aggiunge:«The Carter Doctrine and the Reagan Corollary, which commit the United States to defend the countries of the Persian Gulf against outside aggression and internal subversion because this region and its energy resources are deemed invaluable to U.S. interests, [could] go the way of other now-irrelevant U.S. foreign policy doctrines». Il che ovviamente influenzerà il mondo intero.

Gli Usa hanno rivestito storicamente un ruolo globale senza precedenti, funzionando, di fatto, come una sorta di governo del mondo. Ciò potrebbe significare che il mondo avrà meno governo. Probabilmente, una agenda internazionale più modesta aiuterà gli Stati Uniti a commettere qualche errore di meno (come la disastrosa occupazione dell'Iraq), ma comporterà anche il venir meno di alcuni dei servizi internazionali forniti dagli Usa nei due decenni post-guerra fredda. E probabilmente ci costringerà a chiederci (una volta tanto, obbligatoriamente, come europei) come fare per assicurare quelle politiche di cui abbiamo finora beneficiato. E quando torna a casa e accende la luce, ciascuno di noi forse dovrà cominciare a chiedersi da dove viene e cosa dobbiamo fare ogni giorno per garantire che continuai a funzionare. Felice anno nuovo.

Contratto di ricollocazione: una vittoria di Scelta Civica sul lavoro

20/12/2013

 

Stefania Giannini ha salutato con entusiasmo la «battaglia politica vinta da Scelta Civica sul lavoro» con l'approvazione del «contratto di ricollocazione», il nuovo strumento introdotto nel nostro ordinamento dalla legge di stabilità. Molto positiva anche la valutazione di Pietro Ichino, «padre» di questo provvedimento: «Si è rotto un muro: per la prima volta si accetta di rendere contendibile una funzione pubblica importantissima, come quella del ricollocamento di chi ha perso il lavoro. Significa molto perché fino ad oggi decine di migliaia di posti di lavoro erano vuoti in ogni Regione per la mancanza di connessione tra le parti». «Più verrà sperimentato - assicura il senatore di Scelta Civica - meno costerà allo Stato, anzi produrrà risparmi. Il meccanismo fa spendere meno che mettere i lavoratori in 'freezer', come siamo soliti fare con lunghi anni di Cassa integrazione». Cos'è il contratto di ricollocazione? La sintesi in una scheda:

(In calce alla scheda il testo dell’emendamento del Relatore alla legge di stabilità approvato, frutto di un compromesso tra i partiti della maggioranza - Per il testo dell’emendamento originario e il resoconto della relativa vicenda v. Storia di un emendamento)

IL NUOVO STRUMENTO INTRODOTTO NEL NOSTRO ORDINAMENTO DALLA LEGGE DI STABILITÀ:

IN CHE COSA CONSISTE 

È uno strumento, modellato sulle migliori esperienze nord-europee, mirato a collegare strettamente tra loro le politiche passive del lavoro (sostegno del reddito ai disoccupati) con le politiche attive (inserimento nel tessuto produttivo)

COME FUNZIONA

Il Centro per l’Impiego  individua il grado di employability  (cioè collocabilità) della persona che non trova da sola un’occupazione e la informa compiutamente sui contenuti del contratto

La persona può scegliere l’agenzia di outplacement di cui avvalersi, tra quelle accreditate dalla Regione, che verrà retribuita con il voucher regionale proporzionato alla difficoltà di reinserimento nel tessuto produttivo

Il voucher è pagabile solo a seguito del successful placing, cioè quando la persona interessata abbia ottenuto un lavoro che sia durato almeno sei mesi 

Il contratto di ricollocazione sancisce gli obblighi della persona e attribuisce al tutor (il job advisor designato dall’agenzia) un potere di controllo …

… e di denuncia dell’eventuale rifiuto ingiustificato di un lavoro (o dell’attività necessaria per trovarlo) da parte della persona interessata, con conseguente riduzione o interruzione del trattamento di disoccupazione

In caso di dissenso tra tutor e lavoratore, decide un arbitro scelto di comune accordo dai sindacati maggiormente rappresentativi e l’associazione delle agenzie di outplacement accreditate

L’ESPERIMENTO REGIONALE OGGI POSSIBILE

È sufficiente una Delibera della Giunta Regionale ben fatta che preveda

  • l’accreditamento delle agenzie di outplacement migliori
  • un sistema di voucher che generi concorrenza tra loro
  • il “contratto di ricollocazione” come metodo di gestione
  • e l’attivazione di una seria condizionalità del sostegno del reddito fondata sul controllo esercitato dal tutor

IL TESTO DELL’EMENDAMENTO AGGIUNTIVO ALL’ARTICOLO UNICO DELLA LEGGE LEGGE DI STABILITÀ 2014

132-bis. – Al fine di favorire il reinserimento lavorativo dei fruitori di ammortizzatori sociali anche in regime di deroga e di lavoratori in stato di disoccupazione involontaria ai sensi dell’articolo 1, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 21 aprile 2000, n. 181, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e’ istituito il Fondo per le politiche attive del lavoro, con una dotazione iniziale pari a 15 milioni di euro nel 2014, a 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2015 e 2016. Con successivo decreto di natura non regolamentare del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, da emanarsi entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sentita la Conferenza Stato-Regioni, vengono stabilite le iniziative, anche sperimentali, finanziabili a valere sul Fondo di cui al primo periodo e volte a potenziare le politiche attive del lavoro, tra le quali può essere annoverata ai fini del finanziamento statale anche la sperimentazione regionale del contratto di ricollocazione, sostenuti da programmi formativi specifici.

 

Contratto di ricollocazione: una vittoria di Scelta Civica sul lavoro

20/12/2013

 

Stefania Giannini ha salutato con entusiasmo la «battaglia politica vinta da Scelta Civica sul lavoro» con l'approvazione del «contratto di ricollocazione», il nuovo strumento introdotto nel nostro ordinamento dalla legge di stabilità. Molto positiva anche la valutazione di Pietro Ichino, «padre» di questo provvedimento: «Si è rotto un muro: per la prima volta si accetta di rendere contendibile una funzione pubblica importantissima, come quella del ricollocamento di chi ha perso il lavoro. Significa molto perché fino ad oggi decine di migliaia di posti di lavoro erano vuoti in ogni Regione per la mancanza di connessione tra le parti». «Più verrà sperimentato - assicura il senatore di Scelta Civica - meno costerà allo Stato, anzi produrrà risparmi. Il meccanismo fa spendere meno che mettere i lavoratori in 'freezer', come siamo soliti fare con lunghi anni di Cassa integrazione». Cos'è il contratto di ricollocazione? La sintesi in una scheda:

IL NUOVO STRUMENTO INTRODOTTO NEL NOSTRO ORDINAMENTO DALLA LEGGE DI STABILITÀ

Scheda tecnica per la conferenza-stampa indetta dal Gruppo di Scelta Civica alla Camera, 17 dicembre 2013 – In calce alla scheda il testo dell’emendamento del Relatore alla legge di stabilità approvato oggi, frutto di un compromesso tra i partiti della maggioranza - Per il testo dell’emendamento originario e il resoconto della relativa vicenda v. Storia di un emendamento.

IN CHE COSA CONSISTE

È uno strumento, modellato sulle migliori esperienze nord-europee, mirato a collegare strettamente tra loro le politiche passive del lavoro (sostegno del reddito ai disoccupati) con le politiche attive (inserimento nel tessuto produttivo)

COME FUNZIONA

Il Centro per l’Impiego  individua il grado di employability  (cioè collocabilità) della persona che non trova da sola un’occupazione e la informa compiutamente sui contenuti del contratto

La persona può scegliere l’agenzia di outplacement di cui avvalersi, tra quelle accreditate dalla Regione, che verrà retribuita con il voucher regionale proporzionato alla difficoltà di reinserimento nel tessuto produttivo

Il voucher è pagabile solo a seguito del successful placing, cioè quando la persona interessata abbia ottenuto un lavoro che sia durato almeno sei mesi 

Il contratto di ricollocazione sancisce gli obblighi della persona e attribuisce al tutor (il job advisor designato dall’agenzia) un potere di controllo …

… e di denuncia dell’eventuale rifiuto ingiustificato di un lavoro (o dell’attività necessaria per trovarlo) da parte della persona interessata, con conseguente riduzione o interruzione del trattamento di disoccupazione

In caso di dissenso tra tutor e lavoratore, decide un arbitro scelto di comune accordo dai sindacati maggiormente rappresentativi e l’associazione delle agenzie di outplacement accreditate

L’ESPERIMENTO REGIONALE OGGI POSSIBILE

È sufficiente una Delibera della Giunta Regionale ben fatta che preveda

  • l’accreditamento delle agenzie di outplacement migliori
  • un sistema di voucher che generi concorrenza tra loro
  • il “contratto di ricollocazione” come metodo di gestione
  • e l’attivazione di una seria condizionalità del sostegno del reddito fondata sul controllo esercitato dal tutor

IL TESTO DELL’EMENDAMENTO AGGIUNTIVO ALL’ARTICOLO UNICO DELLA LEGGE LEGGE DI STABILITÀ 2014

132-bis. – Al fine di favorire il reinserimento lavorativo dei fruitori di ammortizzatori sociali anche in regime di deroga e di lavoratori in stato di disoccupazione involontaria ai sensi dell’articolo 1, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 21 aprile 2000, n. 181, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e’ istituito il Fondo per le politiche attive del lavoro, con una dotazione iniziale pari a 15 milioni di euro nel 2014, a 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2015 e 2016. Con successivo decreto di natura non regolamentare del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, da emanarsi entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sentita la Conferenza Stato-Regioni, vengono stabilite le iniziative, anche sperimentali, finanziabili a valere sul Fondo di cui al primo periodo e volte a potenziare le politiche attive del lavoro, tra le quali può essere annoverata ai fini del finanziamento statale anche la sperimentazione regionale del contratto di ricollocazione, sostenuti da programmi formativi specifici.

 

Coraggio, Matteo!

11/12/2013

 

Matteo Renzi ha vinto e si è preso il Pd, asfaltando la vecchia «ditta».

Solo un anno fa, a sostenerlo eravamo in quattro gatti (Perché voto Renzi, l’unica alternativa possibile a questa sinistra fallimentare , Il Foglio, 2 novembre 2012). Solo un anno fa, per dirla con Annalena Benini, votare Matteo Renzi alle primarie del Partito democratico «fu come votare un Ufo con le luci verdi lampeggianti, nell'ipotesi più gentile, o come tentare con l'inganno di distruggere la sinistra italiana per conto di Silvio Berlusconi, nell'interpretazione più diffusa» (E' vivo e non ha perso, questa è la novità). Solo un anno fa, gli stessi giornali riservavano gli stessi aggettivi altisonanti e retorici che oggi dedicano a Renzi, al suo rivale di allora, lo smacchiatore di giaguari.

Oggi il sindaco d'Italia piace a tutti. Oggi tutti lo vogliono, tutti lo chiedono: «donne, ragazzi, vecchi, fanciulli». Come Figaro (IL SALTO DI MASSA SUL CARRO DI RENZI, Il Gazzettino, 19 settembre 2013). Secondo il Guardian, (Italy: rise of young mayor signals the end of 'grey power') la vittoria di Renzi rappresenta«the end of grey power» e non c'è dubbio che la forza di Renzi sia questa: la speranza di veder sparire i Bersani, le Rosy Bindi, i D'Alema. Ma il popolo del Pd èandato anche a votare il  «candidato-che-vince». Lo segue perché gli elettori di sinistra e di centrosinistra («che prima lo guardavano con ribrezzo e sospetto insieme» come ricorda Benini) vorrebbero vincere le prossime elezioni; lo segue, insomma, perché sembra il candidato vincente, non perché condivide le sue idee. E il fatto che Matteo Renzi sia il quinto segretario del Pd in cinque anni, qualcosa vorrà dire.

A dire la verità, non credo che il Pd sia davvero riformabile, con o senza Renzi. Per due solide ragioni contro le quali abbiamo sbattuto la testa moltissime volte: la cultura del gruppo dirigente e gli interessi materiali di una vasta parte del partito e dei gruppi sociali che ad esso fanno riferimento. Nel 2008 Veltroni diceva più o meno le stesse cose che Renzi dice oggi. Vinse le primarie e perse le elezioni con oltre il 33% (un risultato che oggi farebbe gola a qualsiasi partito europeo). Anziché convocare il congresso e dare battaglia, si lasciò intrappolare dai caminetti e finì per gettare la spugna. Certo, ci mise del suo (pesò il suo passato, la «ditta»il tabù dell'unità del partito, ecc.), ma quel fallimento e quella «fuga» (un errore strategico che fece perdere al Pd e al Paese almeno cinque anni) la dicono lunghissima sui nodi che Renzi dovrà sciogliere in fretta.

Ha, tuttavia, ragione Giuliano Ferrara: per la delusione c'è tempo. Renzi «deve muovere politica e società, ora immobili, e "non lasciare cosa niuna intatta". E vogliamo fare gli schizzinosi?». Mi ha scritto una giovane elettrice (che alle elezioni ha votato Monti e domenica scorsa è andata a votare Renzi):«sarà una delusione come Monti», ma «la sua investitura dà un po' di ottimismo al paese e di questo c'è tanto bisogno. Siamo stufi di sentire che va male e andrà pure peggio». Coraggio, allora. Pietro Ichino ha indirizzato lettera aperta al neo-segretario del PD nella quale spiega perché (lo documenta in sei punti) questo partito è stato ultimamente il più conservatore tra i partiti italiani. Trasformare il Pd da freno a mano tirato in motore delle riforme è indispensabile; ma non sarà una passeggiata. Se poi vuole riuscire a fare anche tutto il resto, è essenziale che il neo-segretario metta al primo posto la riforma istituzionale. «Nonostante le voci malevole - scrive Stefano Folli sul Sole 24 Ore - Renzi e Letta hanno tutto l'interesse a marciare in sintonia fra loro e per il tempo necessario per fare le riforme. Che vanno portate a termine perché riavvicinano i cittadini alle istituzioni»«Ci sarà tanto da fare - conclude Folli - per restituire dignità al termine 'riformista'»As usual.

 

 

 

 

Siamo tornati al 1991?

06/12/2013

La Consulta ha bocciato il Porcellum ritenendolo incostituzionale. Ma secondo il politologo Roberto D'Alimonte, intervistato a «Effetto Notte», in questo modo i giudici hanno reintrodotto il sistema proporzionale, che rischia di gettare il Paese, «già così frammentato, nell'ingovernabilità più totale». La Corte aveva la possibilità di reintrodurre il Mattarellum, ma ha deciso per il proporzionale. Una decisione grave, dice D'Alimonte, che riporta alla Prima Repubblica. Un sistema, questo, «che verrà difeso da tutti quelli che in Parlamento sono a favore del proporzionale» (Porcellum bocciato: che cosa succede ora).

«Siamo tornati al 1991... (Proporzionale e una preferenza)», ha scritto infatti in un tweet il professor Giovanni Guzzetta, aggiungendo «Se ci sforziamo un po' forse riusciamo a reintrodurre anche le tre preferenze....».

Stefano Ceccanti giudica «molto ardita, poi, specie sul piano comparatistico la sentenza additiva che impone la preferenza sulle liste bloccate (certo criticabili sul piano politico e anomale per la loro ampiezza) , quando nessuna Corte dei numerosi Paesi dove si praticano le liste bloccate, a cominciare dalla Spagna e dall'Inghilterra (per le elezioni europee anche la Francia) è mai andata in una tale direzione». «Una sentenza – aggiunge - che essendo additiva è particolarmente invasiva delle prerogative parlamentari perché emenda direttamente la legge. Mi sembra di capire, dal testo del comunicato, che sia un'additiva semplice, che intenda direttamente aggiungere le norme nella legge, ma se anche fosse un'additiva di principio (con la necessità di un intervento vincolato del Parlamento) poco cambierebbe» (Consulta boccia il Porcellum, una sentenza dagli effetti preoccupanti).

Ovviamente, come osserva anche il professor Andrea Morrone, «una legge elettorale proporzionale con preferenza unica, ritenuta conseguenza costituzionalmente lineare della eliminazione del porcellum, peserà come un macigno sulla pure riconosciuta (era necessario ripetere una simile ovvietà?) libertà politica del Parlamento in questa materia»(Il miracolo costituzionale ).

«Ovviamente le conseguenze politiche (ingovernabilità e necessità di larghissime coalizioni eterogenee permanenti, microframmentazione dovuta alle preferenze con gli eletti poi inseguiti dalle procure sulla base tra l'altro dell'amplissimo reato di "traffico di influenze" inserito dalla legge Severino) non si possono caricare sulla Corte – sottolinea ancora Ceccanti - ma su coloro che in Parlamento, con tutta probabilità cercheranno di impedire una riforma in una direzione più razionale utilizzando il loro potere di veto». Ma batterli non sarà facile. Per niente.

«Lo spettacolo a cui stiamo assistendo in questi giorni in Italia, è l'ennesima riprova che senza una modifica radicale dell'impianto costituzionale, il nostro Paese è destinato ancora a vivere nell'incertezza istituzionale, che è terreno fertile per le speculazioni e per la crisi». Lo aveva detto qualche tempo fa proprio il professor Giovanni Guzzetta, presidente del Comitato «Scegliamoci la Repubblica», intervenendo a Palermo, presso la «Sala Rossa» dell'Assemblea regionale siciliana, per presentare la Proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per l'elezione popolare diretta del capo dello Stato sul modello francese, l'eliminazione del bicameralismo, la riduzione dei parlamentari e la riforma della legge elettorale in senso uninominale a doppio turno, per la quale è in corso una campagna nazionale di raccolta firme dal significativo titolo «Eleggiamoci il Presidente».

Sbaglierò, ma resto dell’opinione che solo una riforma della seconda parte della Costituzione italiana, con l’introduzione di una forma di governo «semi-presidenziale», unitamente ad una nuova legge elettorale di tipo maggioritario a doppio turno di collegio, potrebbe rilegittimare, rafforzandole, le istituzioni repubblicane agli occhi dei cittadini e della comunità internazionale.

 

Robert Musil e la legge elettorale

24/11/2013

Robert Musil e la legge elettorale

24/11/2013

 

Lunedì 2 dicembre è convocata la Commissione affari costituzionali per votare sugli ordini del giorno in materia elettorale. Alla vigilia dell'imminente intervento della Consulta, non si fa che parlare di riforma elettorale, o meglio, di una clausola di salvaguardia, cioè di una legge elettorale pro-tempore, una sorta di normativa di emergenza che in caso di crisi improvvisa di governo consenta di tornare alle urne. Vediamo come stanno davvero le cose.

La riforma «fast food». Naturalmente, sarebbe bello cambiare rapidamente la legge elettorale per poi tornare altrettanto rapidamente a elezioni decisive (cioè con un vincitore chiaro), peccato che non sia possibile e che quella di una riforma elettorale risolutiva e immediatamente operativa sia un’illusione. Lo abbiamo detto e scritto in parecchi (rimando al mio intervento al Senato: Resoconto stenografico della seduta n. 093 del 08/08/2013 e agli articoli di Stefano Ceccanti: L'illusione della riforma elettorale fast food e Ma bisogna anche cambiare la Costituzione)  . Lo ha scritto ieri anche Luciano Pellicani:«Quale legge elettorale potrà mai impedire la paralisi istituzionale, se, per la formazione di un governo, occorre la fiducia di due Assemblee elette con criteri diversi? L’articolo 57 della Costituzione dispone che, per il Senato, i seggi vanno assegnati “a base regionale”. A ciò si deve aggiungere che il corpo elettorale delle due Assemblee è differenziato in base all’età: mentre i deputati sono eletti “dagli elettori che hanno superato i 18 anni di età, il costituente ha ritenuto di dover stabilire che i senatori sono eletti “dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età” (art. 58). Stando così le cose, non è certo sorprendente che possa prodursi il fenomeno della doppia maggioranza, con l’inevitabile conseguenza che sia impossibile formare un governo. Il difetto sta nel bicameralismo “strabico”, non già nella legge elettorale. Prova ne sia che, se non fosse stata necessaria la doppia fiducia, noi oggi avremmo – grazie al vituperato porcellum – una omogenea maggioranza di governo alla Camera» (L’Italia ingolfata? Non è colpa del porcellum, ma di chi rifiuta il decisionismo, Il Foglio).

Respinto il doppio turno. La Commissione nella seduta del 12 novembre scorso ha respinto il doppio turno, non ha accolto l’ordine del giorno (G/356-396-406-432-559-661-674-685-1017-1029/1/1 ) che (ricalcando, in buona sostanza, la proposta di Scelta Civica (Metà dei seggi assegnati con il maggioritario, metà con il proporzionale. Ballottaggio per il premio di maggioranza), assumeva l’indirizzo di «definire un dispositivo elettorale che, nella ricerca della maggiore probabilità di assicurare, all'esito delle elezioni, una maggioranza certa, stabile e coerente nelle due Camere, preveda un premio di maggioranza, in misura corrispondente a un risultato totale, in ogni caso, di 340 seggi per la Camera e di 170 per il Senato, da attribuire - per ciascuna Camera - in prima istanza alla lista o alla coalizione di liste che ottiene la maggioranza assoluta (o almeno il 40/45 per cento) dei voti o dei seggi o, in mancanza, alla lista o alla coalizione che prevale in un secondo turno di votazioni in contesa tra le due che hanno ottenuto, al primo turno, il maggior numero di voti o di seggi». Va detto però che perfino la formula (che resta la migliore) del doppio turno di coalizione, nel contesto attuale, presenta  qualche rischio: potremo avere un ballottaggio tra A e B alla Camera e uno tra A e C al Senato. Non per caso, nel rapporto dei saggi al governo la formula del doppio turno è abbinata alla forma di governo parlamentare del primo ministro con un’unica camera che dà la fiducia.

Il ritorno al Mattarellum. Lunedì 2 dicembre la Commissione Affari costituzionali del Senato deciderà se mettere al voto gli ordini del giorno per il ritorno al Mattarellum: G/356-396-406-432-559-661-674-685-1017-1029/2/1; G/356-396-406-432-559-661-674-685-1017-1029/2/1 (testo 2); G/356-396-406-432-559-661-674-685-1017-1029/2/1 (testo 3); G/356-396-406-432-559-661-674-685-1017-1029/2/1 (testo 4). In attesa dell’esito delle primarie, il Pd finora ha traccheggiato. Pare che la prossima settimana  Renzi presenterà la sua proposta (maggioritaria). Stiamo a vedere. Ma perfino la restaurazione del Mattarellum (che Scelta Civica sosterrà come second best), non produce un'operatività immediata. Non soltanto perché si tratta di riscrivere i collegi (in seguito al censimento sono cambiati il numero dei seggi assegnati alle circoscrizioni), ma perché qualsiasi legge che si basi su collegi uninominali (la soluzione migliore per ciò che riguarda il rapporto tra eletti ed elettori) di per sé non produce un sicuro vincitore delle elezioni in presenza di tre schieramenti quasi equivalenti. Sostiene infatti Stefano Ceccanti: «Occorre un elemento di polarizzazione nazionale, o nella forma di uno spareggio nazionale di coalizione o nella versione francese di un'elezione diretta del Presidente che preceda l'elezione del Parlamento».

Il ritorno al Proporzionale. Si possono fare dei semplici ritocchi al Porcellum. Basterebbe mettere una soglia, ad esempio, del 40 per cento per l’accesso al premio in unico turno di voto: il che però significherebbe (se nessuno dovesse raggiungere quella soglia) tornare al proporzionale. Non sarebbe male, perciò, ricordare la domanda cui vent'anni fa, con il referendum del '93, i cittadini hanno risposto inequivocabilmente: sono i partiti o i cittadini a scegliere il governo, e questo risponde ai partiti o ai cittadini? Non è forse questa la domanda alla quale hanno cercato di rispondere, certo in modo imperfetto e anche discutibile, il Mattarellum ed il Porcellum, le due leggi elettorali che ci siamo dati dopo la "grande slavina"? Non dovevamo passare definitivamente da una concezione e da una pratica politica fondate su una dichiarazione e una scelta di appartenenza a quelle fondate sulla responsabilità della scelta per il governo del paese? E’ chiaro che una regressione proporzionalista ci porterebbe definitivamente nella palude. «Anche perché – scrive ancora Stefano Ceccanti - una regressione proporzionalista si giustificherebbe per identità fisse da rappresentare, mentre qui l'elettorato è mobile come non mai e questa mobilità va indirizzata nel senso di una democrazia governante».

Corte costituzionale e giurisprudenza CEDU. L’aver enfatizzato, spesso molto ipocritamente, da parte di tanti opinion makers, l’illegittimità costituzionale del “Porcellum” con una certezza granitica, ha suscitato diffuse aspettative nell’opinione pubblica. Ma, com’è evidente, non tutto ciò che è politicamente molto criticabile è per ciò stesso necessariamente illegittimo. Non è affatto detto, dunque, che la Corte costituzionale ci levi le castagne dal fuoco, invadendo la sfera della discrezionalità legislativa. E’ appena il caso di sottolineare la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Saccomanno, ha escluso qualsiasi violazione dell’art.3 del Protocollo che tutela il diritto dei cittadini a libere elezioni e ha dichiarato infondato il ricorso, sia con riferimento al premio di maggioranza sia alle liste bloccate. Rimando all’articolo di Giovanni Guzzetta: È incostituzionale la legge elettorale?

L’«Azione parallela». Intanto,  pare che il governo appronterà un «binario parallelo» con il via libera al ddl per la riforma del bicameralismo e taglio del numero dei parlamentari. Come abbiamo sostenuto anche in aula, nel corso della discussione sul disegno di legge costituzionale 813 (Istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali), avremmo voluto che subito si fosse messo all'ordine del giorno delle Commissioni affari costituzionali la proposta di riforma del Governo, seguendo le procedure dell'articolo 138 della Costituzione, specie se si considera che i cambiamenti di cui si discute sono stati già ampiamente dibattuti e precisati anche con proposte di legge presentate in questa e nelle scorse legislature e che non c'è, pertanto niente da istruire, e si tratta solo di scegliere: se c'è accordo politico, non saranno poche centinaia di emendamenti a metterlo in discussione; se l'accordo politico non c'è, non sarà un Comitato parlamentare, sia pure speciale, a crearlo. Ci hanno detto che con il comitato si fa prima, si risparmia un mese e mezzo rispetto ai tradizionali canali istituzionali, eccetera. Oggi che quel comitato sta per essere «rottamato», il governo ci dice che in fondo non cambia molto perché le riforme si possono fare lo stesso. Forse non sarebbe male tenere a mente che, nel suo grande romanzo, L’uomo senza qualità, Robert Musil immagina che, in vista della celebrazione del settimo decennale di regno di Francesco Giuseppe, si stia progettando una grandiosa festa o comunque un avvenimento che ne sottolineasse l'importanza. Musil chiama il progetto (indefinibile e indefinito) «azione parallela». Viene creata un'apposita commissione, che si raduna periodicamente nel salotto della moglie di un alto funzionario ministeriale, Diotima Tuzzi. Nel salotto Tuzzi convengono i rappresentanti di tutti i ceti più elevati e rappresentativi, e anche osservatori esteri. Ciascuno fa la sua proposta, che viene archiviata e presa in esame dalla segreteria dell'azione parallela, a capo della quale è nominato Ulrich Anders. Tutti agiscono, ma in fondo non hanno un preciso scopo nell'azione, o comunque la loro azione è labile e inconsistente, come lo è in fondo anche il grandioso progetto della «azione parallela». Che finisce per rappresentare la forma caratteristica di un'intera società, già votata al disfacimento e alla fine. Incrociamo le dita.

 

 

IL LAVORO SPIEGATO AI RAGAZZI (E ANCHE AD ALCUNI ADULTI)

21/11/2013

E’ in libreria il libretto di Pietro Ichino «Il lavoro spiegato ai ragazzi (e anche ad alcuni adulti)», (Mondadori, pp. 160, € 13) che si propone di spiegare per immagini e in termini comprensibili anche agli adolescenti i temi caldi del lavoro e delle relazioni industriali. Sono on line il primo capitolo del libro, su che cos’è il lavoro e «che lavoro farò da grande», e due paragrafi sul perché i ragazzi italiani migliori vanno a lavorare all’estero e sui vantaggi dei mercati del lavoro «densi».

 

Un club del golf?

17/11/2013

Ieri l'assemblea di Scelta Civica ha decretato il divorzio tra «popolari» e «montiani» e, come spesso accade, le accuse reciproche hanno finito per appannare e confondere le ragioni «politiche» del disaccordo. Vediamo di capirci: cos’è in discussione? In parole povere, quel che è in discussione è il «superamento» di Scelta Civica, indicat0 dal progetto che prende il nome di «Popolari per l'Italia».

«Vogliamo che Scelta Civica evolva verso un soggetto più maturo», sostiene Mauro Mauro oggi su Il Giornale. «Con una tempesta forza sette, non è più tempo di scialuppe, ma di una grande nave. La nave del Partito popolare europeo, sulla quale vogliamo salire aggregando quanto più passeggeri possibile». In altre parole, il suo obiettivo dichiarato è quello di riunire in un'unica aggregazione politica chiunque si riconosca nella bandiera dei Popolari europei. Insomma, in una «DC 2.0».

Sia chiaro: il progetto di dar vita alla sezione italiana del Ppe, e per questa via, archiviare la stagione berlusconiana e ristrutturare il centro destra, va preso sul serio: il problema della destra è il problema storico dell'Italia.Va anche detto che il progetto di una riedizione riveduta e corretta della «Cosa bianca», di una nuova, più moderna (e più piccola) Dc, è comodo, quasi ovvio;  e consente di conservare un nocciolo duro tradizionale e già organizzato.

Il guaio è che non ci sono vie facili, non ci sono scorciatoie alla creazione di un soggetto politico protagonista e vincente.  Al solito, non ci sono risposte semplici a problemi complessi, o per meglio dire, ci possono anche essere, ma il più delle volte sono sbagliate. Perché?

Perché la politica non tornerà «normale» con l'uscita di scena di Berlusconi. Tolto di mezzo Berlusconi, non tornerà l’età dell’oro. E non è affatto scontato che dalle macerie del berlusconismo spunti improvvisamente il profilo di una Merkel. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, una invasione degli Hyksos. Nel ’94 non si è prodotto un vulnus che attende di essere sanato, ma sono saltate gerarchie culturali durate mezzo secolo che non è più possibile ristabilire.

A modo suo, Berlusconi (e prima la Lega Nord e perfino Scelta Civica) sono l’espressione di un grande rivolgimento iniziato nel secolo scorso che Luigi De Marchi e ha definito la «rivolta dei produttori»: la sollevazione dei ceti produttivi (dipendenti, imprenditori, agricoltori, professionisti, commercianti, artigiani e altri lavoratori del settore privato) «contro la truffa e lo sfruttamento di una classe politico-burocratica che - uso le parole di De Marchi - spacciandosi per paladina dell’interesse generale, si appropria di una parte sempre più cospicua del loro reddito, riuscendo a vivere ed arricchirsi nell’ozio, nella sicurezza e nel privilegio, alle spalle di chi lavora nella fatica e nell’insicurezza tipiche di ogni attività di mercato». Questa sollevazione, questa rivolta antiburocratica e antistatalista, è il filo rosso che collega la spinta populista di oggi, la svolta reaganiana in America, quella thatcheriana in Gran Bretagna, quella antisocialista in Germania, Belgio, Scandinavia e Francia e perfino (fatte salve le ovvie specificità) quella anticomunista all’Est. Con questa «cosa», nella versione di casa nostra, dobbiamo fare i conti.

Per rendersene conto, basta dare un’occhiata a quel che succede nelle grandi democrazie, nei paesi più avanzati: da quel che accade in America al GOP e ai Democratici a quel che accade in uno dei paesi più civili del mondo come l’Olanda. E non c'è altra possibilità, per chiunque voglia governare il Paese, che quella di provare a conquistare quelle parti di elettorato che si renderanno disponibili con il mutare dei rapporti di forza all’interno del centrodestra, facendo proprie le loro istanze. Facendo proprie cioè quelle domande e quelle aspirazioni – sul fisco, sulla giustizia, sulle libertà economiche – che esse esprimono e che Berlusconi ha lasciato insoddisfatte.

Niente a che vedere, insomma, con il progetto (impossibile) di una riedizione della «Cosa Bianca».  Spiega oggi Andrea Olivero a l’Unità: «Loro vogliono ricostruire il centrodestra, per noi è un obiettivo irrealizzabile. Il centrodestra è una creatura di Berlusconi. Noi pensiamo a un progetto popolare, concorrenziale alla sinistra ma alternativo alla destra, come diceva De Gasperi». Too late, too little. Al solito.

C’è poi chi dice che occorre superare Scelta Civica perché bisogna schierarsi, perche il bipolarismo (questo bipolarismo) ha vinto.  Ma, al solito, la teoria dell’ «o di qua o di là», la scelta di rimanere incardinati sul discrimine tra destra e sinistra tradizionali, rischia di condannare la politica italiana all’inerzia, all’inconcludenza. E contraddice quella che è stata la ragion d'essere di Scelta Civica (di una nuova forza politica). Nei mesi scorsi ci siamo affannati a ripetere che oggi la scelta che il Paese deve compiere è quella pro o contro la profonda trasformazione dell’Italia e il vero discrimine della politica italiana non è quello tra la sinistra di Bersani-Vendola e la destra di Berlusconi-Maroni. Il vero discrimine è tra chi vuole cogliere l’occasione offerta dalla crisi per innescare un processo di allineamento dell’Italia ai migliori standard europei e chi pensa che questo progetto sia irrealizzabile. Perché «l’Italia è diversa», perché «in Italia queste cose non si possono fare», ecc.

Posto che non ho cambiato idea, mi spiego con un esempio: nei paesi dell’Unione e dell’Ocse c’è una forza di polizia per il controllo capillare del territorio e una forza di polizia per il contrasto della grande criminalità. In Italia ci sono sei diverse e autonome forza di polizia, senza contare la polizia municipale, spesso in competizione l’una con l’altra e ciascuna incaricata di occuparsi di tutto, ben al di la della propria specializzazione. La conseguenza è che otteniamo, spendendo tre punti di Pil (il 30% in più della Germania), risultati decisamente inferiori a quelli degli altri. E vale per difetti della nostra giustizia civile o per il distacco del sistema educativo italiano dalle migliori pratiche mondiali, che ci costano un punto di Pil ciascuno.

Certo che, come in ogni battaglia riformista, ci vuole coraggio, bisogna superare una montagna di egoismi, pigrizie e cattive abitudini, rimuovere diffidenze e ostilità, fare i conti con robusti e consolidati «muri  mentali», offrire e sostenere idee e soluzioni nuove, per le quali rimboccarsi le maniche e lavorare. Ma si passa da qui. Dal benchmarking, dal confronto sistematico che permette alle aziende che lo applicano di compararsi con le migliori e soprattutto di apprendere da queste per migliorare.

Per questo ha ancora senso l’esistenza di una formazione ispirata agli ideali liberal-democratici e impegnata a elaborare e affermare le priorità essenziali per la «riforma europea» di cui il nostro Paese ha bisogno. E più forte sarà questa formazione politica, più grande sarà la sua capacità di influenzare entrambe le formazioni principali sui punti cruciali della strategia europea dell’Italia. Di questo c’è ancora bisogno. Forse Scelta Civica è uscita dalle elezioni ridimensionata rispetto alle aspettative, ma di sicuro non l’esigenza di porre l’agenda Monti - cioè le riforme necessarie per la piena integrazione dell’Italia nella nuova Europa - al centro della legislatura.

Scelta Civica può ancora contribuire al cambiamento? Venerdì e sabato a Roma l’assemblea.

14/11/2013

«Sarà un fine settimana denso di divisioni per la politica italiana», ha scritto Paolo Falliro su formiche.net. Venerdì 15 novembre si terrà a Roma, a partire dalle ore 15.30, l'assemblea ordinaria degli associati di Scelta Civica, presso il centro convegni Carte Geografiche in via Napoli 36. La conclusione dei lavori è prevista per sabato 16 novembre alle ore 14.00.

Scelta Civica può ancora contribuire al cambiamento? Può ancora contribuire a quella che avevamo definito la «strategia europea» dell’Italia? Ha ancora senso la sua esistenza? Se lo chiedono (ce lo chiediamo) in tanti in questi giorni, alla luce delle divisioni di questi mesi e alla vigilia di un’assemblea che potrebbe decretare la rottura ufficiale, tra posizionamenti europei e cavilli legati a nome e simbolo. Riporto la risposta di Pietro Ichino alle lettere che in questi giorni gli sono pervenute:

Scelta Civica è nata, dieci mesi fa, con l’intendimento molto ambizioso di imprimere una torsione di 90 gradi allo spartiacque della nostra politica nazionale, imponendo come discrimine fondamentale – almeno in questa fase di uscita dalla crisi gravissima che stiamo attraversando – quello della scelta pro o contro la strategia europea dell’Italia (v. la rappresentazione grafica che ne ho proposto nel diagramma cartesiano pubblicato su questo sito un mese fa).

Poiché la prima qualità che si richiede a chi fa politica è l’onestà e non faziosità, occorre serenamente riconoscere che questo progetto politico non ha avuto successo. Ciò non significa che esso sia stato inutile: basti considerare che senza Scelta Civica alle elezioni di febbraio, con il PD attestato sulla linea Bersani-Vendola, il PdL avrebbe conquistato la maggioranza relativa dei voti e quindi la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, con la possibilità di eleggere Silvio Berlusconi Presidente della Repubblica.

Resta il fatto che il bipolarismo italiano, pur in una fase di convulsioni impressionanti sia in seno al partito maggiore del centrodestra sia in seno a quello maggiore del centrosinistra, è rimasto incardinato sul discrimine tra destra e sinistra tradizionali; e che ora una parte di Scelta Civica, guidata dal ministro Mario Mauro, ha finito col compiere una scelta a priori di schieramento con il centrodestra, così contraddicendo la ragion d’essere originaria della nuova formazione politica.

Così stando le cose, ha ancora senso l’esistenza di questa formazione ispirata agli ideali liberal-democratici e impegnata a elaborare e affermare le priorità essenziali per la “riforma europea” di cui il nostro Paese ha bisogno? La mia risposta, per quanto questo possa apparire oggi difficile, è “sì” in questi termini: è ancora utile che ci sia un luogo politico in cui si ritrovino coloro che si ispirano a questi ideali e si propongono questo grande obiettivo, cercando di costituire un utile punto di riferimento, uno stimolo e un interlocutore per chi ritiene di perseguire lo stesso obiettivo all’interno di uno degli schieramenti maggiori. Al momento della scelta elettorale. sarà compito di questa formazione politica confrontare con le priorità essenziali che le sono proprie le proposte (e le prospettive di effettiva implementazione) dei due poli; e compiere conseguentemente tra questi la propria opzione. Più forte sarà questa formazione politica, maggiore sarà la sua capacità di condizionare entrambe le formazioni maggiori sui punti cruciali della strategia europea dell’Italia: di questo c’è ancora bisogno, eccome.

Certo, con le dimissioni di Mario Monti, a questa formazione oggi manca il leader: sarà compito dell’assemblea di venerdì e sabato prossimi a Roma incominciare a farlo emergere. Perché senza una figura che la incarni e rappresenti efficacemente nessuna formazione politica può avere successo. L’identikit del nuovo leader, come lo vedo io, l’ho già proposto ai lettori di questo sito due settimane or sono. Ringrazio quelli tra di essi che mi chiedono di candidarmi per questo ruolo, ma mi sembra evidente che, anche a voler prescindere dall’aspetto anagrafico, non è questo il mio mestiere. Alla fine di questa legislatura tornerò al mio mestiere di professore, sempre pronto a dare una mano ai politici veri, se riterranno che io possa essere loro utile, nelle materie di mia competenza.   (p.i.)

 

I liberali e il bipolarismo: su reteLIb si è aperto il dibattito

09/11/2013

reteLib ( http://www.retelib.it) è composta da Associazioni e da singole persone, diverse per esperienza e cultura politica che si ispirano agli ideali del liberalismo europeista. Su reteLib si è aperto un dibattito di grande rilievo: I LIBERALI E IL BIPOLARISMO.  Raccomando la lettura degli interventi di Oscar Giannino, Enrico Morando (presidente di LibertàEguale), Guido Ferradini (presidente di Officine Democratiche), Andrea Romano (deputato di Scelta Civica), Gianluca Susta (senatore di Scelta Civica) e delle lettere di Gemma Mantovani e Antonio Grizzuti .

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