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Il trucco c’è e si vede
Napolitano dal sito del Quirinale ha risposto a due cittadini sulla firma del decreto:« Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano».
Resta il fatto che, come ha detto Bersani, «il trucco c’è e si vede». E, pur senza esasperazioni verbali, l’opposizione dovrà farsi sentire ad altissima voce, senza sconti per nessuno.
Quel che davvero colpisce - ne parla oggi Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera - è che nessuno nel Pdl abbia ancora «sentito bisogno di chiedere scusa agli italiani per il pasticcio creato, per la fibrillazione in cui è stato gettato l’intero dibattito politico, e per avere costretto alla fine il Presidente della Repubblica ad avallare un orribile decreto tappabuchi pur di non privare di qualunque significato politico il prossimo appuntamento elettorale e di non lasciar precipitare nel ridicolo l’immagine del Paese più di quanto già ci sia». E, aggiunge Galli della Loggia, ciò che è «inammissibile» nell’ideologia del Pdl e del suo capo «è l’idea che il consenso elettorale sia tutto, che esso debba mettere a tacere qualunque obiezione, che solo esso conti in democrazia». Anche perché le conseguenze pratiche sono micidiali. Nasce da qui il «senso di onnipotenza», la «arroganza nei comportamenti» e la «altezzosa insofferenza verso qualunque critica». Senza contare che se conta solo la vittoria elettorale e «il carisma berlusconiano basta a vincere le elezioni, allora è fatale che la qualità degli uomini, il merito e l’onesta non contino niente».
Le convulse vicende di questi giorni, gli scandali e gli episodi delle ultime settimane hanno finito per influire negativamente sul grado di popolarità del governo, facendolo calare ancora. Tuttavia l’esodo dal centrodestra non premia l’opposizione, ma finisce solamente per ingrossare le fila dell’astensionismo. Perché oggi chi è dall’altra parte della barricata non è credibile agli occhi dell’opinione pubblica e gli italiani non considerano l’opposizione come una reale alternativa al governo berlusconiano. Da qui il rischio che emerga un clima di sfiducia generalizzata verso la politica e le istituzioni. Poiché, come osserva oggi Mannheimer, «è l’intero sistema che appare sempre più fragile e messo sotto accusa da strati crescenti di cittadini».
E’ su questo che dobbiamo lavorare ancora. Specie se si considera che le cose potrebbero andare meglio del previsto. Secondo il sito termometropolitico.it, che fa una media delle diverse rilevazioni statistiche, il centrosinistra oggi finirebbe col vincere con un pesante 8 a 5, risultato quasi impensabile solo qualche tempo fa.
Corruzione: l'antidoto migliore resta la concorrenza...
Berlusconi ha vinto in Cassazione una battaglia fondamentale (dalla sentenza sul caso Mills ha ottenuto quel che voleva: schivare una condanna per corruzione). Dunque, può terminare la sua battaglia quotidiana per ottenere nuovi salvacondotti, che in questi anni lo ha visto sequestrare Parlamento e opinione pubblica in difesa dei suoi guai giudiziari. E’ venuto il momento di governare, di mettere mano a quelle riforme molte volte annunciate.
Nei giorni scorsi, ad esempio, a proposito di lotta alla corruzione, il governo ha annunciato provvedimenti. Vedremo di che si tratta. Nessuno è oggi in grado di dire se siamo di fronte ad uno tsunami giudiziario destinato a travolgere la politica come nel 1992. Resta il fatto però che il fenomeno della corruzione pubblica in Italia non mostra segni di «recessione» e la percezione dei cittadini è che il fenomeno sia grave, stia peggiorando e si irradi dalla politica alla pubblica amministrazione. Prendere provvedimenti è perciò indispensabile. Del resto, non da oggi l’indice di corruzione percepita (Cpi), pubblicato annualmente da Transparency International (www.transparency.org ) vede l’Italia sempre nelle parti basse della classifica mondiale. Senza contare che l’indice Bpi (Bribe payers index) – che misura la probabilità che le imprese dei maggiori paesi industrializzati facciano uso della corruzione quando operano all’estero – mostra che le imprese italiane hanno un’elevata «propensione a corrompere», collocandosi, nel 2002 come nel 2008, al diciassettesimo posto su 22. L'indice Bpi mostra inoltre come la probabilità che le imprese paghino (all’estero) tangenti a pubblici ufficiali o che si realizzi «cattura dei decisori pubblici» assume sempre i valori più alti nei settori dei lavori pubblici e delle costruzioni.
In questi giorni in molti si sono rifugiati nella lunga durata dei fenomeni storici, evidenziando che la corruzione affonda le radici nella storia italiana. Ma c’è anche chi ritiene che, se vogliamo che qualcosa cambi, non possiamo limitarci a guardare con costernazione l’abisso morale in cui è precipitata la vita del nostro paese. «Non possiamo – ha scritto Luca Ricolfi - continuare a contare soltanto su un sussulto delle coscienze, su un motto di indignazione, su una rigenerazione dello spirito civico troppe volte invocata e sempre mancata. Forse dobbiamo cominciare anche, più prosaicamente a ragionare in termini di vincoli e di incentivi, come fanno (giustamente) gli economisti. Pensare che il problema si riduca a scegliere bene i candidati, a selezionare le persone giuste, a cacciare i disonesti, a mio parere è un po’ ingenuo (chi garantisce che l’allenatore scelga i giocatori giusti? E chi è l’allenatore?). Ben più importante sarebbe chiedersi quali sono i meccanismi che con tanta e crescente frequenza generano i comportamenti di cui l’opinione pubblica è ciclicamente chiamata a scandalizzarsi. Perché se identifichiamo i meccanismi possiamo provare a cambiarli. E un politico che ha la convenienza a comportarsi bene dà più garanzie di un politico che ostenta o promette moralità». E il meccanismo più importante, sottolinea Ricolfi, è «la crescita costante inesorabile, dell’interposizione pubblica, ossia dell’attività di intermediazione dello Stato e degli Enti territoriali (Regioni, Province, Comuni) che giusto nell’anno appena trascorso ha toccato il massimo storico (…) questo meccanismo è il più importante non solo perché sono ormai molti milioni – e crescono ogni anno di numero – gli italiani le cui opportunità di guadagno e carriera dipendono pesantemente da decisioni discrezionali di funzionari, dirigenti e amministratori pubblici, ma perché è questo il vero costo che la politica , spesso con la piena ed entusiastica complicità dei cittadini, impone al sistema Italia. (…) E’ questo mare che dovremmo innanzitutto cercare di prosciugare».
Cosa fare, allora? Un forte antidoto alla corruzione è la competizione. E il motivo appare abbastanza evidente. «In un contesto di affidamenti competitivi - rilevano Andrea Boitani e Marco Ponti (www.lavoce.info) - la sorveglianza sulla correttezza delle gare è effettuata da due attori: la magistratura dedicata e i concorrenti stessi, che sono spesso e per ragioni intuibili molto attenti a non perdere gare, sempre costose, a causa di illeciti. Questa accresciuta attenzione, come è ovvio, è un deterrente in sé. La competizione rende poi tecnicamente molto costosa la corruzione: occorre comunque fare prezzi relativamente bassi per vincere, e anche disporre di risorse extra per corrompere. La trasparenza associata ai meccanismi di competizione è un bene da tutelare con cura se è vero, come ha scritto il presidente della Corte dei Conti, che “là dove manca la trasparenza si genera il cono d’ombra entro cui possono trovare spazio quei fatti di corruzione o di concussione che rendono poi indispensabile l’intervento del giudice penale”».
Ma allora perché non fare come negli Usa (paese con grandi tradizioni sia di corruzione che di efficace lotta al fenomeno)? All’indirizzo internet www.usaspending.gov si trova una vera e propria anagrafe telematica degli appalti pubblici federali, istituita per legge con il «Transparency Act». Il sito ha l’obiettivo di fornire al pubblico informazioni su come sono spesi i dollari delle sue tasse e quali sono (anno per anno, settore per settore e per ciascun collegio elettorale di riferimento) le principali società fornitrici del settore pubblico. Basterebbe replicare anche in Italia una anagrafe pubblica degli appalti. Anche perché nel nostro paese c’è un deficit di trasparenza dovuto al fatto che sono troppe le stazioni appaltanti e da anni cresce il numero di delibere della presidenza del consiglio dei ministri riguardanti la protezione civile che consentono a quest’ultima, una volta dichiarato lo stato di calamità o la necessità di operare per grandi opere, di agire in deroga al codice dei contratti pubblici, anche di quegli articoli che consentirebbero la vigilanza sulle gare svolte. Un’ altra forma interessante di lotta alla corruzione è la “legge del terzo” degli Stati Uniti: il soggetto in grado di provare in tribunale un danno fraudolento all’erario, ha il diritto di trattenere per sé un terzo dell’ammontare del danno comprovato. Si può immaginare facilmente la convenienza per un dipendente o per un dirigente di un’impresa che corrompe a essere «infedele» al suo datore di lavoro, raccogliendo una solida documentazione sull’illecito.
Che cosa non bisogna fare? Ad esempio, uno dei presupposti della propensione a corrompere è la disponibilità di fondi neri da parte delle imprese. In questi anni, con la depenalizzazione del falso in bilancio e lo scudo fiscale, si è andati nella direzione sbagliata. E, in relazione alla recente polemica sui reati da escludere dalle intercettazioni telefoniche consentite per legge, appare particolarmente preoccupante che lo stesso presidente del Consiglio abbia insistito, anche con dichiarazioni pubbliche, affinché la corruzione venisse esclusa dai reati per accertare i quali sono ammesse le intercettazioni. Non si tratta di un segnale incoraggiante sulla consapevolezza dei costi della corruzione e, ancor più, sulla volontà di contrastarla sistematicamente.
Aspettando la pronuncia della Cassazione...
Ieri Silvio Berlusconi, intervenendo al telefono al convegno di Rete Italia in corso a Riccione, ha ancora un volta difeso Guido Bertolaso (coinvolto nell'inchiesta sugli appalti per il G8 a La Maddalena) ed ha attaccato duramente il Partito Democratico.
Il fatto è che l'inchiesta al Cavaliere non piace. Dopo aver rivendicato la bontà del suo «governo del fare», il premier si trova alle prese con una storia di appalti e corruzione. Per questo evoca complotti. «Sono disperati per il calo di consensi, si aggrappano a tutto, anche all'attacco di servitori dello Stato», ha detto Berlusconi ed ha aggiunto: «Il Pd ora è al traino di un movimento eversivo come quello di Di Pietro, e sul piano culturale al traino dei radicali di Pannella e di Bonino. Tutto questo avviene sotto il controllo di quello che è chiaramente un super Partito, e cioè il partito della Repubblica».
Intanto, l’operazione-immagine di «Berlusconi il moralizzatore» sì è incagliata venerdì scorso, in consiglio dei ministri. Dopo l’annuncio, da parte del premier, di drastiche e immediate misure anticorruzione, la maggioranza dei ministri ha impallinato la bozza elaborata da Alfano e da Ghedini e obbligato il premier a fare retromarcia.
Le nuove norme (in realtà, solo un mega spot elettorale ad uso delle televisioni) possono aspettare. Il governo ne riparlerà la settimana prossima. Forse. Anche perché giovedì 25 è attesa la pronuncia delle sezioni riunite della cassazione sul delicato nodo della “corruzione susseguente” per cui è stato condannato Mills e Berlusconi è sotto processo a Milano. Nel frattempo la bozza (tolta ad Alfano e a Ghedini) è finita sul tavolo di Calderoli. Come «governo del fare», non c’è malaccio …
Grandi eventi e disastri naturali...
I deputati del Pd alla Camera in questi giorni sono impegnati in una battaglia parlamentare per modificare il decreto legge sulla Protezione civile. Riporto di seguito l’intervento di Raffaella Mariani, capogruppo nella Commissione ambiente, nella seduta di ieri.
RAFFAELLA MARIANI. Signor Presidente, il decreto-legge n. 195 del 2009 che andiamo a convertire offre uno spaccato molto chiaro di ciò che la legislazione di emergenza è divenuta, e delle sue applicazioni molto ampie, che vanno oltre, assai oltre, alle situazioni di calamità naturale.
Questo ramo del Parlamento affronta la discussione in gran fretta: dall'emanazione del 29 dicembre abbiamo ricevuto in seconda lettura il provvedimento cinque giorni fa, con l'assillo di un rapido esame che permetta comunque di licenziarlo entro la data della scadenza, il 28 febbraio.
Al nostro lavoro, all'esercizio delle funzioni che questa Assemblea dovrebbe poter esercitare in piena e legittima tranquillità sono attribuite scarsa importanza e, soprattutto, poche e residue prerogative: i provvedimenti arrivano pressoché blindati e molto spesso assistiamo alla rinuncia, anche da parte della maggioranza parlamentare, alla facoltà di apportare modifiche e alla quasi impossibilità di entrare nel merito. Ma nella discussione di questo decreto-legge non è andato tutto come il Governo aveva previsto e noi contiamo di emendarlo ancora, soprattutto in riferimento alla questione della legislazione conseguente alla dichiarazione dello stato di emergenza che ha superato, dal nostro punto di vista, i limiti accettabili.
Signor Presidente, la straordinarietà degli strumenti legislativi, che diventa normalità, richiede una riflessione molto seria: è necessario fermarsi, interrogarsi, perché il Parlamento ed il Governo possono e devono porre rimedio ad una degenerazione della produzione normativa che mette in discussione le funzioni, i ruoli di indirizzo e di controllo e che esclude sistematicamente il contributo che la struttura dello Stato nei suoi organismi articolati, a partire dai Ministeri fino agli enti locali (e ci chiediamo perché questi contributi non vengano più dati e perché si rinunci a darli), può offrire per affrontare e risolvere il tema della semplificazione normativa che, soprattutto ad esempio in riferimento alla gestione dei lavori pubblici e dell'ambiente, costituisce un impulso anche alla ripresa economica.
Non vi è traccia, nel lavoro che il Governo sta facendo, di una volontà concreta in questa direzione: molti slogan, poche risorse, blocco delle strutture ministeriali che, caso mai, si organizzano attraverso gestioni commissariali o magari (a qualcuno è riuscito, penso al Ministero della difesa) producono e costruiscono società in house.
In questa legislatura si continua a restituire, secondo un disegno che il Governo Berlusconi aveva già individuato nella passata legislatura (vedi il caso di Infrastrutture Spa o di Patrimonio Spa), l'idea che un piglio aziendale e meno burocrazia funzionino meglio e siano più efficaci per il Paese: fate funzionare i vostri apparati, rispondiamo noi, ridiscutiamo insieme di come semplificare alcune delle regole fondamentali che ostacolano, ad esempio, il sistema dei lavori pubblici.
Il decreto-legge è tempestato da deroghe, ma vi pare possibile che noi, il Parlamento, possiamo offrire ai cittadini italiani la certezza che vi sono sempre due binari su cui impostare il rispetto delle leggi: uno quello per tutti, per i comuni mortali, quello fatto di ostacoli e di burocrazia, molto lento e costoso, quello che voi cercate di rifuggire, l'altro per i furbi, magari per gli amici, accelerato, senza vincoli, veloce e che fa anche guadagnare?
Ciò non è possibile, dobbiamo fermarci, entrare nei contenuti ed iniziare a dimostrare che per il bene del nostro Paese è urgente provvedere. Il decreto-legge in esame affronta alcune delle principali situazioni legate alle calamità naturali e su questo non abbiamo mai sollevato problemi, non c'è niente da dire. Penso all'Abruzzo, alla ricostruzione, alla prima fase dell'emergenza ma anche ai più recenti episodi alluvionali abbattutisi sulle nostre regioni (sulla mia Toscana, la Liguria, l'Emilia): con una certa scorrevolezza, questi provvedimenti hanno portato beneficio alle popolazioni ed hanno permesso di agire nell'emergenza immediata, nella ricostruzione e nell'avvio di misure che hanno anche un valore preventivo. Non parliamo di questo, rispetto a cui riteniamo importante il contributo del Dipartimento della Protezione civile e restituiamo al suo capo, Bertolaso, tutto il merito e tutta la stima per il lavoro compiuto in collaborazione e in coerenza con le altre istituzioni dello Stato (anche quelle regionali e locali, i comuni, le province e le comunità montane): in quel senso funziona l'apparato pubblico, e così vorremmo che andasse avanti.
Ma il passaggio delle competenze e della gestione delle emergenze (dalla ricostruzione alla definizione delle risorse, su cui tornerò ma che in definitiva non sono presenti) richiede anche altri approfondimenti. Ravvisiamo anomalie sugli altri articoli, non su quelli che fanno riferimento a questi temi, alle alluvioni e alla ricostruzione in Abruzzo.
A noi preme invece sottolineare tutto ciò che è contenuto impropriamente nel provvedimento e che attiene alla volontà di uscire, come dicevo, da quei binari dell'ordinario anche a scapito della trasparenza e del rispetto dell'ordinamento.
È inutile ripartire dalla storia della gestione straordinaria commissariale dei rifiuti della Campania, ma il passaggio a quella ordinaria comporta oggi il trasferimento, ad esempio, della proprietà del termovalorizzatore di Acerra e la sottrazione ai comuni della gestione della TARSU e della TIA in favore delle province, l'organizzazione dei consorzi, del personale e vogliamo mettere in evidenza anche alcune delle cose che dal nostro punto di vista sono esattamente fuori dall'ordinarietà.
In questo senso il riferimento al comma 3 dell'articolo 5, relativo all'unità stralcio per la chiusura della gestione commissariale in Campania, configura una violazione dell'articolo 113 della Costituzione sulla tutela giurisdizionale dei diritti. Tale articolo recita: «Contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre - sottolineo sempre - ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa». Per dare l'idea della tassatività di questo articolo basti ricordare che nella nostra Costituzione il termine «sempre» è impiegato solo in altri due articoli: il 72 e il 111. Vorrà pur dire qualcosa quel «sempre», vorrà pur dire il ricorso all'ordinarietà della pubblica amministrazione alla tutela giurisdizionale per tutti che questo comma non è possibile mantenerlo. Noi abbiamo chiesto di sopprimerlo e questo blocco dell'azione giudiziaria sia civile che amministrativa, così come l'ha ridefinita ieri il Governo, a noi non soddisfa ancora.
L'articolo 6, sempre in riferimento alle questioni dei rifiuti in Campania, determina il valore del termovalorizzatore di Acerra, quantificandolo in 355 milioni di euro, da riconoscere alla proprietaria dell'impianto. Non si è mai visto nell'articolato di una legge definire il prezzo di una transazione e, a questo proposito, molto criticabile è anche la copertura ricavata nell'ambito del Fondo aree sottoutilizzate (FAS) per l'anno 2011. Addirittura, la Commissione bilancio del Senato ha osservato che non è possibile non rilevare un deterioramento rispetto all'uso delle risorse stanziate nel Fondo in questione. È un profilo di dequalificazione della spesa, attesa la pratica ormai invalsa di coprire oneri di parte corrente a valere sulle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate che prevedeva investimenti e idee anche per il futuro di quei territori.
L'articolo 11, nel definire un passaggio del sistema di gestione dei rifiuti alle società provinciali, ne addebita i costi ai cittadini che, oltre ad aver assistito all'emergenza per oltre 14 anni, sono ora costretti a pagare nuove tasse. Sempre riguardo alle società provinciali non sembra che la disciplina prevista risponda ai requisiti dell'articolo 15 del decreto-legge n. 135 del 2009. Penso al famoso decreto Ronchi di cui tanto si è parlato con riferimento alla privatizzazione dell'acqua su cui tornerò.
L'articolo 14 autorizza procedure straordinarie per il reclutamento del personale a tempo indeterminato ed elimina con tutta evidenza il vincolo dell'articolo 97 della Costituzione laddove si stabilisce il reclutamento del personale pubblico attraverso concorso pubblico. Signor sottosegretario, signor Presidente, noi in questa legislatura abbiamo assistito a molte difficoltà in relazione alla gestione dei ministeri, di molti enti locali e di molte regioni. Per tutti la risposta è stata il blocco del turn over, la impossibilità ad inserire figure qualificate anche in merito alle nuove competenze attribuite a diversi enti. A tutti si è risposto che non era possibile, data la situazione economica, procedere a nuove assunzioni, anche attraverso concorsi pubblici per selezioni.
La più eclatante è stata la vicenda dei precari dell'ISPRA lasciati sul tetto del loro istituto per oltre 40 giorni senza nessuna risposta. Senza dare alcuna speranza a quei precari si è data solo l'opportunità dell'apertura di un tavolo che non fornisce ancora soluzioni chiare. Anche quelle persone sono ricercatori di valore e hanno svolto nell'ambito della loro competenza un'ottima funzione e hanno realizzato per quegli istituti importanti contributi che hanno potuto essere testimoniati anche dall'utilizzo dei ministeri e delle regioni.
Per loro non c'è stata una deroga alla normativa in atto, per loro (ma per molti altri dipendenti pubblici) non vi è stata questa opportunità e oggi, nello sfacelo della gestione degli enti locali e delle regioni, si risponde con un rallentamento complessivo della funzione attribuita a quegli enti che ricade sui cittadini, sulle imprese, a dimostrare (se ve ne fosse bisogno, e forse questo sta anche nel disegno diabolico - dico ironicamente - del Governo) che tutto quello che è burocrazia, che tutto quello che gli enti devono poter produrre anche più efficacemente e più al servizio dei cittadini non può funzionare. Quindi, è giocoforza, in un circuito vizioso, ricorrere alla decretazione d'urgenza e alla deroga alle norme. L'articolo 15 istituisce la figura del sottosegretario di Stato per il coordinamento degli interventi di prevenzione in ambito europeo e internazionale rispetto agli eventi di protezione civile. La norma, anche in questo caso, deroga ad una legge, la n. 215 del 2004, la cosiddetta legge Frattini in materia di risoluzione dei conflitti di interesse, ai sensi della quale il titolare di cariche di Governo non può esercitare qualsiasi tipo di impiego o lavoro pubblico. Questo vale per tutti, non vale solo per un caso specifico, non vale solo nel caso del Dipartimento della protezione civile, vale anche per un funzionario minimo del più piccolo comune del nostro Paese, e quello che è più grave è che questa disposizione introduce una deroga al principio di separazione tra la funzione di indirizzo politico e la gestione amministrativa.
Perché - diciamo noi - un simile precedente? A che scopo mescolare le competenze? Non vi erano limiti all'azione del Capo del Dipartimento della protezione civile. Ci chiediamo anche, nella difficile situazione di questi giorni, a chi giovi questa scelta. Non certo all'autorevolezza e all'imparzialità di una funzione riconosciuta come fondamentale, utile ed efficace per la gestione delle emergenze e delle calamità, in tutto il nostro Paese, indistintamente dalle forze politiche. Perché inserire quella norma e creare così un'opacità ulteriore? L'articolo 16 - lo menziono anche se è stato corretto dal Governo - disponeva l'affidamento diretto alla società in house, cioè la Protezione civile Spa, delle funzioni strumentali all'attività del Dipartimento di protezione civile della Presidenza del Consiglio dei ministri. Lo ritenevamo il cuore del provvedimento, Presidente, e quella disposizione - lo abbiamo detto fin dall'inizio - non aveva nessun compatibilità con le norme, peraltro attuative del decreto comunitario, sancite dal Codice dei contratti pubblici in relazione alle modalità di affidamento delle prestazione di pubblica utilità e al di fuori, ovviamente, delle ipotesi relative ai servizi pubblici locali. Il Consiglio di Stato e la Corte costituzionale hanno ripetutamente affermato che la modalità in house non può essere utilizzata senza gare per lavori, servizi, forniture che ben potrebbero essere oggetto di contratti di appalto, né può rappresentare lo strumento idoneo a consentire alle autorità pubbliche di svolgere attività di impresa in violazione delle regole concorrenziali finalizzate a garantire il principio della parità di trattamento tra imprese pubbliche e private. Tra l'altro questo tema è stato avvertito, anche dal punto di vista dei possibili conflitti di interesse, altresì dalle associazioni di categoria dei costruttori, soprattutto dei costruttori edili, in quanto la società Protezione civile spa avrebbe rischiato di costituire un intervento che poteva ledere il mercato e la concorrenza. Già l'articolo 14 del decreto-legge n. 90 del 2008, adottato da questo Governo, aveva sottratto le ordinanze della Protezione civile al controllo preventivo di legittimità della Corte dei conti previsto da una legge del 1994 (la legge n. 20), e in questo nuovo assetto le attività legate a qualsiasi emergenza o grande evento sarebbero del tutto sottratte a qualsiasi forma di controllo. Perché, diciamo noi? Perché ci soffermiamo ancora su questo articolo che è stato soppresso parzialmente? A noi serve per sottolineare l'atteggiamento di un Governo, il Governo del fare, che ha stabilito attraverso deroghe alla normativa vigente un'evidente disparità di trattamento tra Stato centrale ed enti locali, tra il complesso delle imprese e quelle imprese (le più fortunate) che a detta dei nostri Ministri e del Presidente del Consiglio hanno dimostrato professionalità e competenza, una disparità nei riguardi di quei professionisti, i pochissimi eletti, anche essi molto competenti, che in spregio alle regole hanno ottenuto di lavorare nelle principali progettazioni. Può andare avanti un'Italia così? Vorrei solo elencare le ultime mosse a partire dalla vicenda più eclatante, quella che ha riguardato il decreto Ronchi. In quel caso si è stabilito con una norma di limitare le scelte delle autonomie locali, del sistema pubblico, anche per favorire l'inserimento del sistema privato nella gestione pubblica, in quel caso, dell'acqua. Sì, si è impedita la gestione in house tutta pubblica del sistema idrico integrato, in quel caso, ma gli italiani hanno capito anche in quella circostanza che i benefici di tali norme sarebbero stati riservati a pochissimi grandi gestori oltre che al Governo del fare, che a noi sembra un Governo del dare a questo punto, ma del dare a pochi purtroppo. Vogliamo parlare...
Vogliamo parlare degli arbitrati? La nostra parte politica afferma, dall'inizio della legislatura, quanto sia ancora devastante questa norma. Lo abbiamo detto e abbiamo, persino, ricevuto rassicurazioni da parte del Governo - dal Ministro delle infrastrutture e dal sottosegretario competente - che una riforma prontamente messa in atto avrebbe risolto tale questione. Ma sapete dove siamo? Siamo tornati al palo: siamo nuovamente alla gestione dei contenziosi tra le imprese attraverso arbitrati, e siamo ancora a ridefinire le parcelle degli arbitri, tornando così all'originaria impostazione, quella per cui tutti avevano deciso di battersi.
E che dire dell'incapacità di individuare le risorse necessarie a risolvere i problemi legati effettivamente alle emergenze naturali? Anche quest'anno, il Governo ci ripete, in una litania irricevibile, che non vi sono le risorse, che non è possibile farsi carico dei danni provocati dagli eventi calamitosi.
Questa mattina, abbiamo sentito parlare della Calabria e della Sicilia e da settimane parliamo degli eventi che si sono verificati in Toscana, in Emilia-Romagna e in Liguria, tuttavia, al contempo, vengono reperite centinaia di milioni di euro da impiegare per grandi eventi. Il G8 de La Maddalena è solo un esempio: per quei lavori, sono stati stanziati 300 milioni di euro, mentre oggi accettiamo 100 milioni di euro delle risorse necessarie per le regioni colpite dagli eventi alluvionali del dicembre del 2009. E dobbiamo accontentarci, in rispetto del fatto che questa crisi non permette al Governo di fare investimenti.
Nulla per la prevenzione, niente ai piccoli comuni, nessuna risorsa destinata all'assetto idrogeologico. I cittadini saranno contenti? Il Parlamento si è espresso su questo? Chi ha deciso che quei milioni dovevano essere destinati a grandi eventi e alla costruzione di piscine, e non alla messa in sicurezza del nostro territorio?
L'articolo 17 del provvedimento in esame, da questo punto di vista, rappresenta uno spaccato molto eclatante. Le regioni hanno preannunciato di fare ricorso presso la Corte costituzionale contro questa norma. Infatti, per risolvere il tema della ridefinizione di un grande piano per la messa in sicurezza idrogeologica, il Ministro dell'ambiente individua tre commissari. Vengono sottratti circa 700 mila euro dalle risorse destinate alle aree protette, alla commissione VIA e al controllo sulle sostanze inquinanti. In altri termini, vengono sottratti circa 700 mila euro al bilancio del Ministero dell'ambiente, che è assai risicato, per individuare un ispettore che controlli tre commissari. Dei mille milioni di euro destinati nella legge finanziaria all'assetto del piano idrogeologico - vorrei precisarlo - in tre anni (molti meno dei 500 milioni l'anno che il Governo Prodi aveva lasciato per questo tema), oggi, si sottraggono 100 milioni per rispondere alle prime emergenze delle nostre regioni.
Ma rispetto a tutto il resto, rispetto al fabbisogno importantissimo che esiste nel nostro Paese, quali sono le risposte? Potremmo spiegare agli italiani che, magari, rispetto a qualche evento importante, che darebbe lustro alle nostre città, in una fase di così grande difficoltà, si potrebbe anche rinunciare e destinare quelle risorse alla messa in sicurezza? Spetta al Governo decidere questo: noi saremmo d'accordo, fateci qualche proposta e, da questo punto di vista, non avremmo dubbi.
Il comma 2-bis dell'articolo 17 del provvedimento in discussione prevede interventi urgenti per le regioni colpite dagli eventi del 25 dicembre scorso. Dei 700 milioni di euro di fabbisogno stimati dalle regioni, il Governo ha destinato solo i 100 milioni di cui abbiamo parlato finora. Abbiamo chiesto, almeno, di definire questi 100 milioni di euro come una prima fase del finanziamento corrente. Ci basterebbe la menzione che si tratti di un primo stralcio. Ma vi è di più.
Avevamo chiesto il differimento dei termini per gli adempimenti dei versamenti tributari e contributivi: una sospensione di soli sei mesi per quegli adempimenti è quanto oggi il Governo ci offre, da farsi in ventiquattro rate. A noi sembra un po' poco: anche in questo caso, dobbiamo, purtroppo, fare riferimento ad una gestione tra figli e figliastri. Nei precedenti casi di calamità naturali, queste giuste e - dal nostro punto di vista - doverose forme di ritardo di contribuzione sono state gestite nell'arco di anni e con innumerevoli rate.
Perché oggi vessare e non aiutare quelle imprese e le migliaia di operai che dipendono da esse a ripartire velocemente riguardo ad un sistema che, invece, chiede ancora adempimenti e non offre risposte definitive?
L'ultima questione che vogliamo rimarcare di questo decreto-legge riguarda l'articolo 17-ter, ove si definisce, anche in questo caso, la necessità di un commissario per l'emergenza carcere, un commissario che provveda ad un piano per la realizzazione urgente di istituti penitenziari, in deroga alle vigenti previsioni urbanistiche e a tutta un'altra serie di norme che riguardano appalti e definizione dei lavori.
In sostanza, signor Presidente, a noi preme affermare che in questo decreto-legge è utile inserire alcune correzioni: intanto, l'abolizione dell'equiparazione dei grandi eventi agli stati di emergenza, come inserito nel decreto-legge n. 343 del 2001. Forse allora il Governo ebbe, come dire, un'illuminazione: dal suo punto di vista - quello del Governo del fare - ebbe un'illuminazione nell'equiparare quella menzione, ossia «grandi eventi», allo stato di calamità. Ma effettivamente non possiamo più permettere che questa cosa vada avanti: il nostro gruppo chiederà con forza che questa distinzione venga fatta.
Si tratta, insomma, di evitare delle scorciatoie, di affrontare il buon funzionamento di uno Stato moderno. Mettiamoci tutti insieme a correggere quelle norme che hanno creato tanta diffidenza rispetto ai nostri cittadini, alle imprese e al sistema economico. Proviamoci. Sono regole che devono essere uguali per tutti, sono garanzie di equità e trasparenza, sono anche regole che richiedono, per chi riveste responsabilità importanti, sicuramente tutele e anche garanzie, anche per coloro che devono gestire tali responsabilità.
Il Nuovo Ulivo...
C’è un dato chiarissimo (evidenziato venerdì scorso su Europa da Elisabetta Ambrosi) che accomuna Nichi Vendola e Emma Bonino (e che non ha niente a che vedere con la prospettiva di una rinascita della sinistra radicale, circostanza che, a sua volta, nulla ha a che vedere con quanto accade in Puglia e nel Lazio): «entrambi sono diventati immediatamente catalizzatori delle speranze, delle passioni e del consenso della stragrande maggioranza di iscritti, militanti ed elettori del Pd. Pur senza essere, né Vendola né Bonino, non solo iscritti al Pd, ma neanche tanto amici visti numerosi precedenti a dir poco conflittuali».
Non per caso, il successo della coppia Vendola–Bonino torna a far discutere. Stefano Menichini ha scritto «è arrivata la Terza Via per il PD» e si è tornati a parlare di un maxi Ulivo («Nuovo Ulivo» lo chiama Chiamparino, «Grande Pd» lo chiamò Giuliano Ferrara qualche tempo fa) che faccia crollare gli steccati dei partiti fondatori e si estenda a rappresentare l’intera area del centrosinistra rovesciando correnti e nomenclature interne.
Ora non c’è dubbio che, come ha scritto Menichini, «la logica coalizionale di Bersani e D’Alema abbia mostrato gravi limiti al primo impatto con la realtà, in questa fase di preparazione delle regionali. Mettere insieme sigle e siglette, non c’è niente da fare, non funziona». E non c’è dubbio che «l’avvio della campagna elettorale regionale restituisce l’immagine arcinota di un popolo di centrosinistra con un fortissimo senso di appartenenza unitaria, del tutto indifferente alle tattiche i partito e pronto, appena gliene si dà l’occasione a capovolgerle».
Ma ogni tanto ho l’impressione che si trascuri un dato decisivo. Nelle regioni c’è l’elezione diretta del presidente. Come avviene nei comuni con il sindaco, i cittadini scelgono un leader e la sua maggioranza. E un’alleanza anche molto ampia può risultare coesa e credibile proprio perché è organizzata attorno alla leadership, proprio perché il punto di coagulo e di visibilità dello schieramento è rappresentato dal candidato presidente. Il contesto istituzionale segna una netta discontinuità con il passato ed è questo contesto che incanala, nella dimensione regionale, il processo e gli attori. Ne vogliamo parlare o continuiamo a far finta di niente?
Aggiungo che non c’è dubbio che «riaprire il congresso del Pd su questi temi di fondo sarebbe molto diverso che consumarlo nella spirale di ritorsioni e vendette fra dalemiani, veltroniani, fassiniani, popolari di ogni rito, rutelliani orfani». Ma, per farlo dobbiamo porci una domanda che viene prima dei marchingegni elettorali e delle coalizioni: che cosa vogliamo fare? Vogliamo puntare davvero sulla modernizzazione del paese o vogliamo navigare ancora a vista dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte?
Il laboratorio pugliese
E’ andata come doveva andare. La vittoria di Vendola era annunciata. La partita vinta da Vendola (presidente uscente della regione che sapeva di contare su un consenso diffuso e una popolarità enorme) rischia però di apparire come una fragorosa sconfitta di buona parte del gruppo dirigente del Pd. Alla fine le primarie si sono svolte, hanno mobilitato quasi 200 mila persone e sono state vinte conto la volontà e le indicazioni dei vertici del Pd. Gli elettori del centrosinistra pugliese hanno ritenuto infatti che il governatore Vendola (e forse quell’esperienza di governo) valesse più del progetto politico accarezzato da D’Alema: allargare l’alleanza all’Udc.
E’ forse questo l’aspetto più clamoroso delle elezioni pugliesi che ci rammenta un principio fondamentale che vale per tutte le tornate amministrative: le elezioni regionali non servono ad alimentare una strategia (neppure quando si propone di spalancare al Pd le porte del governo centrale), ma unicamente a dare un «governatore» e un governo alla regione interessata. E il «governatore» uscente Vendola si poteva certo mettere in discussione, ma bisognava anzitutto chiedersi se in questi anni avevamo governato bene o male e se con l’Udc di Casini avremmo governato meglio. Così come bisognava (e bisognerà) chiedersi di che parliamo quando parliamo del «riformismo» di Casini contrapposto alle «posizioni radicali» di Vendola. Anche perchè quel che è accaduto sembra rivelare un rifiuto per operazioni a tavolino che l’elettorato non è più disposto ad avallare.
Aggiungo solo che ora anche il partito «solido» dovrà fare i conti con il fatto che le primarie rimangono una fonte di legittimazione più forte di qualunque nostalgia.
Rosarno colpa di questa Italia...
Mi sono soffermato ancora sulla presa di posizione dell'Avvenire con un articolo pubblicato oggi da Europa (con il titolo Rosarno colpa di questa Italia) che riporto qui sotto:
Stavolta Avvenire l’ha messa giù dura, esortandoci, nell’apertura dell’edizione di sabato scorso, a «smetterla di non vedere». L’editoriale di Antonio Maria Mira cominciava così: «Rosarno, Italia: cinquemila immigrati, in gran parte irregolari, pagati (quando va bene) 18-20 euro al giorno per 12-14 ore di lavoro a raccogliere agrumi, ammucchiati in ex fabbriche senza acqua e senza luce, sfruttati...».«Val di Non, Italia: settemila immigrati, tutti regolari, pagati 6,90 euro all’ora per 8 ore di lavoro a raccogliere mele, con vitto e alloggio assicurato dai datori di lavoro, sotto il rigoroso controllo della provincia di Trento e dei comuni della zona. Dietro alla drammatica rivolta degli immigrati africani della Piana di Gioia Tauro, dietro la reazione degli abitanti, sfociata ieri sera in due feroci gambizzazioni, c’è ancora una volta questa Italia spaccata in due, questo paese che, come ha denunciato più volte il capo dello stato, viaggia a velocità diversissime. Due Italie, forse addirittura due pianeti diversi».
Forse dovremmo davvero «smetterla di non vedere». Berlusconi è quello che è, ma il nodo irrisolto della storia della repubblica, il punto su cui si concentra la crisi, non è forse il divario terribile fra il Sud e il Nord? Non è forse questo il vero punto di rottura? Non è da qui che ha avuto origine l’idea federale? «Quell’idea che – come osserva Biagio de Giovanni nel suo ultimo libro – da allora non sarebbe più uscita dal dibattito politico, con – da destra a sinistra: ecco il senso dell’egemonia! – la parola d’ordine “tutti federalisti” (…) e la Lega federalista sembra addirittura diventare paladina di un rinnovamento possibile (l’unico, si comincia a dire) del Mezzogiorno: quante cose può significare l’egemonia!».
Dico di più. Sicuramente il Cavaliere di problemi ha risolto solo qualcuno dei suoi, ma di certo non è la sola fonte dei nostri guai. La mafia, la corruzione, il terrorismo, l’evasione fiscale, il debito pubblico, il disastro della scuola, della giustizia, di Alitalia, delle ferrovie, l’inefficienza dell’apparato pubblico, l’illegalità edilizia, il divario Nord-Sud, c’erano anche prima dell’arrivo di Berlusconi. E forse converrebbe abbandonare l’illusione che una volta tolto di mezzo il Caimano, ritornerà l’età dell’oro. O si pensa davvero che, come va dicendo Di Pietro, Berlusconi sia il fascismo? Non scherziamo: Berlusconi non ha la cultura politica di Mussolini e in Italia non c’è una dittatura fascista. Al contrario, Berlusconi ha aiutato la costituzionalizzazione della destra. Perché gli serviva, naturalmente. Il che non toglie che abbia contribuito anche all’evoluzione della democrazia italiana. Al punto che non sarebbe fuori luogo chiedersi se Berlusconi non stia svolgendo (addirittura) una funzione democratica: dopotutto, ha integrato la destra fascista nella democrazia italiana ed europea e sta tenendo a bada un partito secessionista.
Dico questo perché con il Caimano fuori dai piedi, le cose potrebbero persino peggiorare: con al Nord (un Nord ormai largamente disponibile a una «separazione di velluto » come quella cecoslovacca) un grande partito secessionista in grado di rompere l’argine emiliano e, al Sud, un’alleanza tra clan, formazioni autonomiste e i cocci del Pdl. Non è un mistero per nessuno che oggi il punto di vista della Lega (il peso insopportabile di un Mezzogiorno parassita, improduttivo e preda dell’illegalità criminale) sia ormai diventato senso comune. Anche in conseguenza del fallimento nel Mezzogiorno del compito riformatore che si era assegnato il centrosinistra. Non è un caso che uno come Vittorio Feltri abbia scelto, per l’edizione del Giornale dedicata alla «caccia al negro» scatenatasi a Rosarno, un titolo provocatorio: «Anziché ai negri, sparate ai mafiosi». «Se i calabresi – si legge nel sottotitolo dell’apertura – combattessero la ‘ndrangheta con la stessa foga con cui si ribellano agli immigrati, risolverebbero i problemi della loro regione. Ma preferiscono i criminali agli africani che sgobbano al posto loro: peccato...».E ora, per espandersi elettoralmente, la Lega cerca di riplasmare il senso comune locale, in direzione di un ritorno a un cattolicesimo preconciliare e dell’etnicizzazione della religione. Da qui l’insofferenza crescente verso quella Chiesa che si oppone a xenofobia e tramonto del solidarismo.
Come ha osservato Luciano Violante in una recente intervista: «Dobbiamo fare le riforme. Urge un gesto sano per il nostro paese che, oggi, ha un unico perno attorno cui bene o male ruota: il presidente del consiglio (…) E «l’indebolimento del carisma del capo mette in crisi partito e sistema. Possono naufragare entrambi». Per questo, sostiene Violante, dobbiamo «consolidare il sistema attraverso le riforme». Giusto. Il fatto è che la realtà di tutti i giorni non fa che dimostrare quanto sia velleitario il progetto di restaurare la «democrazia dei partiti» della (non rimpianta) Prima repubblica e quanto sia impraticabile e chimerica la delega ai «professionisti». Per la semplice ragione che non c’è modo di ripristinare il vecchio sistema con un intervento di restauro.
Il bello è che ormai si prende atto che non è più possibile praticare la vecchia forma della partecipazione alla politica, ma si continua a ritenere che quella forma della partecipazione politica e quel sistema politico siano i migliori.
Perciò, si cerca di avvicinarsi il più possibile a quel modello e di salvare più elementi possibili di quella esperienza. Inevitabilmente, chi coltiva questo atteggiamento nostalgico e questa visione conservatrice ha anche una disponibilità incerta, temporanea e reversibile ad emancipare la politica dalle vecchie ipoteche. Finendo per dire una cosa la mattina (le primarie e il maggioritario sono nel dna del Pd) per poi contraddirla la sera (se si può, le primarie è meglio evitarle e sarebbe meglio tornare al proporzionale).
Abbiamo ripetuto fino alla noia che il Novecento è finito. E non possiamo restare impelagati nelle sue macerie. Ha scritto ancora De Giovanni:«Se non si riesce a pensare nel nuovo contesto si resta nel vecchio, dove la gran parte dei dirigenti è stata allevata, e aggirandosi tra i suoi frammenti vi si resta impigliati, e si ritrova quella parzialità delle anime riformiste, quell’avviticchiarsi a spezzoni di idee che non hanno più la forza di una visione complessiva, quel sedersi sulla resistenza di grandi e piccole corporazioni che di volta in volta costituiscono i punti di forza: ora gli studenti, ora i magistrati, ora gli immigrati, spesso elevati, loro malgrado, a soggetti generali della storia».
Dobbiamo cambiare. Evadere dalle vecchie idee. Per non arrenderci all’idea che il Sud è il Sud, l’Italia è l’Italia e che bisogna farsene una ragione.
Un’Italia spaccata in due…
Ieri, mentre dalle nostre parti De Mita e un gruppo di amici di vecchia data continuavano a baloccarsi con il «Grande Centro», l’Avvenire (il quotidiano dei vescovi) ha messo i piedi nel piatto e, con un editoriale firmato da Antonio Maria Mira, ci ha esortato a smettere di «non vedere». Che cosa? La realtà di un’Italia spaccata in due.
L’articolo di Mira comincia così:«Rosarno, Italia: cinquemila immigrati, in gran parte irregolari, pagati (quando va bene) 18-20 euro al giorno per 12-14 ore di lavoro a raccogliere agrumi, ammucchiati in ex fabbriche senza acqua e senza luce, sfruttati da imprenditori e mafiosi, dimenticati da enti locali e istituzioni regionali e nazionali. Val di Non, Italia: settemila immigrati, tutti regolari, pagati 6,90 euro all’ora per 8 ore di lavoro a raccogliere mele, con vitto e alloggio assicurato dai datori di lavoro, sotto il rigoroso controllo della provincia di Trento e dei Comuni della zona. Dietro alla drammatica rivolta degli immigrati africani della Piana di Gioia Tauro, dietro la reazione degli abitanti, sfociata ieri sera in due feroci gambizzazioni, c’è ancora una volta questa Italia spaccata in due, questo Paese che, come ha denunciato più volte il capo dello Stato, viaggia a velocità diversissime. Due Italie, forse addirittura due pianeti diversi». E, ha aggiunto Mira, «lo diciamo chiaro e forte, perché nessuno può accusarci di trito e becero antimeridionalismo». Perché «Avvenire, con la stessa identica passione della Chiesa italiana e dei suoi vescovi, è da sempre attento alla realtà del Sud: al male che la affligge e al tanto bene che offre».
Forse dovremmo davvero (presi come siamo dal tentativo di abbattere Berlusconi per via giudiziaria) sforzarci di smettere di «non vedere». Berlusconi è quello che è, ma il nodo irrisolto della storia della Repubblica non è forse il dualismo italiano? Il punto su cui si concentra la crisi non è forse il divario terribile fra il Sud e il Nord? Non è forse questo il vero punto di rottura? Non è da qui che è sorta l’idea federale? «Quell’idea che – come osserva Biagio de Giovanni nel suo ultimo libro – da allora non sarebbe più uscita dal dibattito politico, con – da destra a sinistra: ecco il senso dell’egemonia! – la parola d’ordine “tutti federalisti” (…) qualunque sarà il destino politico effettivo di questo orizzonte, il suo ingresso nel lessico politico ne ha mutato definitivamente la scena (…) E oggi si parla di federalismo fiscale anche come possibile risposta in positivo ai problemi del Mezzogiorno (…) e la Lega federalista sembra addirittura diventare paladina di un rinnovamento possibile (l’unico, si comincia a dire) del Mezzogiorno: quante cose può significare l’egemonia!»
Dico di più. Berlusconi è quello che è, ma non è che prima dell’apparizione del Caimano l’Italia fosse tutta rose e fiori. La mafia, la corruzione, il terrorismo, l’evasione fiscale, il disastro della scuola, di Alitalia, delle ferrovie, l’inefficienza dell’apparato pubblico, l’illegalità edilizia, il divario Nord-Sud, c’erano anche prima dell’arrivo di Berlusconi. Il Cavaliere ha fatto poco o nulla per rendere migliore l’Italia. Ma di certo non è la sola fonte di tutti i nostri guai. E visto che nel decennale della scomparsa di Bettino Craxi si sostiene che il giudizio sul leader socialista debba essere un giudizio sereno, e cioè un giudizio più ampio, non limitato alla sola Tangentopoli, forse converrebbe abbandonare l’illusione che una volta sparito il Caimano, ritornerà l’età dell’oro. E piantarla con la sottovalutazione della dimensione storico-politica di Berlusconi. O si pensa davvero che Berlusconi sia il fascismo? Che sia vero quel che va dicendo Di Pietro che il Cavaliere somiglia a Mussolini? Non scherziamo: Berlusconi non ha la cultura politica del duce e in Italia non c’è una dittatura fascista. Anzi Berlusconi ha aiutato la costituzionalizzazione della destra. Perché gli serviva, certamente. Il che non toglie che abbia contribuito anche all’evoluzione della democrazia italiana. Al punto che non sarebbe fuori luogo chiedersi: e se Berlusconi svolgesse una funzione democratica? Non è una boutade, se si considera che Berlusconi è riuscito ad integrare la destra fascista nelle istituzioni italiane ed europee e sta tenendo a bada un partito secessionista.
Dico questo perché (insisto) non sta scritto da nessuna parte che una volta sparito il Caimano, ritornerà l’età dell’oro. Potremo ritrovarci messi anche peggio: con, al Nord (un Nord ormai largamente disponibile ad una separazione consensuale come quella «di velluto» della Cecoslovacchia), un enorme partito secessionista, a questo punto in grado di rompere l’argine emiliano e, al Sud, un’alleanza tra clan, formazioni autonomiste e quel che rimarrebbe del Pdl. Non per caso Luciano Violante ha detto in un’intervista (Corriere della Sera, 6 dicembre 2009): «Dobbiamo fare le riforme. Urge un gesto sano per il nostro Paese che, oggi, ha un unico perno attorno cui bene o male ruota: il presidente del Consiglio. Il Pdl è un partito carismatico, fondato sulla forza del capo e, per il grande peso di quel partito e di quel capo stiamo diventando un regime carismatico». E «l’indebolimento del carisma del capo mette in crisi partito e sistema. Possono naufragare entrambi». Per questo, sostiene Violante, dobbiamo «consolidare il sistema attraverso le riforme».
Non sarebbe male tenere a mente che è la Lega a costituire il punto di rottura (originario) del sistema italiano. Una Lega che oggi comincia a raccogliere i risultati del suo lavoro. Perché il tasto su cui batte da vent’anni (il peso ormai insopportabile del Mezzogiorno, improduttivo, preda dell’illegalità criminale, parassita e succhiatore di risorse del Nord) è ormai diventato senso comune. Consacrato oltretutto dal fallimento nel Mezzogiorno dell’esperienza dei sindaci e del compito rinnovatore che si era dato il centrosinistra.
Non è un caso che Vittorio Feltri e il suo Giornale scelgano un titolo altamente provocatorio nell'apertura dell'edizione di oggi dedicata alla «caccia al negro» scatenatasi a Rosarno:«Anziché ai negri, sparate ai mafiosi». Feltri è durissimo con i calabresi e li invita a centrare il vero bersaglio, non tanto gli immigrati stagionali ma la 'ndrangheta. «Se i calabresi - si legge nel sottotitolo dell'apertura - combattessero la 'ndrangheta con la stessa foga con cui si ribellano agli immigrati, risolverebbero i problemi della loro regione. Ma preferiscono i criminali agli africani che sgobbano al posto loro: peccato...». Feltri nel suo editoriale ribadisce come già ha fatto ieri, che «i negri hanno ragione» e che ci troviamo davanti al «primo episodio allarmante di intolleranza». Perché, continua il direttore del Giornale, il rischio è che «la rabbia di Rosarno possa essere contagiosa e fare danni in varie altre zone del Mezzogiorno dove l'agricoltura si avvale di 'schiavi africani' per essere competitiva e sopperire alla mancanza di manodopera locale». Aggiungo inoltre che non è neppure un caso che, come ha osservato Renzo Guolo (Il Piccolo, 9 dicembre 2009), «ormai a Nord, la Lega viva la Chiesa, almeno quella che si oppone a xenofobia e tramonto del solidarismo, con insofferenza crescente. La posta è l'egemonia culturale sul territorio. Del resto, la Lega è storicamente insediata in terre di tradizione cattolica ed è più forte laddove, in passato, il voto bianco otteneva percentuali altissime: Brianza, valli bergamasche, Pedemontana veneta. Da qui la necessità, prima per radicarsi, poi per espandersi elettoralmente, non solo di aderire ma di riplasmare, in direzione di un ritorno a un cattolicesimo preconciliare e dell’etnicizzazione della religione, il senso comune locale. Nel momento in cui fa sentire la sua voce dissonante su temi come immigrazione, pluralismo religioso, discriminazione, la Chiesa, tanto più se autorevole per azione e guida, come quella milanese o triveneta, contrasta palesemente questo progetto. Le sue parole e azioni cozzano contro quelle di un partito che, costretto a abbandonare il folcloristico paganesimo delle origini, rilegge la tradizione cristiana in modo del tutto indifferente ai contenuti del Vangelo. Un cristianesimo senza Cristo, declinato come una sorta di religione civile padana. Un cristianesimo iperpolitico, in cui la Croce è essenzialmente un'arma da impugnare conto gli ”altri”. Un cristianesimo ridotto a cultura locale, privo di dimensione universale».
Dobbiamo prendere sul serio l’esigenza delle riforme. Abbiamo ripetuto fino alla noia che il Novecento è ormai finito. Perciò non possiamo restare impantanati nelle macerie del vecchio sistema di idee e di poteri. Ha scritto ancora De Giovanni:«Se non si riesce a pensare nel nuovo contesto si resta nel vecchio, dove la gran parte dei dirigenti è stata allevata, e aggirandosi tra i suoi frammenti vi si resta impigliati, e si ritrova quella parzialità delle anime riformiste, quell’avviticchiarsi a spezzoni di idee che non hanno più la forza di una visione complessiva, quel sedersi sulla resistenza di grandi e piccole corporazioni che di volta in volta costituiscono i punti di forza:ora gli studenti, ora i magistrati, ora gli immigrati, spesso elevati, loro malgrado, a soggetti generali della storia». Dobbiamo provarci sul serio.
L'uomo dell'anno...
Il 2009 si è concluso con l'insolita proclamazione dell' «uomo dell'anno in economia», che ha stimolato la redazione de www.lavoce.info a creare un premio all'indipendenza dei giornali. «In quest'anno di crisi , con l'economia che fa meno 5 e il debito pubblico tornato al 117 per cento del pil, il maggiore quotidiano economico italiano ha voluto istituire, per la prima volta nella sua storia, un premio all'uomo dell'anno nell'economia italiana. E come si apprende dal titolo di testa del 31 dicembre 2009, "le grandi firme del Sole 24 Ore" lo hanno attribuito a Giulio Tremonti, ministro dell'Economia. Secondo posto a Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat. Il terzo posto a Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria. Anche lavoce.info non poteva mancare all'appuntamento con i grandi premi di fine anno».
«Abbiamo così istituito il Premio Indipendenza 2009», scrivono con perfida ironia “le grandi firme 2009 de lavoce.info”. «E siamo lieti di annunciare che lo abbiamo assegnato a Gianni Riotta, direttore del Sole 24 Ore per il coraggio mostrato nel premiare nell'ordine: 1) il più grande azionista dei più grandi soci di Confindustria, colui che decide quanti soldi dare alle imprese che versano le quote associative a Confindustria, nonché suo grande sponsor per la guida del quotidiano di Confindustria; 2) l'amministratore delegato del più grande gruppo privato socio di Confindustria, proprietaria del Sole 24 Ore; 3) la presidente di Confindustria, proprietaria del Sole 24 Ore. Nell'assegnare a Riotta il prestigioso riconoscimento vorremmo porgli due domande, una facile e una più difficile, nella tradizione delle sue interviste ruvide ed affilate. Prima domanda: come ha accolto Emma il riconoscimento di "uomo dell'anno"? In tempi di sconfinamenti di genere, la risposta non è ovvia. Seconda domanda, quella difficile: chi sono le grandi firme del Sole24Ore? Ne abbiamo interpellate alcune a caso, tra gli economisti maggiormente citati nelle pubblicazioni scientifiche e riconosciuti a livello internazionale, che collaborano al giornale. Nessuno aveva mai sentito parlare del concorso e del premio. Meglio così. In simili atti di coraggio solo ed unicamente il comandante deve esporsi. Che tempra quel Gianni!» («Un premio per Gianni», 02.01.2010).
Se ce ne fosse ancora bisogno, l'episodio la dice lunga sull'utilità di una voce indipendente sulla politica economica in Italia. E’ il caso di sottolinearlo poiché anche lavoce.info, come tante piccole e medie imprese, patisce la crisi economica. Tanto da mettere in dubbio la continuazione del sito. Ma il ruolo de lavoce.info (una testata che ha l’ambizione di svolgere «la funzione di "watchdog", di cane da guardia, che valuti criticamente la politica economica, disinteressandosi dell'uso politico che può essere fatto di ciò che scrive») è più che mai importante. Specie se si considerano le ombre sul pluralismo e sulla qualità dell'informazione, soprattutto economica. Per quel che si può, diamogli una mano.
Per sfidare la politica della scappatoia...
Riporto di seguito il mio intervento al convegno di Area democratica che si è svolto a Cortona venerdì 18 e sabato 19 dicembre:
Per rispondere alle due domande - se esistano buone ragioni per costruire Area democratica e se sia opportuno costruirla -, vengo subito al quarto pilastro di cui ha parlato Michele Salvati, la collocazione del partito all’interno del sistema politico; vengo, cioè, al nucleo della posizione politica che abbiamo condiviso appoggiando Franceschini e al nucleo potenziale di Area democratica. Anche perché Salvati su questo punto - sulla legge elettorale e sulle prospettive future del sistema politico - intravede nel Pd un potenziale contrasto inconciliabile.
Le cose sono andate come sono andate. E oggi Casini non è l’unico a volere il ritorno al proporzionale e ai governi fatti e disfatti in Parlamento. E, dunque, un ritorno al passato, l’abbandono del bipolarismo e dell’alternanza. Lo vogliono in parecchi anche nel Pd. Il fatto è che D’Alema e gli altri sostenitori di un ritorno al proporzionale, escludono che, in futuro, le preferenze degli elettori possano cambiare. «L’Italia è un Paese sostanzialmente di destra», dicono , e l’unica strategia perseguibile è quella della creazione di un centro indipendente con il quale il Pd possa allearsi. In altre parole tutto il confuso discutere di alleanze ha origine nella «sfiducia», di una parte del Pd, nelle possibilità di crescita autonoma del partito. Messe così le cose, il rischio del Pd è quello di agevolare una dinamica centrifuga, regalando a soggetti fuori di sé, fuori dal partito, capacità di attrazione e un ruolo decisivo nella composizione delle alleanze.
Ma dove sta scritto che un partito del 30 per cento sia condannato a rimanere per sempre tale? Non c’è dubbio che, nei paesi avanzati, si vince con il consenso degli elettori di «centro». Ma li si conquista adeguando l’offerta politica. Ogni volta. Sia in Germania che in Gran Bretagna, il centro dell’elettorato è stato conquistato da partiti capaci di presentare proposte innovative dai lineamenti culturali espansivi. Lo hanno fatto sia socialdemocratici e laburisti con il Neue Mitte e il New Labour negli anni ’90, sia il centrodestra, recentemente, con Angela Merkel e David Cameron. Del resto, in un sistema bipolare, non è al centro politico che bisogna guardare, ma al «centro sociale». Cioè alle forze dinamiche e potenzialmente «centrali» della società: ai giovani, ad esempio, all’inventiva e alla capacità di adattamento della micoroimpresa, al «saper fare» di tanti lavoratori che mantengono su livelli medio alti la produttività del lavoro, alla vivacità di quella parte del mondo della ricerca e dell’università che chiede di premiare il merito e i risultati, ecc. In questo senso, la scelta di Rutelli è gravata da un «tradizionalismo speculare» a quello di Bersani. Rappresenta il «centro» come un luogo geometrico da sempre e per sempre immobile. Da occupare con una forza centrista e moderata che aspira al ruolo di ago della bilancia. Da qui l’idea di tornare ad un sistema proporzionale.
Dunque, sbaglierò, ma continuo a ritenere che sia un bene che i cittadini affermino pienamente la propria sovranità superando quella democrazia che affidava ai rappresentanti di fare e disfare i governi in Parlamento. Non è trascorso molto tempo, eppure si tende a dimenticare la situazione di regime che ha caratterizzato la Prima Repubblica e che aveva ben pochi casi analoghi tra i paesi democratici, al punto che lo Stato e i partiti di regime erano diventati una cosa sola, favorendo una confusione pericolosissima, una concezione patrimoniale, privatistica della cosa pubblica. Prima dell’apparire del Caimano. E continuo a ritenere che il Pd debba scommettere sul fatto che possa avvenire, in futuro, un mutamento nelle propensioni degli elettori. Ma, se è così - e se è cosi per tutti noi - per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. La piattaforma del Lingotto aveva rappresentato l’avvio di questo sforzo di cambiamento. E oggi servirebbe più coerenza tra parole e fatti, l’aperto e dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni, e non il ritorno alle vecchie certezze.
Anche perché, com’è stato detto, «la rassicurazione identitaria ha un prezzo alto da pagare in seguito. Lo sanno i leader del Pci- Pds-Ds, che si sono dovuti affidare a Ciampi, a Dini, a Prodi, a Rutelli, e che dovranno tornare a farlo con personaggi analoghi se daranno corso al riflusso identitario». Senza contare che per levarsi dai piedi Berlusconi non basta che la sua credibilità diminuisca, deve crescere (specie dopo l’esperienza fallimentare del governo Prodi) la credibilità del centrosinistra. Altrimenti nessuna inchiesta giudiziaria, nessuna manifestazione di piazza, nessuna campagna scandalistica abbatteranno Berlusconi. Gli elettori possono cambiare idea, ma perché succeda, anche il Pd deve cambiare parecchie delle proprie idee, a cominciare da quelle più stantie. E dalla riforma istituzionale, alla giustizia, all’immigrazione, ci sono parecchie cose da cambiare. Proprio per stare dalla parte degli italiani, della gente. E, come in ogni battaglia riformista, ci vuole coraggio, e bisogna fare i conti con robusti e consolidati «muri mentali», offrire e sostenere idee e soluzioni nuove, per le quali rimboccarsi le maniche e lavorare.
Per questo serve Area democratica. Per questo è opportuna. Non si tratta solo di «mescolare» le nostre storie. Il centrosinistra è l’immagine della conservazione. E dobbiamo sfidare quella che è stata descritta come la «politics of evasion», cioè la politica dell’evasione, della scappatoia, dello sfuggire ai problemi. L’idea della «politica dell’evasione» è stata sviluppata da due esponenti del progressive liberalism americano, William Galston e Elaine Karmack. Che usarono questa frase per riassumere quello che ai loro occhi era stato il ripetuto rifiuto dei democratici negli Stati Uniti di guardare in faccia la drammatica perdita di fiducia nel partito tra gli elettori, seguita da una serie di sconfitte consecutive nelle elezioni presidenziali. Troppi americani erano arrivati a vedere i democratici come disattenti ai loro interessi economici, indifferenti se non ostili ai loro sentimenti morali e inefficaci nella difesa della loro sicurezza nazionale. Invece di affrontare la realtà, troppi democratici scelsero di abbracciare la «politica dell’evasione», ignorando i problemi fondamentali del loro partito. Diedero la colpa della sconfitta a ogni genere di cose: alle scarse sottoscrizioni e alla tecnologia inadeguata, alla debole presenza nei media, alle personalità, alle leadership «sbagliate», al fallimento nel mobilitare la «base tradizionale» e nel creare una «coalizione arcobaleno» di vari gruppi di interesse motivati da rivendicazioni concorrenti. In altre parole, costruirono scuse allo scopo di evitare di confrontarsi i problemi e le domande di fondo per un progetto di cambiamento. Problemi che senza dubbio sono veramente difficili, ma che è ora di affrontare.
Il cappio e le manette...
Del caso Cosentino si è molto parlato. I magistrati ipotizzano a carico del vice ministro dell’Economia e coordinatore regionale del Pdl il concorso esterno in associazione mafiosa. E il Gip – come stabilisce la legge – ha inviato l’ordinanza di custodia cautelare alla Camera dei Deputati con la richiesta di autorizzazione all’esecuzione del provvedimento. Riporto, di seguito, il resoconto stenografico dell’intervento in dichiarazione di voto che ho svolto alla Camera giovedì scorso in occasione della discussione della domanda di autorizzazione a eseguire la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti del deputato Cosentino:
Seduta n. 256 di giovedì 10 dicembre 2009
Discussione della domanda di autorizzazione a eseguire la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti del deputato Cosentino (Doc. IV, n. 5-A). Dichiarazione di voto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, onorevoli colleghi, a carico del deputato Cosentino si ipotizza il concorso esterno in associazione mafiosa in relazione al sodalizio di tipo camorristico che opera in varie zone dell'entroterra campano, in particolare nella provincia di Caserta, e si chiede - lo chiede il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Napoli - l'autorizzazione a eseguire la misura cautelare della custodia in carcere. Ovviamente la prudenza è d'obbligo: è in gioco la libertà personale di un uomo, si intacca il plenum dell'Assemblea e l'arresto di un membro del Parlamento è un fatto eccezionale, enorme.
Oltretutto ricordo ancora quando la TV portò nelle case le immagini di Enzo Tortora, del presentatore con i ferri stretti attorno ai polsi, lo sguardo sbigottito e la barba lunga: l'allora più popolare divo della TV trascinato in catene davanti alle telecamere con l'accusa di essere un corriere della droga al servizio del camorrista Raffaele Cutolo, senza uno straccio di prova, basandosi sulle parole, oggi possiamo dire sulle menzogne, di un manipolo di pentiti, o meglio di camorristi in piena attività di servizio.
Ricordo l'appello, il primo allora, lanciato da Enzo Biagi con il grido «E se Tortora fosse innocente?». Ricordo questo pensiero, il pensiero di sua figlia: mi ha insegnato - diceva - a essere rigorosa e a non giudicare mai gli altri da quello che si sente dire di loro, a non dare giudizi affrettati, a non lanciarsi contro una persona perché ci può essere epidermicamente antipatica, sostanzialmente a conservare la propria dignità anche se gli altri vorrebbero che tu fossi diverso da quello che sei.
Inoltre non ho condiviso le opinioni di chi vede nell'opera della magistratura addirittura l'occasione per riformare dall'alto l'Italia e gli italiani. Nè l'atteggiamento di chi è arrivato a considerare la magistratura come un baluardo indispensabile per difendere le istituzioni democratiche da una destra populista e illiberale.
Noi non abbiamo mai esibito in quest'Aula il cappio o le manette (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Nessun pregiudizio, dunque, però ricordo a tutti che con le stesse accuse rivolte al deputato Cosentino un cittadino comune, un italiano qualunque, sarebbe costretto oggi in carcere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Ciascuno di noi deve tenerlo costantemente a mente, per non cadere in una difesa corporativa - lo diceva il collega Casini - insostenibile di fronte all'opinione pubblica, perché è il legislatore, è il Parlamento che ha previsto che, in caso di gravi indizi di colpevolezza per associazione mafiosa, vi sia la custodia cautelare.
Inoltre, ciascuno di noi dovrebbe tenere a mente il quadro descritto dall'inchiesta napoletana. Come scrive l'onorevole Lo Presti nella sua relazione «Presso la Giunta è emerso certamente un quadro della provincia di Caserta e del paese di Casal di Principe molto allarmante». L'ordinanza descrive un quadro degradato, dove impera la camorra (i clan camorristici hanno fatto dagli anni Ottanta migliaia di morti); descrive interessi, condotte, intrecci politico-malavitosi inaccettabili e indegni di un Paese civile, una società che è ormai sequestrata e occupata da organizzazioni criminali.
Tengo a mente quello che scrive ancora Lo Presti: «Si tratta di una realtà vasta, complessa e inquietante rispetto alla quale occorre il massimo impegno di tutti, in primo luogo dei rappresentanti istituzionali»; appunto colleghi, in primo luogo dei rappresentanti istituzionali, specie se si considerano le vaste responsabilità anche della politica, e non di una parte soltanto.
Ovviamente non è nostro compito un'analisi con intenti di condanna o assoluzione; il nostro compito è valutare unicamente se vi sia fumus persecutionis, se vi sia parvenza di persecuzione. Si tratta di un'espressione che indica che le azioni compiute dal giudice non sembrano dettate da applicazione della legge e ricerca della verità, ma dall'intenzione di nuocere ad una persona precisa, cioè al deputato Cosentino. Insomma, dobbiamo verificare se la magistratura è intenzionata ad abusare delle proprie prerogative.
L'ordinanza descrive un quadro noto. Nella relazione antimafia, quella che abbiamo votato tutti nella scorsa legislatura, si legge: «Il descritto legame - quello tra clan e imprese - trova la sua possibilità di determinarsi e produrre risultati grazie all'arrendevolezza e alla permeabilità delle istituzioni rappresentative locali. Si determina un circolo vizioso, nel quale la politica si presta a fare la sua parte nella gestione degli scambi e dei favori reciproci». E potrei continuare; rinvio all'ampio richiamo fatto nella relazione della collega Samperi, perché descrive efficacemente il quadro allarmante che descriveva Lo Presti entro il quale si collocano i fatti in indagine.
La misura cautelare è giustificata? La tipologia di reato prevede la custodia cautelare: si tratta di un reato particolarmente odioso e pervasivo, per il quale il legislatore, il Parlamento, in presenza di gravi indizi di colpevolezza, ha prescritto la custodia cautelare in carcere. In questa richiesta allora, chiediamoci, nella richiesta avanzata dal GIP del tribunale di Napoli, la magistratura intende abusare delle proprie prerogative? A parere di Lo Presti e della maggioranza della Giunta, l'arresto non può essere concesso perché si tratta di fumus persecutionis. Nelle sue parole vi è più che un sospetto: vi è la certezza che all'origine dell'azione penale si collochi l'intenzione di nuocere all'uomo e all'uomo politico. Ma la Giunta, invece, ha potuto constatare come gli indizi di colpevolezza a carico di Nicola Cosentino siano gravissimi: ha potuto constatare che gli indizi vi sono, e sono elementi determinanti per la sussistenza o meno del fumus persecutionis. L'ordinanza accerta la caratteristica dell'ECO4 come rivestimento imprenditoriale dell'attività della camorra nel settore dei rifiuti ed espone in dettaglio i contributi dell'onorevole Cosentino al sodalizio. Lo stesso GIP premette nella sua ordinanza che le dichiarazioni dei pentiti e dei coindagati, in quanto fonti di dubbia affidabilità (si pone il problema) per la provenienza dei soggetti, non del tutto disinteressati, devono essere sottoposte anche in ambito cautelare ad un vaglio critico: un vaglio critico particolarmente rigoroso, mediante l'individuazione degli opportuni riscontri esterni individualizzati, che confermino l'attendibilità del dichiarante; e di conseguenza il GIP vaglia con cautela ed accuratezza estrema gli indizi di colpevolezza idonei a legittimare l'applicazione della misura cautelare.
Le dichiarazioni sono intrinsecamente attendibili, sono riscontrate da elementi esterni, in relazione alle modalità dei fatti denunciati, con strumenti che sono idonei a collegare i fatti all'indagato; e la stasi istruttoria di cui si lamenta la difesa di Cosentino è piuttosto indice della cautela e della ricerca da parte della procura, una volta tanto, di riscontri probanti per rafforzare la tesi accusatoria. La misura richiesta non sembra perciò frutto di decisioni imprudenti e frettolose, ma piuttosto sembra conseguenza di un'accurata indagine eseguita con prudenza e con scrupolo estremo; e i gravi elementi riscontrati nell'ordinanza escludono il fumus persecutionis.
Insomma, è vero o no che Nicola Cosentino ha voluto pervicacemente Giuseppe Valente a capo di tutti gli enti che avevano a che fare con il ciclo dei rifiuti in provincia di Caserta? È vero o no che Giuseppe Valente è un camorrista? È vero o no che Michele Orsi è stato ucciso perché stava dicendo cose scomode ai magistrati? Insomma, a queste domande bisogna rispondere! Perché l'onorevole Cosentino non ha impugnato la misura cautelare? Perché non si scandalizza che gli venga imputato di aver frequentato un assassino del calibro di Bernardo Cirillo?
Per questi motivi, invitiamo l'Assemblea a respingere la proposta della Giunta, e noi voteremo per respingerla. Inoltre - e concludo - l'ordinanza non può essere usata per alimentare ulteriormente le polemiche tra magistratura e politica, come cercava di fare il collega Brigandì. È nostra convinzione, e non da oggi, che sia venuto il momento per uno sforzo grande di riforma dello Stato: questo è il compito nazionale della fase storica in cui stiamo vivendo. Per questo compito il nostro partito mette a disposizione tutte le sue risorse, così come i grandi partiti di massa le misero a disposizione per il compito di ricostruzione democratica del Paese durante la guerra e il dopoguerra.
È nostra convinzione che sia possibile costruire una democrazia capace di decidere, onesta, in grado di gestire servizi pubblici efficienti, provvedere ad un sistema giudiziario ben funzionante; ma la prima battaglia è quella della legalità, per riconquistare il territorio occupato dalle mafie, per sottrarre i nostri concittadini, tanti cittadini onesti, giovani, donne, a un destino di oppressione, per restituire loro libertà e dignità.
È una battaglia, come dice Lo Presti, che deve vedere il massimo impegno di tutti e, in primo luogo, dei rappresentanti istituzionali. Speriamo che con noi si impegnino altre forze sociali e politiche in numero e qualità sufficienti ad imprimere la svolta di cui il Paese ha bisogno (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Sempre lo stesso film?
«Da nove giorni il futuro politico del sistema italiano sta girando attorno alle parole di un pentito di mafia»: è il punto politico sottolineato oggi da Luciano Violante in un’intervista al Corriere della Sera. Le sorti della Repubblica sono appese alla voce di un pentito, Gaspare Spatuzza, detto «u tignusu» per la sua calvizie, che in poco più di 16 anni è passato dall’uccisione di don Pino Puglisi alla collaborazione con la giustizia arrivando a raccontare episodi di mafia (di cui sarebbe stato messo a conoscenza) che riguardano il premier Silvio Berlusconi e il senatore Marcello Dell’Utri. Un uomo gravato, per sua stessa ammissione, da sei stragi e 40 omicidi.
E’ probabile che si tratti solo di «una storia assurda» è di una «follia», come afferma indignato il presidente del Consiglio, ma è qualcosa che accentua fino al parossismo lo stress istituzionale. Al punto che, secondo Violante, la vicenda evidenzia la «fragilità strutturale» del sistema e testimonia l’urgenza di mettere mano a «riforme costituzionali, dentro le quali si deve rivedere anche il rapporto tra politica e giustizia». Come ha osservato ieri Stefano Folli sul Sole 24 Ore, «la posizione prudente di Bersani e del Pd rivela un’inquietudine crescente. Non si vuole far dipendere le sorti della Repubblica da un assassino che per convenienza si è fatto collaboratore di giustizia. Perciò si chiede alla magistratura di verificare e approfondire con ogni cura. Quanto più le accuse sono gravi, anzi inaudite, tanto più è indispensabile mostrare un eccezionale senso di responsabilità. L’idea di ricondurre la storia politica degli ultimi vent’anni a un fatto criminale è assai pericolosa. Ricorda da vicino il tentativo che fu nesso in opera all’inizio degli anni Novanta, quando si cercò di procedere nello stesso modo nei confronti della Democrazia Cristiana: dai processi di Andreotti alla crisi di Tangentopoli. Ma adesso gli esiti sarebbero più drammatici, visto che Berlusconi non ha intenzione di ritirarsi e un suo appello agli elettori avrebbe, con ogni probabilità, successo in una chiave tutta plebiscitaria».
Ieri, intanto, una folla variopinta si è radunata a Roma per gridare la propria indignazione nei confronti del capo del governo. Tanti giovani, tutti antiberlusconiani: «Silvio dimettiti», il coro più ripetuto. Il guaio è che per una persona che protesta ce ne sono almeno due che pensano che Berlusconi è un perseguitato e che chi lo odia lo fa solo per invidia. Non per caso, il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini, prevede che «fra pentiti di mafia e girotondi di Di Pietro, Berlusconi rimarrà lì altri vent’anni». Resta il fatto che la manifestazione a molti è sembrata un film già visto (anche gli attori sono gli stessi), mentre un sacco di gente vorrebbe vederne finalmente uno diverso. Ne scrive Mario Ricciardi oggi sul Riformista: «Aspetto che il tempo passi. Che la sinistra si liberi da questa nevrosi, dall’ossessione che la imprigiona costringendola a ripetere ossessivamente la stessa triste litania. Che finalmente i suoi leader abbiano il coraggio di dire ad alta voce quello che alcuni di loro sussurrano quando non c’è un microfono nelle vicinanze: che, nonostante tutto, Berlusconi piace. Che gli italiani che lo votano non sono ostaggi di un tiranno. Forse non sono troppo lungimiranti, hanno le idee confuse su democrazia e garanzie costituzionali, ma alla fine sono sicuri del fatto loro. In democrazia, vince chi ha più voti e, per il momento, loro sono la maggioranza, e vogliono Berlusconi. Così come è, con le escort, i capelli tinti, i sicofanti, le battute di cattivo gusto e il conflitto di interessi. Sono convinti che alla fine lo preferiscono ai suoi avversari. Che le sue indubbie doti di comunicatore e i suoi successi di imprenditore siano sufficienti per affidargli il proprio futuro e quello dei propri figli. Aspetto. Sperando che prima o poi qualcuno a sinistra dica che da qui bisogna partire. Dalla comunicazione e dagli interessi. Dal Paese reale e dai suoi umori. Dagli ideali e dal modo in cui si mettono in pratica, nei limiti del possibile».
Vengo al «Paese reale e ai suoi umori». A pagina 29 del Corriere di oggi c’è la notizia che i ritardi della giustizia costano alle imprese 2,6 miliardi di euro. La stima, riferita al 2007, è stata calcolata dalla Cgia di Mestre sommando i costi di cui le aziende italiane devono farsi carico per i ritardi nelle procedure fallimentari (1,03miliardi ) i ritardi nelle procedure civili (1,09 miliardi) e le spese relative alle procedure fallimentari (532 milioni). E seri interrogativi sul funzionamento del sistema giudiziario italiano vengono anche dagli Stati Uniti dopo la condanna di Amanda Knox a ventisei anni. I media hanno criticato «il mancato isolamento della giuria» e più di un aspetto dell’impianto accusatorio. Ciò che più colpisce la stampa americana è la debolezza della prova del dna a carico di Amanda. E diversi luminari del foro statunitensi hanno giudicato scandaloso il verdetto. «La giustizia italiana è molto diversa dalla nostra, pensate che il Pm ha definito Amanda “il Diavolo” nella requisitoria» (Cnn); «la giuria è condizionata dai gossip che girano in città, qui tutto assomiglia a un circo» (Paula Newton, Cnn); «Sin dall’inizio gli italiani hanno visto in Amanda un gelido killer dagli occhi azzurri» (Barbie Nadeau, Newsweek); «Ci troviamo di fronte a una demonizzazione dell’imputata che evoca il ricordo di Giovanna d’Arco, c’è da chiedersi in quale secolo viviamo» (Timothy Egan, New York Times). The Daily Beast contesta le scelte della famiglia che «non sollevò obiezioni all’inizio dell’indagine quando la polizia dimenticò di interrogare Amanda». E sono i «vizi iniziali dell’inchiesta» a essere indicati come la genesi di una vicenda di malagiustizia. «Ciò che più colpisce di questo processo è come gli inquirenti siano sempre rimasti attaccati alla prima interpretazione che diedero come se tenessero più a salvare la propria faccia che non ad applicare i codici», commenta ancora Egan, celebre premio Pulitzer, sul NYT. Ecco, visto che non sono tutti sul libro paga di Berlusconi, forse converrebbe rifletterci su. O no?
Sempre a proposito di paese reale, in tutto questo trambusto, gli ultimi sviluppi sull’iter della legge finanziaria in Parlamento sono finiti a pagina 43 del Corriere della Sera di ieri. Eppure il cammino resta piuttosto accidentato, tanto che i deputati della Commissione Bilancio dovranno lavorare anche durante il ponte dell’Immacolata. E dopo vari tentativi di correzione in corsa, il governo e il relatore di maggioranza hanno deciso di riscrivere gli articoli 2 e 3 della manovra. I due articoli sono stati riassunti dal relatore in un maxiemendamento («del tutto inusuale» come ha rilevato l’opposizione), che raccoglie tutte le proposte di modifica presentate dal governo e quelle ritenute praticabili dalla maggioranza. Nel maxi-emendamento vengono confermanti la Banca del Mezzogiorno, il rifinanziamento del 5 per mille, i fondi per il ponte sullo Stretto di Messina e quelli per finanziare il credito di imposta alle imprese sulla ricerca. Vedremo come andrà a finire. «Da domani sera, e per quanto ci riguarda senza limiti prefissati, voteremo tutti gli emendamenti a cominciare da quelli che rappresentano per il Partito democratico la cartina tornasole della manovra: sostegno ai lavoratori, ai redditi, alle famiglie, alle imprese». Lo dichiara il capogruppo Pd in commissione Bilancio, Pierpaolo Baretta. «Il governo - continua - ha dovuto prendere atto della nostra posizione per la restituzione dell'Ici ai comuni e per le scuole paritarie, stanziando risorse in questa direzione. L'emendamento unico presentato dal relatore - spiega Baretta - è comunque un mostro procedurale. Di fatto è come se si chiedesse la fiducia in commissione. Ma anche il quadro di coperture risulta ancora incerto. Per questi motivi, la sessione di bilancio, che si apre nel concreto domani sera, acquista un particolare valore di confronto non solo fra l'opposizione e la maggioranza, ma anche tra la maggioranza e il governo».
Per finire ancora con uno sguardo agli interessi e agli ideali, da lunedì saremo tutti (idealmente) a Copenhagen a fare il tifo per un buon accordo sull’ambiente. Il fatto è che trovare il modo di produrre energia con sorgenti pulite, rendere meno inquinante il nostro parco automobilistico e i nostri riscaldamenti, costa. E su come distribuire lo sforzo ci sono opinioni discordanti. Che il negoziatore indiano ha riassunto così: «Il cielo è pieno di gas serra prodotti dai paesi ricchi. E’ ora che essi facciano un po’ di spazio anche ai nostri, visto che finalmente anche noi stiamo migliorando le nostre condizioni di vita». Anche nell’atmosfera, tanto per capirci, lo spazio occupato da un cittadino di un paese ricco è diverse volte più grande di quello occupato da un cittadino di un paese povero. Dovremmo tenerlo a mente.
Ma non avevano promesso di tagliare le tasse?
Oggi il procuratore di Firenze ha smentito le indiscrezioni su un imminente avviso di garanzia a Berlusconi e Dell’Utri. Il dubbio aleggiava nei palazzi della politica ormai da una settimana e ieri i due quotidiani vicini a Berlusconi, Libero e Il Giornale, hanno rotto il silenzio con i titoli di prima pagina: «Silvio indagato per mafia». Ma per la procura di Firenze quello che hanno scritto i due giornali non è vero e né Silvio Berlusconi né Marcello Dell’Utri sono indagati per mafia. Attorno a questa storia, che va avanti da più di dieci anni sempre in assenza di riposte certe, ruota il tormentone prenatalizio (che ha indotto il procuratore di Firenze ad intervenire sui media per smentire i titoli e le prime pagine dei quotidiani vicini al Premier) sui media.
A Roma intanto infuria la polemica politica. Il premier ha bollato come «infondate e infamanti» le accuse di un suo presunto coinvolgimento nelle stragi di Cosa nostra. E Barbara Spinelli sempre oggi sulla Stampa scrive: “ è una fortuna che Napolitano abbia detto in modo chiaro che spetta al parlamento e alla politica sanare i presenti squilibri”. Ma non facciamoci ingannare dai paroloni, dalle battute e dalle barzellette di Berlusconi. L’unica vera faglia tellurica che si sta allargando sotto il centrodestra è quella fiscale. E il pericolo è che in tutto questo clamore si perda di vista il tema oggi centrale: avevano promesso di tagliare le tasse e invece le hanno alzate. Al punto che lo stesso Libero titolava, giovedì scorso, «Svaniscono le promesse».
Come è possibile che Berlusconi stia tradendo in maniera così proditoria l’impegno al taglio delle tasse? Ne ha scritto giustamente Europa, venerdì scorso:«Mentre in tutti i paesi europei (che, come si dice con soddisfazione, hanno ripreso a crescere meno dell’Italia) la leva fiscale viene utilizzata, anche a rischio di incrementare il deficit, per spingere consumi e investimenti, in Italia siamo al rigor mortis». E, come spiega Paolo Natale, «non è sulle collusioni mafiose né sull’immigrazione che si incrina il consenso intorno a Berlusconi. È su quel 43,2 per cento di pressione fiscale che colloca ormai l’Italia al quarto posto nel mondo come paese delle tasse, dietro solo agli scandinavi. Secondo i commercialisti la pressione depurata dal sommerso è addirittura oltre il 50. Una quota inaccettabile. Mostruosa se si pensa chi ha governato per otto degli ultimi quindici anni: l’uomo di meno tasse per tutti. Il peso del fisco era al 40,7 per cento nel 1994».
«Se questo - si è chiesto Paolo Natale - è il vero lato debole di Berlusconi, il più debole agli occhi degli elettori, perché l’opposizione politica non lo colpisce? Bersani denuncia spesso la leggerezza delle misure governative, ma sul punto specifico non affonda. Anzi, fra Tremonti e i suoi avversari interni dichiara simpatia al primo. Anche noi diffidiamo del populismo di Brunetta e soci, ma qui la domanda riguarda chi si candida all’alternativa. A parte la giaculatoria (sacrosanta per carità) sulla lotta all’evasione, c’è qualcosa da correggere rispetto ai tempi della sinistra tassa&spendi? Ci dobbiamo preoccupare per il ritorno in auge di Vincenzo Visco e della sua scuola, o fra le tante novità promesse dalla nuova leadership democratica ce n’è anche una che possa colpire Berlusconi dove gli fa più male?». Parliamone.
I servizi pubblici locali, il 5 dicembre e Mr. Pesc.
La vicenda delle nomine europee previste dal Trattato di Lisbona, si è conclusa con la scelta del primo ministro belga Herman van Rompuy come nuovo presidente stabile del Consiglio europeo e della commissaria Ue al commercio, la baronessa britannica Catherine Ashton, come Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Ma su quella che Franco Venturini sul Corriere della Sera ha definito una «indecorosa rissa nazional-furbesca», non c’è molto da discutere. La candidatura dell’ex primo ministro ed ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, avanzata dai socialisti europei, è sfumata davanti alla determinazione e alla capacità britannica di reinserirsi nel consenso franco-tedesco. «Ad ulteriore dimostrazione – ha scritto Raffaello Matarazzo, caporedattore di Affarinternazionali - che se l’Italia non riuscirà a rientrare positivamente nella dialettica tra Germania e Francia, difficilmente potrà svolgere un ruolo nelle prossime partite per le nomine europee (dalla presidenza dell’Eurogruppo a quella della Banca centrale europea), su cui sembra coltivare alcune ambizioni». Forse di questo bisognerebbe discutere: della nuova dialettica tra Parigi e Berlino, della cabina di regia della Ue e del ruolo dell’Italia…
C’è pochissimo da discutere anche sul 5 dicembre, sul «No B day», la manifestazione nazionale «per chiedere le dimissioni di Berlusconi». Europa ha scritto giustamente: «Siamo sempre lì. Sedici mesi e tre segretari dopo piazza Navona, il Pd è ancora disorientato davanti a una manifestazione di Di Pietro. Non sono serviti gli scatti d’orgoglio, i milioni delle primarie, le promesse di «ritorno alla politica». Siamo sempre a chi va, chi non va, Bersani che la butta in tribuna: «Verificheremo le parole d’ordine». E che cosa c’è da verificare, in un’iniziativa che si chiama No-B day? L’8 luglio del 2008 era No-Cav day e finì a insulti e denigrazioni per tutti, papa e capo dello stato in testa. Al Pd pensano che sia sufficiente il patrocinio offerto da Repubblica, perché il 5 dicembre sia diverso? Uno dei pregi di Bersani sembrava l’impegno a recuperare al Pd piena autonomia dall’estremismo. Continuiamo a sperarci ma per ora l’imbarazzo è lo stesso del passato. Anzi, la distanza presa alla vigilia di piazza Navona fu più netta. Il Pd è frenato dalla paura di vedere nella piazza di Di Pietro e di Ferrero tanti propri elettori? Ce ne sono molti di più che sarebbero felici di vedere il Pd capace non solo di dire i giusti no pronunciati ieri da Bersani, ma anche di sfruttare bene le divisioni ormai clamorose che attraversano il centrodestra, ora anche sulle leggi ad personam. Bersani rivendica al partito il pregio di una iniziativa propria: la mobilitazione dei circoli. Speriamo che nella nuova stagione i circoli non siano utilizzati come la coperta di Linus. Il Pci, che è tornato di moda, non si sarebbe mai domandato se aderire o no a un corteo dell’estrema sinistra. E se qualcuno dei suoi andava, non se ne discuteva certo nelle riunioni di direzione».
Ci sarebbe, invece, parecchio da discutere sulla riforma dei servizi pubblici locali proposta dal governo. La riforma (si fa per dire, ovviamente), che è passata con il voto contrario del gruppo del Partito Democratico, è indubbiamente una forzatura. E’appena il caso di sottolineare che il governo ha inserito la materia che riguarda l'acqua e i servizi ad essa collegati all'interno di un provvedimento che (più in generale) ha lo scopo di adeguare la normativa italiana a quella europea, anche se non esiste alcun obbligo comunitario e nessuna procedura di infrazione è stata avviata nei confronti dell'Italia in riferimento all'affidamento dei servizi pubblici locali, tanto meno di quello idrico integrato. Senza contare che la discussione, affrettata e molto sommaria, è poi culminata nella scelta del voto di fiducia. Si è voluto, in soldoni, obbligare i comuni a vendere quote delle aziende che gestiscono i servizi idrici integrati indipendentemente dalla programmazione, dalla qualità del funzionamento, dal grado di soddisfazione delle comunità locali; costringendoli ad accelerare la trasformazione in società per azioni, ben sapendo che pochissimi grandi gruppi privati (anche stranieri, come Suez e Veolia) potranno avvantaggiarsi di una svendita di tale portata.
Ma il nostro intento e l'appello che abbiamo rivolto al governo non è mai stato - come ha sottolineato Raffaella Mariani in dichiarazione di voto - quello «di rimuovere il tema in discussione, ma di affrontarlo nella maniera giusta, con tempi giusti, in modo vero e serio e all'interno di un quadro legislativo e organico, semplificato, con regole certe e trasparenti. Si può riformare il sistema di gestione dell'acqua, ma a partire da alcuni punti fermi che a nostro avviso sono: il riconoscimento del valore pubblico dell'acqua e delle infrastrutture idriche, cioè acquedotti, fognature, impianti di depurazione (è vero, abbiamo dovuto ribadirlo nella discussione al Senato, ma l'ha fatto il Partito Democratico, onorevole Cota, con un emendamento firmato dal senatore Bubbico); la valutazione più attuale del costo della risorsa anche nell'ottica di un uso più oculato; il controllo, la tutela, la valorizzazione, il risparmio della risorsa idrica da utilizzare con criteri di solidarietà anche salvaguardando aspettative e diritti delle generazioni future, anche facendo riferimento al patrimonio ambientale; la necessità di investimenti certi che - lo sappiamo bene - non possono derivare esclusivamente dalla tariffa a carico dei cittadini-contribuenti-consumatori; infine, la definizione di un rigoroso meccanismo di controllo, la costituzione di un'autorità terza che vigili proprio sull'andamento delle tariffe in rapporto alla qualità dei servizi erogati e alla loro efficienza, un'autorità indipendente a tutela dell'interesse pubblico».
Non è un mistero per nessuno che accanto a tante imprese pubbliche efficienti, ce ne sono tante che gettano via denaro pubblico. Secondo Carlo Scarpa (il volume “Comuni SpA. Il capitalismo municipale in Italia”, di Scarpa, Bianchi, Bortolotti e Pellizzola, è in corso di pubblicazione per Il Mulino), «per dare un’idea, nel 2005 risultavano in perdita circa un terzo delle imprese locali del settore igiene urbana e il 40 per cento nel settore idrico. E il trasporto pubblico locale va anche peggio. Nella più ottimistica interpretazione, siamo di fronte a deficit pubblici che le amministrazioni locali nascondono nelle loro imprese per non farli risultare dai bilanci comunali. Ma, temo, in molti casi c’è ben di peggio. A queste situazioni occorre dare una risposta, anche per lasciare spazio a imprese vere; magari pubbliche, perché no, ma vere» (www.lavoce.info). Raffaella Mariani ha infatti ricordato che, «esempi di buongoverno dei servizi idrici esistono e dobbiamo onestamente rilevare che la loro qualità è assolutamente riscontrabile sia presso i gestori a titolarità esclusivamente pubblica, sia presso gestori a titolarità mista, pubblica e privata. Gestione pubblica dei servizi non è per definizione sinonimo di efficienza: lo sappiamo bene, ma è vero anche il contrario. Non sempre una gestione di tipo privatistico corrisponde ad un servizio efficiente, un servizio complesso a costi congrui per il cittadino. Modelli europei testimoniano scelte differenti nella gestione, con sistemi che passano dalla gestione interamente pubblica ed efficiente (vedi la Germania), a forme miste come quelle francesi, fino ad arrivare a gestioni interamente private. Ma in tutti i grandi Paesi, nei Paesi moderni, si è costituito tuttavia un sistema di controllo pubblico molto forte a tutela dell'interesse generale. Cosa manca al nostro Paese? Mancano ancora infrastrutture idriche complete e, dove esistono, il loro stato fatiscente provoca una dispersione della risorsa pari a circa il 30 per cento del totale dell'acqua immessa in rete. Molti cittadini italiani, esattamente più della metà, non godono ancora di un sistema di depurazione nei loro territori. Questo ha a che fare con la loro salute, con la qualità dell'ambiente che li circonda. Mancano ancora meccanismi efficaci per la verifica delle evasioni tariffarie, dei prelievi abusivi. In molte delle nostre città non esiste un sistema fognario degno di un Paese civile. Insomma, siamo molto lontani da livelli accettabili di organizzazione dei servizi idrici».
Per questo il gruppo del Partito Democratico ha cercato di andare oltre la discussione teorica e di distaccarsi dalla cattiva informazione e dalla propaganda. «Una riforma che sperimentasse, in positivo diciamo noi, un nuovo modello di gestione economica, che segnasse davvero una svolta rispetto al fallimento di molte esperienze di servizi pubblici locali» era possibile, ha detto Raffaella Mariani, e «avremmo volentieri affrontato un tema complesso, con la consapevolezza che si possono offrire soluzioni articolate a tutela dell'interesse dei cittadini. Lo scempio normativo che state compiendo fa trasparire la volontà di favorire interessi ristretti. Perché dovremmo fidarci di un Governo che ha ceduto alle richieste di importanti monopolisti privati, garantendo aumenti tariffari in questi mesi, senza alcun rispetto per i cittadini, come nel caso dei concessionari autostradali e dei servizi aeroportuali? È un Governo amico di pochi, che fa pagare a tutti il costo degli investimenti».
Il provvedimento ora lascia aperti problemi due importanti. In primo luogo: come saranno fatte le gare? In secondo luogo: chi regola questi settori che non hanno una regolazione degna di questo nome? «Cosa - non ha funzionato si è chiesto Federico Testa nel suo intervento - nelle liberalizzazioni in Italia? Non ha funzionato, ad esempio, tutto il tema delle gare: molto spesso abbiamo a che fare con gare che sono assolutamente non vere e ciò dipende anche dal fatto che i soggetti che sono chiamati a bandire le gare, da un lato, non hanno le competenze per poterlo fare, dall'altro, molto spesso sono in palese conflitto di interessi rispetto chi si aggiudicherà la gara. Inoltre, vi è la questione dell'autorità di regolazione, nel senso che la concorrenza perfetta non è uno stato naturale del mercato; le imprese vanno alla ricerca di un vantaggio competitivo nei confronti delle altre, e quindi bisogna realizzare interventi affinché la concorrenza venga mantenuta. Voi con questo provvedimento ragionate al contrario, ossia ponete dei vincoli molto rigidi in tema di privatizzazione, e quindi l'effetto che si ottiene pare essere più quello, diciamo così, di spartire la rendita di monopolio del pubblico con qualche privato, il tutto senza alcun vantaggio certo e chiaro per i cittadini e per i consumatori». Ma ora l’istituzione di organi di regolazione per questi servizi non può più attendere. Pena, il caos. E’una legge sbagliata e il governo ha trascurato un sistema che attendeva aiuti, riforme e vigilanza dello Stato, ma come abbiamo detto alla Camera, «non vogliamo cavalcare nostalgie, vogliamo servizi moderni, vogliamo poter favorire investimenti che i comuni da soli non possono più sostenere».
L'Europa e il Crocifisso
La sentenza della Corte dei diritti dell’Uomo che dà ragione a un cittadino, non cattolico, il quale non ritiene giusto che i suoi figli debbano frequentare le scuole dove è obbligatorio esporre il crocifisso, è davvero così scandalosa? Se lo è chiesto ieri Emanuele Macaluso. «A leggere i giornali di oggi – ha scritto Macaluso (www.leragioni.it, 4 novembre 2009) - sembra che la Corte abbia violato i sacri confini della patria con un esercito dedito a demolire chiese e crocifissi. Ridicolo. La verità è che l’errore non è nella sentenza che ricorda un principio di libertà e uguaglianza dei cittadini europei di qualunque fede o di nessuna fede religiosa. L’errore sta nel fatto che nell’Italia papalina e ipocrita da gran tempo il crocifisso è stato imposto nelle scuole e nei tribunali. Capisco che oggi toglierli può apparire, anche se non lo è, un’offesa ai cattolici praticanti, comunque a una parte di loro, e uno sgarbo alla Chiesa cattolica, al Vaticano. E allora si parli di opportunità di discutere il problema che c’è, con serietà, serenità e rispetto di tutti. Anche di chi si è rivolto alla Corte di giustizia europea».
Partiamo da qui. Da un diritto. Il diritto di Sami Albertin e della sua famiglia. Come nasce la sentenza? La sentenza (una decisione che si articola lungo 70 punti) muove da un esposto fatto nel 2002 da una famiglia italo-finlandese che ha contestato la presenza di un simbolo religioso confessionale in un’aula scolastica statale. La sentenza, emessa da una Camera della Corte dei diritti dell’Uomo, ha dato ragione a questa famiglia e torto allo Stato italiano. Ora l’Italia (nello specifico il ministero dell’Istruzione) potrà ricorrere (e ha detto che lo farà): il giudizio di secondo grado (che è anche quello definitivo) spetta alla Gran Camera, composta da 17 membri.
Restano però da chiarire ancora un paio di cose. In primo luogo, l’Europa, cioè l’Unione europea, non c’entra nulla. La sentenza non rappresenta l’Europa e non è neppure una diretta «conseguenza della pavidità dei governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione europea», come ritiene Casini. La Corte dei diritti dell’Uomo è un’istituzione del Consiglio d’Europa (al quale aderiscono oggi 47 Stati, tra cui la Turchia, che hanno firmato la Convenzione sui diritti dell’uomo) che non bisogna confondere con l’Unione europea. Il Consiglio d’Europa (che esiste dal 1949) si è dotato di una apposita Corte (costituita da un membro per ciascun stato e che funziona come un vero tribunale) per dirimere tutte le violazioni di questi diritti. Opera dunque in base alla Convenzione per i diritti dell’Uomo e non in base alla legislazione della Ue che in materia non esiste.
Non c’è neppure – in secondo luogo – una legge della Repubblica italiana che impone la presenza del Crocifisso a scuola. Da qui la complicazione di questa materia. Se ci fosse una legge, questa potrebbe essere impugnata davanti alla Corte costituzionale, senza la necessità di ricorrere alla Corte europea. Ma in realtà, il Crocifisso è presente nelle scuole italiane solo in ragione di un regolamento amministrativo (cioè interno al ministero dell’Istruzione) e relativo all’arredo (per capirci, oltre ai banchi, alle sedie, alle lavagne in un’aula scolastica deve esserci anche il Crocifisso). Al punto che la Corte costituzionale nel 2004 ha ritenuto di non doversi esprimere nel merito proprio perché si trattava di «materia regolamentare», cioè di normale gestione scolastica. Inoltre non c’entra nulla neppure il Concordato. Il regolamento (la prima norma è del 1857 con specificazioni ulteriori nel 1927) è precedente al Concordato del ’29 e quindi non è stato toccato neppure in sede di revisione nel 1984.
Insomma, la sentenza andrebbe letta (e ovviamente discussa) per ciò che essa è, e cioè, come ha scritto Stefano Amadeo (Il Piccolo, 5 novembre 2009), «una censura limitata al campo dell’educazione pubblica obbligatoria, dove il senso critico degli allievi è ancora in via di formazione». Curioso che debba ricordarcelo un giudice straniero.
Il centro immobile
Le primarie si sono concluse e Bersani è il nuovo segretario del Pd. I votanti sono stati poco più di tre milioni, Bersani è al 53, 2%, Franceschini al 34, 3%, Marino al 12,5%. La partecipazione è stata superiore alle aspettative e l’analisi del voto ha evidenziato elementi di preoccupazione ma anche motivi di speranza. Rinvio agli articoli di Renato Mannheimer sul Corriere della Sera («E un elettore Pd su cinque chiede più centro» del 1 novembre e «Laici e over 65 pro Bersani, i più giovani con il rivale» del 28 novembre scorso) e di Roberto D’Alimonte («Partito democratico duale. Tessere a Sud, voti a Nord») sul Sole 24 Ore del 1 novembre.
Il 7 novembre si insedia l’assemblea eletta con le primarie e ci sarà l’elezione formale del neo-leader. Che ha già parlato di «gestione plurale». Infatti, si vocifera di una squadra che vedrà anche ruoli ricoperti da esponenti delle mozioni sconfitte. Come ha osservato oggi Andrea Romano sul Sole 24 Ore, «Bersani promette di essere l’onesto amministratore di un capitale politico che appare fortemente ridimensionato rispetto a quelle che furono le ambizioni di partenza del Partito democratico ma che rimane comunque indispensabile di buon funzionamento dell’alternanza elettorale. Al contempo, questa sua virtuosa assenza di velleitarismi deriva dalla presa d’atto di cos’è davvero rimasto in quel risicato patrimonio politico: il senso di realismo, un pragmatico mestiere di contrattazione politica e capacità di rappresentare gli interessi di alcuni minoritari insediamenti geografici, anagrafici e sociali . Tutto questo insieme alla consapevolezza, prima di tutto dello stesso Bersani di non poter essere lui il prossimo candidato alla guida del governo. Si tratta, in sintesi, di ciò che resta delle migliori spoglie del postcomunismo italiano. Non poco, ma nemmeno molto».
Messe così le cose, l’intenzione di Francesco Rutelli di lasciare il Pd, per tentare di costruire un’altra forza politica che si collochi più nettamente al centro, magari congiungendosi con l’Udc, non può essere spiegata (e liquidata con l'irritazione di chi intravede nel dissenso qualcosa di fastidioso) soltanto con ragioni di carattere soggettivo. Il problema, come si diceva una volta, è politico. «C’è anche la presa d’atto - insiste Romano - che con la vittoria di Bersani si è compiuto un ciclo breve ma intenso, che aveva fatto immaginare a molti che il Pd potesse essere la casa comune ad una pluralità di culture politiche. E insieme la costatazione che la strada che percorrerà il Pd di Bersani non potrà che essere quella, già ampiamente battuta, con esiti mai decisivi negli equilibri politici della nostra storia recente, della declinazione più tradizionalista possibile del più classico welfarismo post-comunista».
Vediamo di capirci. Se si esclude che possa avvenire in futuro un mutamento nelle preferenze degli elettori (perché, come è stato detto, «l’Italia è un Paese sostanzialmente di destra») e si ritiene che l’unica strategia perseguibile sia quella della creazione di un centro indipendente (irrobustito) con il quale il Pd (indebolito) possa allearsi, perché stupirsi dello strappo di Rutelli? Se il Pd rinuncia a scommettere sul fatto che, in futuro, le propensioni e le simpatie degli elettori possano cambiare (e, perché questo avvenga, che il Pd abbia la capacità di innovare le proprie idee, a cominciare da quelle più stantie) è così strano che si metta in dubbio che sia in grado di svolgere la funzione fondamentale per cui è nato, cioè quella di guidare uno schieramento di centrosinistra in grado di progettare e realizzare il cambiamento di cui il paese ha bisogno?
Certo che, in tutti i paesi avanzati, in tutti i sistemi maturi, si vince con il consenso degli elettori di «centro». Ma li si conquista in un altro modo: adeguando, ogni volta, l’offerta politica. Sia in Germania che in Gran Bretagna (prima socialdemocratici e laburisti con il Neue Mitte e il New Labour negli anni ’90 e recentemente il centrodestra con Angela Merkel e Cameron), il centro dell’elettorato è stato conquistato da partiti capaci di presentare proposte dai lineamenti culturali espansivi e innovatori.
Del resto, in un sistema bipolare, non è al centro politico che bisogna guardare, ma al «centro sociale». Cioè a quella parte di società che ne costituisce il punto di saldatura perché le garantisce dinamismo. Le forze dinamiche e potenzialmente «centrali» sono, ad esempio, quelle dei giovani, l’inventiva e la capacità di adattamento della micoroimpresa, il «saper fare» di tanti lavoratori che mantengono su livelli medio alti la produttività del lavoro, la vivacità di quella parte del mondo della ricerca e dell’università che chiede di premiare il merito e i risultati, ecc. Non per caso, come scrive Mannheimer, «se si chiede agli elettori del Pd se il partito debba oggi avanzare tematiche e proposte che attirino maggiormente gli elettori di centro, il 19% - con un’accentuazione tra i più giovani e nel Nord-est del Paese - risponde di ritenere “molto” opportuna un’iniziativa siffatta».
Piuttosto, la scelta (e la prospettiva) di Rutelli sembra gravata da un quello che Andrea Romano definisce un «tradizionalismo speculare» a quello di Bersani. Rappresenta il «centro» come un luogo geometrico da sempre e per sempre immobile. Da occupare con una forza centrista e moderata che aspira al ruolo di ago della bilancia. Da qui l’idea di tornare ad un sistema proporzionale. Casini si è infatti affrettato a ribadire la necessità di «superare il bipolarismo con una nuova legge elettorale». Ma il proporzionale, complemento necessario di un nuovo centrismo italiano, condannerebbe di nuovo il Paese alla stagione dei governi fatti e disfatti in Parlamento. Ho anche l’impressione che (se, come prevedo, nel futuro prevedibile Berlusconi non concederà mai il proporzionale alla tedesca, poiché il proporzionale col premio gli va troppo bene) le forze che compongono il «centro della società» non sappiano che farsene di un partito di centro collocato ai margini di uno schieramento dominato elettoralmente da una sinistra di tipo tradizionale (che, in Italia, significa una cosa sola: ex comunista) dedita a fare il suo mestiere (quello cioè di rappresentare e difendere minoranze).
Up, Berlusconi, Scalfari e le riforme...
Sabato scorso, assieme ai miei due figli, ho visto Up, l’ultimo cartoon americano della Disney-Pixar, già responsabile di capolavori per l’infanzia come «Alla ricerca di Nemo», «Ratatouille» e «Wall-E». Il film mi è piaciuto. «E chi se ne frega», diranno i lettori più insofferenti. Sbagliando, però: la ragione per cui ne parlo ha a che fare con la politica.
In Up il 78enne ex venditore di palloncini Carl (un vedovo che vive ancorato ai ricordi della felicità coniugale perduta, nel rimpianto tanto della moglie scomparsa quanto dei figli che non hanno avuto) vola in cielo con la casetta carica dei ricordi del suo matrimonio felice (un matrimonio ricostruito nel prologo con un poetico montaggio senza parole) per sfuggire ad uno sfratto e per realizzare il desiderio di una vita, condiviso con la moglie scomparsa, di raggiungere un luogo ideale in Sudamerica, le cascate Paradiso. Sarebbe una fuga dal mondo, se il mondo non lo riacciuffasse nelle sembianze di Russell, un tondeggiante boy scout di otto anni il cui scopo è ottenere il riconoscimento che gli manca per aver compiuto l’ennesima buona azione: aiutare un anziano in difficoltà. Fra i due si instaura un rapporto spassoso e nello stesso tempo tenerissimo. E Carl e Russell si troveranno uniti in un’avventura che li porterà in territori affascinanti e inesplorati, alle prese con un esploratore incattivito, un uccello di specie mai conosciuta e un buffo cane che parla attraverso un collare.
La politica che c’entra? C’entra. Perché il treno delle riforme sta partendo e, stavolta, arriverà al capolinea. Per il centrodestra aprire il cantiere delle riforme è, infatti, una necessità e l’opposizione farà bene a prenderne atto per tempo, senza fare troppo affidamento sulle fratture che dividono i leader della maggioranza. Stavolta, nonostante le distanze che restano tra Fini, Berlusconi e Bossi, il centrodestra fa sul serio. O, quantomeno, ci proverà sul serio. Perché i tre pilastri delle riforme – giustizia, presidenzialismo e federalismo – sono il collante con cui tenere appiccicata la maggioranza di governo fino alla fine della legislatura. Poi si vedrà. E, come ha spiegato bene l’ideologo di Fini, Alessandro Campi, si deve sì puntare a «un vasto accordo parlamentare», ma «nulla vieta alla maggioranza, se proprio dovesse incontrare un’assoluta e pregiudiziale indisponibilità a qualunque confronto o collaborazione, di procedere in modo unilaterale: assumendosi dinanzi al paese la responsabilità di una simile decisione». Il che significa una sola cosa: referendum.
Ieri, su Repubblica, Eugenio Scalfari ha ripetuto che «La Costituzione può essere rivista e modernizzata, ma non può essere cambiata. Lo impediscono l'articolo 1, l'articolo 3, l'articolo 138 e l'articolo 139. Berlusconi non vuole rivedere la Costituzione, vuole cambiarla. Vuole sostituire la democrazia parlamentare e lo Stato di diritto con una democrazia autoritaria senza organi di controllo e di garanzia ma interamente basata su sistemi di voto plebiscitari. L'intimidazione dei "media" è un elemento indispensabile di questa strategia che ha come obiettivo finale un'immagine del paese riflessa da uno specchio taroccato al servizio del potere. Si tratta di concezioni antitetiche a quelle d'un partito democratico e questo è un dato preliminare che non consente né mollezza né scorciatoie di furbizia compromissoria».
Torno perciò ad Up. Un film che, come tutti quelli firmati dalla Pixar, unisce al divertimento la riflessione su temi impegnativi come, in questo caso, quello dell’invecchiare da soli, dei sogni non realizzati, della memoria viva di chi ci ha lasciati e, ancora, la morte, l’elaborazione del lutto, e infine, come ha osservato in una bella recensione Paola Casella, «la necessità, vitale e salvifica, di rimettersi sempre in gioco – anche alla soglia degli ottanta, e non rinnegando la propria età e gli affetti costruiti per rincorrere pateticamente il fantasma di un’eterna giovinezza (come da esempi sulle nostre pagine di cronaca) ma utilizzando la propria esperienza di vita, il proprio “peso” nel mondo, come àncora (non come zavorra) ai propri sogni ancora da realizzare». Ed è - continua Paola Casella -«soprattutto l’incontro con un anziano pilota, in italiano magnificamente doppiato da Arnoldo Foà, a suscitare le riflessioni più profonde su come si possa sprecare un’intera esistenza rimanendo ancorati alla propria vanità personale e al bisogno delle lusinghe del mondo, invece che dell’affetto di chi ti sta vicino. E mentre Carl capisce che non si finisce di vivere finché la morte non ci porta definitivamente up (memorabile la scena in cui, per permettere alla casetta di librarsi, l’anziano getta via tutti i mobili che l’hanno riempita per anni, in religiosa memoria della moglie perduta), e dunque è doveroso e salvifico mettere in ogni giorno energie nuove, il vecchio pilota rimane preda di antiche presunzioni, prigioniero dell’immagine di un se stesso invincibile, rifiutando di concentrarsi sul bene degli altri (ogni riferimento alle pagine di cronaca è puramente casuale, trattandosi di un film americano, ma inevitabile per noi cittadini italiani)». E’ per questo che ho parlato di Up. Non vorrei che, ancora una volta, il centrosinistra finisse per proporre la continuità ad un Paese che vuole cambiamenti. Forse è venuto il momento di tirarsi su. Up, appunto.
Anche a Roma c’è un giudice
Dunque il «regime» non c’è. La Corte costituzionale, bocciando il Lodo Alfano, cioè la legge cui Berlusconi più attribuiva importanza, ha fatto ciò che riteneva giusto fare. In altre parole, anche nel nostro sistema democratico funzionano checks and balances, pesi e contrappesi. Non solo a Berlino, ma anche a Roma c’è un giudice.
I demagoghi alla Di Pietro che (con il solo intento di dimostrare che sono gli unici ad opporsi a Berlusconi) hanno gridato al regime, alla fine dei diritti civili e delle libertà e invitato il popolo alla rivolta, dovrebbero vergognarsi per le bugie che hanno raccontato agli italiani. Dovrebbe vergognarsi anche Berlusconi delle dichiarazioni che ha fatto. Ma i suoi giudizi liquidatori e irrispettosi sulla Consulta «di sinistra» e sul capo dello Stato, accusato di essere «di parte», non hanno nulla di viscerale o di improvvisato. Il presidente del consiglio ha deciso di contrapporre la propria legittimazione elettorale a quella di istituzioni che, nella sua ottica, lo delegittimano senza avere dietro il «popolo». Si tratta di una sfida al rialzo, figlia di un azzardo calcolato. Ma la Corte ha dato una risposta alle nostre attese e, come ha osservato Federico Orlando venerdì scorso su Europa, «hanno risposto alla nostra convinzione; mai palesata per scaramanzia: che saranno le istituzioni di garanzia, in caso di naufragio, la zattera alla quale si aggrapperà la democrazia italiana».
Tuttavia, per levarsi dai piedi Berlusconi non basta che la sua credibilità diminuisca, deve crescere (specie dopo l’esperienza fallimentare del governo Prodi) la credibilità del centrosinistra. Se non c'è un'alternativa, se non sapremo fare del Pd una reale alternativa al governo attuale, nessuna inchiesta giudiziaria, nessuna manifestazione di piazza, nessuna campagna scandalistica abbatteranno Berlusconi. Il Pd deve scommettere sul fatto che, in futuro, un mutamento delle preferenze degli elettori possa avvenire. Gli elettori possono cambiare idea e, perché questo avvenga, anche il Pd deve cambiare parecchie delle proprie idee, a cominciare da quelle più stantie. Guardare il mondo con occhi diversi è infatti la condizione per presentare un programma di governo riformista per cambiare l'Italia, cosa di cui il nostro paese ha bisogno. Keynes una volta osservò sarcasticamente: «When fatcs change, I change my mind: What do you do, sir?».
Lezioni tedesche
Mentre in questo Paese accade di tutto (nubifragi e frane, escort in Tv e manifestazioni per la libertà di stampa, ecc.) e la vocazione autolesionista dell’opposizione si esprime ai livelli più alti, continua imperterrita la battaglia interna al PD per l’elezione del segretario democratico. Torno perciò sulle recenti elezioni in Germania perché offrono al congresso del Pd la possibilità di uscire dalle bagattelle (le diatribe sul doppio incarico, i contrasti tra iscritti e elettori, la bocciofila, le gite sul Monviso, ecc.) per parlare di politica. Suggerisco alcuni temi. Discuterne sarebbe utile non solo ai democratici, ma anche (e finalmente) al Paese.
Socialismo. La batosta della Spd prova ancora una volta - ammesso che ce ne fosse bisogno - quanto sia debole quel richiamo alle origini perdute propagandato nei congressi di circolo dai presentatori della mozione Bersani. Per 146 anni, in patria o in esilio, i socialdemocratici tedeschi sono stati il partito del lavoratori e dei sindacati. Ora non è più così. «Lo so che i rapporti tra la Spd e il sindacato sono stati storicamente molto forti - ha detto alla Süddeutsche Zeitung il mese scorso Bertold Huber, il capo dei metalmeccanici tedeschi della Ig Metall (2 milioni e 400mila iscritti) - ma ora siamo nel Ventunesimo Secolo. L’era in cui i sindacati possono dire “vota per questa o quella persona” sono finiti. La gente alla sua testa. Dice “lasciate che a quello pensiamo noi” Quindi non ci sono più raccomandazioni e pietre di paragone elettorali. Possiamo essere coinvolti sui temi e lo facciamo». La decisione dei metalmeccanici tedeschi di non schierarsi politicamente è anzitutto una presa d’atto. Parecchi iscritti alla Ig Metall votano (come si è visto) per la Linke di Oscar Lafontaine, per i Verdi, ma anche per il centrodestra: per i partiti cristiano-democratici della Cdu e della Csu e per l’Fdp (i Liberali). Come in Italia. Un sondaggio (abbondantemente trascurato) del Sole 24 Ore di qualche mese fa, dava il voto operaio per il 60% a favore del centrodestra. E nuova è solo la dimensione, non la linea di tendenza che denota un movimento profondo di opinioni e di interessi che dovrebbe stimolare, a sinistra, una vera discussione. Specie se si considera che gli unici gruppi elettorali che resistono nel recinto del centrosinistra sono gli insegnanti, zone consistenti del pubblico impiego, studenti e poco altro. Non sarebbe male se, proprio «per dare un senso a questa storia», trovassimo il modo di rifletterci su. Anche perché la presa d’atto della differenza tra l’operaio del Diciannovesimo Secolo e quello di oggi che sa (e che può e vuole) scegliere, finirà per portare lontano, non solo in politica ma anche nelle preferenze in fatto di scuola, pensione, sanità, ecc.
«Populismo sanguigno?». Mentre le forze di centrosinistra che non hanno radici nel socialismo si affermano in grandi paesi del mondo (dall’America, all’India, al Giappone: tre paesi che fanno da soli più di tre volte gli abitanti dell’Unione europea), quelle europee soffrono sconfitte brucianti come quelle già consumate in Italia, in Francia e in Germania e pronosticate in Gran Bretagna. Nel tentare una spiegazione di questo fenomeno, Massimo D’Alema, nell’editoriale della rivista Italianieuropei ha parlato di «una sinistra disarmata di fronte al populismo sanguigno della destra». Ma come si fa ad inserire in questa definizione Angela Merkel, David Cameron o anche Nicolas Sarkozy? Questa incapacità di svolgere una analisi differenziata e realistica delle formazioni moderate, non tradisce forse uno dei principali limiti della sinistra europea? Secondo D’Alema, il superamento delle insufficienze della tradizione socialdemocratica si può compiere «indicando nella democrazia, nell’eguaglianza e nella cultura dell’innovazione le idee-forza per una risposta progressista». Ma, come osserva mercoledì scorso Il Foglio, «in realtà questi stessi principi rappresentano i cardini programmatici del Partito popolare europeo, che raggruppa le principali forze moderate del Vecchio continente. Definire su di essi un’identità specifica e riconoscibile è possibile soltanto se si bara sui connotati reali dell’antagonista. La sfida non è più tra modelli sociali e istituzionali alternativi, ma tra ceti politici che appaiono più capaci di realizzare un equilibrio tra democrazia sociale di mercato e promozione dello sviluppo. Se invece si costruisce un antagonismo tra “populismo sanguigno” e identità democratica, in realtà ci si limita a parare male dell’avversario, non si comprendono le ragioni del suo successo e ci si condanna davvero alla subalternità».
Proporzionale «alla tedesca». Anche l’infatuazione per il sistema elettorale tedesco viene ridimensionata dal voto, poiché, ora che le formazioni che superano a soglia di sbarramento sono cinque anche in Germania (come in Italia), appare chiaro che non è così scontato che sia l’orientamento degli elettori a decidere chi deve governare. Dietro i propositi di introdurre la legge elettorale «alla tedesca» si cela, più modestamente, il ritorno al proporzionale e ai governi che si fanno e che si disfano nelle aule del Parlamento sottraendo ai cittadini il diritto di conoscere e scegliere prima le alleanze. Tutto qua.
Grosse Koalition. L’esito del voto fa giustizia anche delle speranze che in Italia erano state nutrite nei confronti della Grande Coalizione. Secondo gli editorialisti del Corriere della Sera, un governo basato sulle due grandi forze politiche tedesche era la strada giusta per realizzare una coraggiosa politica di riforme. E in molti non facevano mistero di ritenere questa soluzione, l’intesa tra i partiti cardine dei due poli, desiderabile anche per l’Italia. Ma, come dimostra la vicenda tedesca, non è così scontato che sia una soluzione produttiva e nemmeno che sia auspicata dai cittadini. Sbaglierò, ma non credo che gli italiani vogliano «il ritorno a una stagione di ambiguità e di inciuci».
Trentatré virgola sette per cento. Infine, dopo il voto tedesco andrebbe riconsiderato il valore del risultato ottenuto dal Pd di Veltroni, in percentuale pressoché identico a quello ottenuto dalla Cdu-Csu e largamente superiore a quello della Spd. Fu indubbiamente una sconfitta, ma quella che è stata definita come una disfatta rovinosa oggi appare davvero come uno dei migliori risultati ottenuti da una formazione di centrosinistra in Europa.
La Germania, il proporzionale e la Grosse Koalition
Mercoledì scorso, sul Riformista,
Antonio Polito si è soffermato sulle elezioni tedesche ricavandone «un’interessante
indicazione per il nostro dibattito politico». «La più grande democrazia
europea - sostiene Polito - non sembra trovare scandaloso che siano gli
elettori a formare la coalizione di governo con il loro voto, invece che
acquistarla già confezionata prima del voto. In Italia, un simile scenario
provocherebbe alte grida di tradimento del bipolarismo. In Germania la Merkel
non deve dichiarare prima delle elezioni con chi si alleerà, deciderà dopo
sulla base del risultato». Ma, secondo il direttore del Riformista, «l’aspetto più interessante e più carico di conseguenze
del voto tedesco è un altro: la possibilità reale che dalle urne esca, per la
seconda legislatura di fila, una Grande Coalizione tra Cdu e Spd, e cioè tra il
partito di massa del centrodestra e il partito di massa del centrosinistra».
Perché, afferma Polito, «la verità è che tra Spd e Cdu ci sono meno divergenze
programmatiche che tra ognuno di quei due grandi partiti e i loro potenziali
alleati. Comunque finiscano le elezioni, la convergenza al centro del
bipolarismo tedesco appare dunque formidabile ed inedita e forse deve dire
qualcosa al nostro disastrato bipolarismo». Le cose in Germania sono andate diversamente. I tedeschi
hanno promosso Angela Merkel ma non la Grosse
Koalition. I socialdemocratici sono crollati al 23% (mai così in basso dal
dopoguerra) e sembra profilarsi una coalizione tra Cdu e liberali. Ma il punto
non è questo. Ovviamente, la Germania è solo un pretesto e il direttore del Riformista ha parlato alla nuora perché intenda
la suocera. Del resto, Il Riformista
non è l’unico a volere il ritorno al proporzionale e ai governi fatti e
disfatti in Parlamento. Lo vogliono D’Alema e molti dei centristi del Pd, e non
solo quelli di provenienza democristiana. Questo vorrebbe dire un ritorno al passato,
l’abbandono del bipolarismo e dell’alternanza, e probabilmente, per il Pd, l’abbandono della stessa ambizione di
designare il presidente del Consiglio, nella speranza che l’Udc preferisca
allearsi a sinistra invece che a destra. Il fatto è che D’Alema e gli altri sostenitori
di un ritorno al passato, al proporzionale e a un’alleanza tra un Pd
(indebolito) e un partito di centro (irrobustito), escludono che possa avvenire
in futuro un mutamento nelle preferenze degli elettori («l’Italia - dicono - è
un Paese sostanzialmente di destra») e ne tirano le conseguenze. Se le cose
stanno così, l’unica strategia perseguibile è quella della creazione di un
centro indipendente con il quale il Pd possa allearsi. Sbaglierò, ma continuo a ritenere che sia un bene che i
cittadini affermino pienamente la propria sovranità superando quella democrazia
che affidava ai rappresentanti di fare e disfare i governi in Parlamento (oggi
si tende a dimenticare la situazione di regime che ha caratterizzato la prima
Repubblica e che aveva ben pochi casi analoghi tra i paesi democratici, al
punto che lo Stato e i partiti di regime erano diventati una cosa sola,
favorendo una confusione pericolosissima, una concezione patrimoniale,
privatistica della cosa pubblica) e che si debba scommettere sulla nostra
capacità di attrarre elettori e sul fatto che, in futuro, un mutamento di
preferenze degli elettori possa avvenire. In discussione è dunque la funzione fondamentale del Pd, che
è quella di guidare uno schieramento di centrosinistra in grado di progettare e
realizzare il cambiamento di cui il paese ha bisogno. Con il Pd volevamo dar vita ad un soggetto politico capace finalmente di svolgere in Italia quella stessa funzione politica che, nei grandi paesi europei, svolgono i grandi partiti socialisti e laburisti. Il Pd è nato proprio per dare al
centrosinistra quel grande partito riformista (che dovunque in Europa fornisce
alla coalizione la base della cultura politico programmatica, la leadership,
due terzi del consenso elettorale necessario, la capacità espansiva verso lo
schieramento avversario) la cui assenza è stata alla base di due ripetuti
collassi politici: nel 1998 e nel 2008.














