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La lettera dei parlamentari Pd del Fvg

01/02/2012

 

“Anche in vista dell’incontro tra Monti e Tondo, faremo come sempre fronte comune in Parlamento a vantaggio della nostra Regione, al di là delle nostre riserve sull’operato della Giunta regionale”. Lo dichiarano i parlamentari del Pd eletti in Friuli Venezia Giulia Alessandro Maran, Ettore Rosato, Ivano Strizzolo, Tamara Blazina, Carlo Pegorer e Flavio Pertoldi, in un documento politico che pubblichiamo:

Va da sé che, anche in vista dell’incontro tra Monti e Tondo, faremo (come sempre) fronte comune in Parlamento a vantaggio della nostra Regione, al di là delle nostre riserve sull’operato della Giunta regionale.

Detto questo, però, c’è un punto che la discussione in corso sembra trascurare. La crisi ha svelato crudamente – per dirla con le parole di Mario Draghi - l’«insufficienza delle politiche attuate negli scorsi anni in Italia per assicurare la sostenibilità dei conti pubblici e per risolvere i nodi strutturali che strozzano la crescita della nostra economia». Ora l'Italia deve portare a compimento le riforme avviate negli ultimi mesi poiché la loro completa attuazione, è «decisiva per uscire dalla stagnazione e sventare i rischi di una deriva pericolosa». Anzi, proprio la forte accelerazione delle riforme compiuta negli ultimi mesi grazie a una nuova comunità d’intenti ha già permesso il rafforzamento della fiducia nel nostro Paese.

Partiamo da qui. Dalla comunità d’intenti. Gli obiettivi condivisi della maggioranza che sostiene il governo (che condivide, cioè, gli sforzi indispensabili per riaprire all'Italia una prospettiva di sviluppo) sono due: assicurare la sostenibilità dei conti pubblici e la crescita. Si tratta, in altri termini, di garantire l’abbattimento del debito pubblico e le riforme strutturali per ridare impeto all’innovazione, allo sviluppo e all’occupazione. Messe così le cose, cosa fa il FVG per conseguire questi due obiettivi? Farà le barricate contro le liberalizzazioni o farà di più e di meglio, usando finalmente la «specialità» non come una barriera ma come uno spazio di libertà che è consegnato alle istituzioni regionali per progettare il futuro? La società della nostra regione (tanto gli strati più dinamici che quelli popolari) può permettersi il lusso di stare, con la Lega, all’opposizione del governo Monti? E Tondo può rinunciare a guidare la società regionale a riconoscersi in uno sforzo generale di salvataggio del Paese, attestando così il FVG come regione di avanguardia nella rinascita dell’Italia? La questione rappresenta, in realtà, un nodo epocale. In gioco è il nostro futuro.

Per il Pd, la strada da percorrere è quella non solo del dialogo, ma di un vero patto con quelle realtà, imprenditoriali e sociali, che anche in FVG hanno operato per far nascere questo governo. L’unico isolamento da temere è quello della nostra Regione. Il nostro obiettivo deve essere modernizzarla. Il futuro di questa terra dipende dalla sua capacità di trasformarsi costantemente e di restare in stretto collegamento (pur mantenendo la propria identità) con l’economia e la società globale. Come ben sappiamo, il maggior pericolo per il FVG è nel cadere vittima di quell’immobilismo che è il prodotto inevitabile della demagogia refrattaria ad ogni confronto.  Anche la Regione, come ciascuno di noi, è alla prova della capacità di cambiare, di interpretare e anticipare gli scenari. Conviene tenerlo bene a mente.

On. Alessandro Maran, On. Ettore Rosato, On. Ivano Strizzolo

Sen. Tamara Blazina, Sen. Carlo Pegorer, Sen. Flavio Pertoldi

 

L’Europa, le riforme da portare a compimento e la storia antica del ribellismo in Sicilia

27/01/2012


Proviamo a fare il punto della settimana. Alla vigilia del vertice Ue di lunedì che si terrà a Bruxelles, forse qualche sprazzo di luce in fondo al tunnel si comincia a vedere. La politica di Mario Draghi ha spuntato le unghie della speculazione ed è possibile che anche la Germania, non appena avrà la certezza di avere in tasca il nuovo patto sulla super-disciplina di bilancio a carico dei partner dell'euro, finisca per ammorbidirsi. Il gioco della Germania di Angela Merkel  è chiaro e come ha rimarcato Adriana Cerretelli, «nessuna garanzia di solidarietà fino a che i partner non avranno sottoscritto il "fiscal compact". La Merkel vuole vincere le elezioni del 2013. Per riuscirci sa di non potersi permettersi concessioni al buio. Il paese non glielo perdonerebbe».

In un lunga intervista esclusiva concessa per il lancio dello speciale «Europa», promosso da La Stampa insieme ad altre cinque grandi testate giornalistiche europee,  Angela Merkel  ha tratteggiato la sua idea del futuro dell’Europa: «La mia visione è l'unione politica. Passo dopo passo, dobbiamo avvicinarci in ogni settore politico. Ci accorgiamo infatti sempre più che ogni tema affrontato ai nostri confini interessa anche noi e viceversa. L'Europa è politica interna». «Nel corso di un lungo processo – ha precisato la cancelliera tedesca -, trasferiremo sempre più competenze alla Commissione, che poi per le competenze europee funzionerà come un governo europeo. La seconda camera è costituita praticamente dal Consiglio con i capi di governo. Ed infine abbiamo la Corte di giustizia europea quale corte suprema. Questo – ha spiegato - potrebbe essere l'assetto futuro dell'Unione. Un prossimo futuro, come ho già detto, e dopo molti passi intermedi».
Nelle sue risposte ha fatto capolino la consapevolezza che l’austerità non è la sola risposta alla crisi. «Non abbiamo ancora superato la crisi. Da un canto vi sono le difficoltà attuali, che ci danno ancora da fare: l’estremo indebitamento di alcuni Paesi, accumulatosi spesso nel corso di lunghi anni e aggravatosi a seguito della crisi finanziaria ed economica, nella maggior parte dei casi accompagnato da un’alta disoccupazione e forti debolezze strutturali. E poi vi è il caso particolare della Grecia dove, nonostante tutti gli sforzi, né i greci stessi e neppure la Comunità internazionale sono riusciti ancora a stabilizzare la situazione. In primo luogo, dobbiamo tranquillizzare il tutto e riconquistare così la fiducia dei mercati. Si pone inoltre una questione molto di principio, ovvero quali ambizioni abbiamo per la nostra Europa? Portiamo il nostro potenziale di rendimento a un valore medio, a un livello intermedio? Oppure ci orientiamo verso le regioni del mondo economicamente più dinamiche, che dettano il passo? È un fatto positivo che noi nel frattempo, nelle questioni che riguardano la disciplina di bilancio e l’abbattimento del debito, abbiamo sviluppato una posizione comune, ma questo non basta. L’Europa ha bisogno di più crescita e più occupazione: anche in futuro deve potersi affermare nella concorrenza mondiale. Io voglio che l’Europa, anche fra venti anni, sia apprezzata per il suo potenziale innovativo e per i suoi prodotti. Si tratta di come noi riusciremo ad affermarci in futuro nell’era della globalizzazione, e quindi a garantire anche in futuro il nostro benessere».  E sulla crescita ha le idee chiare:«Noto che alcune persone, quando si tratta di crescita, pensano solo a onerosi programmi congiunturali. Programmi che erano opportuni nella prima crisi e anche ora dovremmo vagliare con attenzione i fondi europei nei quali c’è ancora denaro inutilizzato. Vorrei che lo impiegassimo miratamente per misure che promuovono la crescita e l’occupazione. Mi riferisco ai sostegni per le medie imprese o per chi vuole avviare un’attività in proprio, a programmi occupazionali per i giovani o a fondi per la ricerca e l’innovazione. La Germania è disposta a impiegare i fondi strutturali per questi utili scopi. Vi sono anche altre possibilità di favorire la crescita che non costano praticamente denaro. Prendiamo la legislazione sul lavoro, che deve diventare più flessibile, soprattutto laddove vengono erette barriere troppo alte per i giovani. Non è accettabile che interi comparti professionali siano accessibili solo a un gruppo ristretto di persone. Il settore dei servizi può venire potenziato molto rapidamente. Abbiamo bisogno di più privatizzazione. Vi sono molte possibilità di allentare i freni alla crescita tramite riforme strutturali di questo genere». La cancelliera tedesca ha le idee chiare anche sulla maniera di distribuire il rischio e le responsabilità: «Nella crisi attuale gli eurobond non sono una soluzione. Si potrà riflettere su una maggiore responsabilità in comune, solo quando l’Europa avrà raggiunto un’integrazione molto più profonda, non però come strumento per superare la crisi. Un’integrazione più profonda prevede, ad esempio, che la Corte di Giustizia europea controlli i bilanci nazionali, e questo non è tutto. Se un giorno avremo una politica finanziaria e di bilancio armonizzata, allora si potranno trovare anche altre forme di cooperazione e di condivisione della responsabilità».


In queste condizioni, insomma, come ha detto Draghi (giovedì scorso sul Il Sole 24 Ore), l'Italia deve «portare a pieno compimento» le riforme avviate negli ultimi mesi. Secondo il banchiere centrale, la loro completa attuazione, è «decisiva per uscire dalla stagnazione e sventare i rischi di una deriva pericolosa» e «la forte accelerazione delle riforme compiuta negli ultimi mesi grazie alla nascita di una nuova comunità di intenti ha già avviato il rafforzamento della fiducia nel nostro Paese». Draghi ha insistito che è essenziale la fiducia dei partner nell'Italia e che essa «dipende in misura determinante dai nostri comportamenti» e, tanto per essere chiari, ha puntato l'indice sulla «insufficienza delle politiche attuate negli scorsi anni in Italia per assicurare la sostenibilità dei conti pubblici e per risolvere i nodi strutturali che strozzano la crescita della nostra economia», insufficienza che, ha detto, è stata «crudamente svelata dalla crisi».


Aggiungo infine alla rassegna, un brano dell’articolo di Emanuele Macaluso (Il Riformista,  Ribellismo e disgregazione sociale e politica) che si sofferma sulla protesta siciliana di questi giorni: «Lo scrittore Vincenzo Consolo nel suo bel libro Le pietre di Pantalica descrive la rivolta dei contadini di Mazzarino (1944) dove furono incendiati i palazzi baronali, il comune e l’esattoria. È un episodio che ricordo perché fu una delle mie prime esperienze nel rapporto con le masse contadine. Girolamo li Causi, uscito dal carcere (dove fu imprigionato per 15 anni), dopo un impegno nel Comitato di Liberazione a Milano, venne in Sicilia e il suo primo discorso lo fece proprio ai contadini “inferociti” di Mazzarino spiegando che se non si organizzavano nel sindacato e nei partiti, avrebbero conosciuto solo repressione, carcere e miseria. E il “miracolo” si realizzò in Sicilia e nel Sud. Ecco quel che voglio dire: sono stati i grandi partiti nazionali, con la Costituzione e il loro insediamento in tutte le regioni e i paesi, il sindacato con i contratti nazionali, a riunificare l’Italia spaccata dall’8 settembre 1943. Al Nord la Repubblica di Salò, la Resistenza e la guerra civile, al Sud la monarchia e l’anarchia politica sino alla svolta di Salerno e il governo Badoglio di unità. Furono i grandi partiti nazionali a riassorbire il ribellismo con la lotta politica e sociale per le riforme e una nuova collocazione del mondo del lavoro nella società. Il contadino siciliano e l’operaio di Milano, il bracciante pugliese e l’artigiano veneto si sono ritrovati nei progetti unitari del Pci, della Dc, del Psi, e anche in quelli dei piccoli partiti. Non è un caso che il leghismo al Nord si manifesta proprio negli anni in cui si consuma le crisi dei partiti nazionali. Oggi nel Sud la storica disgregazione sociale si intreccia con la disgregazione politica. Ritorna il ribellismo impotente, frutto di condizioni esasperate, strumentalizzato da cricche, avventurieri e mafiosi, come sempre. La politica dov’è? I partiti cosa sono e cosa fanno, la Regione siciliana cos’è rispetto alle speranze dell’autonomia? Sono questi gli interrogativi che si pongono e non ottengono risposta. I forconi sono l’emblema farsesco di una tragedia politica e sociale di cui non si vede ancora lo sbocco».


La ricetta laburista e la disciplina fiscale della Spd

20/01/2012

Il capitalismo, si sa, è in crisi. Eppure, nessuna nuova teoria, nessuna visione economica alternativa, hanno ancora modificato il suo attuale disegno neoliberale e la narrazione del centrodestra tiene banco dappertutto. Al punto che il governo spagnolo ha annunciato che tra i meccanismi che introdurrà per garantire il controllo del deficit pubblico ci sarà anche una riforma della Ley de Trasparencia del Gobierno in modo tale che i governanti spendaccioni debbano affrontare «responsabilità penali». Insomma, per la prima volta negli ultimi cent’anni, il centrosinistra è all’opposizione in tutti i principali paesi europei: Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna, Olanda e Svezia.

Secondo Policy Network, parte del problema sta proprio nel fatto che i partiti del centrosinistra sono impantanati dovunque nella politica del debito e del deficit. Ma oggi, affrontare gli inevitabili vincoli fiscali – come sottolinea il think tank laburista in un recente pamphlet, In the black Labour - è una precondizione necessaria proprio per contribuire a plasmare il prossimo stadio del capitalismo. Non per caso, il leader del Labour Party, Ed Miliband, con un repentino cambio di strategia (che immancabilmente ha fatto infuriare il sindacato), ha collocato il suo progetto (per un paese più giusto e un capitalismo più responsabile) in un contesto in cui c’è meno denaro da spendere, sostenendo che «è responsabilità del Labour trovare un nuovo approccio per i momenti difficili». Sono inglesi, si dirà. Noi confidiamo nel successo dei socialisti francesi e, più ancora, dei socialdemocratici tedeschi. Se dovessero vincere, sostengono in molti nel Pd, le cose si aggiusteranno. Incrociamo (ovviamente) le dita, ma le cose stanno davvero così?

Secondo una recente indagine, la principale preoccupazione dei tedeschi è proprio il debito pubblico: il 63% degli intervistati si dicono preoccupati del livello di indebitamento. Poi viene il timore circa il destino delle future pensioni e (fatalmente, anche in Germania) la preoccupazione per i politici inetti. In sintonia con la pubblica opinione, negli ultimi anni la Spd ha preso una posizione molto ferma sulla politica fiscale. In termini generali, la posizione del partito coincide con la filosofia delineata da Policy Network. I socialdemocratici tedeschi hanno, infatti, definito obiettivi precisi per la riduzione del deficit e stabilito chiare priorità di spesa. Può sembrare inconsueto che sia un partito di opposizione (di sinistra) a invocare una dura disciplina di bilancio, ma ciò deve essere visto alla luce dei livelli storici d’indebitamento della Germania fin dagli anni ’70. Alla fine del 2010, il debito ha superato la barriera dei due trilioni di euro. Il che significa che ogni nuovo nato (anche lì) è in debito di 25.000 euro. Senza contare che la pressione sui bilanci è destinata ad aumentare considerevolmente nei prossimi anni per effetto dell’andamento demografico: un «debito implicito», come lo chiamano gli esperti, che eccede di gran lunga il «debito esplicito».

Non è stato sempre così. Nel 1970 il debito nazionale ammontava al 18% del Pil. Da allora, il debito è cresciuto al 40% nel 1989, l’anno precedente l’unificazione. Nel periodo che precede la crisi finanziaria del 2008, era del 64%. Oggi il debito ammonta all’82% del Pil, vale a dire 22 punti percentuali sopra il limite di Maastricht. Secondo Michael Miebach, senior editor del Berliner Republik, l’espansione del debito ha a che fare in primo luogo con «i segni lasciati dall’unificazione tedesca (che si stima sia costata finora circa 1,5 trilioni di euro) e dalla crisi economica successiva al 2008, che ha condotto a misure di stabilizzazione del sistema bancario e dell’economia. La seconda ragione è il modello di spesa pubblica degli ultimi quarant’anni. Spesso i governi tedeschi hanno aumentato la spesa allo scopo di stimolare l’economia, ma poi non hanno ridotto il deficit neppure nei periodi di boom. Anzi, hanno aumentato ulteriormente le spese, qualche volta assieme al taglio delle tasse». In questo contesto, la Spd ha acconsentito a rendere operante un argine costituzionale al debito durante la grande coalizione nel 2009, nonostante la forte opposizione, nel partito, dei sostenitori di una politica di maggior «respiro» del bilancio. L’approvazione del vincolo all’indebitamento (che limita l’indebitamento strutturale netto dello stato federale allo 0,35% del Pil) è stata una decisione storica che influenzerà la politica fiscale dell’Spd per il futuro prevedibile. Coerentemente, infatti, il piano finanziario che il partito ha adottato nella sua Conferenza nazionale del dicembre scorso, si conforma completamente con gli obiettivi prestabiliti dal limite all’indebitamento. Il «Patto per l’educazione e la riduzione del debito» dei socialdemocratici comprende un piano dettagliato (che ha suscitato reazioni positive nei media) per eliminare il deficit federale entro il 2016 attraverso tagli di spesa e una crescita moderata delle tasse per i più ricchi. Il Patto designa, inoltre, chiare priorità di spesa (soprattutto investimenti nella formazione e più soldi alle città cronicamente sotto finanziate) e stabilisce una cornice politica che avrà conseguenze restrittive per tutti gli altri campi nei quali i socialdemocratici potrebbero farsi venire in mente nuove idee, potenzialmente costose. Insomma, anche per la Spd, il «conservatorismo fiscale» è oggi un presupposto indispensabile per la politica socialdemocratica.

Incrociamo le dita, potremmo concludere. Ma il discussion paper di Policy Network (che mira appunto a suscitare un dibattito tra i laburisti e sostiene che «Labour’s ability to advance social justice can go hand-in-hand with a clear, fiscally conservative stance») merita un’occhiata. Anche perché ha qualcosa di più da dire alla Spd (e a noi) nella sua enfasi sulle riforme istituzionali per ottenere giustizia sociale, invece che affrontare i problemi gettandovi sopra i soldi dei contribuenti. Spendere è facile, le riforme istituzionali sono complicate e spesso impopolari. Come sappiamo. 

Sull'Ospizio Marino. Una precisazione.

10/01/2012

Ieri, alla vigilia dell’udienza preliminare sul crac dell’Ospizio Marino di Grado,  Il Piccolo è tornato sulla vicenda che vede indagati i componenti dell'ex consiglio di amministrazione della Fondazione Ospizio Marino Onlus. 

Roberto Covaz  mi tira in ballo e si chiede: «Perché l'onorevole Alessandro Maran, gradese, non ha avvertito la necessità di spendersi in prima persona magari con iniziative parlamentari? Perché l'onorevole Maran o i nostri eurodeputati - quando si ricordano di esserlo – non accendono la luce quando il presidente della Camera penale di Gorizia, Riccardo Cattarini, dice testualmente: “I problemi della giustizia penale nell'Isontino sono noti e sembrano irrisolvibili nonostante i grossi sforzi di tutti”?». 

Ovviamente,  comprendo benissimo (e condivido) la preoccupazione che dopo 16 mesi di indagini svanisca ogni speranza di verità, ma un paio di cose vanno chiarite:

1)    Grazie alla speciale autonomia della nostra Regione (un’autonomia, ricordo, difesa con le unghie e con i denti) l’organizzazione sanitaria è competenza esclusiva regionale. Come dimostra il fatto che mai, in nessuna occasione e a nessun livello, sono stato invitato (né sono stati invitati altri parlamentari) a partecipare alle riunioni e agli incontri sulla vicenda dell’Ospizio Marino. Ciò, ovviamente, non mi ha impedito di incontrare gruppi di lavoratori e di esercitare, ogni volta che mi è stato possibile, una sorta di moral suasion nel confronti dei vertici regionali, anche se a governare la Regione è il centrodestra. Ma non è pensabile (né desiderabile) che un parlamentare possa indirizzare o influenzare le scelte processuali degli inquirenti. Ci mancherebbe altro! Non per caso, la Costituzione garantisce la piena autonomia e indipendenza dei giudici da ogni altro potere. Sempre, e non solo quando si tratta di Berlusconi. Oltretutto, si tratta di scelte processuali che sono al vaglio di un giudice terzo che ne valuterà la legittimità e la fondatezza. Poi vedremo il da farsi.
2)    Sui limiti del sistema giudiziario italiano (a cominciare dalla cattiva qualità del servizio che rende, anche nell’Isontino) ho invece «acceso la luce» moltissime volte, come testimoniano gli atti parlamentari. Specie se si considera che nel confronto internazionale, l’Italia risulta disporre di un numero di magistrati e di un impiego di risorse finanziarie non inferiore, e alle volte superiore, a paesi che pure mostrano performance giudiziarie migliori. Anche perché, come risulta dai dati, la produttività dei giudici, ad esempio, è più bassa di quella potenziale in conseguenza delle dimensioni troppo ridotte dei tribunali che impediscono la specializzazione nell’attività dei magistrati. Nei tribunali italiani operano – in media – 6 magistrati contro, ad esempio, i 19 della Germania, i 14 della Svezia e, addirittura, i 65 dell’Olanda. Inoltre, in Italia gli abitanti serviti da una corte di prima istanza sono mediamente  55.000, la metà che in Francia, in Germania e nel Regno Unito. La riforma che ha introdotto il giudice unico di primo grado ha determinato  (attraverso la fusione di preture e tribunali) un aumento della scala media degli uffici giudiziari ma non tale da essere risolutiva: gli uffici sottodimensionati erano prima della riforma, nel 1996, circa l’88%, ora sono il 72% del totale. Comunque una percentuale altissima. Per questo è particolarmente urgente una riforma della geografia giudiziaria che accorpi molte delle sedi di tribunale attualmente sparse sul territorio. Ne vogliamo finalmente parlare? O le riforme, i cambiamenti, devono riguardare sempre gli «altri» e mai il cortile di casa nostra?
3)    Ovviamente, specie di questi tempi, è lecito il sospetto che «dai politici regionali non ci sia nessuna volontà di chiarire le responsabilità». Ma trovo che nella vicenda dell’Ospizio Marino le responsabilità siano chiarissime. Quelli penali, se ci sono, emergeranno davanti al giudice; ma sono lampanti le responsabilità politiche, sono chiare le responsabilità gestionali e quelle dei soggetti cui spetta il controllo amministrativo. Sono chiare anche le responsabilità di chi oggi (dalla Regione al Comune) deve compiere le scelte che riguardano il futuro. Tutti attori che hanno un nome e un cognome. Ma com’è che, nell’articolo, l’unico nome che compare è il mio (che non c’entro nulla) e quei nomi (che c’entrano moltissimo) non compaiono mai?
4)    Capisco che ci sia chi rimpiange i vecchi tempi, quando (erano i tempi di Antonio Gava e Remo Gaspari) il ruolo dei parlamentari  spesso era quello del «padrino». Non sarebbe male però tenere a mente che proprio quelle pratiche clientelari sono all’origine della devastante crisi dello Stato e dell’enorme debito pubblico che oggi costringono il Paese a misure drastiche per evitare il baratro.

Le sfide che ci riserva il futuro

22/12/2011

Ci sono momenti nella storia di un paese in cui un partito si guadagna i suoi galloni di forza nazionale; e quello che stiamo vivendo è uno di questi periodi.  Viviamo, in tutti i paesi europei, una fase storica di drammatiche sfide esterne. I cambiamenti strutturali stanno rimodellando non solo la politica italiana ma il vasto mondo. E, come ha rimarcato il Capo dello Stato, «aver dato fiducia a questo governo è segno di consapevolezza dell’estrema difficoltà del momento ed è per i partiti che lo hanno deciso, titolo di merito, non motivo di imbarazzo».

Il mondo è cambiato. Quando gli storici, tra cent’anni, guarderanno ai primi anni del XXI secolo, l’evento più rilevante probabilmente non sarà la crisi finanziaria che (ha cause complesse e ) da oltre tre anni attanaglia il mondo occidentale. La storia più importante sarà «the rise of the rest»: la crescita, il risveglio, di paesi come la Cina, l’India, il Brasile, la Russia, il Sudafrica, il Kenya e moltissimi altri. In altre parole, la più grande uscita di massa dalla povertà nella storia del mondo. L’esempio più spettacolare è, ovviamente, quello della Cina, che regolarmente riporta una crescita a due cifre e che nel 2009 ha superato gli Usa come il più grande mercato dell’auto. Si tratta di una crescita che è più visibile in Asia (l’India è appena un po’ più indietro della Cina e sta crescendo con tassi che le economie più sviluppate possono solo sognare), ma non è confinata all’Asia. Più di trenta paesi africani (due terzi del continente) nel 2007 sono cresciuti a un tasso superiore al 4% annuo. Mentre la classe media in Cina e in India sta crescendo al ritmo di 50 milioni l'anno, creando un mercato per i prodotti asiatici finora diretti verso ovest, in Occidente la classe media patisce le ristrettezze economiche e l'incertezza; e i poveri il pericolo di essere lasciati indietro.  

Ci attende un periodo in cui dominerà l’incertezza. Ci attendono quasi certamente shock e sorprese. E in alcuni casi l’elemento sorpresa è solo una questione di tempo: una transizione energetica (da un tipo di combustibile, i combustibili fossili, ad un altro, alternativo) è inevitabile; le sole domande sono quando e quanto improvvisa o quanto sopportabile sarà la transizione.

Il sistema internazionale costruito dopo la seconda guerra mondiale tra qualche anno sarà quasi irriconoscibile. Il che implica uno spostamento nel balance of power. Con la crescita della Cina, dell’India e la crescente influenza di nonstate actors (del mondo degli affari, organizzazioni religiose, tribù, reti criminali), con l’economia globalizzata e il trasferimento di ricchezza e potere economico (senza precedenti nella storia moderna, quanto a dimensione, velocità, direzione), in corso dall’Ovest all’Est del mondo, sta emergendo un sistema globale multipolare, più instabile di quelli bipolare o unipolare.

La transizione vecchio al nuovo ordine ancora in formazione non sarà priva di rischi. E l’invecchiamento della popolazione nel mondo sviluppato, i vincoli crescenti circa l’energia, il cibo, l’acqua, le preoccupazioni circa il cambiamento climatico, limiteranno quella che storicamente è stata un’età di prosperità senza precedenti. L’Europa molto probabilmente continuerà a distanziare le potenze emergenti per ricchezza procapite, ma faticherà a mantenere tassi di crescita robusti perché diminuirà la quota della popolazione in età lavorativa. E non è scontato che l’Europa riesca a superare le sfide economiche e sociali causate dal declino demografico, a partire da un welfare molto radicato che non siamo più in grado di sostenere come prima. Un successo nell’integrazione delle minoranze mussulmane potrebbe espandere le dimensioni delle forze lavoro produttive e evitare la crisi sociale. L’assenza di sforzi per attenuare le sfide demografiche potrebbe condurre invece, nel lungo termine, al declino. Ovviamente, non è scritto da nessuna parte che il declino, la decadenza, un destino di minor potere regionale e globale, sia un esito inevitabile.

Il nostro futuro è necessariamente legato a quello dei nostri partner europei. I nostri alleati americani, nonostante tutto, hanno le dimensioni e le risorse per rimanere (come ha chiarito Hillary Clinton nel lungo articolo pubblicato da Foreign Policy, America's Pacific Century) al centro della politica mondiale. L’Europa si trova invece frammentata e divisa di fronte a un mondo grande nel quale le potenze asiatiche stanno spostando gli equi libri mondiali verso il pacifico. Nel XXI secolo, gli stati nazionali europei, costituiti da decine di milioni di cittadini, sono semplicemente troppo piccoli per poter influenzare l’ambiente internazionale nel quale vivono. È proprio dalla consapevolezza di questo comune destino che bisogna far ripartire, con più decisione, il processo d’integrazione europea.  C’è chi ha paragonato la crisi in corso ad una guerra vera e propria; e da questo terzo terribile conflitto (questa volta sistemico e non bellico) l’Europa può uscirne rafforzata: « quel che non ti uccide, ti rende più forte».

Tuttavia, come ha ammonito il Presidente Giorgio Napolitano, «bisognerà rivedere molte cose, bisognerà cambiare molte cose nel modo di governare, nel modo di produrre e di lavorare, nel modo di vivere e di comportarsi di tutti noi. E naturalmente indispensabili saranno spirito di sacrificio e slancio innovativo». Non è un caso che in copertina su Time della settimana scorsa ci sia Giorgio Marchionne,  «The Man Who Saved The Car Business».

La tecnologia, il ruolo dell’immigrazione, i miglioramenti nella sanità pubblica, norme che incoraggino una partecipazione più grande delle donne nell’economia sono alcune delle misure che potrebbero cambiare la traiettoria delle tendenze attuali che puntano ad una crescita minore, a tensioni sociali crescenti e ad un possibile declino. Il ruolo della leadership sarà cruciale circa gli esiti. I leader e le loro idee contano. E, come scrive Alfredo Rechlin (L’orgoglio di ricostruire, L’Unità, 17 dicembre scorso), contano i partiti «come fattore guida della comunità». Per questo il Pd «dovrebbe andare a questa prova con più orgoglio». In fondo, uno statista supera «il test cruciale della leadership (il criterio di Mosè) quando sposta la sua società da un ambiente che le è familiare a un mondo che non ha mai conosciuto».  Buone feste.

Il discorso del Presidente Napolitano di ieri

21/12/2011

Discorso del Presidente Napolitano in occasione della cerimonia per lo scambio degli auguri di Natale e Capodanno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile

 

Palazzo del Quirinale, 20/12/2011

Saluto cordialmente voi tutti, rappresentanti di un ricco tessuto di istituzioni e di società civile, ringraziandovi per la partecipazione a questo tradizionale incontro, e ringraziando innanzitutto il Presidente del Senato per il suo indirizzo augurale, rivolto anche a quanti sono lontani, militari e civili impegnati all'estero in missioni internazionali di pace. Nell'ispirazione e negli accenti del suo intervento, Presidente Schifani, si è rispecchiato quel comune sentire nella guida delle nostre istituzioni che è particolarmente importante, oggi più che mai, nell'interesse generale del paese.

Quello che sta per concludersi è l'anno in cui è stato scosso e messo alla prova come non mai, a sessant'anni dal suo avvio, il progetto europeo e si sono concretizzati per il nostro paese rischi assai gravi, dinanzi ai quali non hanno retto i preesistenti equilibri politici e si sono fatte sempre più stringenti nostre antiche e recenti contraddizioni e insufficienze. Senza indulgere troppo a ricostruzioni e considerazioni retrospettive, conviene associare agli auguri che ricambio amichevolmente a voi tutti, qualche riflessione sulle condizioni in cui sta per aprirsi il nuovo anno, alla luce delle più recenti evoluzioni del contesto europeo e nazionale.

Rispetto alla crisi dell'Eurozona, alla sua persistente acutezza e alle sue ancora preoccupanti incognite, abbiamo da ultimo per riferimento anche le posizioni e decisioni del Consiglio svoltosi a Bruxelles l'8 e il 9 dicembre. Senza volerne dare qui una valutazione analitica, mi limiterò a rilevare l'impegno e la complessità di quel confronto, l'indubbio rilievo e tuttavia i limiti di alcune novità che sono emerse. Con esse - in continuità col pacchetto di regole già approvate dal Parlamento Europeo - si è teso a rafforzare la governabilità e controllabilità delle politiche di bilancio degli Stati membri, a prevenire il riprodursi di deficit eccessivi, a procedere verso una vera e propria "fiscal Union".

Resto convinto che non si debba distogliere l'attenzione da quel che può essere fatto senza indugio entro il quadro giuridico attuale. E non poco resta da fare. Nemmeno con l'ultimo Consiglio è stata ancora eretta una barriera di corresponsabilità e solidarietà sufficiente per bloccare attacchi pesanti, sui mercati finanziari, ai debiti sovrani di Stati come il nostro. Sono certo che il governo italiano continuerà a sollecitare in tal senso scelte più coraggiose e coerenti, entro il prossimo marzo, da parte delle istituzioni europee.

Nell'immediato, vanno segnalate come importanti, e seguite nella loro attuazione, le misure adottate l'8 dicembre dalla Banca Centrale Europea per rafforzare "il necessario impulso della politica monetaria all'economia reale", imprese e famiglie.

In quanto alla decisione dei Capi di Stato e di governo dell'area Euro di predisporre un "accordo internazionale" - vista la contrarietà del Regno Unito a procedere a una revisione del Trattato di Lisbona - due mi sembrano le preoccupazioni ovvero le esigenze da esprimere.

La prima : non scavare solchi incolmabili tra paesi che si sono tutti riconosciuti nei fondamenti essenziali del processo di integrazione europea. L'Europa non può in un modo o nell'altro dividersi e frammentarsi, secondo linee geografiche o sulla base di opposte intransigenze e di tendenziali esclusivismi. Comunque, la scelta del far ricorso a un "accordo internazionale" andrà ben chiarita nei suoi rapporti con il contesto comunitario, in particolare con il ruolo della Commissione europea e con quello del Parlamento.

La seconda esigenza è quella di cogliere fino in fondo la lezione della crisi dell'Eurozona in quanto conseguenza dell'incompiutezza e contraddittorietà del cammino seguito dall'Unione dopo Maastricht. E la lezione dovrebbe esser chiara : occorre non solo una politica monetaria, ma una politica fiscale, di bilancio e macroeconomica effettivamente europea, come oggetto di sovranità condivisa sotto la responsabilità politica dell'Unione, di sue credibili autorità di governo.

Insomma, piaccia il termine oppure no, è verso un'Europa più federale, di certo più integrata e più forte nella sua capacità di parlare e agire all'unisono, che è giocoforza muoversi. E' di qui che passa l'affermazione non solo di una cultura della stabilità e di una prassi condivisa di stabilizzazione finanziaria, ma insieme di una cultura dello sviluppo e di una nuova strategia di crescita per l'Europa : quella che oggi latita, nonostante l'incombere della recessione.
Quanto ho detto finora può essere apparso una lunga digressione, ma in effetti è premessa e parte integrante di un'agenda per l'Italia nel tempo che viviamo, nell'anno che ci attende. D'altronde i problemi e le decisioni su cui ci stiamo oggi concentrando non hanno come quadro di riferimento precisamente quel che accade in Europa e nelle istituzioni dell'Unione, ovvero lo sforzo per fronteggiare e superare una crisi che è - in un complesso e incerto quadro globale - inscindibilmente italiana ed europea? E che cos'è il provvedimento in via di definizione in Parlamento se non il contributo che offriamo alla causa della salvezza dell'Euro, attraverso uno sforzo ulteriore che dobbiamo insieme e innanzitutto all'Italia per salvarla da rischi estremi ancora evidenti?

A ben vedere, questo è anche il senso del passaggio politico compiutosi nel nostro paese nel corso dell'ultimo mese. Passaggio da un'ordinaria, benché distorta, dialettica tra maggioranza e opposizione parlamentare in una logica di competizione bipolare, a un tentativo di mobilitazione straordinaria, la più vasta e consapevole, anche sul piano politico, in funzione di decisioni di emergenza a cui non ci si poteva più sottrarre. La soluzione di governo cui si è giunti un mese fa ha costituito lo sbocco di un lungo travaglio politico e infine di una serena, obbiettiva riflessione.

La maggioranza di governo scaturita dal voto del 2008 e dal meccanismo elettorale maggioritario, era stata già da tempo segnata da una rottura pubblica e aveva visto via via ridursi la sua coesione e stabilità e quindi accrescersi le sue difficoltà di decisione e di iniziativa. E quanto più appariva necessaria un'ampia convergenza attorno a scelte difficili e impegnative, tanto più risultava penalizzante il clima aspramente divisivo radicatosi nei rapporti politici. La sostenibilità anche internazionale di tale stato di cose era giunta a un punto limite. A me toccava solo registrare e seguire imparzialmente le reazioni delle forze in campo. Fino a quando il Presidente del Consiglio on. Berlusconi, prendendo atto di una situazione così critica, dopo l'esito negativo di una votazione significativa in Parlamento, si è risolto, con senso di responsabilità, a rassegnare le dimissioni.

Il tentativo di evitare un immediato scioglimento delle Camere e ricorso alle urne, viste le ricadute dirompenti che ciò avrebbe potuto avere per il nostro paese nel burrascoso contesto dell'Eurozona, visto cioè l'incombere sull'Italia di un catastrofico aggravarsi della crisi finanziaria, era un mio preciso dovere istituzionale. E la via obbligata da percorrere era quella di affidare la formazione di un nuovo governo a una personalità rimasta sempre estranea alla mischia politica, già sperimentata in funzioni di governo esercitate correttamente, per riconoscimento bipartisan, nell'arco di dieci anni al livello europeo, e dotata di indubbia autorevolezza internazionale. Di qui l'incarico al senatore professor Mario Monti.

Peraltro, la lunga irriducibile contrapposizione, al limite della incomunicabilità, determinatasi tra gli schieramenti di maggioranza e di opposizione, ha reso impraticabile ogni ipotesi di larga coalizione di governo, come il Presidente incaricato ha potuto ben presto constatare. Tale impraticabilità si è tradotta nell'opzione delle stesse forze politiche a favore della non partecipazione di personalità di partito al nuovo esecutivo. Quello che è stato chiamato un "governo tecnico" o "di tecnici" non è stato che la conseguenza dell'opzione che ho ricordato. La fiducia che un larghissimo arco di forze ha accordato in Parlamento al governo Monti è stata al tempo stesso chiara espressione della convinzione largamente condivisa che occorresse scongiurare, in una fase così critica, una paralisi dell'attività di governo e parlamentare e uno scontro elettorale devastante.

E' del tutto evidente che la soluzione della crisi apertasi con le dimissioni dell'on. Berlusconi non si è collocata entro i binari di un ordinario succedersi alla guida del paese di schieramenti che abbiano ottenuto la maggioranza nelle elezioni. Ma nessuna forzatura, né tantomeno alcuno strappo si è compiuto rispetto al nostro ordinamento costituzionale. Solo con grave leggerezza si può parlare di sospensione della democrazia, in un paese in cui nulla è stato scalfito : né delle libere scelte delle forze politiche, né delle autonome determinazioni del Parlamento e delle altre assemblee rappresentative, né delle prerogative degli organi di garanzia, né delle possibilità di espressione delle proprie istanze, e di manifestazione del proprio dissenso, anche da parte delle forze sociali.

E non mi risulta che si sia gridato allo scandalo per una presunta sospensione della democrazia in un altro grande paese europeo governato di norma secondo la prassi dell'alternanza tra diverse coalizioni politiche, la Germania, quando ancora in anni recenti essa è stata guidata per un'intera legislatura da una "grande coalizione". Né mi risulta che si sia gridato al tradimento della volontà popolare in un egualmente grande paese, la Gran Bretagna, considerata un modello di rigido bi-partitismo, quando il partito che ha ottenuto alle elezioni la maggioranza relativa in Parlamento ma non, sia pure per poco, quella assoluta, si è impegnato - per evitare un improvvido ritorno alle urne - in un'inedita e non preannunciata alleanza con un altro partito già suo concorrente.

La verità è che si vive nei paesi della nostra Europa una fase storica di drammatiche sfide esterne, di mutamento e di disagio sociale e politico, e può imporsi la necessità anche di soluzioni di governo fuori degli schemi tradizionali. E governi di grande coalizione, di unità nazionale, o di tregua e di transizione, sono risorse, sono riserve su cui i sistemi politici democratici debbono poter contare, e hanno contato, in momenti particolari, in situazioni bloccate o senza facili vie d'uscita.

In Italia, nel momento in cui la parola tornerà ai cittadini per l'elezione del Parlamento - e la data-limite è già segnata dal termine naturale della legislatura - ciascuna forza politica avrà modo di prospettare l'alleanza tra partiti e la formula di governo che considera più appropriate nell'interesse del paese e in funzione delle quali chiede il consenso ai cittadini.
Ho già detto come la formazione del governo Monti abbia corrisposto a uno stato di necessità e alla scelta dei partiti di non parteciparvi con propri esponenti. I ministri sono stati liberamente scelti dal Presidente del Consiglio e da lui proposti, come vuole l'art. 92 della Costituzione, al Presidente della Repubblica, che ha proceduto a nominarli nello stesso spirito di cooperazione istituzionale in cui aveva recepito le proposte sottopostegli a suo tempo dal precedente Presidente del Consiglio.
La Costituzione non prescrive che i membri del governo, a cominciare dai ministri, debbano essere parlamentari e rappresentanti ufficiali dei partiti, debbano essere - come si usa dire - dei politici e non dei tecnici. Ma non persuade l'uso di quest'ultimo termine. Più semplicemente, sono state chiamate da qualche settimana a far parte del governo persone politicamente indipendenti, che hanno accettato di porre al servizio del paese le competenze ed esperienze di cui sono portatrici. Il governo così composto può adottare e proporre decisioni necessarie benché talora controverse, ostiche, persino impopolari, senza essere condizionato da vincoli di convenienza partitica ed elettorale. Aver dato fiducia a questo governo è stato segno di consapevolezza dell'estrema difficoltà del momento : è, per i partiti che lo hanno deciso, titolo di merito, non motivo di imbarazzo. L'ampiezza e la continuità del sostegno allo sforzo appena avviato - in quanto prova di un condiviso senso di responsabilità e impegno costruttivo delle forze politiche - è ciò che più rafforza e può rafforzare la credibilità dell'Italia.

Il ruolo della politica resta insopprimibile, non è neppure temporaneamente oscurabile. La formula del governo dei tecnici non è, dunque, da idoleggiarsi. Ma è necessario che i partiti facciano la loro parte, nella fase di transizione che si è avviata ; la facciano rinnovandosi, aprendosi nuovamente alla società, acquisendo e valorizzando più fresche, giovani energie, ridefinendo e arricchendo le loro piattaforme ideali e programmatiche. Le loro diversità non sono state cancellate, le loro identità non sono state confuse da una convergenza straordinaria e temporanea nel pressante interesse del paese.
E facciano la loro parte nell'ampio spazio che hanno da occupare in questa fase, non solo nel rapporto col governo - un rapporto di distinzione e di corresponsabilità - ma più in generale nell'arena parlamentare, e sempre nell'ascolto del paese. C'è un programma del governo che non è onnicomprensivo, che non abbraccia temi rispetto ai quali è al Parlamento, e dunque ai partiti, ai gruppi politici in Parlamento, che spetta proporre soluzioni, concertarle a conclusione di un costruttivo confronto e approvarle. Mi riferisco a temi di riforma istituzionale e anche costituzionale : mi si consenta di non tornare a indicare revisioni ordinamentali, modifiche della seconda parte della Carta, nonché modifiche dei regolamenti parlamentari, su cui già all'inizio della legislatura avevo creduto di poter registrare una tendenziale larga intesa. Purtroppo in questi anni non si è giunti alle decisioni che si attendevano e che oggi appaiono auspicabili, anche a proposito di legge elettorale. Ebbene, si recuperi il tempo perduto in un sussulto conclusivo di operosità riformatrice e di fecondità del Parlamento, della legislatura, dei partiti.

Ritengo che ciò non sia impossibile, anche grazie al clima più disteso che si intravede nei rapporti politici, messi per così dire al riparo da un'esasperazione patologica del conflitto tra governo, maggioranza e opposizione. Consolidare questo clima è una delle grandi opportunità che si presentano nella fase attuale, anche per creare condizioni più serene in vista della competizione elettorale e del successivo, normale svolgimento della dialettica democratica. Condizioni più serene, più promettenti in termini di stabilità istituzionale, di soluzione dei problemi di fondo del paese, di gestione delle emergenze che ancora avremo da fronteggiare.

Guardiamo così al domani, nel fare i conti con le urgenze di oggi. In molti casi, queste si proiettano infatti in un orizzonte più lungo : l'emergenza giustizia, a cominciare dalle carceri, o l'emergenza economica e sociale Mezzogiorno, cui il governo sta mettendo mano, ripropongono l'esigenza di politiche non di breve termine. Così come l'urgenza che più ci incalza, quella del consolidamento dei conti pubblici, e la preoccupazione già oggi centrale e ineludibile di un rilancio della crescita e dell'occupazione, possono e debbono trovare risposte immediate ma resteranno di certo all'ordine del giorno anche nei prossimi anni, nella prossima legislatura. Abbiamo perciò bisogno della straordinaria convergenza parlamentare appena avviatasi ma anche, successivamente, di un più sereno confronto tra forze protagoniste di una rinnovata democrazia dell'alternanza.

Alla fiducia nel confermarsi, ora, di un clima più disteso nei rapporti politici, unisco l'augurio che anche nel dibattito pubblico e nel confronto sociale su questioni e scelte di grande complessità prevalgano obbiettività e senso della misura. La triade del perseguire il rigore cui non ci possiamo sottrarre nella politica di bilancio, dell'intervenire con equità, e del puntare su una nuova prospettiva di crescita e sviluppo, non solo costituisce un esercizio assai arduo nell'immediato ma richiederà grande accortezza ed equilibrio anche nel futuro. Ad esempio, per quel che riguarda l'equità, sappiamo che nella gestione della cosa pubblica e nella società italiana sono penetrati e si sono cristallizzati molti e diversi fattori di stridente disuguaglianza e iniquità : su cui lo Stato dovrà via via attrezzarsi per incidere sempre più efficacemente.

E allora - non lo dico soltanto in rapporto all'attualità, ma anche agli interventi e alle scelte su cui ci sarà da confrontarsi nel futuro - credo non giovino, qualunque posizione di principio o gruppo sociale si rappresenti, i giudizi perentori, le battute sprezzanti, le contrapposizioni semplicistiche. Si discuta liberamente e con spirito critico, ma senza rigide pregiudiziali e non rifuggendo da spinose assunzioni di responsabilità. Intanto, in tempi così difficili per il paese, si blocchi sul nascere ogni esasperazione polemica.
Aggiungo che qualsiasi tema ci sia da discutere, oggi o domani, e a qualsiasi tavolo, è necessario dare seriamente la priorità alle condizioni dei "non rappresentati", dei giovani senza lavoro o con deboli prospettive di occupazione e di pensione.
Il dovere di rispondere alle attese dei giovani, la necessità di valorizzare le risorse che essi e le donne oggi fuori del mercato del lavoro rappresentano, insieme con l'obbligo morale di non scaricare sulle spalle delle nuove e delle future generazioni il fardello di un proibitivo debito pubblico, sono le ragioni fondamentali dei sacrifici che si stanno chiedendo agli italiani di ogni ceto sociale. Nel proporli e deciderli, non ci si piega ad alcun diktat esterno, né ad alcun precetto di ortodossia monetarista, e non si dimentica l'imperativo della crescita.

Ci son cose che avrebbero dovuto apparire chiare da lungo tempo, e ben prima che la situazione minacciasse di precipitare, e che a taluno apparvero chiare già più di 20 anni fa. Mi riferisco a una delle maggiori figure di parlamentare e di uomo di governo dell'Italia repubblicana, l'on. Nino Andreatta, onorato alla Camera nei giorni scorsi. Nell'intervenire sul bilancio e sulla legge finanziaria per il 1990 egli rilevò come al già allora indispensabile risanamento dei conti dello Stato si opponesse - nella cultura politica corrente - la tendenza "a sopravvalutare l'effetto della spesa pubblica sullo sviluppo del paese" e a non tenere conto invece "degli effetti profondamente distorcenti che l'accumulo del debito pubblico e l'alto deficit hanno sull'attività produttiva". E ammoniva su "quel che potrebbe accadere qualora ci si avvolgesse in un indebitamento non controllabile", e sull'effetto che comunque ha "il pericolo di una crisi finanziaria" nel senso di "rattrappire, chiudere l'orizzonte" delle scelte per lo sviluppo dell'economia italiana.

Quella lezione purtroppo inascoltata per troppi anni resta più che mai valida oggi : in particolare, dinanzi all'impennarsi del costo degli interessi sui titoli del debito pubblico, che riduce ancor più le disponibilità di risorse nel bilancio per investimenti funzionali alla crescita. Non si può più esitare sulla via del risanamento e della stabilizzazione della finanza pubblica, perseguendo innanzitutto il pareggio di bilancio.

E' giusto chiedere che si assumano concretamente e senza indugio le loro responsabilità anche le forze politiche e il Parlamento per quel che riguarda i necessari sacrifici finanziari e un non meno importante rigore nella riforma degli apparati istituzionali e dei loro costi. Ma c'è una tendenza, che sta diventando assordante, a svalutare ogni passo si compia in queste direzioni e ad alimentare reazioni di rigetto verso i politici, la politica, le istituzioni rappresentative. Invito a una seria riflessione sulla crescente pericolosità di questa tendenza.

Concentriamoci dunque sulle maggiori sfide che il paese ha davanti a sé, sui rischi cui è esposto, innanzitutto sul piano finanziario, nel turbine della crisi dell'Eurozona. Col decreto in via di approvazione in Parlamento si pongono difese e premesse : ma la strada è lunga, e in salita. Possiamo farcela solo - non mi stanco di ripeterlo - attraverso un grande sforzo collettivo, una grande mobilitazione morale, civile, sociale.
Ho fiducia che ci stia aiutando in tal senso e ci aiuterà l'esperienza della partecipazione straordinariamente diffusa e significativa alle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Il paese ne è uscito più sicuro della sua identità, riconciliato con la propria storia ben più di quanto potesse prevedersi. Abbiamo legato l'idea-forza dell'unità a istanze essenziali di diversità, pluralità, solidarietà, sussidiarietà, e al concreto impegno del superamento del centralismo statale. Si è in pari tempo confermata l'artificiosità e vanità della predicazione secessionista.

Riscoprendo, con il percorso del Risorgimento e dello Stato unitario, il senso e il valore di quel che ci unisce, il paese si è meglio predisposto a quel grande sforzo collettivo che, come ho appena detto, ormai si impone. Sono convinto che tra i cittadini di ogni ceto sociale e di ogni opinione politica siano maturate una seria consapevolezza delle difficoltà cui far fronte e insieme della nostra capacità di superare queste nuove prove, come le precedenti generazioni ne seppero superare altre non meno dure, compresa quella stessa del pareggio di bilancio, affrontata, con la guida di Quintino Sella, nella prima fase della costruzione e della vita dello Stato unitario. Prove superabili, nel passato e ora, con l'arma vincente della coesione sociale e nazionale.

Non lasceremo turbare questa coesione, che non significa peraltro appiattimento o compressione delle diversità, dal virus della violenza, in qualsiasi sua manifestazione, da quella dell'ignobile intolleranza razziale a quella dell'infiltrazione con intenti eversivi e distruttivi nella pacifica protesta politica e sociale, fino all'estremo di nuovi rigurgiti terroristici. La vigilanza e la fermezza, non solo dei vertici dello Stato, dovranno essere risolute e costanti.

Ho concluso. Ringrazio voi tutti per il paziente ascolto. Ringrazio ancora il Presidente Schifani per gli apprezzamenti che ha voluto rivolgermi, non solo a titolo personale, per il mio operato. Cercherò di corrispondervi con sincera costante attenzione a ogni opinione e giudizio, e con rinnovato impegno.

Buon Natale e Buon Anno.

La manovra dopo i miglioramenti della Camera

17/12/2011

Riporto una breve nota sui miglioramenti alla manovra dopo l'esame in commissione ed un vademecum di Marco Causi per la parte fiscale.

 

 

LA MANOVRA DOPO I MIGLIORAMENTI DELLA CAMERA

 

 

Pensioni

ü  La principale correzione attuata dal Governo su invito di Parlamento e forze sociali in termini di equità è stata la conservazione del pieno adeguamento all’inflazione per i trattamenti pensionistici fino a tre volte la pensione minima. Il blocco dell’indicizzazione non riguarderà dunque gran parte dei pensionati e verrà compensata dal sacrificio richiesto a coloro che hanno rimpatriato capitali attraverso il cosiddetto “scudo fiscale”.

Inoltre sono state introdotte integrazioni e modifiche alle misure di riordino del sistema previdenziale per consentire un adeguamento più graduale alla nuova normativa. In particolare

ü  Penalizzazioni: dimezzamento all’1 per cento per i primi due anni della penalizzazione per ogni anno anticipato nell’accesso al pensionamento rispetto all’età di 62 anni.

ü  Deroghe: i beneficiari dei criteri attualmente in vigore a seguito di mobilità collettiva e individuale stipulati entro il 4 dicembre (anziché il 31 ottobre) verranno stabiliti con un decreto del Ministro entro 3 mesi sulla base delle risorse stabilite.

ü  Nella logica di armonizzazione delle aliquote, si aumenta la percentuale di incremento delle aliquote contributive pensionistiche delle gestioni pensionistiche dei lavoratori artigiani e commercianti iscritti alle gestioni autonome dell'INPS, nella misura di 1,3 punti percentuali a partire dall’anno 2012 e di 0,45 punti percentuali per ogni anno successivo (0,3 per cento nel testo originario del decreto-legge), fino a raggiungere il livello del 24 per cento.

ü  Attenuazione dello scalone per i lavoratori e le lavoratrici, in possesso di specifici requisiti, dipendenti del settore privato consistente nell’accesso al pensionamento con un’età anagrafica non inferiore a 64 anni. In particolare, tale regime opera nei confronti dei lavoratori che abbiano maturato un'anzianità contributiva di almeno 35 anni entro il 31 dicembre 2012, e delle lavoratrici che maturino entro il 31 dicembre 2012 un'anzianità contributiva di almeno 20 anni e conseguano alla stessa data un'età anagrafica di almeno 60 anni.

ü  Pensioni d’oro: incremento al 15 per cento del contributo di solidarietà per la quota eccedente i 200.000 euro (dal 10 per cento previsto dal DL 78/2010).

 

IMU: incremento della detrazione sulla prima casa nella misura di 50 euro per ciascun figlio di età non superiore a 26 anni (dimorante abitualmente e residente anagraficamente) fino ad un importo complessivo non superiore a 400 euro (dai 200 euro per tutti del testo originario). In questo modo, è elevato il numero di proprietari che restano esenti dall’IMU nei prossimi due anni solo un quarto del maggior gettito sugli immobili graverà sulla prima casa.

 

ISEE. Le modalità di calcolo dell’indicatore della situazione economica equivalente vengono riviste in modo da: tenere maggiormente conto dei carichi familiari (in particolari dei figli successivi al secondo e i dei disabili a carico); rafforzare la rilevanza degli elementi di ricchezza patrimoniale della famiglia; differenziare l’indicatore per le diverse tipologie di prestazioni; rafforzare il sistema dei controlli; istituire una banca dati delle prestazioni sociali agevolate, condizionate all’ISEE, presso l’Inps.

 

Con la modifica nelle Commissioni l’una tantum sugli “scudati” diventa strutturale, dando luogo a un’imposta speciale annuale (che rappresenterà il prezzo per la prosecuzione dell’anonimato) del 13,5 per mille per il 2012, del 10 per mille nel 2013 e del 4 per mille dal 2014  sulle attività finanziarie oggetto di emersione.

Introduzione di una imposta del 10 per mille sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato.

L’imposta di bollo, già estesa a tutte le tipologie di attività finanziaria, dal 2013 diventa proporzionale con aliquota dello 0,15 per cento, dando origine ad un intervento sul patrimonio finanziario con elementi di progressività. Da tale imposta sono esclusi i conti correnti, sui quali continua ad essere applicato un bollo in cifra fissa, che anzi viene cancellato per quelli inferiori ai 5000 euro, al fine di non penalizzare i conti di piccolo importo e incoraggiare l’uso della moneta elettronica.

Imposta del 7,6 per mille sul valore degli immobili situati all’estero.

 

Costi della PA

ü  Qualora la Commissione governativa per il livellamento retributivo Italia-Europa, non abbia provveduto entro i termini di legge (ossia entro il 31 dicembre 2011) alla individuazione della media dei trattamenti economici europei dei titolari di cariche elettive e di incarichi di vertice delle pubbliche amministrazioni, il Parlamento e il Governo, ciascuno nell’ambito delle proprie attribuzioni, adotteranno immediate iniziative per il conseguimento del livellamento remunerativo. Si fa, quindi, un passo indietro rispetto all'ipotesi che il provvedimento potesse essere contenuto in un provvedimento di urgenza del Governo. Si riconosce perciò che il problema non è di competenza dell'esecutivo.

ü  Tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici: sarà usato come parametro massimo lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione e l'applicazione della norma terrà conto di tutte le somme cumulate da uno stesso soggetto, se provenienti da uno stesso organismo o da più enti, o se frutto di più incarichi nel corso dell'anno. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri saranno stabilite le deroghe a questo tetto.

ü  Stop ai doppi stipendi: i dipendenti di tutte le amministrazioni e tutti i magistrati ordinari amministrativi e contabili chiamati a svolgere altri incarichi presso gli uffici legislativi o i gabinetti dei ministeri nonché presso le autorità amministrative indipendenti, non percepiranno più il doppio stipendio ma solo il 25 per cento in più dello stipendio percepito per il ruolo di provenienza.

ü  Province. Slitta al 31 dicembre 2012 il termine entro cui dovranno essere ridefinite le funzioni delle Province. Entro lo stesso termine saranno definite le modalità  con cui i consigli comunali eleggeranno i componenti del Consiglio provinciale. Gli organi provinciali attuali resteranno in carica fino a scadenza naturale. Quelli  che vanno in scadenza nel 2012 saranno commissariati.   

ü  Circoscrizioni di decentramento comunale. I consiglieri, i presidenti e gli assessori delle Circoscrizioni delle città con popolazione superiore a 250.000 abitanti manterranno le indennità o i gettoni di presenza.

 

Agevolazioni sulla riscossione dei tributi per chi è in difficoltà e sostituzione del sistema dell’aggio con meccanismo del rimborso dei costi fissi. In particolare:

ü  proroga dei termini per beneficiare della rateizzazione dei debiti tributari e a razionalizzarne complessivamente la disciplina;

ü  riassetto del sistema della remunerazione degli agenti della riscossione, sostituendo l’aggio previsto dalla legislazione vigente con un rimborso dei costi fissi risultanti dal bilancio certificato, garantendo comunque al contribuente oneri più bassi di quelli attualmente in vigore;

ü  eliminazione dell’obbligo di prestazione di garanzia per accedere al beneficio della dilazione delle somme dovute a seguito di controllo automatizzato e controllo formale della dichiarazione, anche per le rateazioni in corso al 6 dicembre 2011;

ü  facoltà per il debitore di vendere il bene pignorato o ipotecato con il consenso dell’agente della riscossione, al quale è versato interamente il corrispettivo della vendita. L’eccedenza del corrispettivo rispetto al debito è rimborsata al debitore.

 

Maggiori garanzie sui dati relativi alle movimentazioni dei rapporti di natura finanziaria: archiviazione nell’apposita sezione dell’Anagrafe tributaria, consultazione del Garante per la protezione dei dati personali, obbligo di comunicazione al fisco per informazioni strettamente necessarie ai fini dei controlli fiscali, adeguate misure di sicurezza, di natura tecnica ed organizzativa, per la trasmissione dei dati.

 

Limite all’utilizzo del contante a 1.000 euro

ü  Elevata da 500 a 1.000 euro la soglia massima dei pagamenti per cassa e l’importo massimo degli emolumenti (stipendi, pensione, compensi comunque corrisposti dalla pubblica amministrazione) che possono essere erogati in denaro contante.

ü  Al fine di incentivare l’accredito delle pensioni su conti correnti (anche presso le Poste) è stata introdotta l’esenzione dall’imposta di bollo per le fasce socialmente svantaggiate di clientela.

ü  Posticipato al 31 marzo 2012 il termine entro il quale i libretti di deposito bancari o postali al portatore con saldo pari o superiore a 1.000 euro devono essere estinti.

ü  La convenzione, da stipulare entro tre mesi, dovrà definire le caratteristiche di un conto corrente di base o di un conto di pagamento di base che le banche sono tenute ad offrire senza prevedere costi di gestione nonché l’ammontare degli importi delle commissioni da applicare sui prelievi con carta autorizzata tramite la rete degli sportelli automatici presso gli sportelli di una banca diversa da quella del proprietario della carta.

 

Il Governo dovrà adottare disposizioni volte a realizzare una compiuta liberalizzazione e un’efficiente regolazione nel settore dei trasporti e dell’accesso alle relative infrastrutture (la norma, nella formulazione originaria, non conteneva riferimenti alla regolazione né alle modalità di accesso alle infrastrutture). Inoltre, le condizioni di accesso eque e non discriminatorie devono essere garantite dall’Autorità indipendente anche alla mobilità urbana collegata a stazioni, aeroporti e porti.

 

 

 

 

VADEMECUM MANOVRA MONTI (solo parte fiscale)

 

 

Era necessaria una nuova manovra?

 

Era indispensabile per due motivi:

 

a)      le manovre di luglio e di agosto avevano lasciato numerosi punti aperti. Soprattutto, le modalità effettive con cui coprire il previsto contributo di 4, 16, 20 miliardi rispettivamente nel 2012, 2013, 2014 a carico della delega fiscale e assistenziale, oltre a previsioni di gettiti connessi alle misure anti evasione abbastanza aleatorie. La debole coerenza interna delle manovre estive, oltre alla carenza di misure strutturali, sono alla base del crollo di fiducia nei confronti dell’Italia da parte delle autorità europee, insieme alla scarsa reputazione della precedente compagine governativa e del suo Presidente del Consiglio;

b)      per effetto della minore crescita economica e del drammatico aumento dei tassi d’interesse, è stato necessario apportare un ulteriore aggiustamento pari a 1,3 punti di Pil.

 

 

Questa manovra è strutturale?

 

Indubbiamente sì, e infatti è percepita come molto dura e dolorosa. Dal lato fiscale vengono: introdotti nuovi tributi, come l’Imposta municipale propria; ampliate le basi imponibili; aumentate le aliquote di imposte esistenti, come Iva e accise. Dal lato delle spese il passaggio al sistema contributivo pro rata per tutti completa in modo definitivo la riforma pensionistica avviata nel 1995.

 

 

Basterà questa manovra, saranno utili i sacrifici?

 

La tempesta della crisi coinvolge l’intera area dell’Euro, e l’Italia in particolare per la fragilità connessa al suo elevato debito pubblico, accoppiata al fatto che cresciamo molto poco da ormai undici anni. Abbiamo anche un elevato deficit di bilancia corrente dei pagamenti (circa 50 miliardi all’anno di importazioni di beni e servizi superiori alle esportazioni). Per l’Italia è inevitabile (anche se l’Euro non esistesse) un aggiustamento che passi attraverso una fase di austerità e di riforme per la crescita. La crisi ha però messo in evidenza la fragilità dell’intera costruzione europea. Per avere una politica economica comune (ad esempio, sul fronte della stabilizzazione finanziaria) è necessario innanzitutto avere un vero coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio all’interno dell’eurozona. Ci si sta arrivando con molta fatica e troppa lentezza, a causa di un governo inefficace della crisi da parte dell’asse franco-tedesco.

 

Le decisioni dell’ultimo vertice europeo tuttavia vanno nella giusta direzione, grazie anche alla nuova posizione assunta dall’Italia, che non è più nelle condizioni di subire, marginalizzata, le decisioni altrui, ma può esercitare con l’autorevolezza della nuova compagine governativa e del suo Presidente del Consiglio un ruolo di proposta e di mediazione. Va detto però che per l’Italia il rigore fiscale è condizione necessaria ma non sufficiente all’uscita dalla crisi. Occorre che l’Europa attivi altre due direttrici di politica economica: le misure per la stabilità finanziaria, in particolare per arginare la doppia crisi dei debiti sovrani e delle banche, e le misure per la crescita. Sul primo versante l’ultimo vertice europeo ha fatto qualche passo avanti, ma ancora non conclusivo. Sul secondo versante invece l’Europa è ancora ferma per colpa della prevalenza di approcci politici conservatori e di centro-destra. In ogni caso, non vanno sottovalutate le importanti misure assunte dalla BCE per garantire liquidità al sistema bancario.

 

 

E’ Monti che aumenta le tasse o le tasse sarebbero comunque aumentate?

 

Berlusconi e il centro-destra piangono lacrime di coccodrillo per l’aumento delle tasse. Ma la verità è che, senza questa manovra, sarebbe scattata in automatico la “clausola di salvaguardia” scritta nella manovra di luglio: un taglio di 4, 16 e 20 miliardi nel 2012, 2013 e 2014 tramite il taglio lineare dei regimi esistenti di agevolazione fiscale. La maggior parte di questi regimi va a vantaggio delle famiglie con redditi bassi e medio bassi, soprattutto tramite il meccanismo delle detrazioni Irpef (per lavoro, carichi familiari, sanità, istruzione, ecc.). Monti, allora, aumenta le tasse in modo certamente più equo di come le tasse sarebbero aumentate in base a quanto previsto dalle manovre estive. Per non parlare dell’impatto sociale che avrebbe avuto reperire, come pure era previsto, una parte di quelle risorse a carico della spesa assistenziale. La manovra Monti, invece, introduce una riforma dell’Isee che permetterà di selezionare con più efficacia ed equità l’accesso alle prestazioni sociali universalistiche, e finalizza i futuri risparmi al comparto della spesa sociale e assistenziale.

 

 

Perché solo più tasse, occorre anche ridurre la spesa!

 

La manovra aggredisce anche la spesa, in particolare quella per pensioni. Introduce alcune nuove regole importanti come messaggio politico (tetti alle retribuzioni dei dirigenti pubblici, regole per quelle dei manager delle aziende pubbliche, abolizione delle province), a cui si affiancano le riduzioni di spesa che dovranno essere fatte dagli organi costituzionali (Camere, Quirinale, ecc.). Non c’è dubbio però che:

 

a)      va continuato con perseveranza e impegno il lavoro di contenimento della spesa pubblica corrente primaria (al netto degli interessi), attraverso i costi e i fabbisogni standard e le spending review;

b)      va preso l’impegno che i proventi della lotta all’evasione (che questa manovra rafforza con alcune misure molto efficaci, come ad esempio la fine del segreto bancario ai fini fiscali) vadano nel corso del tempo impiegati per ridurre la pressione fiscale e non per inseguire la spesa.

 

 

Qualche tassa viene anche ridotta, per sostenere la crescita

 

Accanto alla parte “cattiva” della manovra fiscale, ce n’è anche una “buona”:

 

a)      detassazione del capitale investito nel patrimonio d’impresa, una misura chiamata oggi Ace (“aiuto alla crescita economica”, ma la vera origine è nella formula inglese “allowance for corporate equity”), ma che in realtà somiglia molto alla Dit e alla super Dit introdotte dai governi dell’Ulivo nella legislatura 1996-2001 e poi abrogati da Tremonti;

b)      deducibilità dall’Ires della componente Irap legata al costo del lavoro, con un vantaggio aggiuntivo per gli occupati giovani e donne;

c)      stabilizzazione permanente delle misure di incentivo fiscale per gli interventi di efficientamento energetico e di ristrutturazione (deducibilità al 36 per cento), e mantenimento per un anno del 55 per cento per l’efficientamento energetico.

 

L’impianto della manovra è coerente con l’obiettivo a medio termine di spostare la tassazione dai fattori produttivi (lavoro, impresa) alle “cose”, cioè a consumi e patrimoni. Per quanto riguarda i consumi, va ricordato che l’aliquota effettiva media delle imposte sui consumi in Italia è inferiore del 4,4 per cento alla media dell’eurozona, anche per effetto dell’evasione.

 

Va notato che gli alleggerimenti fiscali sono solo dal lato delle imprese, e non delle persone fisiche. La scelta del governo è comprensibile, in una fase di acuta crisi produttiva: si cerca, soprattutto con la deducibilità della componente costo del lavoro, una misura che sostenga la competitività delle imprese e che riduca il cuneo fra retribuzioni e costo del lavoro (lo stesso aveva fatto nel 2007 il governo Prodi). E’ necessario allora ricordare che, se l’operazione di salvataggio dell’Italia avrà esito positivo, non appena possibile occorre mettere in piedi misure di riforma strutturale della tassazione sui redditi personali, con interventi prioritari sulla prima aliquota Irpef e sul sistema delle detrazioni per carichi familiari.

 

 

Imposte patrimoniali: più 16 miliardi

 

L’Italia è in penultima posizione fra i paesi Ocse per il peso delle imposte sul patrimonio, circa un punto di Pil in meno. La manovra introduce una rilevantissima (storica) correzione strutturale a questo dato, con un contributo delle nuove imposte patrimoniali pari a più di un punto di Pil. La correzione del sistema fiscale verso i patrimoni viaggia su cinque gambe, e la più importante è la nuova imposta municipale propria (Imu).

 

 

La nuova imposta municipale

 

L’Imu era già prevista dai decreti di attuazione del federalismo fiscale, ma viene anticipata al 2012 e ne viene estesa la base imponibile con l’ampliamento alla prima casa e l’aumento della valutazione delle rendite catastali. Per quanto riguarda l’estensione alla prima casa, l’ultimo decreto varato da Calderoli prevede un’imposta molto simile a carico anche delle prime case (una nuova Tarsu-Tia ancorata ai valori catastali come “imposta comunale sui servizi”). Lega e Pdl farebbero bene, quindi, a non stracciarsi le vesti. Anche loro si erano, in limine mortis, resi conto che non si può fare il federalismo fiscale senza dare una vera autonomia tributaria ai comuni, un elemento che il PD ha sempre sottolineato e che lo ha portato a contrastare e votare contro i decreti di attuazione del federalismo relativi ai comuni del precedente governo.

 

Monti ha affrontato la questione con una significativa discontinuità e ha rafforzato l’autonomia tributaria dei comuni. Oltre all’Imu nasce il tributo comunale sui rifiuti e sui servizi, anch’esso legato ai valori catastali. Su questi tributi i comuni potranno esercitare un ampio margine di flessibilità tramite la variazione delle aliquote: l’Imu sulla prima casa ha un’aliquota base del 4 per mille (la vecchia Ici prima casa aveva un’aliquota media superiore al 5 per mille) e i comuni potranno variare del +/- 2 per mille; l’Imu ordinaria ha un’aliquota del 7,6 per mille, variabile nell’intervallo +/- 3 per mille; il tributo sui servizi concede ai comuni un contributo aggiuntivo alla vecchia Tarsu-Tia pari a 0,30 euro per metro quadrato e la facoltà di una maggiorazione fino a 0,40 euro.

 

Per ridurre l’impatto sociale della nuova Imu sulla prima casa è prevista una robusta detrazione di 200 euro, che aumenta per due anni di 50 euro per ogni figlio fino al massimo di 400 euro. Ai comuni viene attribuito il gettito dell’Imu sulle prime case e la metà dell’Imu ordinaria; l’altra metà va allo stato sotto forma di sovraimposta erariale. Andrà meglio messo a fuoco nei prossimi mesi il coordinamento di questa importante riforma con il funzionamento del fondo di riequilibrio e del fondo perequativo destinati ai comuni in attuazione del federalismo fiscale.

 

Alcuni punti critici restano aperti: la mancata differenziazione dell’Imu ordinaria a seconda che l’abitazione sia o meno locata (la riforma favorisce di fatto le abitazioni non locate al confronto con quelle locate, e questo non va bene); il sistema delle detrazioni, dove la detrazione fissata in modo rigido a livello nazionale contraddice la scelta di una più accentuata autonomia tributaria dei comuni (meglio sarebbe stato devolvere ai comuni la gestione delle detrazioni); l’assenza di proposte sulla questione dei soggetti esenti (no profit), alla luce dell’imminente pronunciamento comunitario (meglio sarebbe utilizzare l’introduzione sperimentale della nuova Imu per ampliare l’obbligo di dichiarazione a tutti i soggetti, compresi quelli esenti, per disporre almeno di una completa base informativa).

 

L’introduzione dell’Imu in condizioni di emergenza non ha consentito al governo di affrontare la questione del disegno tributario complessivo del federalismo. Ricordiamo che la proposta del PD prevede, nel momento in cui ai comuni sia assegnato un vero tributo proprio collegato alle basi imponibili immobiliari, l’abolizione dell’addizionale comunale Irpef. A regime, insomma, noi pensiamo che l’addizionale Irpef vada destinata alla flessibilità fiscale delle sole regioni, mentre l’Imu e il nuovo tributo rifiuti e servizi siano più che sufficienti per la flessibilità fiscale dei comuni. Anche a questo bisognerà pensare una volta terminata la fase più acuta della crisi.

 

 

Le altre quattro patrimoniali

 

Accanto all’Imu vengono introdotte, o riformate:

 

a)      l’imposta di bollo sulla detenzione di attività finanziarie, che si applica sui conti correnti con più di 5 mila euro di giacenza e sulle altre forme di detenzione di titoli;

b)      l’imposta sui beni di lusso (auto di lusso, imbarcazioni, aerei);

c)      l’imposta di bollo speciale annuale sui capitali scudati, che viene resa permanente e diventa così una sorta di “imposta sull’anonimato”. Si tratta di una proposta che il PD aveva avanzato fin da agosto e che il governo Monti mette in campo, con una soluzione innovativa che la rende permanente e non una tantum

d)     l’imposta personale sul valore degli immobili e delle attività finanziarie detenute all’estero.

 

 

Ma allora: c’è o no la patrimoniale?

 

Lo spostamento verso imposte patrimoniali è strutturale e rilevante. Si tratta di imposte patrimoniali reali (fatta esclusione per il punto d) della lista precedente) e non personali. Molti avevano sposato l’idea di un’imposta patrimoniale personale. Un’imposta simile (sulle “grandi ricchezze”) esiste in Francia, ma fornisce un gettito di poco più di un miliardo di euro. L’imposta patrimoniale personale è facilmente eludibile (e se lo è in Francia, figuriamoci in Italia) diversificando l’intestazione dei patrimoni, ad esempio fra i familiari oppure tramite società di comodo. Le imposte patrimoniali reali, peraltro, sono progressive “in sé”, poiché i patrimoni hanno una distribuzione più concentrata dei redditi. In Italia non c’è miglior indice della capacità contributiva della qualità e del pregio, e quindi del valore, della casa di abitazione. Deve restare tuttavia fermo il duplice obiettivo di: a) dotare l’amministrazione fiscale italiana di un’affidabile anagrafe dei patrimoni personali; b) mettere in campo finalmente una riforma degli estimi catastali, al cui interno oggi esistono troppe distorsioni e difformità che riducono il potenziale di progressività dell’Imu.

 

 

Lotta all’evasione: il bicchiere è pieno per ben più della metà

 

L’obbligo di comunicazione all’anagrafe tributaria da parte degli intermediari finanziari di tutte le movimentazioni sui conti correnti e sui conti titoli è una forte discontinuità. Quando in passato Visco aveva proposto di rendere noti i soli saldi di fine anno e le giacenze medie era stato tacciato di essere un pericoloso vampiro comunista. E’ rilevante anche la trasformazione in reato penale della trasmissione di atti o documento falsi, ovvero di dati e notizie non rispondenti al vero (in questo secondo caso, previa verifica dell’assenza di dolo). Così come l’obbligo di pagamenti elettronici sopra i mille euro e l’introduzione di conti corrente “di base” gratuiti. Viene poi introdotto un nuovo regime semplificato e agevolato per le ditte individuali, i professionisti e le microimprese, che prevede da un lato collegamento telematico e tracciabilità, dall’altro lato semplificazioni e agevolazioni.

 

Fra le misure di contrasto all’evasione su cui la discussione pubblica si è soffermata negli ultimi anni alcune mancano all’appello, come la trasmissione telematica dell’elenco clienti fornitori (ma la trasmissione telematica è già obbligatoria sopra 3.000 euro per le persone fisiche e sopra 3.600 euro per quelle giuridiche) e i conti correnti dedicati delle ditte individuali e dei professionisti. Tuttavia, con la tracciabilità a mille euro e la piena informazione sui movimenti bancari e finanziari, si tratta di assenze su cui il giudizio politico va attentamente ponderato. Piuttosto, è necessario approfondire le piste di lavoro suggerite dal gruppo di lavoro sull’evasione fiscale presieduto da Giovannini, in direzione da un lato delle normative utili al contrasto dell’evasione e delle frodi Iva e dall’altro lato di ulteriori aree in cui sperimentare il meccanismo del contrasto di interessi in aggiunta a quelle già vigenti. Ed è necessaria una grande attenzione alle modalità di organizzazione e di funzionamento dell’amministrazione finanziaria, che sarà messa nelle condizioni di gestire una grandissima massa di dati e di informazioni e dovrà imparare a utilizzarle con efficienza e accortezza.

 

A completamento della manovra fiscale, negli aggiustamenti apportati in Parlamento, è stata introdotta una significativa riforma delle attività di riscossione coattiva, con il superamento del sistema di remunerazione di Equitalia tramite l’aggio e il passaggio a un sistema basato sul ribaltamento dei costi, esattamente come avviene per la fornitura di qualsiasi servizio pubblico soggetto a tariffa piena. Vengono anche migliorate, a vantaggio dei contribuenti, le condizioni di dilazione dei pagamenti. Insomma: prove generali di quel fisco “più amico” che Monti ha messo fra le priorità dell’azione di governo.

 

 

Perché dobbiamo salvare le banche?

 

Si fa molta demagogia sulle misure (europee e italiane) per il contenimento della potenziale crisi bancaria. La manovra Monti contiene la garanzia statale sulle obbligazioni bancarie, nonché la nuova Ace, che indirettamente beneficerà gli aumenti di capitale a cui le banche italiane saranno chiamate a breve anche sulla base di (in parte discutibili) regolamentazioni europee. Su questo punto è necessario che una forza riformista e responsabile come il PD non dia spazio ad alcuna slabbratura populistica.

 

Non solo una crisi bancaria può avere effetti sociali devastanti (si pensi ai cittadini che hanno i loro soldi nei conti correnti oppure nei titoli emessi dalle banche), ma questi effetti sarebbero ancora più gravi in un paese come l’Italia, dove il principale canale di finanziamento delle imprese è quello bancario. Si tratta di una peculiarità italiana, dovuta alla piccola dimensione media d’impresa, oltre che alla scarsa innovazione finanziaria che contraddistingue il nostro paese. E tuttavia si tratta di un dato da cui non si può prescindere. In Italia le banche sono il principale finanziatore dell’attività d’impresa, e tramite questo canale hanno attratto a sostegno del sistema produttivo nazionale ingenti capitali, approvvigionandosi sui mercati interbancari europeo e internazionale.

 

Quando ci si lamenta della scarsa capacità di attrazione di capitali esteri in Italia si pensa ai canali di investimento diretto. Tramite il canale bancario, però, e quindi tramite un canale indiretto, sono stati centinaia e centinaia i miliardi di euro di capitali arrivati in Italia: il prosciugamento di quel canale metterebbe in poco tempo in ginocchio l’intero paese. E lo stesso avverrebbe se il nuovo “rischio paese” percepito sul debito sovrano si dovesse trasmettere per un periodo abbastanza lungo (ma basta qualche mese!) sui tassi d’interesse di mercato pagati dalle imprese. Piuttosto, è necessario che il governo, tramite gli strumenti già esistenti, messi in campo con i provvedimento anti-crisi del 2008, ed eventualmente innovandoli e migliorandoli, e la Banca d’Italia, tramite i poteri di vigilanza, esercitino un costante monitoraggio affinché le misure di sostegno al sistema bancario si trasmettano a vantaggio (ovvero a minor svantaggio) delle imprese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Mai l'Europa è stata tanto necessaria, mai è stata così in pericolo»

08/12/2011

Proviamo a fare il punto.

La manovra. La manovra di emergenza incide duramente su molte vite e l’equità, per ora, è ancora un traguardo da raggiungere. L’obiettivo del Pd è quello di mettere a punto in questi giorni quelle (poche) modifiche (che si possono concordare  con Pdl e Udc, oltre che con il governo) per incidere non sui saldi ma sull’equità. Per questo, le correzioni saranno concentrate su pensioni e Ici. Ma non ha torto la radicale Emma Bonino quando dice: «La più grande equità è quella di non far fallire il Paese». La manovra ha già fatto risparmiare 19 miliardi in termini di calo dei tassi di interesse nel collocamento dei titoli del debito pubblico. E come ha riconosciuto il presidente dell’Istat, «un prolungamento delle tensioni sui mercati finanziari, o peggio un vero e proprio avvitamento della situazione, avrebbe determinato effetti macroeconomici negativi estremamente più ampi di quelli potenzialmente determinati dalle misure in discussione». Bisogna partire da qui, perché «senza partire da qui, dall’imminenza della catastrofe, del fallimento del nostro debito pubblico e dell’intero sistema euro, non si può formulare un giudizio equilibrato sulle scelte difficili che il governo ha assunto e presentato alla valutazione del parlamento, delle forze sociali, dei partner dell’euro, dei mercati». Lo ha ricordato Enrico Morando su Europa, martedì scorso ( Coraggio professori, la via è giusta), soprattutto a quanti hanno (a lungo) sottovalutato e continuano a sottovalutare le reali dimensioni del rischio. Il vero limite dei provvedimenti sta nella carenza di interventi a sostegno della crescita e quindi dell’occupazione. Rinviati a un «secondo tempo». Come sempre. Ma su questo è necessario concentrare gli sforzi e incalzare il governo: far crescere la produttività è l’unica strada per uscire dalla recessione in un mercato globalizzato. E l’occupazione è il modo per migliore di ridurre le disparità (specie se si considera che la disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei Paesi OCSE). Leggere (e rileggere) gli ultimi dati Ocse.

Europa. Detto questo, la vera manovra si fa in Europa, attraverso un difficile negoziato. E’ il fallimento europeo che sta mettendo in crisi tutti i paesi membri a partire da quelli più deboli; e la manovra serve al governo per andare a negoziare in Europa i veri problemi. Si tratta di ottenere una svolta (nientedimeno) della politica europea. Timothy F. Geithner, segretario al Tesoro americano (gli americani, dietro le quinte, cercano di mediare tra i governi europei per contenere la crisi:  U.S. officials quietly cajole European leaders on debt crisis), è «fiducioso» su un successo del vertice  europeo che si apre questa sera, ennesimo appuntamento decisivo per la zona euro. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy ieri hanno inviato una lettera con il piano concordato lunedì a Parigi. Nella lettera (http://elysee.blog.lemonde.fr/2011/12/07/1414/) si parla soprattutto di «consolidare» e di «rafforzare» perché qualcosa vacilla. E poco fa, Il presidente francese ha chiesto ai leader europei di siglare domani un accordo per far fronte alla crisi del debito, perché «Nous n'aurons pas de seconde chance».Nel suo intervento al vertitce del partito Popolare europeo a Marsiglia (Sarkozy : «L'euro n'inspire pas confiance» ), a poche ore dal summit dei leader Ue a Bruxelles, Sarkozy ha ribadito che «mai l'Europa è stata tanto necessaria, mai è stata così in pericolo (…) mai il rischio di esplosione dell'Europa è stato così grande», sottolineando che gli europei hanno solo «poche settimane» per prendere le decisioni necessarie per fronteggiare la crisi.

L’Italia è tornata. «Gli interventi - sottolinea Enrico Morando - erano e sono assolutamente necessari. Potrebbero non bastare, per convincere i paesi “forti” dell’area euro ad assumere immediatamente quelle scelte per l’unità fiscale che sole possono evitare il fallimento del debito pubblico italiano e, con esso, la rottura dell’Unione monetaria. Ma da ieri, quanti pretendevano che modifiche dei trattati e nuove regole per sanzioni automatiche ai paesi inadempienti precedessero le scelte per l’unità fiscale (da loro stessi, per altro, considerate urgentissime per evitare il collasso: una sorta di riedizione del comma 22), devono fare i conti con la capacità di reazione dell’Italia: tutte le misure adottabili immediatamente sono state adottate dal governo Monti, e le prime reazioni dei due grandi partiti consentono di considerare certa la conversione del decreto in tempi rapidi e con largo consenso parlamentare». La mini-rassegna stampa estera (in area franco-spagnola) proposta da Stefano Ceccanti può contribuire a ristabilire il senso della realtà, «di una realtà molto migliorata che il Pd può e deve rivendicare».  Visti da fuori, i fatti parlano chiaramente e, sostiene Ceccanti, «dovremmo essere orgogliosi come Pd di averli co-determinati, un po’ più orgogliosi tutti quanti». Va da sé che non tutti in Europa la penseranno allo stesso modo, però il primo giornale spagnolo di centrosinistra, El País, dice che l'Italia è tornata in partita e invita il futuro Premier Rajoy a prendere Monti come modello («Vuelve Italia. Monti ha devuelto la respetabilidad a su país, que puede aportar mucho a la nueva Europa»: http://www.elpais.com/articulo/opinion/Vuelve/Italia/elpepiopi/20111207elpepiopi_2/Tes; «Sacrificios con equidad»: http://www.elpais.com/articulo/opinion/Sacrificios/equidad/elpepiopi/20111206elpepiopi_7/Tes). E il primo giornale di centrodestra, El Mundo, parla con sollievo del fatto che Rajoy andrà a Milano proprio per incontrare Monti («Rajoy viaja a Marsella para mantener reuniones de alto nivel para salvar al euro»: http://www.elmundo.es/elmundo/2011/12/07/economia/1323220244.html). Lo stesso discorso vale per primo quotidiano di centrosinistra francese, Le Monde, che fa notare che mentre la nostra Ministra piange finalmente i mercati sorridono, collegando tra loro i due eventi («Larmes "historiques"»: http://www.lemonde.fr/idees/article/2011/12/07/larmes-historiques_1614326_3232.html). Per non parlare del primo quotidiano di centrodestra, Le Figaro, che fa un ritratto esaltante di Monti: «Monti, l'homme-orchestre de la révolution italienne»: http://www.lefigaro.fr/conjoncture/2011/11/21/04016-20111121ARTFIG00754-monti-l-homme-orchestre-de-la-revolution-italienne.php)

Il centrosinistra (non statalista). Agli anglofili (e a tutti i riformisti) consiglio invece la lettura di un testo di David Miliband sulla strategia per un centrosinistra non statalista, («The questions tobe answered. Seizing Marxism Today’s legacy of intellectual idealism and political realism, David Miliband addresses the conditions for a centre-left resurgence in Britain and across Europe»: http://www.giorgiotonini.it/public/media/segnalazioni/miliband%20onmarxism%20.pdf) e il discorso di Obama a Osawatomie (Text: Obama’s Speech in Kansas , December 7, 2011) che esplicita l’intonazione e la linea che caratterizzeranno la campagna elettorale per la rielezione a presidente degli Stati Uniti: Fair (equo) e fairness (equità) scandite quindici volte. Middle class diciotto volte.  A rendere le cose ancora più chiare, il luogo scelto per il suo discorso di martedì scorso: un paese di 4500 anime, dal nome impronunciabile, a una settantina di chilometri da Kansas City. Fu a Osawatomie che, cento anni fa, l’ex presidente repubblicano Theodore Roosevelt gettò le basi della piattaforma per un terzo mandato, The New Nationalism.



Il «gioco pericoloso» di Merkozy

27/11/2011

Mentre gli egiziani in questi giorni affrontano con coraggio pestaggi brutali in piazza Tahrir alla ricerca di democrazia e libertà, l'Italia è ancora sul limite del precipizio, alle prese con la grande paura dei mercati sull'euro. «I tassi sui titoli di Stato – scrive oggi il Sole 24 Ore - ieri hanno suonato un nuovo campanello d'allarme. Il BTp a 10 anni è tornato intorno a quota 7%. Ma ancora peggio, e questo davvero è preoccupante, hanno fatto le scadenze a più breve termine: il BTp a 2 anni ha chiuso a 7,35% e quello a 3 anni a 7,45%».

L’Italia (quindi, il risparmio e il lavoro degli italiani) è ancora in bilico e, con l’Italia, è ancora a rischio la moneta unica. Al punto che The Economist  (che sulla copertina del suo ultimo numero scrive «Is this really the end?») si chiede se l’esperienza dell’Euro non sia ormai conclusa. «A meno che - scrive il settimanale inglese - la Germania e la Bce non si muovano rapidamente, il collasso della moneta unica è imminente». E' questo lo scenario descritto anche in un editoriale di The New York Times. Le banche, scrive il quotidiano, «preparano un piano di emergenza per il crollo dell'euro». «In particolare – si legge nell'editoriale - perché la crisi del debito sovrano ha minacciato di investire la stessa Germania questa settimana, quando gli investitori hanno iniziato a mettere in dubbio il rango di principale pilastro della stabilità europea del Paese». E anche Der Spiegel, in un articolo dal titolo Europe Short on Cash as Bond Fears Deepen, ha paventato una massiccia crisi finanziaria, peggiore dell'ultima. L’articolo si conclude con un secco aut aut: «The implication is clear. Either Germany will have to guarantee the debts of other euro-zone countries in the form of euro bonds. Or the ECB will have to jump in and buy massive quantities of bonds from highly indebted currency zone members. A third alternative doesn't exist».

Stando a quel che scrive la Bild-Zeitung, Germania e Francia puntano ad un accordo tra i Paesi dell'Eurozona sulle nuove regole per una più stringente disciplina di bilancio entro gennaio. Insomma, il duo Merkel -Sarkozy vuole che si arrivi al più presto ad un'intesa tra gli Stati su un Trattato che possa essere poi rapidamente ratificato. Secondo il quotidiano tedesco, il piano sarà presentato al prossimo eurogruppo in programma tra l'8 e il 9 dicembre. L'orientamento - scrive il quotidiano - è quello di bypassare la Commissione europea proponendo un accordo tra stati. Il modello è il patto di Schengen sulla libera circolazione delle persone, che coinvolge sia l'Unione europea che stati terzi. La scelta sarebbe una scappatoia per evitare la possibile resistenza dei paesi più scettici.

«L'obiettivo – scrive Francesco Caselli sul Sole 24 Ore - è monitorare a livello europeo le decisioni dei paesi membri con poteri sanzionatori in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi. Questo è lo scotto che la Germania vorrebbe far pagare agli altri paesi europei in cambio del proprio ok ad obbligazioni comuni europee (i cosiddetti eurobond)». Insomma, «la Bce salverà l'euro, ma solo dopo che la Germania avrà estratto tutto l'estraibile (compatibilmente con il non disfacimento dell'Unione) in termini di riforme alla periferia». Che quello della Merkel sia un «gioco pericoloso», è sotto gli occhi di tutti.  

Messe così le cose, la (comprensibile) ansia da prestazione che circola attorno al governo Monti non è giustificata  - e non solo perché sono state votate in fretta e furia varie manovre nei mesi scorsi, nessuna delle quali si è rivelata efficace. Ovviamente, certificata la sua credibilità, il nuovo Esecutivo deve dimostrare subito di saper realizzare quello che finora ha annunciato. Ma la scadenza che conta davvero è una sola: quella del Consiglio europeo di Bruxelles del 9 dicembre.  Per quella data bisogna essere pronti con alcune misure credibili, come si ricava dall’ordine del giorno stesso del Consiglio europeo (http://www.european-.europa.eu/council-meetings.aspx?lang=it ) e come si è compreso benissimo dall’audizione (interessantissima) di venerdì scorso del Commissario Rehn alla Camera, che Marco Causi ha spiegato ottimamente in  un articolo su L’Unità del 26 novembre scorso (http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=17FQ65). Va da sé che l’esperienza di sostegno (pieno) al Governo sarà un passaggio importantissimo per il Pd. Specie se si considera che il bene del Paese è anche il bene del Pd, e non viceversa.

 

Un «governo di impegno nazionale»

17/11/2011

Il governo Monti, che oggi si presenta al giudizio delle Camere, nasce «per affrontare con spirito costruttivo e unitario una situazione di seria emergenza».

La sua squadra è di alto profilo. E la discontinuità con l’esecutivo precedente è molto netta: negli uomini, nei messaggi, nello stile. I giornali di tutto il mondo hanno evidenziato che si tratta di un governo che più tecnico non si può: "Italy unveils government of technocrats" ha scritto The Guardian e Le Monde ha intitolato “Italie: le professeur Monti compose un gouvernement de professeurs”. Ma, a ben guadare, il fatto che sia un governo di tecnici, un «governo di impegno nazionale» come lo ha definito il neo-premier, è un aspetto secondario. Il dato principale sta nel fatto che si tratta di un «governo di tregua», sostenuto da tutte le principali forze politiche.

Del resto, è un pezzo che il Capo dello Stato si affanna a ripetere che «l'Italia non può ritrovare la sua strada in un clima di guerra politica». E, in diverse occasioni, il Presidente Napolitano aveva ribadito che «occorre una straordinaria coesione sociale e nazionale di fronte alle difficoltà molto gravi, alle prove molto dure che l'Italia deve affrontare nel quadro della sconvolgente crisi finanziaria che ha investito l'Europa e che incombe sulle nostre economie e sulle nostre società», sottolineando che, in ogni caso, «è indispensabile un riavvicinamento tra i campi politici contrapposti, il che non significa confondersi, non significa rinunciare alle rispettive identità, ma significa condividere gli sforzi che sono indispensabili per riaprire all'Italia una prospettiva di sviluppo e anche per ridare all'Italia il ruolo e il prestigio che le spetta nella comunità europea e nella comunità internazionale».

Sul Sole 24 Ore di oggi Roberto D’Alimonte ha puntualizzato: «In realtà i sostenitori della presunta illegittimità democratica del governo Monti confondono la sospensione della democrazia con la sospensione della competizione. La competizione tra partiti e tra schieramenti è una modalità del funzionamento della democrazia ma non è la democrazia. Questo governo è nato perché in un clima di scontro permanente non è possibile prendere le decisioni necessarie per far uscire il paese dalla crisi. In questo momento alla competizione tra opzioni partigiane va sostituita la collaborazione su un programma comune».

Su questo Napolitano ha molto insistito nelle scorse settimane. Specie se si considera che «bisognerà rivedere molte cose, bisognerà cambiare molte cose nel modo di governare, nel modo di produrre e di lavorare, nel modo di vivere e di comportarsi di tutti noi. E naturalmente indispensabili saranno spirito di sacrificio e slancio innovativo».

Il Governo Monti avrà successo se sarà capace di formulare un programma ispirato al criterio dell’equità: i sacrifici per ridurre il debito e far ripartire la crescita devono essere equi. Ma molto dipenderà dalla consapevolezza condivisa della gravità della crisi. «È soprattutto su questo fattore - ha precisato D’Alimonte - che poggia l'attuale collaborazione tra diversi. Per il ritorno alla competizione c'è tempo».

 

E' l'economia, bellezza...

15/11/2011

In queste ore il presidente del Consiglio incaricato Mario Monti sta ultimando le consultazioni che dovrebbero sfociare nella costituzione di un nuovo governo che, come auspica il Capo dello Stato, «possa ottenere il più largo appoggio in Parlamento su scelte urgenti di consolidamento della nostra situazione finanziaria e di miglioramento delle prospettive di crescita economica e di equità sociale per il paese considerato nella sua unità». Forse l’ultimo appiglio perché l’Italia possa riemergere dal baratro e perché la crisi europea del debito sovrano possa allentarsi.

Nei giorni scorsi il New York Times ha scritto: «Alla fine, ciò che è sembrato mettere fine ai diciassette anni di Berlusconi come figura dominante nella vita politica italiana non sono stati gli scandali sessuali, i processi per corruzione e neppure la perdita del consenso popolare. E’ stata, invece, la pressione dei mercati – che questa settimana ha fatto schizzare i differenziali di rendimento a livelli record – e l’Unione europea, che non poteva rischiare di trascinare a fondo l’euro e con esso l’economia mondiale». A dire il vero, non c’è stato solo lo spread; e Dario Franceschini ha rivendicato (giustamente) la prova di democrazia del Parlamento: «Martedì scorso – ha detto a Repubblica - quando ho visto quei 308 voti sul tabellone, ho pensato non solo al successo di un’azione che avevamo preparato da tempo ma a una vittoria delle regole democratiche».

Ma non c’è dubbio che, se quando James Carville scrisse ‘It’s the economy, stupid’ su un cartello nel quartier generale della campagna presidenziale di Bill Clinton nel 1992, le sue parole forse non erano del tutto veritiere, ora, dopo vent’anni, che il problema sia l’economia lo vedono anche i ciechi.

Niente di nuovo, sia chiaro: Erst Kommt das Fressen, dann die Moral (‘prima viene lo stomaco, poi la morale’) lo scriveva Bertolt Brecht parecchio tempo fa; ma se nel 1992 molto probabilmente il cattivo andamento dell’economia degli Stati Uniti ha davvero fatto eleggere Clinton, ciò non toglie che «chiunque allora sperasse di guidare il mondo libero – come rimarca Simon Kuper in un spiritoso articolo sul supplemento domenicale del Financial Times - doveva rispondere ad alcune altre fondamentali domande. Clinton ha mai fumato marijuana? E’ andato a letto con Gennifer Flowers? Nei paesi occidentali, agli elettori importavano ancora questioni d’identità. Volevano leader che almeno fingessero di condividere i loro valori. Ora è finita. Vent’anni dopo, Carville ha definitivamente ragione. Il sesso, la droga e le vecchie guerre stanno svanendo dalla testa degli elettori, lasciando l’economia come l’unica vera questione in politica. Non è detto che il cambiamento sia un bene. Ogni paese era solito avere il suo tipo peculiare di identità politica. Il Sesso, la razza e la forza virile americana hanno avuto una grande influenza negli Stati Uniti».

«Nel 2000 – prosegue Kuper - George W Bush fu eletto promettendo ‘di restaurare onore e dignità nell’Ufficio Ovale’, il che nel codice del tempo significava ‘niente sesso orale’. Vinse ancora nel 2004 dopo che gli annunci Swift Boat insinuarono il dubbio sul coraggio di John Kerry durante la guerra in Vietnam. Gli elettori inglesi furono a lungo guidati (in parte) dalle loro convinzioni sugli omosessuali, gli adulteri e le ragazze madri. Gli elettori italiani si dividevano tra chi credeva in Dio e chi no. In Olanda, quel che contava era appunto quale fosse il Dio in cui credere. E dovunque incombeva l’ombra della seconda guerra mondiale. Charles De Gaulle guidò la Francia fino al 1969 in buona parte perché rappresentava quel pezzo di Francia che aveva scelto la parte giusta nel 1940. Dopo la guerra, l’intero paese voleva quella reputazione».

Insomma, Simon Kuper ritiene che lo spostamento dall’identità politica a quella economica, abbia avuto una lunga gestazione ma sia stato consacrato il 15 settembre 2008 quando collassò la Lehman Brothers: «John McCain era il candidato repubblicano, soprattutto perché era stato torturato in Vietnam e sembrava, perciò, incarnare il coraggio americano. Non ha mai finto di capire l’economia. Ma nel dopo-Lehman, l’economia era improvvisamente decisiva. E McCain perse le elezioni».

Ora agli elettori importa pochissimo dell’identità dei politici. «Gli Stati Uniti – insiste Kuper - sono guidati da un nero, l’Islanda da una lesbica, i conservatori scozzesi da una kick-boxer lesbica e il Regno Unito da un vecchio Etoniano. Nessun politico oggi pagherebbe Carville per farsi dire ‘It’s the economy, stupid’, perché la verità è sotto gli occhi di tutti. Perfino i partiti razzisti dell’Europa settentrionale stanno cambiando e dal colpevolizzare i mussulmani passano a condannare il salvataggio greco. I nuovi movimenti di massa americani, il Tea Party e Occupy Wall Street, hanno nomi esplicitamente economici. Il grido di guerra di quest’ultimo,‘We are the 99 per cent’, si riferisce a una rilevazione statistica sulla distribuzione del reddito che prima del 2008 era a stento conosciuta all'esterno delle facoltà di economia delle università. Solo nel tempo deformato delle primarie americane dei Repubblicani possono ancora imperversare davvero discussioni su Dio, le armi e gli omosessuali». 

Insomma, gli italiani si stanno liberando di Berlusconi per l’incapacità del governo di arginare il drammatico aggravarsi e l’annunciata caduta nel baratro dell’economia italiana e non per le sue abitudini sessuali. Un passo avanti? In Italia, sicuro. Specie se si considera che a forza di carnevalate abbiamo sprecato almeno un decennio. Ma Kuper insinua il dubbio: «Votare sulle questioni economiche sembra una cosa da adulti. Sfortunatamente, gli elettori non sono attrezzati a farlo. Bisogna riconoscere che il vantaggio del sesso orale è che ciascuno ha un’opinione sull’argomento. Ma ora gli elettori stanno cercando di giudicare questioni che confondono perfino gli economisti di professione (…) Gli Stati Uniti hanno bisogno di uno stimolo fiscale? I Greci hanno bisogno dell’euro?» Insomma, «gli elettori sono lasciati a compiere scelte alla cieca. Se solo potessimo ancora dibattere su Monica Lewinsky».

 

Il conto alla rovescia è cominciato

06/11/2011

Berlusconi esclude di fare un passo indietro, ma il conto alla rovescia per il suo governo è cominciato. Sulle possibili prospettive future le opinioni dei leder delle opposizioni non sempre coincidono e restano, in ogni caso, in campo ipotesi diverse: quella di una coalizione allargata all’Udc, l’ipotesi di un governo tecnico e quella di un governo di «larghe intese» sostenuto dalle maggiori forze politiche unite. Su un punto però tutti sono d’accordo:  Berlusconi ha i giorni contati. «E quando se ne andrà via – ha rilevato Veltroni - accade quel che accade, si aprirà comunque una fase nuova».

Come sempre, sembra guardare al futuro il Presidente Giorgio Napolitano.  Intervenendo a Conversano alla cerimonia di commemorazione di Giuseppe Di Vagno che ha concluso la sua visita di due giorni in Puglia, ha voluto, infatti, rimarcare che «l'Italia non può ritrovare la sua strada in un clima di guerra politica». Comunque vadano le cose, «occorre  - ha ribadito il Capo dello stato - una straordinaria coesione sociale e nazionale di fronte alle difficoltà molto gravi, alle prove molto dure che l'Italia deve affrontare nel quadro della sconvolgente crisi finanziaria che ha investito l'Europa e che incombe sulle nostre economie e sulle nostre società». Qualunque sia il «dopo» che ci attende, «è indispensabile un riavvicinamento tra i campi politici contrapposti, il che non significa confondersi, non significa rinunciare alle rispettive identità, ma significa condividere gli sforzi che sono indispensabili per riaprire all'Italia una prospettiva di sviluppo e anche per ridare all'Italia il ruolo e il prestigio che le spetta nella comunità europea e nella comunità internazionale». Qualunque sia il dopo-Berlusconi, «bisognerà rivedere molte cose, bisognerà cambiare molte cose nel modo di governare, nel modo di produrre e di lavorare, nel modo di vivere e di comportarsi di tutti noi. E naturalmente indispensabili saranno spirito di sacrificio e slancio innovativo». Spirito di sacrificio nell'affrontare i problemi, anche con decisioni dolorose «che potranno apparire impopolari ma che dovranno rispondere agli interessi profondi del nostro popolo»; e spirito di equità «nella giusta misura della distribuzione dei pesi e dei tagli sul nostro tessuto sociale».

Il discorso di Alessandro Baricco alla Leopolda

02/11/2011

Buona sera. In realtà ero venuto ad ascoltare, ma qui pare sia impossibile solo ascoltare. Io non voglio diventare presidente del Consiglio, è tardi. Io avevo trent’anni, vent’anni fa. Il mio tempo è finito, le cose che volevo fare ho provato a farle, avevo trent’anni, molte idee, molta volontà, molta rabbia. Sono uno dei responsabili del mondo che c’è là fuori. Devo ascoltare e basta. Dato che Matteo mi costringe a parlare, vorrei dire l’unica cosa che potrebbe essere utile, forse. Un ripasso di alcuni errori che abbiamo fatto noi, non fateli più voi. O almeno, gli errori che ho capito, perché ne ho commessi sicuramente, io e altri, che non abbiamo capito.

Ma alcuni li ricordo bene. Uno è che noi ci siamo sempre mossi partendo dall’idea di lavorare in difesa dei deboli, degli emarginati, di quelli che non avevano voce, di quelli che erano vittime delle ingiustizie. Questo è uno splendido punto di partenza. E ogni volta che lo vedo perso, negli interventi che ho sentito, qualcosa mi dà fastidio. Ma voglio anche dire questo, che noi con l’alibi di questo e in nome di questo, abbiamo soprattutto allestito un sistema di tutela, di privilegi e di difese, di una zona un po’ scura e impenetrabile di questo paese, che sembrerebbe tristemente tenuta insieme dalla mediocrità e da una certa vocazione al servilismo. Non so come è accaduto questo, ma è accaduto. Non cambiate punto di partenza, è giusto, ma non arrivate a questo risultato.
Se cerco di capire dove è che abbiamo sbagliato, forse un punto vagamente mi è più chiaro.

Pensavamo, della tutela dei deboli, che potessimo ottenerla solo bloccando in qualche modo il sistema, su una rete di diritti e di tutele ben stabile. Io come altri, oggi sappiamo che la cosa migliore che puoi fare per i più deboli, è concedergli un sistema dinamico, non un sistema bloccato. Non è vero che il rischio colpisce il debole, il rischio è una chance per il debole. Un sistema bloccato, blocca un paese, blocca la crescita, blocca l’entusiasmo, la speranza e le opzioni di rivalsa. Blocca la mobilità sociale, blocca la capacità, è un sistema asfittico e il ricco patisce dell’asfissia, ma mica tanto. Il povero muore di asfissia.
Un altro errore che abbiamo commesso, non sapevamo pronunciare le parole che erano i nomi delle cose. Faccio un esempio. Sapevamo che era meglio che a dirigere le cose fossero i migliori, ma non siamo mai riusciti a pronunciare la parola meritocrazia, perché brutta. Ma questo è il meno, non c’è mai venuta in mente un’altra parola, e quindi quella cosa non l’abbiamo fatta.

Credevamo che la scuola servisse a edificare uguaglianza, ma sapevamo che dalla scuola dovevano venire fuori quelli che dovevano prendere decisioni in questo paese. Ma c’è una parola che non siamo riusciti a dire: classe dirigente. Non abbiamo trovato un’altra parola e non trovare una parola per una cosa, significa non farla.
 Una delle esperienze che io ho raccolto qui spesso e che è mia personale, e che è una delle cose che deprime questo paese: quando tu ti ritrovi davanti a colui che decide, che fosse all’ufficio delle poste o al teatro lirico (perché devi lavorare) o al partito, tu ti trovi in fondo davanti a qualcuno a cui manca una scuola. Non sai perché è finito lì, ma certamente nessuno si è occupato di fare di lui una classe dirigente.
Un altro errore che abbiamo fatto è che per anni abbiamo mosso per secondi, sono anni. La mia generazione ha giocato con i neri per tutta la vita; gli altri muovevano, noi rispondevamo. Io ho cercato mezza vita di non morire democristiano, e l’altra metà a cercare di non morire berlusconiano.

Ma vi pare che è una vita? E la nostra partita? Quella che aprivamo noi? Quella in cui noi avevamo i bianchi e facevamo la prima mossa?
Non attardatevi ad aspettare che muova prima l’altro. Nel partito, nella vostra scuola, nella vostra famiglia. Muovetevi per primi, perché chi muove per secondo diventa costituzionalmente conservativo. Chi muove per secondo vuole fare la patta. E’ molto difficile che pensi di vincere. La cosa migliore che può fare è stoppare la partita. E noi, la mia generazione, è diventata conservativa. La sinistra in cui io sono cresciuto, è ciò di più conservativo oggi c’è in questo paese.
Sapete perché muovevamo sempre per secondi? Sapete perché seduti al tavolo dicevamo: noi i neri grazie? Perché avevamo paura di perdere.

Guardate, ve lo dico proprio sinceramente. Io sono cresciuto in una sinistra che ha cercato di vincere a tavolino quasi tutte le partite. Non  giocandole. A tavolino. E’ stato un po’ frustrante, ci siamo anche abituati a questa cosa che quando vince l’altro è perché ha barato. Sempre. Ma è possibile? Possibile che tutte le volte che vince bara? Ma oh! Statisticamente è impossibile, ogni tanto vince perché è più bravo sant’Iddio. Ma se è il nero, hai un po’ l’alibi. Avevamo, non so perché, avevamo molta paura di perdere, e quindi di rischiare. Se non c’è rischio, non vinci mai. Noi abbiamo rischiato molto poco. Ci sono alcune battaglie che io ho fatto con altri, io le ho fatte in un contesto che conoscevo meglio, che è il contesto della cultura, dei soldi per la cultura, di come noi decidiamo di gestire le risorse culturali di questo paese. Le risorse economiche applicate alla cultura di questo paese.

Adesso riguardo queste battaglie e ci vedo una lentezza. Ed è per questo che sono qui, perché voi mi sembrate più veloci. Volevo farmi una bella serata finalmente. C’era molta lentezza e se cerco di leggere dentro quella lentezza, non ci veniva mai in mente di saltare un passaggio, o due, addirittura tre o quattro passaggi. Io ho cercato di convincere della gente, sulla necessità di cambiare le cose, che neanche in una vita gliel’avresti cambiata questa testa, ma mai mi era venuto in mente che quella gente non era da convincere. Era da superare. Per cui, la paura di perdere e l’incapacità di rischiare l’abbiamo avuta già noi. Adesso voi potete andare tranquilli. Non abbiate mai paura di perdere, perché oltretutto porta anche un po’ sfiga. Grazie.

di Alessandro Baricco

Basta criticare?

29/10/2011

Riporto qui sotto l'articolo del senatore Giorgio Tonini pubblicato ieri dal Foglio con il titolo "Criticare non basta":

 

Il Consiglio europeo di mercoledì sera ha deciso di dotare l'Unione (e la zona Euro in particolare) di strumenti di stabilizzazione credibili, per meccanismi decisionali e quantità di risorse mobilitabili: una sorta di garanzia di ultima istanza, rispetto ai debiti sovrani, che inverta il sistema delle aspettative sui mercati. Sappiano gli investitori, ha detto in sostanza il Consiglio, che l'Unione monetaria è forte, non è in discussione e intende difendersi sui mercati con tutta la forza, di per sé immensa (l'Europa è il più grande mercato del mondo), di cui dispone. La condizione di sostenibilità, sia economica che politica, di questa operazione, è una convincente politica di risanamento di bilancio e di riforme strutturali finalizzate alla crescita, da parte di tutti i paesi della zona Euro, a cominciare dal più grande e più malato di tutti, il nostro paese: troppo grande per fallire, ma anche troppo grande per poter essere salvato, se non si impegna a salvarsi da sé.

Dopo una faticosa e travagliata negoziazione informale tra Bruxelles e Roma, il Consiglio europeo ha "accolto con favore i piani dell'Italia per le riforme strutturali volte al rafforzamento della crescita e la strategia per il risanamento del bilancio", contenuti nella lettera di Berlusconi. Le parole sono importanti, perché presumibilmente soppesate con grande cura. Dunque, agli occhi di Bruxelles e delle altre capitali dell'Euro, a cominciare da Berlino e Parigi, quelli presentati dal governo italiano sono "piani", che devono essere tradotti "con urgenza", recita sempre il documento, in un "calendario ambizioso di riforme": le date frettolosamente buttate giù dagli estensori della lettera non sono evidentemente considerate dai nostri partner un'agenda precisa, della quale restano in impaziente attesa.

Dall'Agenda Italia, Commissione e Consiglio europeo si aspettano dunque un calendario preciso e affidabile, che contenga cinque obiettivi precisi: 1) il pareggio di bilancio entro il 2013, il rientro dal debito a partire dal 2014 e l'inserimento di un vincolo costituzionale in questo senso entro il 2012; 2) misure per la crescita attraverso la riduzione del carico burocratico e la liberalizzazione di servizi pubblici e professioni; 3) una riforma della legislazione del lavoro, comprese le norme sui licenziamenti, che si accompagni tuttavia ad un rafforzamento del sistema di ammortizzatori sociali; 4) un piano particolareggiato di innalzamento dell'età pensionabile; 5) una ridefinizione dei programmi di utilizzo dei fondi strutturali, "concentrando l'attenzione su istruzione, occupazione, agenda digitale e ferrovie/reti", in modo da sostenere la crescita, in particolare nel Mezzogiorno.

Il governo Berlusconi ha garantito ai partner europei di disporre della determinazione e della coesione necessarie a definire in tempi rapidi l'agenda e a portarla a compimento nel breve volgere di pochi mesi. L'eloquente silenzio del ministro Tremonti e lo stato confusionale nel quale versano sia il Pdl che la Lega, per non parlare della corte di miracoli di partitini che li circondano, sono ragioni più che sufficienti per sostenere, come fanno il PD e le altre forze di opposizione, che si tratti solo di una ben congegnata manovra, finalizzata solo a guadagnare tempo.

Sarebbe tuttavia un errore, a mio modo di vedere, impostare su questo registro il confronto e, se necessario, lo scontro politico e parlamentare con il governo. Perché se può essere un bluff la lettera di Berlusconi (un piano che aspetta ancora un vero calendario, dicono i nostri partner), non può essere considerato tale il documento finale del Consiglio europeo, che non solo impegna l'Italia ad agire presto e bene su quei cinque punti, ma addirittura fa dipendere dalla credibilità dell'azione italiana la stessa efficacia del piano di stabilizzazione dell'euro. Dunque, quei cinque punti impegnano anche noi e non potremo sottrarci dal dire agli italiani e agli altri europei, in modo dettagliato, come pensiamo debbano essere perseguiti. Così si comporta quella che Bersani ama definire, giustamente, una "forza di governo temporaneamente all'opposizione".


"Il Foglio", 28 ottobre 2011

 

 

Per tornare a crescere

22/10/2011

Un recente fascicolo di poche pagine della Banca d’Italia ha sintetizzato molto efficacemente, con l’aiuto di grafici e cartine, i nostri «problemi di struttura». Tutte cose note e stranote, sia chiaro. Ma vederle messe in fila senza tanti complimenti, fa una certa impressione. L’opuscolo si apre con due grafici (fonte Oecd) che misurano l’andamento della produttività: il prodotto per ora lavorata e la produttività totale dei fattori. Tra i sei paesi messi a confronto (Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti) dal 1993 al 2010, l’Italia, manco a dirlo, è quello messo peggio. Cominciamo da qui: se non si assume l'aumento della produttività (del lavoro e dei fattori) come obiettivo principale, se non c'è uno «scatto» su questo fronte, non c'è politica redistributiva che tenga.

Il dépliant prosegue elencando i nostri problemi strutturali ed evidenziando in modo molto conciso (e perciò crudo e spiacevole) le storture. Scrive l’opuscolo della Banca d’Italia:

1)     Istruzione. «Italia in ritardo. Capacità di apprendimento scendono con il grado di istruzione. Elevata dispersione fra studenti determinata da differenza fra scuole → le scuole amplificano i gaps. Circolo vizioso: basso capitale umano, bassa domanda, bassi rendimenti dell’istruzione, bassi incentivi all’accumulazione di capitale umano. Bassa attrattività delle università italiane.»

2)     Mercato del lavoro. Dualismo. «Segmentazione: Effetti negativi sulla produttività del lavoro e su incentivi all’accumulazione di capitale umano. Particolarmente colpiti i giovani. Segmentazione accentuata dal sistema attuale di welfare». I grafici sui salari di ingresso e profili di carriera, sugli indici di protezione e sue componenti, sulla stringenza della protezione, sono eloquenti.

3)     Imprese: Internazionalizzazione:«Italia paese esportatore ma pochi investimenti diretti in uscita. Grandi imprese esportatrici più efficienti e innovative. La propensione all’innovazione cresce significativamente con la dimensione, specialmente verso mercati  lontani (Asia)». Dimensione delle imprese:«Media: 4 occupati, indipendentemente dalla specializzazione settoriale. Oggi piccola dimensione inadeguata per innovare. Imprese piccole hanno sofferto di più nella crisi. Le imprese italiane non crescono». Qualità del management: «Dimensione di impresa correlata con proprietà familiare e management tradizionale. Nella manifattura quasi il 60% appartiene a una famiglia con management familiare (25% in Germania, 20% in Francia, 8% in Regno Unito). Management familiare. Decisioni molto centralizzate, scarso uso di incentivi di performance, meno internazionalizzazione e innovazione, maggiore avversione al rischio».

4)     Concorrenza. Regolazione dei servizi professionali e crescita:«Effetti indiretti della regolazione di input chiave (servizi professionali, trasporti e telecomunicazioni, energia) sulla performance dei settori manifatturieri. Riduzione della regolazione dagli alti livelli della Francia al basso livello del Canada aumenta di circa 1 p.p. la crescita della produttività di settori ad alta intensità di servizi (es. Carta e editoria) rispetto a settori a bassa intensità di servizi (prodotti in metallo)». Il  grafico «Average regulation in professional services», 2008, fonte Oecd), mostra che, su 34 paesi, peggio di noi fanno solo Slovenia, Turchia e Lussemburgo. Barriere all’entrata nella distribuzione:«Prevalenza di piccola distribuzione tradizionale al dettaglio. Cambiamenti nella regolazione nel 1998: regolazione della grande distribuzione delegata alle autorità locali →differenze sostanziali nella regolazione locale. Effetti significativi sull’occupazione e sulla produttività».

5)     Giustizia civile. «Tempi molto lunghi nel confronto internazionale, molto diversi nel Paese». Il grafico relativo alla durata dei procedimenti (giorni) mostra che l’Italia è 156° su 181 paesi e che la durata dei procedimenti italiani non è nemmeno lontanamente comparabile con quel che avviene nei principali paesi europei.  Inoltre, la mappa che indica la durata, regione per regione, dei procedimenti di cognizione ordinaria (2006) mostra il crescente divario tra il nord e il sud del Paese. La durata dei procedimenti aumenta man mano che si procede verso sud: da 554 giorni a 1512 giorni. Se non si mette mano a questa condizione non c’è politica di sviluppo per il Mezzogiorno che tenga. Infatti, «inefficienze nel sistema creano incertezze e riducono i prestiti. Una riduzione nella lunghezza delle cause civili aumenterebbe la dimensione media delle imprese manifatturiere del 20%».

6)     Oneri amministrativi. «In Italia è più oneroso 'fare impresa'. Un esempio: i permessi di costruzione». Il grafico (fonte Banca Mondiale, Doing Business in 2011) mostra che rispetto a Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti e anche Spagna i tempi sono fino a cinque volte più lunghi e i costi più onerosi.  «Nel confronto internazionale le procedure amministrative che regolano l’entrata e l’attività di impresa sono lunghe e costose; gli oneri per le imprese derivanti da adempimenti amministrativi sono elevati (secondo stime CE 4,6% del Pil contro 3,5% medio)».

7)     Infrastrutture: «La spesa è stata simile a quelle di Ger, Fr e Gb, ma le dotazioni fisiche sono inferiori». Insomma, il grafico mostra che spendiamo più o meno lo stesso e otteniamo molto meno. Come, del resto, per le forze dell’ordine, la giustizia, ecc.

Le conclusioni sono perentorie. Quali riforme? «Rimozione vincoli alla concorrenza e alla attività economica. Migliore contesto istituzionale per l’attività delle imprese. Più capitale fisico, più  capitale umano. Completamento riforme mercato del lavoro». Difficile non essere d’accordo. La domanda è semplice e riguarda sia quel tale che ha promesso mari e monti e di problemi ha risolto solo qualcuno dei suoi, sia quelli che vorrebbero levarsi dai piedi proprio quel tale: che cosa aspettiamo?

Il mio intervento all'assemblea di ieri di Modem

11/10/2011

 Roma, lunedi 10 ottobre

 

Bassi salari, alta disoccupazione, diseguaglianza crescente rischiano di trasformare le preoccupazioni economiche in risentimento. La blogosfera è diventata un calderone d’insulti e di collera. I programmi Tv e i giornali diffondono sempre più veleno. E le avvisaglie di una reazione rabbiosa si possono cogliere anche nell’atteggiamento degli italiani verso il commercio internazionale, verso gli impegni militari, verso gli immigrati.

Prima che le difficoltà e il risentimento crescano ulteriormente, l’Italia deve optare per le riforme. E dobbiamo offrire un cambiamento sia nelle politiche, sia nel modo di fare politica.

Stavolta non basterà attendere che passi la nottata. Anzitutto, perché il mondo è cambiato. Il sistema internazionale costruito dopo la seconda guerra mondiale tra qualche anno sarà quasi irriconoscibile. Stanno cambiando i giocatori ed anche la portata e l’ampiezza dei problemi. E ci attendono probabilmente discontinuità, shock e sorprese.

In secondo luogo, perché il problema della crescita, emerso quindici anni fa, è oggi sempre più grave. L’Italia arretra mentre molti paesi accelerano. E senza crescita la qualità della democrazia degrada; la crescita rende una società più aperta tollerante, democratica.

Infine, perché in tutte le società industriali avanzate, la gente è diventata più autonoma e sfida le élite. L’accrescersi della sicurezza esistenziale, le condizioni di prosperità economica raggiunte dalle società industriali avanzate, hanno generato, come è stato documentato, una nuova visione del mondo che si accompagna alla de-enfatizzazione di tutte le forme di autorità (da quella religiosa a quella burocratica) e a un’erosione di molte delle istituzioni chiave della società industriale, prima fra tutte quella politica: uno dei fenomeni più studiati negli ultimi vent’anni dalla scienza politica, che ha parlato dell’ingresso in una «società della sfiducia generalizzata».

Ma non possiamo restare in attesa che passi la nottata, per un’altra ragione. La partita di Berlusconi è già chiusa. Non è più questione di se ma di quando lascerà il passo a una nuova fase politica. Ma un problema rimane e si chiama «impotenza a riformare». Resta cioè il problema di un cambiamento mille volte promesso e mille volte rinviato e contraddetto. Un problema che riguarda anche noi. Diciamoci la verità: il più delle volte, le riforme che sarebbero necessarie sono impopolari e rischiare l’impopolarità nei punti di forza tradizionali  (ad esempio, il pubblico impiego)  puntando sulla riconoscenza da parte di generazioni future o da parte di ceti sociali in cui prevalgono gli avversari, esige un coraggio che gli attuali leader del Pd non hanno. Nasce da qui il richiamo a una presunta ortodossia socialdemocratica e il malinconico tentativo di attribuire il proprio terzinternazionalismo ai socialisti, socialdemocratici e laburisti europei.

Il punto irrisolto è sempre lo stesso. L’incapacità del centrosinistra (l’incapacità dei riformisti), di promuovere un’aperta battaglia culturale all’interno del proprio «mondo di riferimento» in difesa di quelle idee che molte volte ha annunciato come l’orizzonte della propria azione politica. Da qui la continua riproposizione di una sorta di strategia dei «due tempi»: prima bisogna risolvere il problema della guida politica del partito e del Paese e solo successivamente, solo in un secondo tempo, l’effetto carismatico di quella guida trascinerà il partito su nuove coordinate di cultura politica. Ma non ha funzionato e non può funzionare. Senza contare che si tratta di una strategia che necessariamente implica un giudizio di non riformabilità della sinistra e la necessità di una sorta di by-pass con cui superare gli snodi più problematici di ogni passaggio storico. Da qui, la costante riedizione della prospettiva dell’incontro tra le grandi componenti della società italiana (cattolica, comunista, ecc.), ricondotte alla loro espressione politico-organizzativa. Il che finisce per riprodurre i limiti di quella visione, con la sua tendenza a risolvere e a rinchiudere l’intera società nel «sistema dei partiti» (in altre parole, a ridurre la democrazia a «democrazia dei partiti») e, quindi, a privilegiare gli equilibri politici (e il loro mutare) sul programma vero e proprio, sulle priorità da scegliere, sulle cose da fare. Da qui, ancora, il sopravvento e la prevalenza di un elemento identitario espresso in termini etico-valoriali, che ha finito per riempire quasi tutto lo spazio di «senso» e la ragion d’essere del Pd. Quasi che il partito, come una volta, potesse offrire (al di fuori dei contenuti), per la sua visione di fondo, il suo senso della storia e la collocazione di classe, una «garanzia» tutta politica per le sue alleanze, le sue scelte, i suoi orientamenti e l’azione quotidiana. Ma proprio questa assolutizzazione del «primato della politica» finisce, ancora una volta, per relegare su un piano secondario o a ruolo strumentale i programmi concreti e la progettualità.  «Andate a leggervi le nostre proposte», è una reazione (qualche volta) comprensibilmente risentita, che però la dice lunghissima. Il fatto è che per molti socialdemocratici immaginari e perfino per parecchi «rottamatori», il riformismo resta ancora, per definizione, «spicciolo» e «subalterno». Da qui il rischio del naufragio del Pd; vale a dire il fallimento dell'idea di unire i riformisti. Un'idea che rischia di spegnersi un po’ alla volta proprio per la carenza di riformismo.

Ma la politica così non può funzionare. Perché sorprendersi se la gente ha perso la fiducia, se la politica, la sua pratica, la sua reputazione, le sue istituzioni, sono a pezzi? Perfino noi che la facciamo, spesso la troviamo deprimente. Per questo abbiamo la responsabilità di cambiare. In una situazione così grave e pericolosa grande è la responsabilità del Partito democratico. Sia che si arrivi ad un governo di transizione, sia che non ci si arrivi. Non è scritto da nessuna parte che il declino, la decadenza siano un esito inevitabile. La tecnologia, il ruolo dell’immigrazione, i miglioramenti nella sanità pubblica, norme che incoraggino una partecipazione più grande delle donne nell’economia, sono solo alcune delle misure che potrebbero cambiare la traiettoria delle tendenze attuali che puntano a un possibile declino. Dobbiamo enfatizzare il futuro e lanciare una sfida riformista strutturale. Nel Pd e del Pd.

Se il nostro Paese e le istituzioni internazionali sapranno adattarsi e rifiorire, è anche in funzione della leadership, individuale e collettiva. La politica se non ha a che fare con la capacità di ispirare, di guidare, di indicare la strada da prendere, non serve a nulla. E come ha ricordato Steve Jobs nel video che poco fa ha introdotto l’assemblea, donne e uomini coraggiosi e capaci di sfidare le convenzioni, possono fare la differenza. I leader e le loro idee contano e il futuro è più forte della crisi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Berlusconi è finito e la Chiesa pensa al dopo

29/09/2011

Berlusconi è finito e la Chiesa pensa al dopo

Il 17 ottobre si riunirà a Todi il Forum delle associazioni di ispirazione cristiana (Cdo, Mcl, Cisl, Acli, Coldiretti, ecc.) per  un seminario a porte chiuse. Aprirà i lavori il cardinale Angelo Bagnasco che ha annunciato una nuova impegnativa prolusione (dopo quella dei giorni scorsi in apertura del consiglio permanente della Cei) sul ruolo dei cattolici in politica. Che cosa sta succedendo?

Molto semplicemente, in vista di possibili scenari post berlusconiani, nel mondo cattolico qualcosa comincia a muoversi. In altre parole, Berlusconi è finito ed il Pdl pure. E la Chiesa sembra scommettere sulla nascita di un polo moderato dalle macerie del Popolo della Libertà. Il progetto parte da una scelta di fondo che pare ormai delineata: la diaspora dei cattolici deve finire. Insomma, il punto di partenza è il tramonto dell'idea ruiniana dei cattolici sparsi nei due poli. Il modo in cui la Chiesa aveva (legittimamente) cercato di influenzare la politica italiana, era legato a un concetto che potremmo riassumere così: non serve un partito per rappresentare i cattolici in Italia ma servono tanti buoni cattolici sparpagliati qua e là tra destra e sinistra per permettere ai cattolici di essere rappresentati in modo degno all’interno del dibattito pubblico. Ora la Chiesa, insoddisfatta dal modo in cui i suoi “valori” sono rappresentati sia dal centrodestra sia del centrosinistra, sembra puntare su un partito (per ora un pre-partito) dove possono incontrarsi le anime oggi sparse a destra e a sinistra: dall'Udc agli ex popolari confluiti nel Pd e nel Pdl. E per riprendersi il "suo" elettorato, la Chiesa sceglie di ripartire, in primo luogo, dagli elementi di tenuta del mondo cattolico, dalle reti sociali che insieme devono fare comunità politica e, in secondo luogo, dal Partito Popolare Europeo. Quello è l'approdo. Non è detto che riesca: se c’è una cosa che contraddistingue il cambiamento avvenuto in questi anni è proprio il rifiuto di modelli gerarchici e autoritari e l’importanza crescente assegnata all’autonomia individuale. Ma non è un caso che Angelino Alfano citi sempre il modello del Ppe. E del resto, un osservatore attento di cose cattoliche come Giuseppe De Rita ha detto sulla Stampa che per riconquistare l’appoggio dell’elettorato cattolico in fondo al centrodestra basterebbe ben poco: impedire a Berlusconi di presentarsi alle prossime elezioni e puntare forte su un quarantenne cattolico.

A ben guardare, la Chiesa è l'ultimo dei tradizionali “grandi elettori” a mollare Berlusconi. Gli Usa e l'Europa lo hanno fatto da un pezzo (e in modo vistoso) e anche Confindustria ha finito per prendere le distanze dal Cavaliere. Va da sé che non appena il quadro degli assetti post berlusconiani sarà delineato e sarà pronta la successione, il Cavaliere verrà disarcionato e ci sarà la crisi. E il Pd? Il Pd non era nato per rappresentare in modo adeguato anche il pensiero cattolico democratico italiano? Il Pd non sembra rientrare in nessuno dei possibili scenari post berlusconiani. ”La radio sta dicendo che qualcuno non vi ha neanche in nota”, direbbe Ligabue. Del resto, la photo opportunity di Vasto  (Vendola + Di Pietro + Bersani) ha rinvigorito il sospetto che il Nuovo Ulivo non sia che una versione riadattata della Vecchia Unione e ne ha circoscritto il perimetro.

Messe così le cose, c’è lo spazio per una battaglia politica nel Pd? C’è modo di mettere in discussione la linea politica? Certo, in questo momento vi sono in giro argomenti più importanti di cui parlare (e ovviamente per il Pd la priorità è quella di provare in tutti i modi ad accelerare la fine del berlusconismo), ma se, come sembra, le elezioni verranno celebrate al termine naturale della legislatura, e se, come sembra, Berlusconi non farà quel passo indietro che ormai gli chiedono praticamente tutti, è importante per noi non sbagliare e impegnarci seriamente per non far ripiombare il nostro partito nello stesso incubo in cui si ritrovò quasi vent’anni fa la gioiosa macchina da guerra occhettiana. Oggi vi sono molte similitudini con il contesto politico degli anni Novanta. Ma l’analogia che più dovrebbe farci riflettere è che, così come allora, le elezioni politiche arrivano non molti mesi dopo un formidabile successo del centrosinistra alle elezioni amministrative. All’epoca, quando le sinistre ottennero un’importante affermazione alle comunali del 1993, la fase politica che ci condusse al disastro del 1994, quando a vincere le elezioni fu Silvio Berlusconi, venne gestita con molta sufficienza e molta miopia. E oggi nel Pd, più passa il tempo, e più aumenta la paura che chi guida il nostro partito ripeta gli errori commessi in quell’occasione. In questo senso discutere di primarie e di leadership, senza risentimenti e scomuniche, è anche un modo per ridurre al massimo il margine di errore in vista della data delle urne. Anche perché la leadership è il programma. E visto che alle prossime elezioni il centrosinistra può aprire davvero un ciclo, la sola idea che ci possa essere una persona alla guida della nostra coalizione che non gode della fiducia degli elettori dovrebbe farci tremare le gambe, a tutti noi. Oltretutto, sarebbe sbagliato (e comodo) tacere i dubbi per poi affrettarsi a concludere, come pensa qualcuno, che non c’è più niente da fare e che non resta che abbandonare la nave. Spero di prendere una cantonata, ma il rischio è il naufragio del Pd; vale a dire il fallimento dell'idea di unire i riformisti. Un'idea (sbaglierò) spenta un po’ alla volta proprio dalla carenza di riformismo.

Ci può essere ancora un peggio.

21/09/2011

Ha ragione Valentino Parlato: "ci può essere ancora un peggio dopo Berlusconi". E in queste condizioni grande è la responsabilita delle varie sinistre italiane. In particolare del centrosinistra, aggiungo io. Di seguito l'articolo pubblicato oggi dal Manifesto:

IL PEGGIO PUÒ ARRIVARE

Valentino Parlato - il manifesto

Mercoledì 21 Settembre 2011

 

Grande e melmosa è la confusione sotto il cielo. La crisi del finanzcapitalismo investe tutto il mondo occidentale, Stati uniti in testa. In Europa è peggio. C'è un debito da fallimento e c'è un arresto della crescita. La situazione è massimamente contraddittoria: per ridurre il debito bisogna risparmiare, ma risparmiare deprime la crescita. Come uscirne? La risposta è difficile.

Anche l'Italia è in questa situazione. Declassata dall'agenzia di rating Standard&Poor's per il debito e da un blocco della produttività e della produzione da un po' di anni. Crescita della disoccupazione e calo della domanda. In contemporanea c'è una brutta crisi politica: anche il

berlusconismo fa acqua, non riesce a governare, che è la cosa più seria, ed è travolto da scandali pesanti. C'è il fatto che oggi l'attuale Presidente del Consiglio è l'uomo più ricattato d'Italia, e questa condizione non aiuta alcun governo.

In Italia siamo così a un intreccio di crisi politica e crisi economica e, per esperienza e memoria, tutti sappiamo che quando la crisi economica agisce sulla politica la deriva di destra è inevitabile. Nella situazione data una destra oltre la destra berlusconiana non è affatto da escludere. Come dice il vecchio detto, «al peggio non c'è fine». In una situazione siffatta grande è la responsabilità delle varie sinistre italiane. E qui siamo a un punto assai critico. Se le sinistre tutte, quelle dei partiti e quelle di opinione, per dire dei giornali, faranno loro principale argomento di lotta le escort e i bunga bunga non credo che usciremo da questa situazione e viene da chiedersi: anche fatto fuori Berlusconi (il cui partito è un'accozzaglia in fermento) in che condizioni si troverà la politica italiana? È un interrogativo, a mio parere, da non sottovalutare.

Quindi la domanda torna al che fare delle sinistre, che dovrebbero essere coscienti del fatto che l'opposizione di Confindustria a Berlusconi non è di sinistra, anche se viene enfatizzata sui giornali di sinistra. In una situazione così grave e pericolosa (la minaccia di slittamento a destra è fuori dell'uscio) la sinistra dovrebbe mettere in secondo piano gli scandali e presentare e

sostenere un programma unitario di misure economiche contro la crisi. Certo c'è una crisi economica che rende tutto più difficile, ma la sinistra dovrebbe avere la forza di elaborare un programma di riforme economiche e sociali per uscire dalla mortale deriva dell'attuale crisi economica e politica. In altri tempi la sinistra presentava suoi progetti, ricordo per tutti il Piano del lavoro di Di Vittorio.

Nell'attuale pericolosa crisi economica e politica le sinistre tutte dovrebbero convergere in una proposta programmatica forte e realistica. Altrimenti andremo inevitabilmente al peggio, continuando a prendercela con gli scandali berlusconiani, ignorando che ci può essere ancora un peggio dopo Berlusconi.

 

Referendum anti-Porcellum: la quota 500mila è vicina

15/09/2011

 

Dal fronte referendario arrivano buone notizie. L’afflusso di firme ai tavoli allestiti in tutta Italia è continuo e consistente e c’è fiducia nella possibilità di raggiungere l’obiettivo. Entro il 25 settembre - cioè tra 10 giorni - i moduli devono arrivare a Roma, e negli ultimi due week end in tutta Italia è prevista una mobilitazione straordinaria per la raccolta firme contro il Porcellum.

 

«Dolce vita sull’orlo dell’abisso»

06/09/2011

Ieri il quotidiano progressista «Süddeutsche Zeitung» ha pubblicato un durissimo commento dal titolo «Dolce vita sull’orlo dell’abisso». Il giornale, esaminando impietosamente gli andirivieni della manovra, ha concluso:«Ormai è chiaro, la ciambella di salvataggio della Bce ha tolto a Berlusconi la pressione da cui sarebbe stato spinto a riformare il Paese. Grazie agli aiuti, Roma ha potuto tranquillamente ritornare alle vecchie politiche clientelari». E si è chiesto: «Vale ancora la pena intervenire a favore dell’Italia?». L’opinione pubblica tedesca è ormai molto diffidente verso il governo italiano. Vale la pena di leggere l’articolo di David Knight sullo Spiegel che riassume il punto di vista dei principali giornali tedeschi. Anche perché è in questo quadro che vanno collocate le parole della Merkel, che ha accomunato l’Italia alla Grecia.

 
 
08/31/2011

 

The World from Berlin

'Italy Is Burning and No One Is Putting It Out'

 

Italian Prime Minister Sivlio Berlusconi has made changes to the proposed Italian austerity package.

Italian Prime Minister Silvio Berlusconi and his ruling coalition have made a raft of changes to their proposed austerity package, causing many to doubt Rome's intentions. German commentators say that the country's future looks bleak.

With a players' strike currently occupying the thoughts of soccer-mad Italians, it's perhaps appropriate that Silvio Berlusconi has moved the goalposts over the debt-ridden country's austerity package. The Italian prime minister and his coalition have agreed to a raft of changes to the proposed budget, including scrapping a tax on the rich, in a move which has led to confusion in the financial markets and could well result in a confrontation with the European Central Bank.

Berlusconi and his allies issued a revision of the proposed austerity measures late on Monday following widespread public anger over the original plans. There were already more than 1,000 amendments by Tuesday morning. The changes include reducing cuts to municipalities, decreasing the amount of lawmakers and changing the way pensions are calculated, which would delay retirement for many Italians.

The Bank of Italy warned on Tuesday that the revamped austerity package must not result in a reduction to the original €45.5 billion ($65.9 billion) of belt-tightening measures, and said that the plan could send Italy into economic stagnation. The bank's deputy chief Ignazio Visco told parliament committees that he was hoping the response to the changes in the markets "isn't too penalizing." He also warned that regardless of the measures, growth might be less than 1 percent this year and even lower in 2012, meaning achieving a balanced budget might be even more difficult.

Widespread Tax Evasion

"In the current context, in which the costs of a possible deviation from the goals are very high, the total planned adjustments cannot be reduced," he said.

Berlusconi's allies have insisted the revised plan would help achieve a balanced budget by 2013, as demanded by the European Central Bank in return for buying up significant amounts of government debt. The original austerity measures had been announced on Aug. 12 and called for those earning above €90,000 ($130,000) annually to pay an extra 5 percent income tax over the next three years, while those earning over €150,000 would pay 10 percent. Unions and business lobbies had complained that they penalized honest taxpayers given the supposed widespread tax evasion practiced by the self-employed.

The ECB will certainly be keeping a close eye on the new austerity package to ensure its demand that Italy balance its budget in 2013 is adhered to, as well as making sure there is no decrease in the overall savings produced by the package.

German commentators on Wednesday were united in their scorn for Berlusconi's actions, arguing that the Italian leader is acting out of self-preservation rather than seeing the bigger picture.

The center-left Süddeutsche Zeitung writes:

"Two weeks ago, the cabinet in Rome agreed on a rescue plan for the struggling budget. Now Berlusconi and his guests (at a coalition summit the prime minister hosted) have torn it up beyond recognition. Unpopular measures like the tax on the rich were removed. The program is now peppered with empty details and window dressing, like the promised containment of tax evasion. If the financial markets had accepted the promises of the government in Rome, the pressure on Italy would have dropped long ago. Any chance that confidence will now grow can be ruled out."

"For Berlusconi it does not matter. He is interested only in political calculations. He does everything possible to avoid worsening the emaciation of his coalition. Pure parliamentary arithmetic allows his battered and clueless coalition to survive."

"The house is burning and nobody is picking up the fire extinguisher. As long as Berlusconi is in power, nothing will change that."

Conservative daily Die Welt writes:

"After investors questioned whether Italy was capable of carrying out reforms, Berlusconi had to prove his willingness to act. The prime minister is now showing, however, just how faithfully he will stick to these plans."

"Italy's government must count itself lucky that the European Central Bank (ECB) is supporting it with bond purchases. Without this help, the interest that the country must pay on its debt would already be more than 6 percent. Following Berlusconi's reform antics, they will now likely continue rising. In the face of this behavior, however, the rest of Europe needs to ask whether the ECB help is a mistake. Ultimately it is taking the pressure off Berlusconi, pressure which is apparently needed to force him to carry out reforms."

The Financial Times Deutschland writes:

"More than anything, it is becoming increasingly unclear how much Silvio Berlusconi's government wants to achieve the savings goals it set for itself. The message that the constant tampering with the savings plan sends out is devastating."

"The 'modifications' made by Berlusconi achieve nothing economically, but will unsettle investors because nobody knows how serious the government really is about saving. With the abandonment of a solidarity tax on the rich, the government has eroded the already weak social basis for its austerity package."

Financial daily Handelsblatt writes:

"It's hard not to fall into old prejudices upon hearing the news from Rome. The unpredictable Italians, extremely creative with their financial management, with big promises and small results -- the usual stereotypes seem to fit once again."

"The latest act -- for the time being -- is a new austerity package with new cuts, laboriously negotiated by the coalition partners. But how much of it will remain at the end after the budget goes through parliament is anybody's guess. The constitution dictates that the austerity package be made law by October, so there is still plenty of time for new negotiations and other trade-offs."

"This is not effective crisis management. It seems as if the authorities in Rome don't care about their image in the eyes of their European partners and international stock exchanges. At the presentation of the austerity package in parliament, premier Silvio Berlusconi himself spoke of attacks by foreign speculators on the Italian financial market. Ratings agencies, statistical agencies and analysts have long been keeping an eye on the lousy growth of the third-largest economy in Europe. Not to mention the fact that the ECB told the Italians in a letter that they had to carry out concrete measures such as labor market reform, liberalization and privatization before they would buy up government bonds on a large scale in order to reduce the impact of high yields."

The center-right Frankfurter Allgemeine Zeitung writes:

"Apparently, in the case of Italy, outside pressure is not great enough; to believe solely in the capacity of politicians to accept the facts and their willingness to brave corrective action is naïve. Now the Berlusconi government is again meddling with the austerity package -- and new funding shortfalls are opening up. It is scared of its own courage and does not want to scare away voters or upset anyone."

 

 

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